{"id":734,"date":"2005-06-14T14:53:08","date_gmt":"2005-06-14T12:53:08","guid":{"rendered":""},"modified":"2025-02-22T10:23:03","modified_gmt":"2025-02-22T09:23:03","slug":"il-ritorno-di-lenin-e-malthus","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/il-ritorno-di-lenin-e-malthus\/","title":{"rendered":"Il ritorno di Lenin e Malthus"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-align-center\">Articolo pubblicato su<strong><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Cronache_di_Liberal\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"> Liberal<\/a> <\/strong>Anno II n.2<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\"><em>Contro la globalizzazione stanno rinascendo ideologie che sembravano superate<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">di<strong> Jacques Garello<\/strong><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/No_global.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"184\" height=\"180\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/No_global.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-33052\" style=\"width:274px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p>La mondializzazione che stiamo vivendo in questo principio di millennio \u00e8 senza dubbio il cambiamento pi\u00f9 importante che sia occorso nella storia degli uomini dopo la Rivoluzione industriale, ovvero dopo il risveglio dell&#8217;Europa nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo. A queste accelerazioni storiche riconosciamo del resto alcuni tratti comuni: l&#8217;ampliamento dello spazio di comunicazione e di scambio (il cui ruolo \u00e8 stato posto in evidenza da Adam Smith), il progresso della conoscenza e della fiducia nella creativit\u00e0 umana, l&#8217;impulso della libert\u00e0 e del diritto e, infine (conseguenza e non causa), l&#8217;apparizione di nuove tecniche.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Adam_Smith_economia.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"184\" height=\"274\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/Adam_Smith_economia.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-54222\"\/><\/a><figcaption class=\"wp-element-caption\">Adam Smith<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Tali periodi di transizione non sono sempre compresi da coloro che li vivono, e talora neppure da coloro che ne sono gli artefici. Poich\u00e9 la storia non \u00e8 mai rottura, bens\u00ec evoluzione, questi periodi sono segnati dal conflitto tra il vecchio e il nuovo, dalla coesistenza del vecchio mondo, che alberga ancora negli spiriti e nelle istituzioni, e del mondo nuovo, del quale non si distinguono chiaramente i contorni n\u00e9 le nuove regole del gioco. E ci\u00f2 spiega certe reazioni di rifiuto, di paura collettiva, e infine di violenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal mio punto di vista vi \u00e8 dunque una componente naturale, ineluttabile, dell&#8217;antimondialismo: il timore della novit\u00e0, la paura del cambiamento quando non si sa se sia progresso o regresso. Si ha l&#8217;impressione che la capacit\u00e0 di padroneggiare il progresso sfugga ai testimoni del progresso. Una reazione simile \u00e8 stata particolarmente netta nei decenni consecutivi alla Rivoluzione industriale. Sin dal 1791 Malthus s&#8217;interrogava su <em>La Cris<\/em>i. E, aperto da Malthus, il dibattito sulla crisi dominer\u00e0 il pensiero economico, grosso modo, fino al 1939.<\/p>\n\n\n\n<p>Le formidabili prestazioni dell&#8217;industria meccanizzata non avrebbero forse provocato una corsa sfrenata alla produzione? La \u00abcrisi di sovrapproduzione\u00bb, non pi\u00f9 semplice incidente passeggero, ma destino apocalittico di un sistema privo di regolazione, \u00e8 stata una certezza per Malthus, Sismondi, Ricardo e, con ogni evidenza, per Marx. Al contrario, Jean-Baptiste Say, Fr\u00e9d\u00e9ric Bastiat e gli economisti del <em>Journal<\/em> (tra cui Pellegrino Rossi) respingevano il principio della crisi e ne traevano la conclusione delle \u00abarmonie economiche\u00bb, &#8211; nella misura in cui il Laisser faire, laisser passer fosse rispettato.<\/p>\n\n\n\n<p>Proseguo il parallelo col diciannovesimo secolo: \u00e8 istruttivo. Come possiamo notare oggi, per sfruttare le reazioni di dubbio e recuperare le paure collettive, all&#8217;epoca non sono mancati profeti di sventura e mercanti di illusioni. Marx e i comunisti sono evidentemente coloro che hanno avuto maggior successo in quest&#8217;impresa di demoralizzazione sociale, di contestazione del progresso, di ripulsa del sistema e di sfrenato costruttivismo. \u00c8 questo dunque che viviamo oggi, come lo hanno vissuto gli europei del diciannovesimo secolo: lo sfruttamento delle reazioni naturali che si producono al cospetto dei mutamenti della societ\u00e0, per legittimare una rivolta artificiale, per sostituire un ordine creato, rigido e inumano a un ordine spontaneo, evolutivo, a misura della persona umana.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2004\/11\/marx.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"197\" height=\"256\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2004\/11\/marx.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-34194\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Il parallelismo con il diciannovesimo secolo non \u00e8 tuttavia totale. Infatti la nuova ondata di malthusianismo che conosciamo oggi ha la caratteristica evidente di essere la seconda. E il fallimento del pensiero marxista, simboleggiato dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989, lungi dall&#8217;aver scoraggiato o reso pi\u00f9 saggi i malthusiani di tutti i Paesi, li ha resi ancora pi\u00f9 aggressivi. \u00c8 la loro seconda possibilit\u00e0. Cancellati per un attimo dalla carta intellettuale e politica del pianeta, i rossi si sono dipinti di verde (come alla conferenza di Rio nel 1992), si sono vestiti da contadini (come a Seattle nel 1999), prima di mascherarsi da \u00absociet\u00e0 civile internazionale\u00bb strutturata intorno alle \u00abOng\u00bb (organizzazioni non governative) a Porto Allegre quest&#8217;anno.<\/p>\n\n\n\n<p>Il passato di questi antimondialisti \u00e8 indubitabile. I leader provengono dall&#8217;internazionale trotskista. I fondi sono forniti da tutti coloro che, direttamente o indirettamente, per ragioni tanto economiche quanto ideologiche, hanno interesse a destabilizzare il capitalismo mondiale. Non credo che sia necessario insistere sulle origini e sulle intenzioni di questi \u00abantimondialisti\u00bb, tanto sono evidenti e, dopotutto, prive d&#8217;importanza. Mi pare in effetti pi\u00f9 utile rispondere a due domande: perch\u00e9 le tesi antimondialiste hanno avuto tanto impatto sull&#8217;opinione pubblica? In che modo i liberali possono riconciliare l&#8217;opinione pubblica con il mondialismo?<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>L&#8217;impatto dell&#8217;antimondialismo.<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Come tutti i manipolatori, gli antimondialisti si basano su credenze popolari e reazioni naturali. Lenin aveva gi\u00e0 fornito le istruzioni per l&#8217;uso: trovare \u00aballeati oggettivi\u00bb, sfruttare ogni motivo di malcontento, canalizzarli attraverso \u00abcinghie di trasmissione\u00bb. Ecco alcune delle armi pi\u00f9 spesso utilizzate dagli antimondialisti: il riflesso protezionista e nazionalista, il comunitarismo e l&#8217;umanitarismo, la rivendicazione della giustizia sociale, il controllo di un mercato anarchico, la salvaguardia dell&#8217;ambiente.Il vecchio demone protezionista \u00e8 al lavoro. Non \u00e8 mai stato sradicato.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/Lenin.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"193\" height=\"261\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/Lenin.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30250\" style=\"width:197px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Fr\u00e9d\u00e9ric Bastiat spiegava perch\u00e9: nel dibattito politico vengono privilegiati sempre gli interessi dei produttori rispetto a quelli dei consumatori. I produttori possono organizzarsi in gruppi di pressione, e si fanno tanto pi\u00f9 ascoltare in quanto rappresentano una forza elettorale ben localizzata. I consumatori sono disorganizzati e dispersi, e non possono far valere i loro punti di vista. Il protezionismo \u00e8 tanto pi\u00f9 virulento in quanto \u00e8 antico, e in quanto generazioni successive di produttori sono stati abituati all&#8217;assistenza dello Stato contro la concorrenza straniera.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 \u00e8 particolarmente vero per gli agricoltori europei, che da mezzo secolo beneficiano della politica agricola comune, e per i quali l&#8217;idea di lasciar circolare liberamente i prodotti agricoli \u00e8 inconcepibile. Con ogni evidenza questo protezionismo, come ogni altro, entro un certo termine si volge contro quelli che l&#8217;hanno praticato: incapaci di adattarsi alle esigenze del mercato mondiale, i contadini debbono contare sempre pi\u00f9 sui sussidi pubblici e sempre meno sulla vendita della loro produzione, e un giorno o l&#8217;altro la manna pubblica si esaurisce.<\/p>\n\n\n\n<p>Siamo precisamente a questo punto dell&#8217;evoluzione, il che spiega la collera dei contadini contro l&#8217;Europa che non li sovvenziona pi\u00f9 a sufficienza, e ancor pi\u00f9 quella contro l&#8217;Omc e tutto ci\u00f2 che pu\u00f2 assomigliare a un obbligo concorrenziale.<\/p>\n\n\n\n<p>Uno dei punti forti del protezionismo consiste nell&#8217;agire in nome degli interessi nazionali. Come aveva dimostrato Bastiat nella sua famosa \u00abpetizione dei mercanti di candele\u00bb, le lobby non si presentano mai come difensori di interessi particolari e corporativi, ma parlano in nome dell&#8217;interesse nazionale. Non difendono i loro propri privilegi, le loro professioni, ma l&#8217;insieme del popolo. Ecco come si trasformer\u00e0 il protezionismo in un&#8217;opera culturale: sono le tradizioni nazionali e regionali che si vogliono salvaguardare.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2004\/10\/Mc_hamburger.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"275\" height=\"183\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2004\/10\/Mc_hamburger.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-35295\" style=\"width:401px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Contro i MacDonald&#8217;s s&#8217;invoca il sapore del roquefort e del buon pane di campagna. Non si vogliono eliminare i concorrenti stranieri, bens\u00ec la malbouffe. In Italia non si sta forse reinventando lo Slow food per tornare a una tradizione alimentare ridotta a mal partito dalla mondializzazione dei prodotti, dei gusti e delle cucine? Vengono in tal modo risvegliati lo sciovinismo e l&#8217;orgoglio nazionale. Ma per trovarsi sul versante della xenofobia, del rifiuto dell&#8217;altro e, finalmente, del nazionalismo c&#8217;\u00e8 soltanto una piccola soglia da superare.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 in un clima di nazionalismo esacerbato che si sono preparate le due grandi guerre mondiali. Quest&#8217;evidenza ha del resto ispirato la Carta dell&#8217;Avana e lo sforzo intrapreso sin dal 1945 per istituire le basi del libero scambio internazionale. Al Gatt sono occorsi pi\u00f9 di cinquant&#8217;anni per eliminare l&#8217;essenziale delle barriere internazionali, ma non \u00e8 riuscito a esorcizzare il demone protezionista, di recente rinforzato nella sua dimensione culturale.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>Comunitarismo e umanitarismo.<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Il ricorso all&#8217;arma culturale sfrutta due tipi di reazioni psicologiche alla mondializzazione: da una parte la nostalgia del gruppo, della comunit\u00e0 chiusa, dall&#8217;altra il sentimento di universale solidariet\u00e0, di appartenenza alla grande famiglia umana. Queste reazioni sono opposte, e nondimeno coesistono nel cuore e nella mente di molte persone. Il comunitarismo \u00e8 una deviazione di un riflesso naturale.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/comunit\u00e0.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"275\" height=\"183\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/comunit\u00e0.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-46559\" style=\"width:391px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Quando l&#8217;essere umano \u00e8 integrato in una rete di relazioni ampie, lontane e impersonali, sente il bisogno di rinforzare i suoi legami, di rinsaldare la sua cerchia di affetti e di compartecipazione. I contadini del diciannovesimo secolo venuti a lavorare in fabbrica in citt\u00e0 industriali sovrappopolate e insalubri sentivano una fortissima nostalgia delle loro campagne, dei loro villaggi, delle loro parrocchie. Hanno cercato nelle s\u00e8tte socialiste il calore umano che mancava loro: \u00abIl socialismo \u00e8 la preghiera della citt\u00e0\u00bb (G. Leroy).<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi quelli che, loro malgrado, si trovano immersi in un mondo a essi estraneo si rifugiano in un&#8217;utopia della comunit\u00e0, della compartecipazione, che esclude il mercato e il capitalismo. Tra l&#8217;economia di scambio e l&#8217;economia di compartecipazione, hanno fatto la loro scelta, senza capire che la compartecipazione \u00e8 possibile soltanto se c&#8217;\u00e8 qualcosa da condividere, e che condividere la miseria non ha mai eliminato la miseria. Proprio al contrario, lo scambio \u00e8 il solo modo di relazioni creatore di ricchezze.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 prioritario rispetto alla compartecipazione, perch\u00e9 rende possibile la compartecipazione. Va inoltre precisato che la compartecipazione dev&#8217;essere volontaria e ragionata, e non arrivare al punto di dispensare o scoraggiare gli individui dall&#8217;intraprendere e dal lavorare. Il comunitarismo (MacIntire, Taylor) \u00e8 deviante perch\u00e9 instaura una ripartizione obbligatoria e ugualitaria, negando la propriet\u00e0 privata e l&#8217;interesse personale.<\/p>\n\n\n\n<p>Assai bizzarramente, il comunitarismo pu\u00f2 assumere una dimensione mondiale, e la \u00abfamiglia umana\u00bb \u00e8 un tema di moda tra gli antimondialisti. Ora, questa grande famiglia sarebbe minacciata dai mercanti, dai finanzieri. I suoi elementi pi\u00f9 deboli sarebbero abbandonati alla rapacit\u00e0 delle multinazionali: la prostituzione, la droga, la discriminazione sarebbero altrettanti flagelli legati alla generalizzazione della legge del denaro.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/02\/finanza.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"225\" height=\"224\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/02\/finanza.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28375\" style=\"width:301px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/02\/finanza.jpg 225w, https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/02\/finanza-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Una petizione contro la \u00abmercificazione\u00bb circola ora in tutti i Paesi: non \u00e8 normale che tutto sia retto da un mercato che dopotutto nessuno controlla. Quest&#8217;argomentazione si ricollega infine a quella del comunitarismo per il fatto di respingere e condannare i principi dello scambio mercantile e della propriet\u00e0 privata. Ed \u00e8 altres\u00ec una deviazione, dal momento che imputa allo scambio, al commercio e alla finanza dei vizi morali che essi non hanno.<\/p>\n\n\n\n<p>Proprio al contrario, le virt\u00f9 che formano la dignit\u00e0 della persona umana sembrano piuttosto svilupparsi nelle civilt\u00e0 mercantili, mentre i regimi socialisti hanno determinato, pi\u00f9 degli altri, la corruzione e lo schiacciamento dell&#8217;essere umano. La libert\u00e0 degli atti dev&#8217;essere compresa nella prospettiva della dignit\u00e0 delle persone, ma, reciprocamente, non si \u00e8 mai rispettata la dignit\u00e0 delle persone quando le si \u00e8 private della libert\u00e0 dei propri atti. La dignit\u00e0 dell&#8217;uomo \u00e8 nella libert\u00e0, non nell&#8217;universale fraternit\u00e0 o nell&#8217;illusoria uguaglianza.<\/p>\n\n\n\n<p>Nello sfruttamento delle reazioni che ho test\u00e9 evocato l&#8217;influenza del marxismo-leninismo \u00e8 senza dubbio visibile. Troviamo in primo luogo il tema della proletarizzazione: il capitalismo far\u00e0 sparire le classi medie, la classe contadina, l&#8217;artigianato, perch\u00e9 l&#8217;accumulazione del capitale costringe o a diventare capitalisti, &#8211; e grandi capitalisti, &#8211; ovvero ad andare a ingrossare le fila dell&#8217;esercito proletario. Il capitalismo mondiale conduce fatalmente alla proletarizzazione mondiale, e alla destrutturazione sociale.<\/p>\n\n\n\n<p>Troviamo poi il tema dell&#8217;alienazione: i proletari divengono giocattoli in mano ai capitalisti, la cultura, la religione e il diritto sono concepiti per servire gli interessi della classe politica dominante, e quest&#8217;ultima riduce il popolo alla schiavit\u00f9 intellettuale, imponendo un sistema di \u00abvalori\u00bb destinato a perpetuare il dominio e lo sfruttamento.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>La rivendicazione della giustizia sociale.<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>La teoria marxista spiega inoltre che se gli individui vengono proletarizzati e alienati dal capitalismo, essi vengono altres\u00ec impoveriti: il divario tra i redditi e i livelli di vita non fa che crescere. Per gli antimondialisti l&#8217;impoverimento \u00e8 un tema di grande utilit\u00e0. Consente infatti di andare incontro al desiderio di giustizia sociale che \u00e8 stato sviluppato nelle mentalit\u00e0 del diciannovesimo secolo. Hayek ha mostrato le ambiguit\u00e0 del concetto di giustizia sociale (Legge, Legislazione e Libert\u00e0).<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/socialismo_latinoamerica.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"275\" height=\"183\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/socialismo_latinoamerica.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-36161\" style=\"width:411px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>In nome della giustizia sociale si sono moltiplicate le politiche di prelievi obbligatori e di trasferimenti sociali, i cui effetti pi\u00f9 visibili non sono consistiti nel migliorare il destino dei poveri, ma viceversa nel creare disoccupazione, frenare la crescita e permettere ad alcune categorie politicamente influenti di vivere a scapito dell&#8217;insieme della popolazione. \u00abLo Stato \u00e8 la grande finzione sociale attraverso la quale ciascuno si sforza di vivere a spese di tutti gli altri\u00bb (Bastiat). Rimane il fatto che l&#8217;idea ugualitarista \u00e8 assai diffusa, assai popolare, anche se nei Paesi ricchi il divario tra i livelli di vita si \u00e8 singolarmente ridotto da cinquant&#8217;anni a questa parte.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora, ci vien detto, il commercio mondiale \u00e8 tale da arricchire i Paesi ricchi e impoverire i Paesi poveri. Una simile credenza \u00e8 condivisa da persone che non sono ideologi, e neppure avversari dichiarati dell&#8217;economia di mercato. Le cose stanno cos\u00ec nel caso dell&#8217;enciclica Populorum progressio, nella quale Papa Paolo VI riteneva che gli scambi internazionali fossero responsabili del sottosviluppo.<\/p>\n\n\n\n<p>E anche, pi\u00f9 di recente, nel caso della dichiarazione del presidente Jacques Chirac: \u00abCome potrebbero i Paesi poveri commerciare con il resto del mondo senza essere preliminarmente aiutati?\u00bb. A Bill Clinton che, durante la Conferenza del Cairo, perorava un cambiamento di politica nei confronti del Terzo Mondo con lo slogan Trade, not aid, Jacques Chirac rispondeva: Aid, not trade.<\/p>\n\n\n\n<p>Tali idee, s&#8217;intende, hanno un&#8217;origine. Essa \u00e8 duplice. La prima risale a Friedrich List, e alla teoria della \u00abprotezione dell&#8217;industria nell&#8217;infanzia\u00bb. Tale teoria partecipa del punto di vista secondo cui gli scambi non possono organizzarsi se non fra partner che siano allo stesso livello di sviluppo, senza di che i pi\u00f9 avanzati eliminano gli altri. Persino tra gli ideatori dell&#8217;Unione europea non c&#8217;\u00e8 chi non utilizzi quest&#8217;argomento per eliminare i Paesi dell&#8217;Europa centrale e dell&#8217;Est, o per lo meno per ritardare la loro integrazione nella \u00abcorte dei Grandi\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>La seconda origine \u00e8 la tesi dell&#8217;imperialismo, proposta da Lenin e Rosa Luxemburg all&#8217;inizio del Ventesimo secolo. Poich\u00e9 all&#8217;epoca era gi\u00e0 evidente che il capitalismo non aveva approfondito il divario tra i redditi, poich\u00e9 l&#8217;annunciato impoverimento non si era prodotto, neppure nella sua forma edulcorata di \u00abimpoverimento relativo\u00bb (i poveri si sarebbero arricchiti, ma meno rapidamente dei ricchi, cosicch\u00e9 si sarebbero sentiti sempre pi\u00f9 poveri a paragone dei ricchi), era necessario trovare una risposta.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/Inghiterra_imperialismo.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"234\" height=\"216\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/Inghiterra_imperialismo.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-56178\" style=\"width:340px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Bastava dire che ci\u00f2 che aveva permesso ai Paesi ricchi di migliorare il destino del proletariato e di sormontare le \u00abcontraddizioni interne del capitalismo\u00bb non era nient&#8217;altro che il saccheggio del resto del mondo colonizzato dalle potenze occidentali. Lo sfruttamento aveva semplicemente cambiato dimensione: era divenuto internazionale, le nazioni capitaliste si arricchivano a scapito delle nazioni proletarie. di conseguenza la conclusione politica s&#8217;imponeva: bisognava por fine alla colonizzazione e all&#8217;imperialismo, e rimettere i Paesi capitalistici davanti alle loro proprie contraddizioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli anni Cinquanta, alcuni economisti hanno voluto sostenere \u00abscientificamente\u00bb la tesi dell&#8217;imperialismo e hanno misurato (a modo loro) la \u00abdegradazione dei termini dello scambio\u00bb a detrimento dei Paesi del Terzo Mondo. Myrdal, Prebish e Singer hanno fatto passare il loro messaggio negli organismi internazionali, e segnatamente nella Cnuced (Commissione delle Nazioni unite per il commercio e lo sviluppo, a Ginevra).<\/p>\n\n\n\n<p>Parallelamente, numerosi Paesi ricchi (a cominciare dagli stessi Stati Uniti) hanno inteso andare in aiuto dei Paesi poveri per riparare tutto il male che era loro stato fatto. Gli aiuti presero sia la forma di sovvenzioni e di prestiti per il tramite della Banca mondiale e del Fmi, sia della tolleranza doganale in nome del \u00abdoppio standard di moralit\u00e0\u00bb, che autorizzava i Paesi poveri a proteggersi contro le importazioni e costringeva i Paesi ricchi a sopprimere ogni protezione per le importazioni provenienti dai Paesi poveri (gli accordi di Lom\u00e9 prevedevano le stesse disposizioni nei rapporti commerciali tra la Cee e l&#8217;Africa).<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2020\/09\/dollari_soldi.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"275\" height=\"183\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2020\/09\/dollari_soldi.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-48566\" style=\"width:459px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Con questo passato stantio pensavamo di aver chiuso. Ma gli antimondialisti l&#8217;hanno resuscitato. E mettono l&#8217;accento su due rischi, l&#8217;uno grave quanto l&#8217;altro: da una parte i Paesi poveri sono sfruttati dal capitalismo mondiale, che si \u00e8 da poco installato nel Terzo Mondo per trarre profitto da abbondanti risorse naturali e, soprattutto, da una manodopera a buon mercato; dall&#8217;altra i produttori dei Paesi ricchi sono minacciati da queste delocalizzazioni, ma anche dalle esportazioni dei Paesi emergenti, dal momento che la concorrenza \u00e8 falsata dal dumping sociale (Jacques Delors) praticato da questi Paesi.<\/p>\n\n\n\n<p>Fino a un certo punto i due argomenti sono contraddittori, poich\u00e9 le stesse persone sostengono che i Paesi poveri sono sfruttati (e dunque non sono in grado di nuocere, dal momento che sono le vittime del commercio mondiale), ma nel contempo sono pericolosi (dal momento che perturbano il commercio mondiale). La contraddizione scompare se si pensa che, nello spirito di coloro che adoperano tali argomenti, c&#8217;\u00e8 un colpevole, e uno solo: il capitalismo, che assume aspetti differenti a seconda dei Paesi in esame.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 che pi\u00f9 conta, \u00e8 per\u00f2 il fatto che questi argomenti sono privi di senso, poich\u00e9 \u00e8 incontestabilmente ai Paesi pi\u00f9 aperti al commercio mondiale che il decollo \u00e8 riuscito; Paesi nei quali il prodotto pro capite cresce a una velocit\u00e0 spettacolare. Ne consegue che in questi Paesi emergenti i divari fra i redditi si vanno riassorbendo, anche se le vestigia della recente povert\u00e0 sono ancora visibilissime.<\/p>\n\n\n\n<p>Quanto al dumping sociale, significa semplicemente che prima di acquisire \u00abdiritti sociali\u00bb e di prevedere confortevoli pensioni, gli individui pi\u00f9 poveri desiderano acquisire il diritto di sopravvivere, e forse di preparare con grande modestia il futuro. Si potrebbe evidentemente obbligare gli abitanti dei Paesi poveri ad avere due automobili, una seconda casa e a mangiare caviale e fois gras: \u00e8 quanto implicitamente auspicano coloro che dichiarano che \u00e8 impossibile sostenere la concorrenza con gente \u00abche si accontenta di una ciotola di riso\u00bb (a meno che non vogliano sostenere che gli europei dovrebbero prendere gusto alla ciotola di riso). Ma i bassi salari sono accettati e preferiti a nessun salario.<\/p>\n\n\n\n<p>Quest&#8217;osservazione statica deve necessariamente essere completata da una prospettiva dinamica. Entro un certo termine di tempo, le famiglie fanno maggiori investimenti nell&#8217;educazione e nella formazione, e questo \u00abcapitale umano\u00bb frutter\u00e0 in seguito redditi superiori. Entro un certo termine, senza giungere a una totale convergenza, i livelli di vita tra le persone appartenenti ai Paesi emergenti e quelle appartenenti ai Paesi sviluppati da antica data si avvicinano.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 forse il fenomeno che \u00e8 stato osservato in Europa non molto tempo fa? La Spagna ospitava l&#8217;industria automobilistica perch\u00e9 i suoi salari erano del 25-30% pi\u00f9 bassi che altrove; oggi i livelli sono paragonabili. E che dire del Giappone, del quale si \u00e8 preteso che la sua prosperit\u00e0 provenisse dal bassissimo livello dei salari, mentre oggi il reddito pro capite \u00e8 superiore a quello della maggior parte dei Paesi europei? La mondializzazione non \u00e8 fonte d&#8217;\u00abingiusti\u00bb divari, ma al contrario tende a permettere a persone e popoli poveri di salire sul treno dello sviluppo e di raggiungere gli altri, anche se con uno sfasamento transitorio.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>Anarchia e crisi di un&#8217;economia mondializzata.<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Su questo punto sar\u00f2 pi\u00f9 breve, dal momento che le discussione \u00e8 rigorosamente identica a quella che \u00e8 stata condotta nel diciannovesimo secolo. Oggi gli antimondialisti traggono pretesto dai gravi squilibri registrati nella zona del Pacifico, in Brasile e in Russia nel corso dell&#8217;anno 1997. Gli uni (come James Tobin) vi hanno visto la conseguenza del cattivo funzionamento dei mercati finanziari mondiali e dalla spudorata speculazione sulle piazze borsistiche. Gli altri hanno tirato in ballo la dipendenza dei Paesi colpiti dalla crisi nei confronti del Fondo monetario internazionale, la cui politica consisterebbe nel lanciare i governi in azioni di privatizzazione sfrenate e destabilizzatrici.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 vero che il Fmi e la finanza hanno una grave parte di responsabilit\u00e0 nelle crisi in questione, ma tal responsabilit\u00e0 non \u00e8 quella che viene in genere evocata. La crisi si \u00e8 verificata in Paesi ove le Banche centrali hanno condotto, spesso con la complicit\u00e0 del Fmi, politiche di credito assolutamente aberranti. In Corea del Sud \u00e8 la collusione tra il governo, le banche e i grandi gruppi industriali ad aver indotto a sostenere imprese che non avevano nessuna prospettiva di redditivit\u00e0; e un giorno o l&#8217;altro bisogna arrendersi all&#8217;evidenza. In questo caso non \u00e8 il mercato a essere in questione, ma, al contrario, il mancato rispetto dell&#8217;imperativo della redditivit\u00e0, che \u00e8 la vera sanzione del mercato.<\/p>\n\n\n\n<p>In Indonesia il sistema bancario era interamente nelle mani di Suharto, e consentiva di finanziare operazioni immobiliari speculative per arricchire la famiglia del dittatore. Che cosa mai pu\u00f2 avere in comune un fatto del genere con il mercato? In Tailandia o in Malesia, le banche centrali, imprudentemente impegnate in operazioni prive di legittimit\u00e0 economica, sono state sostenute a pi\u00f9 riprese dal Fondo monetario internazionale, che in tal modo le ha indotte a perseverare nell&#8217;errore.<\/p>\n\n\n\n<p>La mancanza di lucidit\u00e0 e di vigilanza del Fmi \u00e8 stata tirata in ballo dalla maggior parte degli economisti che hanno analizzato queste crisi, e che ne hanno dedotto non una crisi del capitalismo, ma una crisi del dirigismo e delle ingerenze del potere politico nel mondo degli affari, &#8211; esattamente come nel 1929, del resto.<\/p>\n\n\n\n<p>Dunque l&#8217;apocalisse capitalista non si \u00e8 verificata, ma la scossa \u00e8 stata sufficiente ad accreditare la tesi del pericolo di un mercato privo di regolamentazione, senza limiti, che dovrebbe necessariamente essere inquadrato e regolato da qualche autorit\u00e0 sovranazionale. Non sono stati persino i begli spiriti riuniti a Davos a sposare questa tesi, nell&#8217;evidente speranza di essere gli esperti che domani veglieranno sul benessere dell&#8217;economia mondiale?<\/p>\n\n\n\n<p>Eccoci dunque ricondotti, come dicevo, alla famosa discussione: per evitare il disordine, il mercato deve forse essere inquadrato e regolato, oppure funziona come un ordine spontaneo, secondo la legge della \u00abmano invisibile\u00bb? \u00c8 da notare che, comunque sia, i disordini non sono mai stati eliminati da una qualsivoglia pianificazione o intervento pubblico, e che viceversa sono queste iniziative degli Stati a trovarsi all&#8217;origine di tutte le irregolarit\u00e0 economiche che si possono deplorare.<\/p>\n\n\n\n<p>Dunque non \u00e8 con una mondializzazione del potere economico che \u00e8 possibile \u00abpadroneggiare\u00bb la congiuntura mondiale. Il mercato si stabilizza senz&#8217;alcun intervento. E se in quest&#8217;ambito i governi hanno qualche responsabilit\u00e0, consiste nel garantire l&#8217;ambiente istituzionale indispensabile al mercato, e segnatamente i diritti di propriet\u00e0, la stabilit\u00e0 monetaria, la libert\u00e0 d&#8217;intraprendere e di scambiare; in che misura i governi adempiono questa missione oggi, in che misura apportano la stabilit\u00e0 giuridica e sociale necessaria all&#8217;armonioso funzionamento del mercato?<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>La salvaguardia dell&#8217;ambiente.<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Al di l\u00e0 dell&#8217;ingiustizia o dell&#8217;instabilit\u00e0 nate dalla mondializzazione, troveremo qui l&#8217;argomento pi\u00f9 moderno, e pi\u00f9 massiccio, della crociata degli antimondialisti. La mondializzazione sarebbe distruttrice dell&#8217;ambiente, fonte d&#8217;inquinamento e di saccheggio delle risorse naturali. Ecco la ragione essenziale per cui a essa si dovrebbe preferire un&#8217;organizzazione globale, capace di gestire uno \u00absviluppo sostenibile\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora, l&#8217;ecologia va di moda. Per un sano riflesso di conservazione e di rispetto della natura, certo, ma anche per effetto di un timor panico di fronte al futuro e al rischio. Un numero crescente di persone sono divenute adepti della filosofia del \u00abrischio zero\u00bb. Vogliono essere garantite contro ogni imprevisto, contro ogni incidente. Lo si vede attualmente con le mucche pazze e le epizoozie: il principio \u00abdi precauzione\u00bb trionfa.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli anni Cinquanta, il Club di Roma si era costruito una grande fama commentando il rapporto Meadows del Mit sul futuro del pianeta e sulla sovrappopolazione, l&#8217;esaurimento delle risorse naturali e l&#8217;aggravarsi dell&#8217;inquinamento. Aurelio Peccei e i suoi amici avevano persuaso gli europei che era necessario arrestare la crescita dei Paesi ricchi per lasciare un&#8217;eredit\u00e0 decente alle generazioni a venire.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo lavoro di propaganda neomalthusiana ha dato i suoi frutti con le numerose condanne della \u00absociet\u00e0 dei consumi\u00bb nate nei campus americani ed esplose a Parigi, alla Sorbona, nel 1968. Poich\u00e9 nessuna di queste catastrofi si era verificata, poich\u00e9 nel mondo il tasso di natalit\u00e0 si abbassava dappertutto, anche in Cina e in India, poich\u00e9 le numerose scoperte di petrolio off-shore allontanavano di diversi decenni lo spettro dell&#8217;esaurimento energetico, poich\u00e9 l&#8217;inquinamento arretrava in modo spettacolare in alcune regioni del mondo, l&#8217;aggressivit\u00e0 ecologista era progressivamente diminuita.<\/p>\n\n\n\n<p>La faccenda \u00e8 stata per\u00f2 rilanciata con la Conferenza di Rio. Vi ritroviamo gli ecologisti tradizionali, ma i ranghi si sono infittiti grazie a un certo numero di intellettuali che erano stati marxisti fino a poco tempo prima, e da capi di Stato che avevano in comune il fatto di nutrire un odio accanito per gli americani. I dirigenti francesi sono presenti a Rio, soli rappresentanti di tutti i grandi Paesi.<\/p>\n\n\n\n<p>I due grandi affari saranno quelli del riscaldamento del pianeta (evidentemente dovuto alle emissioni di gas carbonico di una civilt\u00e0 che ha sacrificato tutto all&#8217;automobile) e della distruzione del patrimonio fisico dell&#8217;umanit\u00e0, in particolare della foresta amazzonica. I Paesi ricchi, per alimentare la loro crescita, incoraggiano i Paesi poveri a entrare nel commercio mondiale per fornire le indispensabili risorse naturali, e a saccheggiare i propri territori, senza curarsi del domani. A questi pericoli che minacciano le generazioni attuali, ma ancor pi\u00f9 quelle future, si deve rispondere con una pianificazione mondiale della crescita che sia suscettibile di garantire uno \u00absviluppo sostenibile\u00bb, a un ritmo sufficientemente equilibrato e controllato per impedire i pi\u00f9 gravi danni causati all&#8217;ambiente.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;eco di questo slogan dello \u00absviluppo sostenibile\u00bb sar\u00e0 considerevole e, come il Club di Roma quarant&#8217;anni prima, la condanna del capitalismo che sfrutta il pianeta e la dea Gaia dopo aver sfruttato il Terzo Mondo e le classi lavoratrici, \u00e8 senza appello. E naturalmente a essere oggetto di tutte le critiche \u00e8 il Paese che incarna il capitalismo: gli Stati Uniti minacciano il mondo intero, attraverso una mondializzazione che \u00e8 stata inventata da loro e che funziona a loro esclusivo profitto.<\/p>\n\n\n\n<p>Naturalmente in quest&#8217;argomentazione c&#8217;\u00e8 un&#8217;aria di famiglia con la teoria dell&#8217;imperialismo, e infatti altro non \u00e8 se non una semplice variazione di quella. Ma c&#8217;\u00e8 ancora di pi\u00f9. In questo caso vengono evocate le scelte intergenerazionali, e si rimprovera al mercato di non saper gestire che le scadenze a breve termine, senza curarsi del lontano futuro. Si evoca anche il gusto per una vita sana, in armonia con la natura, gli uccellini, i fiori.<\/p>\n\n\n\n<p>Il calcolo economico si coniuga elegantemente con i sentimenti bucolici. \u00c8 la filosofia di Platone: il progresso \u00e8 alle nostre spalle, il ritorno alla primitivit\u00e0 \u00e8 il ritorno alla purezza. \u00c8 il trionfo di Jean-Jacques Rousseau: l&#8217;uomo \u00e8 naturalmente buono, la societ\u00e0 lo corrompe, la verit\u00e0 \u00e8 nello stato di natura. La ricerca dello stato di natura, di una societ\u00e0 senza conflitti, senza scarsit\u00e0, senza peccato, ha ossessionato il diciannovesimo secolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Auguste Comte, Saint-Simon, Fourier sono stati costruttori di societ\u00e0 perfette perch\u00e9 \u00abnaturali\u00bb. Marx vi ha aggiunto un&#8217;inflessione tecnica, e che si vuole scientifica: la societ\u00e0 senza classi segna la fine della storia perch\u00e9 il processo di evoluzione della materia \u00e8 compiuto con il modo di produzione capitalistico, purch\u00e9 si epuri da questo capitalismo ci\u00f2 che ha di ingiusto e di anacronistico: la propriet\u00e0 privata.<\/p>\n\n\n\n<p>La propriet\u00e0 privata \u00e8 le bestia nera degli antimondialisti. Essi indubbiamente ignorano i danni causati all&#8217;ambiente nei Paesi collettivisti. Ignorano anche che la propriet\u00e0 privata \u00e8 il miglior modo di gestire le risorse scarse, perch\u00e9 introduce la responsabilit\u00e0 nel comportamento degli uomini, mentre la regolamentazione crea soltanto noncuranza, burocrazia e corruzione. Ignorano infine che l&#8217;uomo \u00e8 \u00abla nostra ultima possibilit\u00e0\u00bb, come scriveva Julian Simon, il miglior demolitore della tesi dello sviluppo sostenibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Julian Simon ha individuato l&#8217;errore fondamentale, cosciente o inconscio, dei malthusiani di tutti i Paesi, di tutti i secoli. Esso consiste nel considerare l&#8217;economia come un gioco a punteggio zero su uno stock di risorse dato. Gioco a punteggio zero, l&#8217;economia non pu\u00f2 elargire un profitto agli uni se non defraudando gli altri. Viceversa l&#8217;economia \u00e8 un gioco a punteggio positivo: dopo lo scambio, i due scambisti si trovano a essere pi\u00f9 soddisfatti di prima. Infatti la soddisfazione dei bisogni \u00e8 la miglior definizione che si possa dare di una \u00abricchezza\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>La ricchezza non \u00e8 n\u00e9 un&#8217;accumulazione di denaro (che \u00e8 soltanto un comodo mezzo per far circolare diritti di propriet\u00e0), n\u00e9 una moltiplicazione della materia (alla maniera dei fisiocratici che vedevano un \u00abprodotto netto\u00bb soltanto nell&#8217;attivit\u00e0 agricola e consideravano \u00absterili\u00bb tutte le classi diverse da quella dei contadini). Il valore nasce dallo scambio dei servizi, e le \u00abrisorse naturali\u00bb non esistono in quanto tali, poich\u00e9 esse non hanno valore se non dopo che gli uomini le hanno trasformate in servizi resi ad altri uomini.<\/p>\n\n\n\n<p>Per converso, gli uomini sanno scambiarsi servizi che alla terra non devono nulla. Solo lo spirito umano \u00e8 creatore di ricchezze, ed \u00e8 per questo che la propriet\u00e0 privata dev&#8217;essere riconosciuta e rispettata, poich\u00e9 consente a ciascuno di assegnare a se stesso la parte di s\u00e9 che ha investito nella ricchezza che \u00e8 stata prodotta.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, come tutti gli altri argomenti invocati dagli antimondialisti, anche se \u00e8 pi\u00f9 penetrante e pi\u00f9 seducente degli altri, la salvaguardia dell&#8217;ambiente \u00e8 un argomento fallace, un pretesto per abbattere il capitalismo e, dietro il capitalismo, gli Stati Uniti e i Paesi che adottano il \u00abmodello anglosassone\u00bb. Ma \u00e8 sufficiente, per confutare le tesi antimondialiste presso l&#8217;opinione pubblica, dimostrare la loro vacuit\u00e0 e smascherare la loro autentica origine e la loro vera natura? Non credo: bisogna anche persuadere la gente a proposito del significato autentico e delle prospettive della mondializzazione.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>Che cosa dire a favore della mondializzazione?<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>La mondializzazione \u00e8 gravida di promesse di prestazioni economiche e di progressi sociali quanto la Rivoluzione industriale, cui non smetter\u00f2 di paragonarla. Ma per godere i pieni benefici della mondializzazione, sarebbe senza dubbio opportuno riformare un complesso di istituzioni, di mentalit\u00e0, di costumi. Oggi, infatti, i benefici influssi della mondializzazione sono occultati o sminuiti dal pesante retaggio istituzionale, intellettuale e morale del Ventesimo secolo: il secolo dello statalismo, del collettivismo, del nazionalismo, dell&#8217;ugualitarismo, ecc.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>Le promesse della mondializzazione. <\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>La mondializzazione segner\u00e0 senza dubbio un progresso decisivo nelle sfere dell&#8217;economia, della politica e della morale. In realt\u00e0 tali progressi sono quelli che il libero scambio apporta naturalmente, ed erano gi\u00e0 stati evocato nei secoli diciannovesimo e Ventesimo da pensatori brillanti come Montesquieu, Turgot, Adam Smith, Benjamin Constant e Fr\u00e9d\u00e9ric Bastiat. Nell&#8217;ambito dell&#8217;economia, le prestazioni legate alla mondializzazione non provengono, come sostiene la teoria ricardiana, dalla specializzazione internazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricardo ha screditato la scienza economica e portato acqua al mulino degli antimondialisti lasciando intendere che la virt\u00f9 del commercio internazionale consisteva nello specializzare ciascun Paese nella produzione per la quale deteneva il vantaggio comparato pi\u00f9 elevato. Nel suo famoso esempio detto dei \u00abdue Paesi-due prodotti\u00bb, arriva alla conclusione che l&#8217;Inghilterra deve accontentarsi di fabbricare panni mentre il Portogallo deve occuparsi esclusivamente delle sue vigne.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi troviamo cervelli eminenti, come Maurice Allais (il solo premio Nobel di Scienza economica, ahim\u00e9), predire non soltanto la scomparsa dell&#8217;agricoltura francese, ma anche quella della fabbricazione automobilistica o aeronautica francese, e per i francesi la sola possibilit\u00e0 sarebbe quella di rifugiarsi nella produzione di oggetti di lusso (malgrado il fatto che i sarti e i vini italiani facciano loro una pericolosa concorrenza).<\/p>\n\n\n\n<p>Ora, se osserviamo gli attuali flussi commerciali, ci accorgiamo che l&#8217;80% degli scambi sono interni a ciascun ramo della produzione intra-branches (si dice anche \u00abscambi incrociati), cio\u00e8 riguardano prodotti che fanno parte dell&#8217;offerta di ambedue i Paesi coinvolti nello scambio.<\/p>\n\n\n\n<p>Come ha brillantemente dimostrato Victoria Curzon-Price, un marziano che guardasse agire i terrestri resterebbe ben presto sconcertato: vedrebbe i francesi vendere automobili agli italiani, che ne producono, proprio nello stesso momento in cui le macchine italiane sono vendute in Francia, in Inghilterra o in Germania, che a loro volta le producono, e le vendono in questi altri Paesi. Fatto si \u00e8 che il beneficio apportato dal commercio internazionale non \u00e8 la specializzazione, il cui livello \u00e8 basso, e peraltro decrescente, ma la concorrenza. Il commercio mondiale \u00e8 una \u00ablavatrice per imprese\u00bb: vi penetrano coperte di fango, di gravami, di costi, e ne escono belle pulite, sbarazzate dei pesi che sopportavano.<\/p>\n\n\n\n<p>Bisogna notare, del resto, che il punto di vista ricardiano e neoclassico \u00e8 indebitamente nazionalista. Non sono le nazioni che commerciano, e che si specializzerebbero, ma determinate imprese. Possono esserci imprese molto dinamiche in Paesi con una bilancia commerciale globalmente deficitaria. Forse che per il benessere di un Paese, del resto, la \u00abbilancia\u00bb significa qualcosa?<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 gli americani funzionano da parecchi lustri con una bilancia in disavanzo, come d&#8217;altronde, un tempo, gli inglesi? La bilancia \u00e8 un&#8217;invenzione dei mercantilisti, preoccupati di vedere l&#8217;oro e l&#8217;argento fuggire all&#8217;estero per pagare eventuali saldi passivi nati dalle transazioni commerciali. I mercantilisti preferiscono ridurre il commercio (grazie a un rigido controllo da parte dello Stato) piuttosto che beneficiare delle produzioni offerte a un prezzo migliore nel mondo intero. Fr\u00e9d\u00e9ric Bastiat ha ridicolizzato i teorici della bilancia dimostrando che per i consumatori nazionali le importazioni sono un affare migliore che le esportazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Fr\u00e9d\u00e9ric Bastiat aveva per\u00f2 deliberatamente preso le parti dei consumatori contro quelle dei produttori e dei governanti. Ecco in che cosa il libero scambio \u00e8 fonte di progresso per l&#8217;insieme dei popoli: grazie alla concorrenza, esso costringe i produttori a mettersi completamente al servizio dei consumatori. Quindi la mondializzazione significa essenzialmente mettere a disposizione un numero impressionante di beni e servizi alle migliori condizioni per una parte crescente del mondo intero.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa forma di progresso \u00e8 passata sotto silenzio. di solito il progresso non \u00e8 considerato se non attraverso il personaggio del produttore (imprenditore o lavoratore). Si immagina volentieri che il miglioramento delle condizioni di vita si produca grazie all&#8217;aumento dei redditi. Ma dal momento che il potere d&#8217;acquisto \u00e8 solo la comparazione dei redditi e dei prezzi, un calo dei prezzi ha sul piano aritmetico lo stesso effetto dell&#8217;aumento dei redditi.<\/p>\n\n\n\n<p>Se ne potrebbe quindi concludere che le due forme di progresso, a mezzo dei redditi o a mezzo dei prezzi, sono equivalenti. Ma le cose non vanno affatto cos\u00ec. Dal punto di vista psicologico, la gente preferisce l&#8217;aumento dei redditi al calo dei prezzi. L&#8217;uno \u00e8 immediato, personale, visibile, l&#8217;altro \u00e8 immediato, diffuso e impercettibile. \u00abMeglio un uovo oggi che una gallina domani\u00bb, si dice. La gente preferisce una migliore busta paga a un calo dei prezzi nei negozi.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal punto di vista della ripartizione dei frutti della crescita, i risultati non sono affatto gli stessi. Un aumento dei redditi remunera i produttori per gli aumenti di produttivit\u00e0 che hanno realizzato: salariati, investitori e proprietari intascano una maggior quantit\u00e0 di salari, d&#8217;interessi e di profitti pagandosi sul valore aggiunto che hanno creato; e questo indubbiamente li stimola.<\/p>\n\n\n\n<p>A paragone di ci\u00f2, il calo dei prezzi consiste nel chiedere ai produttori di abbandonare del tutto o in parte gli aumenti di produttivit\u00e0 per metterli a disposizione della clientela. In questo caso il progresso si diffonder\u00e0 in tutti i canali della societ\u00e0, e giunger\u00e0 fino ai pi\u00f9 lontani, ai pi\u00f9 miseri, alla \u00abgrande famiglia umana\u00bb, come diceva Bastiat, che precisava: \u00abLa concorrenza \u00e8 la forza umanitaria che strappa il progresso, man mano che esso si realizza, dalle mani dell&#8217;individualit\u00e0, per farne il comune retaggio della grande famiglia umana\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>In queste condizioni, il dibattito intorno alla mondializzazione assume una dimensione notevole: altro non \u00e8 se non il vecchio conflitto d&#8217;interessi fra produttori e consumatori. E si comprende la mobilitazione dei gruppi di produttori, sia industriali che agricoli.<\/p>\n\n\n\n<p>Oltre al merito di \u00absocializzare\u00bb, di \u00abdemocratizzare\u00bb il progresso economico, la concorrenza ha anche il vantaggio di stimolare incessantemente l&#8217;innovazione. Nei mercati poco attivi e poco concorrenziali, le imprese hanno la tendenza ad \u00abaddormentarsi sugli allori del profitto\u00bb (Schumpeter). Con la mondializzazione c&#8217;\u00e8 sempre qualche concorrente reale o potenziale che pu\u00f2 trarre profitto dalla passivit\u00e0 di un&#8217;impresa incapace di innovare.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutti sono dunque spronati a essere in anticipo di un&#8217;idea, di una tecnica, poich\u00e9 in un tal clima soltanto l&#8217;innovazione permette di trarre profitto per un breve momento dalla posizione dominante e privilegiata che l&#8217;innovazione conferisce. In seguito gli imitatori verranno a contestare gli innovatori e i margini dei benefici si scioglieranno come neve al sole. Bisogna quindi innovare in permanenza, se si vuole mantenere sul lungo periodo un&#8217;alta redditivit\u00e0 dell&#8217;impresa.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo pungolo della concorrenza \u00e8 acuito dalla mondializzazione della finanza. Infatti i capitali sono permanentemente in cerca di alta redditivit\u00e0. La massa di capitali detenuti, in particolare, dai fondi pensione si sposta verso le imprese e le attivit\u00e0 pi\u00f9 competitive. E in un&#8217;impresa si sa che, al di sotto di una certa soglia di redditivit\u00e0, le quotazioni delle azioni possono improvvisamente cadere e i direttori in carica rimetterci la propria posizione: l&#8217;\u00abautorit\u00e0 amministrativa\u00bb delle imprese \u00e8 quindi divenuta, soprattutto per le grandi societ\u00e0 per azioni, una necessit\u00e0 assoluta, e spinge a una produttivit\u00e0 che cresce senza sosta.<\/p>\n\n\n\n<p>Certo, si d\u00e0 qualche abuso, in questo tipo di approvazioni talvolta frettolose e sconsiderate, o in questa ricerca di altissime prestazioni (come si vede con l&#8217;evoluzione del Nasdaq nella fase attuale). Ma il principio resta comunque sano, poich\u00e9 torna a porre l&#8217;impresa sotto il controllo del profitto, cio\u00e8 sotto il controllo della concorrenza, cio\u00e8 sotto il controllo della clientela.<\/p>\n\n\n\n<p>Se la mondializzazione \u00e8 una promessa di accresciuta prosperit\u00e0 per i Paesi ricchi, \u00e8 altres\u00ec la sola possibilit\u00e0 di sviluppo per i Paesi poveri. Contrariamente a quanto sostiene la tesi della degradazione dei termini dello scambio, a progredire sono i Paesi pi\u00f9 aperti. Come abbiamo visto, per certi abitanti del Terzo Mondo l&#8217;integrazione nella rete degli scambi mondiali \u00e8 l&#8217;occasione di avviare un progresso personale.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 falso pretendere che le imprese d&#8217;Asia, d&#8217;Africa o d&#8217;America Latina non abbiano alcuna possibilit\u00e0 di entrare nel mercato. C&#8217;\u00e8 sempre qualcosa da vendere, e l&#8217;ingegnosit\u00e0 dei pi\u00f9 poveri che vogliono strapparsi alla miseria \u00e8 davvero notevole. Se alcuni asiatici, africani o latino-americani vegetano nella pi\u00f9 totale miseria, ci\u00f2 dipende dal fatto che il loro ambiente istituzionale, e soprattutto il loro governo, li hanno schiacciati per meglio sottometterli, e li hanno rinchiusi in un sistema di economia diretta e \u00abprotetta\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Per i Paesi ricchi sarebbe criminale privare i poveri di questi benefici della mondializzazione. Predicare il rallentamento della crescita \u00e8 un lusso che possono pagarsi gli americani o gli europei, ma per gli altri \u00e8 un dramma, poich\u00e9 la loro sopravvivenza e il loro decollo dipendono dalla possibilit\u00e0 di avere accesso agli scambi esteri. I Paesi ricchi non possono trarsi d&#8217;impaccio praticando una sorta di pubblica assistenza che peraltro \u00e8 entrata in una fase di rapido declino.<\/p>\n\n\n\n<p>Poich\u00e9 la pubblica assistenza non ha giovato ad altri che a una minoranza di dirigenti, e mai i popoli ne hanno risentito il sia pur minimo effetto. Regalare un pesce non \u00e8 un metodo efficace: bisogna insegnare a pescare.<\/p>\n\n\n\n<p>Curiosamente, la concorrenza e i mutamenti di prospettive economiche da cui la mondializzazione \u00e8 necessariamente accompagnata, hanno incidenze politiche di grande momento. Infatti la mondializzazione non si limita a creare una concorrenza tra imprese, ma ne crea anche una fra Stati, e avr\u00e0 quindi il duplice effetto di liberare gli Stati dalla pressione dei gruppi d&#8217;interesse e di alleggerire la parte dello Stato nella vita sociale. Finch\u00e9 operavano sovranamente all&#8217;interno delle loro frontiere, gli Stati erano gli artefici e i complici del protezionismo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma i trattati commerciali, soprattutto allorch\u00e9 erano accompagnati dalla clausola della nazione pi\u00f9 favorita, gi\u00e0 avevano diminuito nel diciannovesimo secolo il grado di libert\u00e0 dei governi, costretti a rispettare gli impegni presi. Adesso ogni sforzo fatto dagli Stati per sottrarre i loro cittadini alle costrizioni del mercato rischia di essere vano. Lo si vede bene in Francia. \u00c8 nel nome del trattato di Maastricht e della costruzione dell&#8217;Europa che era stato abbandonato quanto di pi\u00f9 oltranzista era presente nella politica agricola comune e nella protezione dei contadini francesi. Nel nome della concorrenza la Francia \u00e8 stata costretta a privatizzare le sue telecomunicazioni, la R\u00e9gie Renault, le banche nazionalizzate, ecc.<\/p>\n\n\n\n<p>Finalmente gli Stati non possono pi\u00f9 niente per proteggere i loro cittadini. Ecco quel che potrebbe allentare la morsa nella quale erano prigionieri, e ridare alla democrazia un volto pi\u00f9 simpatico di quello della distribuzione di prebende e di privilegi agli amici e ai sostenitori del potere. A loro volta gli Stati dovranno allentare la stretta sui privati cittadini, e soprattutto sugli imprenditori.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella competitivit\u00e0 internazionale, infatti, il vantaggio sar\u00e0 dei cittadini degli Stati che avranno la mano fiscale e regolamentare pi\u00f9 leggera. L&#8217;armonizzazione delle imposte e delle legislazioni si far\u00e0 necessariamente nel senso dell&#8217;alleggerimento, poich\u00e9 le economie sono pi\u00f9 competitive quando sono pi\u00f9 libere, come dimostrano le statistiche sugli \u00abindici di libert\u00e0 economica\u00bb. Quindi vi sar\u00e0 necessariamente una riconsiderazione del ruolo dello Stato, che si limiter\u00e0 sempre pi\u00f9 a quelli che, fra i suoi compiti, costituiscono le sue \u00abprerogative regie\u00bb, come la polizia, la giustizia e la difesa. Sar\u00e0 la fine dello Stato assistenziale.<\/p>\n\n\n\n<p>Un certo numero di socialisti se ne rendono conto e deplorano questo stato di cose. Possiamo citare a mo&#8217; di esempio il recentissimo libro Notre \u00c9tat, scritto da una ventina di enarchi, tutti alti funzionari francesi: \u00abIl buon vecchio Stato giacobino da cent&#8217;anni ha mostrato tutto ci\u00f2 di cui era capace, ora si esaurisce e fa pena vederlo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;ineluttabile ritiro dello Stato assistenziale in virt\u00f9 della mondializzazione \u00e8 sul punto di modificare il comportamento degli individui, e di riportare in auge il senso delle responsabilit\u00e0, il riconoscimento del merito e della competenza, il gusto dell&#8217;iniziativa. Invece di farsi a pezzi per ottenere dal governo una pi\u00f9 congrua frazione del prodotto nazionale, le professioni e gli individui penseranno infine a vivere delle loro complementarit\u00e0 e trovando una buona intesa.<\/p>\n\n\n\n<p>Montesquieu vantava i benefici morali del doux commerce. Non c&#8217;\u00e8 nulla, fino alle relazioni tra i popoli, che non si pacifichi. L&#8217;opera comune realizzata in Europa e il libero scambio instaurato dal trattato di Roma hanno fatto, per la comprensione tra francesi, tedeschi, italiani e inglesi, pi\u00f9 di qualsiasi programma politico.<\/p>\n\n\n\n<p>Fatto si \u00e8 che il commercio costringe a tener conto degli altri. Non si sviluppa se non in un clima di reciproca fiducia, e nel rispetto dei contratti e di altre regole del gioco sociale. Mentre l&#8217;economia amministrata genera l&#8217;ignoranza e la corruzione, l&#8217;economia mondiale esige vigilanza e onest\u00e0. \u00c8 davvero a torto che si continua a presentare il mercato come una sorta di giungla nella quale regnerebbe la legge del pi\u00f9 forte. Non c&#8217;\u00e8 niente di pi\u00f9 civilizzato, di pi\u00f9 civile, del mercato, perch\u00e9 obbliga gli interessi personali ad armonizzarsi invece di scontrarsi, perch\u00e9 richiede un grande rigore nei rapporti reciproci, un rispetto dei diritti e dei doveri.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutti i filosofi della libert\u00e0, da Locke e Adam Smith fino a Hayek e a Bruno Leoni, hanno insistito sul legame necessario fra la libert\u00e0 e il diritto. Liberare gli scambi non premia i pi\u00f9 forti, bens\u00ec i migliori, coloro che rendono i servigi pi\u00f9 utili alla comunit\u00e0. Ecco il vero umanitarismo, il vero universalismo. Come diceva Bastiat, \u00e8 la famiglia umana nel suo insieme che in un clima di concorrenza e di apertura trae vantaggio dal progresso. In tal modo si arriva a quella situazione di \u00abbene comune\u00bb che la tradizione cristiana ha raccomandato per cos\u00ec tanto tempo, dal momento che in essa gli uomini sono proclivi alla cooperazione, alla comprensione, alla cura degli altri.<\/p>\n\n\n\n<p>Se queste ultime considerazioni aprono prospettive assai felici, ci mostrano anche tutto il cammino da percorrere. Oggi siamo ancora lontani dal doux commerce, la concorrenza \u00e8 in pericolo, gli Stati non vogliono lasciare la preda. Vale a dire che l&#8217;accesso ai benefici della mondializzazione non sar\u00e0 n\u00e9 immediato n\u00e9 meccanico: si dovr\u00e0 procedere alle indispensabili riforme che permetteranno di voltare definitivamente la pagina dell&#8217;economia politica, della societ\u00e0 politicizzata e dell&#8217;umanit\u00e0 degradata.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>Le indispensabili riforme. <\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Francis Fukuyama ha bruciato un po&#8217; troppo le tappe, quando ha annunciato, dopo la caduta del Muro di Berlino, che stavamo per vivere la \u00abfine della storia\u00bb. Quel titolo suggeriva che la transizione al mercato e l&#8217;instaurazione della mondializzazione si sarebbero fatte senza indugi e senza difficolt\u00e0. Undici anni dopo, si ha l&#8217;impressione di essere avanzati a piccolissimi passi. Subiamo infatti la \u00abtirannia dello statu quo\u00bb, come dice Milton Friedman. Le forze conservatrici sono al lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>Coloro che sono vissuti per lo Stato e grazie allo Stato in tutto il corso del Ventesimo secolo non vogliono dichiararsi battuti, e non smettono di condurre azioni ritardanti. Queste proroghe vanno a vantaggio degli antimondialisti, non solo perch\u00e9 i benefici della mondializzazione tardano a farsi sentire, ma anche e soprattutto perch\u00e9 si imputano tutti gli errori, gli squilibri e le ingiustizie presenti nel mondo contemporaneo all&#8217;\u00abondata liberale\u00bb, alle privatizzazioni e al mercato, &#8211; proprio nel momento in cui questi mali sono dovuti essenzialmente alle lentezze o ai rifiuti della mondializzazione.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;esempio pi\u00f9 caratteristico \u00e8 quello della Russia, ove si denunciano volentieri i danni del capitalismo \u00abselvaggio\u00bb e dell&#8217;economia di mercato in un Paese nel quale nessuna delle riforme indispensabili alla transizione \u00e8 stata seriamente avviata. Non basta sciogliere il Partito comunista dell&#8217;Unione Sovietica per trovarsi in un universo capitalista e mercantile (del resto il Partito comunista \u00e8 stato nel frattempo resuscitato!).<\/p>\n\n\n\n<p>La prima serie di riforme da mettere in cantiere per arrivare a una vera mondializzazione \u00e8 nella sfera istituzionale. Il mercato e il libero scambio esigono, come minimo, una moneta sana, diritti di propriet\u00e0 privata precisi e rispettati, tribunali capaci di far regnare il diritto, una riduzione drastica del settore pubblico e della spesa pubblica, banche e borse attente alla redditivit\u00e0, un mercato del lavoro fluido e fondato sul libero contratto. La presente enumerazione \u00e8 impressionante, ma la maggior parte dei teorici del mercato hanno insistito sulla necessit\u00e0 di un tale ambiente istituzionale. Il mercato non funziona da s\u00e9, n\u00e9 senza costi. Esistono \u00abcosti marginali di trasformazione\u00bb, come ha scoperto Ronald Coase.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa lunga lista di riforme consente di verificare che neppure le nazioni pi\u00f9 ricche sono conformi al mercato da un punto di vista istituzionale. Negli Stati Uniti, in Canada o in Europa occidentale, gli attacchi alla propriet\u00e0 privata sono numerosi, settore pubblico e bilanci dello Stato sono ancora assai pesanti, i mercati del lavoro sono sovraregolamentati e sovracontrollati. E che dire, allora, degli altri Paesi, quelli che erano collettivizzati e pianificati dodici anni or sono?<\/p>\n\n\n\n<p>E di quelli che, come Cuba, la Cina, le dittature dell&#8217;Africa o del Medio Oriente, non hanno neppure rinunciato al loro sistema aberrante e inumano, ma continuano ugualmente a pesare nella diplomazia mondiale e a falsare il gioco nelle istanze internazionali?<\/p>\n\n\n\n<p>Nella maggior parte dei casi l&#8217;esito \u00e8 incerto. Si pu\u00f2 immaginare che in mancanza di queste riforme un certo numero di Paesi e blocchi interi di Paesi si autoescluderanno dal concerto della mondializzazione, e saranno in grado di nuocergli. Ma si pu\u00f2 anche sperare che la dinamica della mondializzazione finisca per imporre le riforme cui \u00e8 occorso un cos\u00ec lungo tempo per definirsi e caratterizzarsi. L&#8217;esempio di Cuba induce al pessimismo, quello, pi\u00f9 recente, della Bulgaria, rid\u00e0 fiato alla speranza.<\/p>\n\n\n\n<p>Le riforme istituzionali hanno tante pi\u00f9 probabilit\u00e0 di essere avviate in quanto le mentalit\u00e0 si saranno a loro volta evolute. Ora, le mentalit\u00e0 sono state forgiate nel Ventesimo secolo dai sistemi educativi e dalle modalit\u00e0 della protezione sociale. L&#8217;educazione \u00e8 divenuta affare di Stato, e la formazione della giovent\u00f9 non si \u00e8 pi\u00f9 svolta sotto la buona guardia delle famiglie, ma viceversa sotto il controllo di funzionari che erano per lo pi\u00f9 ideologici e irresponsabili.<\/p>\n\n\n\n<p>Scolari, liceali e studenti universitari hanno progressivamente disimparato il lavoro, l&#8217;emulazione, la cortesia, l&#8217;onest\u00e0, e gli istituti che frequentano sono centri direzionali della violenza, della droga e di tutte le devianze. In certi Paesi emergenti, per contro, si vedono i genitori investire la maggior parte delle loro gracili risorse negli studi e nel perfezionamento dei propri figli. In tal modo accumulano un \u00abcapitale umano\u00bb che Gary Becker ha dimostrato essere il fattore essenziale, se non esclusivo, dello sviluppo.<\/p>\n\n\n\n<p>Quanto all&#8217;assistenza sociale, nella maggior parte dei Paesi ricchi \u00e8 stata organizzata in modo tale da condurre gli individui a comportarsi come assistiti. I \u00abdiritti sociali\u00bb si sono moltiplicati: copertura dei periodi di malattia, pensioni, garanzia del posto di lavoro, della casa, redditi e salari minimi, ecc. Progressivamente, il legame tra lo sforzo produttivo del lavoratore, del risparmiatore o dell&#8217;imprenditore \u00e8 stato spezzato.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando si pu\u00f2 guadagnare altrettanto denaro (se non pi\u00f9) restando a casa invece di andare a lavorare, perch\u00e9 cercare un lavoro? A dispetto degli sforzi recenti che sono stati fatti per passare dal Welfare al Workfare, in molti Paesi \u00e8 spesso tuttora vantaggioso essere disoccupato piuttosto che impiegato. Oggi, certo, questo tipo di protezione sociale sta andando a rotoli. Da una parte ci si \u00e8 resi conto che si stava trasformando l&#8217;assistenza sociale in una \u00abtrappola per poveri\u00bb, e che le persone pi\u00f9 assistite sprofondavano nella miseria.<\/p>\n\n\n\n<p>D&#8217;altra parte, nei Paesi che hanno da poco ridotto (a causa della concorrenza mondiale) i prelievi obbligatori e la spesa pubblica non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 molto denaro da redistribuire. Infine alcuni sistemi pensionistici, come le pensioni per ripartizione, sono sul punto di esplodere, e a tali sistemi il cambio \u00e8 dato, almeno parzialmente dalla capitalizzazione, pi\u00f9 conforme allo spirito del mercato e pi\u00f9 adatta all&#8217;esercizio della responsabilit\u00e0 personale.<\/p>\n\n\n\n<p>Da questo punto di vista, la Francia rappresenta un bel bastione di resistenza, e la famosa \u00abprevidenza sociale\u00bb \u00e8 mantenuta da anni a prezzo di duri sforzi, a colpi di sovvenzioni e di prelievi sempre pi\u00f9 considerevoli. Questa ostinazione dimostra certo l&#8217;irresponsabilit\u00e0 dei dirigenti, ma anche la totale incoscienza dei \u00absoggetti contribuenti\u00bb, che non vedono arrivare l&#8217;esplosione, tuttavia prossima e ineluttabile, e sono tuttora persuasi che una riforma del sistema attuale sarebbe gravida di notevoli rischi, di perdite di reddito e di forti ingiustizie, mentre \u00e8 proprio il sistema attuale a condurre per il pi\u00f9 breve cammino a queste funeste prospettive.<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco, peraltro, ci\u00f2 che pone il gi\u00e0 ricordato dibattito sul dumping sociale sotto una luce nuova. In tutti i Paesi ad alta \u00abassistenza sociale\u00bb forte \u00e8 la tentazione di costringere le altre nazioni a innalzarsi allo stesso livello. I francesi e i tedeschi vorrebbero costringere i polacchi, i romeni, e domani i tailandesi o gli abitanti di Mauritius a pagare oneri pesanti quanto quelli che loro stessi sopportano. Ma chi li seguir\u00e0 lungo questa stupida via?<\/p>\n\n\n\n<p>In realt\u00e0 si tratta dunque di un alibi per frenare la mondializzazione, adducendo a pretesto il fatto che non si pu\u00f2 commerciare se non con partner dello stesso livello, e che concorrenza significa uguaglianza dei competitori. Ma che cos&#8217;\u00e8 una competizione in cui tutti i concorrenti sono uguali? La confusione tra concorrenza e uguaglianza \u00e8 certamente un errore d&#8217;analisi, ma \u00e8 soprattutto un&#8217;arma politica assai efficace nelle mani degli antimondialisti.<\/p>\n\n\n\n<p>La verit\u00e0 \u00e8 che presto o tardi occorrer\u00e0 farla finita con i \u00abdiritti sociali\u00bb, e sostituirli con procedure di assicurazione e di mutualit\u00e0 ben pi\u00f9 efficaci e assai meno costose, come ha dimostrato l&#8217;esperienza della seconda meta del diciannovesimo secolo. Bisogna cancellare dalla lista dei \u00abdiritti dell&#8217;uomo\u00bb le aggiunte che sono state fatte dall&#8217;Onu nel 1948, e tornare alla dichiarazione del 1789. Gli uomini perdono la libert\u00e0, quando si aspettano dalla societ\u00e0 che essa se ne faccia carico e li garantisca contro tutti i rischi.<\/p>\n\n\n\n<p>Quest&#8217;evoluzione delle mentalit\u00e0, questo rinvio degli uomini liberi alle loro responsabilit\u00e0, dovrebbero altres\u00ec permettere di cambiare i costumi. \u00c8 vero che, come si \u00e8 visto, la mondializzazione spaventa perch\u00e9 sarebbe una rottura dei legami comunitari, una distruzione delle tradizioni locali, un lassismo generalizzato e un libero gioco degli egoismi.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma gli effetti distruttivi della mondializzazione non saranno invece quelli delle societ\u00e0 collettivizzate e statalizzate? \u00c8 lo Stato assistenziale che ha inferto qualche colpo fatale alla famiglia. \u00c8 l&#8217;economia diretta che ci ha fruttato corruzione e truffa. \u00c8 la regolamentazione che ha creato il mercato nero. \u00c8 la pubblica assistenza che ci ha resi pigri e sottomessi. E perch\u00e9 diamine si vuole una mondializzazione che riesce appena a balbettare, e che \u00e8 ostacolata da tanti conservatorimi?<\/p>\n\n\n\n<p>Resta comunque vero che l&#8217;immersione in una societ\u00e0 mercantile pone esigenze morali particolarmente forti. Per praticare il mercato e, nel contempo, completarlo efficacemente. Per praticarlo, bisogna costringersi al rispetto degli altri: bisogna associare la libert\u00e0 e la responsabilit\u00e0, avere il coraggio delle proprie azioni, accettare le sanzioni, rispettare le differenze. Bisogna bandire l&#8217;ugualitarismo, ispirato dalla gelosia, dall&#8217;invidia, dall&#8217;avidit\u00e0. Tutte queste virt\u00f9 si concentrano in una sola che, trattandosi del mercato, \u00e8 giudicata cardinale da Hayek: l&#8217;onest\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mercato pi\u00f9 efficiente e competitivo, bench\u00e9 il suo campo d&#8217;azione sia pi\u00f9 esteso di quanto generalmente non si creda, non risolver\u00e0 per\u00f2 tutti i problemi. Esistono atti umani che non dipendono dalla logica mercantile. dipendono in particolare da una logica che sotto gli attacchi dello Stato assistenziale ha molto sofferto: la logica comunitaria. La solidariet\u00e0 volontaria \u00e8 il naturale completamento del mercato, va a smussarne gli spigoli, a edulcorarne le dure sanzioni. Nel gioco economico vi saranno sempre degli emarginati, e non bisogna chiedere alla mondializzazione di condurci a una societ\u00e0 perfetta, totalmente armonica e giusta.<\/p>\n\n\n\n<p>In tal caso tocca a uomini liberi sentirsi responsabili nei confronti di coloro che si trovano in una condizione nella miseria fisica, ma anche di avvilimento morale. Questo vien fatto in modo naturale nel quadro della famiglia, la pi\u00f9 antica e la pi\u00f9 efficace, nonch\u00e9 la pi\u00f9 accogliente delle comunit\u00e0 di vita e di compartecipazione. Ma questo si fa anche nelle comunit\u00e0 associative, confessionali, professionali, e nelle collettivit\u00e0 locali. Ritessere le maglie della rete sociale, rinvigorire la \u00absociet\u00e0 civile\u00bb che nel diciannovesimo secolo ha suscitato l&#8217;ammirazione di Tocqueville in America: ecco l&#8217;obiettivo e il dovere morale degli uomini di buona volont\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutti quelli che, a immagine di Hayek o di Becker, hanno provato a immaginare i cambiamenti morali intervenuti a causa della mondializzazione sono giunti alla stessa conclusione: gli individui cercheranno tanto pi\u00f9 di stringere ulteriormente i legami familiari e comunitari quanto pi\u00f9 saranno immersi in una rete impersonale e lontana. Come l&#8217;albero, l&#8217;uomo ha bisogno di radici. E come l&#8217;albero che spiega la sua chioma, l&#8217;uomo ha bisogno di radici pi\u00f9 profonde.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo saggio prospettico sarebbe sconveniente e ridicolo se non fossimo proprio alla svolta del nuovo secolo e del nuovo millennio. E se non ci trovassimo proprio nel momento della storia in cui una grande e bella avventura attende l&#8217;umanit\u00e0. Ma all&#8217;avventura della mondializzazione dobbiamo fare eco con un guizzo di umanit\u00e0, con un \u00absupplemento d&#8217;anima\u00bb. \u00c8 in questo registro che dobbiamo parlare della mondializzazione, invece di farci prendere nelle trappole della propaganda delle corporazioni e della dialettica dei nostalgici del totalitarismo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">(traduzione dal francese di Filippo Scarpelli)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Articolo pubblicato su Liberal Anno II n.2 Contro la globalizzazione stanno rinascendo ideologie che sembravano superate di Jacques Garello<\/p><p><a class=\"more-link btn\" href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/il-ritorno-di-lenin-e-malthus\/\">Continua a leggere<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":33052,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[13,60],"tags":[677,648,966,216],"class_list":["post-734","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-economia","category-no-global","tag-antimondialismo","tag-globalizzazione","tag-lenin","tag-malthus","item-wrap"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.6 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Il ritorno di Lenin e Malthus - Rassegna Stampa Cattolica<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Il ritorno di Lenin e Malthus. 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