{"id":722,"date":"2005-06-14T11:58:17","date_gmt":"2005-06-14T09:58:17","guid":{"rendered":""},"modified":"2025-03-11T15:04:34","modified_gmt":"2025-03-11T14:04:34","slug":"educare-la-liberta-educare-alla-liberta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/educare-la-liberta-educare-alla-liberta\/","title":{"rendered":"Educare la libert&agrave;, educare alla libert&agrave;"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-align-center\">Articolo pubblicato su <strong><a href=\"https:\/\/www.tempi.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Tempi<\/a><\/strong> n. 23 6 Giugno 2002<\/p>\n\n\n\n<p><em>Per governare la globalizzazione non servono ideologia e invettive apocalittiche, ma amore per la realt\u00e0 ed educazione dell\u2019umano. Fame, biotecnologie, numeri dello sviluppo e storie esemplari alla vigilia del Vertice Fao di Roma<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">di <strong>Rodolfo Casadei<\/strong><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/Summit_Fao_2002.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"287\" height=\"141\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/Summit_Fao_2002.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-33027\" style=\"width:409px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p>Il Summit alimentare mondiale della Fao che si svolger\u00e0 a Roma fra il 10 e il 13 giugno prossimi sar\u00e0, con tutta probabilit\u00e0, una nuova occasione mancata per quanto riguarda la &#8220;governance&#8221; della globalizzazione. A parole, tutti affermano che i processi di integrazione mondiale che vanno sotto quel nome devono essere governati, ma quando si tratta di venire al dunque con analisi e proposte sensate, il risultato \u00e8 sempre lo stesso: slogan ed invettive, chiacchere e distintivi, massimalismi e discorsi di circostanza.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019appuntamento romano avrebbe le carte in regola per essere gestito come un\u2019occasione propizia: il tema all\u2019ordine del giorno \u00e8 la verifica dello stato d\u2019attuazione degli impegni assunti dalla comunit\u00e0 internazionale al vertice Fao del 1996, il principale dei quali era il dimezzamento del numero degli affamati nel mondo entro il 2015 (cio\u00e8 passare da 800 e a 400 milioni).Le cose non stanno andando come si era auspicato: anzich\u00e9 diminuire di 20 milioni all\u2019anno (ritmo necessario per centrare l\u2019obiettivo fissato al summit del \u201996), gli affamati stanno calando al pi\u00f9 blando ritmo di 6 milioni all\u2019anno.<\/p>\n\n\n\n<p>Si tratta dunque di mettere a punto nuove strategie per accelerare il trend attuale, e a questo riguardo gli organizzatori dimostrano di non avere preclusioni: dagli aiuti alimentari di emergenza alle biotecnologie, dalla razionalizzazione della gestione delle risorse idriche alla valorizzazione degli orti di citt\u00e0, ecc., si parler\u00e0 di tutto.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>Tre errori di impostazione<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Ma volete scommettere che la ribalta delle giornate romane sar\u00e0 occupata da altre &#8220;notizie&#8221;? Da uno show di Jos\u00e9 Bov\u00e9 contro il complotto delle multinazionali che vogliono costringere gli agricoltori di tutto il mondo a comprare i loro semi Ogm, dannosi per la salute e per l\u2019ambiente? Dalle invettive di padre Zanotelli contro &#8220;la globalizzazione che uccide&#8221;? Dal duo Casarini &amp; Agnoletto che denuncer\u00e0 la repressione poliziesca contro i No Global? E che il summit ufficiale reagir\u00e0 a queste pressioni producendo documenti ricchi di equilibrismi politici (e politicamente corretti) e poveri di contenuti?<\/p>\n\n\n\n<p>Dove sta l\u2019errore? Se ne possono sottolineare almeno tre. Il primo \u00e8 la mancanza di considerazione -talvolta fino alla negazione pura e semplice- per la realt\u00e0. Chi ha annunciato la morte delle ideologie ha preso un abbaglio: la questione globalizzazione oggi \u00e8 un grande festival dell\u2019ideologia e della sua caratteristica principale, quella di estrarre dalla ricchezza e dalla complessit\u00e0 della realt\u00e0 un particolare e assolutizzarlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Nessuno tenta di portare lo sguardo sulla realt\u00e0 nella totalit\u00e0 dei suoi fattori, ma ciascuno preleva il singolo fattore che, isolato dalla totalit\u00e0, serve ad avvalorare il pregiudizio da cui egli parte e attorno a cui intende organizzare consenso e potere. \u00e8 evidente che non si d\u00e0 alcuna comprensione dei processi di globalizzazione senza dietro un\u2019idea di globalit\u00e0, ma oggi il problema \u00e8 proprio questo: la globalit\u00e0 che filo-Global e No Global danno per sottintesa non coincide per nulla con la realt\u00e0 intesa come totalit\u00e0, \u00e8 un\u2019astrazione che \u00e8 il risultato dell\u2019approccio ideologico alla realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>Meccanismi contrapposti<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Il secondo errore \u00e8 parente del primo, e si chiama meccanicismo: settant\u2019anni dopo i versi dei Cori della Rocca di Eliot, i nostri contemporanei continuano a sognare \u00absistemi talmente perfetti che pi\u00f9 nessuno avrebbe bisogno d\u2019essere buono\u00bb. Gli uni pensano che la &#8220;mano invisibile&#8221; del mercato sia in grado di fare tutto da s\u00e9: produzione e distribuzione ottimale dei beni; gli altri, sostanzialmente fermi all\u2019errore social-comunista, credono ancora che il benessere si possa creare e distribuire per decreto, e si attendono la salvezza dalle &#8220;regole&#8221;, dirigisticamente imposte dall\u2019alto a Stati e operatori economici e finanziari.<\/p>\n\n\n\n<p>Abbiamo sentito con le nostre orecchie il dott. Vittorio Agnoletto teorizzare un mondo in cui l\u2019Assemblea delle Nazioni Unite dovrebbe essere la sede di un potere legislativo mondiale sulla base del principio &#8220;uno Stato, un voto&#8221; (pensate: quel consesso di grandi democratici che ha preferito il Sudan agli Stati Uniti come membro della Commissione per i diritti umani, e per sovrappi\u00f9 dando lo stesso peso al voto di paesi piccolissimi e di Stati-continente come la Cina, l\u2019India, gli Usa o il Brasile).<\/p>\n\n\n\n<p>Intendiamoci bene: i due modelli economici, quello del libero mercato e quello dirigista, non sono nemmeno lontanamente paragonabili. L\u2019economia centrata sulla competizione e sul profitto \u00e8 enormemente pi\u00f9 abile nel rispondere alla domanda di beni e servizi di quanto non sia mai stata quella imperniata sulla pianificazione centrale e la propriet\u00e0 statale dei mezzi di produzione. Alla vigilia della Seconda Guerra mondiale, un cittadino tedesco e un cittadino cecoslovacco avevano lo stesso Prodotto interno lordo (Pil) pro capite.<\/p>\n\n\n\n<p>Cinquant\u2019anni dopo, al momento della caduta del Muro di Berlino, un cittadino di Monaco usufruiva di un reddito che era esattamente il doppio di quello di un cittadino di Praga, che nel frattempo aveva dovuto fare i conti con mezzo secolo di comunismo. Non c\u2019\u00e8 dubbio per\u00f2 che la &#8220;fede&#8221; nei due differenti sistemi ha in comune lo stesso presupposto erroneo: che la libert\u00e0 e la coscienza dell\u2019uomo contino poco di fronte al carattere di necessit\u00e0 dei meccanismi economici (liberismo), ovvero che contino solo in negativo, per cui la &#8220;giustizia economica&#8221; si pu\u00f2 ottenere solo azzerando la libert\u00e0 umana (comunismo). Tutti i discorsi, allora, si centrano sulle riforme da apportare al sistema, o sulla necessit\u00e0 di rivoluzionarlo, anzich\u00e9 sull\u2019educazione e sulla valorizzazione della libert\u00e0 umana.<\/p>\n\n\n\n<p>E qui entra il terzo errore, che di fatto sta a monte degli altri due: la visione riduttiva che dell\u2019educazione hanno soprattutto i No Global. Avremmo bisogno di maestri che ci introducano alla realt\u00e0 totale e alla responsabilit\u00e0 che essa ci chiede; e invece ci ritroviamo circondati di maestri narcisisti che introducono i discepoli non alla realt\u00e0 totale, ma ad un senso di colpa opprimente e al culto della personalit\u00e0 (cio\u00e8 dell\u2019immagine) del maestro.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019educazione viene pertanto programmaticamente esclusa per quanto riguarda i popoli poveri (il loro problema \u00e8 solo e sempre quello di essere sfruttati dai popoli ricchi, non c\u2019\u00e8 nessun bisogno di aiutarli a cambiare gli aspetti retrogradi e anti-umani delle loro culture), mentre per quanto riguarda il Nord del mondo \u00e8 ridotta al farisaismo del &#8220;consumo critico&#8221;: si &#8220;boicottano&#8221; per motivi etici determinati prodotti provenienti dal Terzo mondo, senza chiedersi se questo non far\u00e0 che peggiorare le condizioni dei poveri di laggi\u00f9, privati di un\u2019occasione di reddito senza alternative; si chiama &#8220;commercio equo&#8221; quella che rischia di essere una forma di assistenzialismo paternalista (pensate al potere discrezionale di chi decide chi sono i poveri che &#8220;meritano&#8221; di entrare nel circuito, o alla mortificazione di energie imprenditoriali locali che sarebbero capaci di confrontarsi col mercato); si disperdono risorse finanziarie nei mille rivoli della &#8220;finanza etica&#8221; anzich\u00e9 concentrarle in strumenti istituzionali di finanza per lo sviluppo che farebbero massa critica per gli investimenti di cui i poveri avrebbero bisogno.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono le scelte di un\u2019educazione che privilegia l\u2019apparire giusti (cio\u00e8 l\u2019immagine di s\u00e9 narcisisticamente coltivata) sull\u2019essere giusti, che umanamente in altro non pu\u00f2 consistere che nell\u2019assumersi la responsabilit\u00e0 degli effetti ultimi, intenzionali o non intenzionali, delle proprie azioni.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>La realt\u00e0 della globalizzazione<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>La realt\u00e0 della globalizzazione \u00e8 fatta, come ogni realt\u00e0 umana, di luci ed ombre, ma le luci sono molto pi\u00f9 numerose e intense di quanto il catastrofismo ideologico e apocalittico dei No Global riescano a far credere a tanti. Non \u00e8 vero che la globalizzazione ha aumentato il numero degli affamati: lo ha abbassato, anche se pi\u00f9 lentamente di quanto desiderato. Non \u00e8 vero che la globalizzazione ha aumentato il numero dei poveri: l\u2019ha fatto diminuire.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 vero che la globalizzazione ha peggiorato la qualit\u00e0 della vita nei paesi pi\u00f9 poveri: l\u2019ha migliorata. Non \u00e8 vero che l\u2019apertura dei mercati al commercio internazionale \u00e8 svantaggiosa per i Paesi in via di sviluppo (Pvs): quelli di loro che hanno intensificato il commercio con l\u2019estero stanno meglio di quelli che non l\u2019hanno fatto.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 vero che la presenza delle multinazionali aumenta lo sfruttamento dei lavoratori nel Terzo mondo: al contrario, migliora le loro retribuzioni. Non \u00e8 vero che la globalizzazione sta deforestando il pianeta: la percentuale di terre boscose sta aumentando.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 vero che l\u2019aria e l\u2019acqua sono pi\u00f9 inquinate: lo sono meno di vent\u2019anni fa. Non \u00e8 vero che il debito estero del Terzo mondo sta esplodendo: quello relativo sta, seppur lentamente, diminuendo.<\/p>\n\n\n\n<p>E&#8217; invece vero che la diseguaglianza globale fra i pi\u00f9 ricchi e i pi\u00f9 poveri \u00e8 andata accentuandosi (ma con un interessante riaggiustamento proprio negli anni Novanta). \u00e8 vero che le crisi finanziarie si ripercuotono facilmente da un capo all\u2019altro del pianeta a causa della globalizzazione dei mercati finanziari. \u00e8 vero che ci sono settori (la mortalit\u00e0 materna, il lavoro minorile) o regioni del mondo (l\u2019Africa sub-sahariana, i paesi ex sovietici) dove non si registrano miglioramenti o addirittura arrivano dati peggiori. Ma non sono certo le ricette dei No Global (Tobin Tax, clausole sociali, pianificazione della produzione e del commercio agricolo, cancellazione incondizionata del debito estero, scoraggiamento degli investimenti delle multinazionali nel Terzo mondo) che miglioreranno la situazione: la peggiorerebbero senza dubbio alcuno.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>La verit\u00e0 dei numeri<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Quanto sopra asserito pu\u00f2 essere dimostrato attraverso la semplice lettura delle statistiche pi\u00f9 aggiornate e autorevoli sulle varie materie. Cominciamo dai dati sulla fame e la malnutrizione, di cui si discuter\u00e0 a Roma. Il numero degli affamati \u00e8 sceso dagli 840 milioni del 1990 a 777 in un momento imprecisato del triennio 1997-99, e secondo le stime dell\u2019Onu dovrebbe ridursi di altri 200 milioni entro il 2015. In termini percentuali, i malnutriti erano il 50% della popolazione del Terzo mondo nel 1950, erano il 37% nel 1969-71 e sono scesi al 17% nel triennio 1997-99. La denutrizione infantile \u00e8 ugualmente arretrata: riguardava il 46,5% dei bambini sotto i 5 anni nel 1970, riguarda il 27% di loro nel 2000. E si tenga presente che nel frattempo la popolazione mondiale \u00e8 passata dai 3 miliardi di abitanti del 1960 ai 6,3 di oggi.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la produzione ha saputo tenere testa all\u2019incremento della popolazione: nonostante gli abitanti del mondo siano pi\u00f9 che raddoppiati fra il 1960 e il 2000, la disponibilit\u00e0 alimentare \u00e8 aumentata anzich\u00e9 diminuire, tanto che oggi gli abitanti dei Pvs assumono in media quasi 2.700 calorie al giorno contro le appena 1.900 del 1960 (negli ultimi dieci anni l\u2019incremento \u00e8 stato per l\u2019esattezza da 2.463 a 2.663 calorie al giorno). Tali miglioramenti sono avvenuti bench\u00e9 l\u2019estensione delle terre coltivate sia aumentata di poco: dagli 1,4 miliardi di ettari del 1960 agli 1,5 miliardi di oggi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il miracolo \u00e8 stato reso possibile dalla &#8220;Rivoluzione verde&#8221; degli anni Settanta, che ha introdotto nel Terzo mondo variet\u00e0 selezionate di semi ad alto rendimento, fertilizzanti sintetici e pesticidi. In un quarto di secolo indiani e cinesi hanno potuto cos\u00ec aumentare la produttivit\u00e0 delle loro risaie dei due terzi. Per il futuro, per\u00f2, serve una nuova rivoluzione: la popolazione mondiale crescer\u00e0 di altri 2 miliardi di unit\u00e0 entro il 2025, e la pressione ambientale della Rivoluzione verde (leggi: l\u2019inquinamento da pesticidi e fertilizzanti) non sar\u00e0 pi\u00f9 sostenibile.<\/p>\n\n\n\n<p>I mezzi per farla esistono gi\u00e0, e si chiamano biotecnologie, ma i No Global si oppongono furiosamente sostenendo che gli Ogm sono pericolosi per la salute e per l\u2019ambiente, e che creerebbero una dipendenza dei contadini dalle multinazionali. La prima asserzione \u00e8 priva di riscontri, la seconda \u00e8 puramente ideologica. Dal 1996 prodotti Ogm sono venduti sugli scaffali di Usa, Canada e Argentina senza grossi problemi (si \u00e8 manifestata unicamente la necessit\u00e0 di avvertire chi \u00e8 allergico ad alcuni frutti tropicali circa la presenza dei geni relativi in taluni alimenti) e la Cina ha incrementato la sua produzione di cotone grazie a una variet\u00e0 transgenica (i danni del cotone transgenico alle larve di farfalla sono segnalati solo in laboratorio).<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019acquisto di sementi Ogm da parte dei contadini non \u00e8 in nulla diverso dall\u2019acquisto di fertilizzanti e pesticidi da mezzo secolo a questa parte: si tratta di mezzi di produzione che vengono dall\u2019esterno del podere: e allora?<\/p>\n\n\n\n<p>In realt\u00e0, al di l\u00e0 delle giuste precauzioni da prendere in questa fase primordiale dell\u2019agricoltura biotecnologica, balza agli occhi che l\u2019opposizione dei No Global ha ragioni tutte politiche: le nuove tecniche rischiano di sottrarre loro il monopolio della rappresentanza dei diritti dei contadini poveri, allo stesso modo in cui il cristianesimo sociale e la socialdemocrazia da una parte, il progresso tecnologico dall\u2019altra, strapparono ai comunisti il monopolio della rappresentanza degli interessi della classe operaia.<\/p>\n\n\n\n<p>Le biotecnologie ci regaleranno il riso arricchito di vitamina A, che salver\u00e0 dalla cecit\u00e0 per avitaminosi mezzo milione di bambini all\u2019anno; la possibilit\u00e0 di vaccinare a costi bassissimi milioni di bambini attualmente esclusi dai cicli vaccinali semplicemente facendo loro mangiare banane Ogm; cibi che preverranno l\u2019insorgere del cancro perch\u00e9 arricchiti di appositi geni. Se non prevarr\u00e0 l\u2019oscurantismo politicamente motivato.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>Segnali incoraggianti<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Anche altri settori mostrano dati almeno moderatamente incoraggianti: nel corso degli anni Novanta il numero dei poveri assoluti (reddito inferiore ad 1 dollaro ppa &#8211; parit\u00e0 di potere d\u2019acqiuisto &#8211; al giorno) nel mondo \u00e8 diminuito di 125 milioni di unit\u00e0, e in percentuale \u00e8 sceso dal 29% al 23% della popolazione dei Pvs, che intanto \u00e8 cresciuta di oltre mezzo miliardo di unit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>La qualit\u00e0 della vita \u00e8 nettamente migliorata: in 50 anni i paesi poveri hanno fatto pi\u00f9 progressi che nei 500 anni precedenti. La speranza di vita alla nascita, che nel 1900 era di 26 anni (46 nei paesi industrializzati nello stesso anno), ed era diventata di 46 nel 1960 (64 nei paesi ricchi), oggi, nonostante la piaga dell\u2019Aids in Africa, ha raggiunto i 64,5 anni (contro i 78 dei paesi industrializzati).<\/p>\n\n\n\n<p>La mortalit\u00e0 infantile sotto i 5 anni \u00e8 stata pi\u00f9 che dimezzata fra il 1960 ed oggi, passando dal 222 per mille al 90 per mille (nell\u2019ultimo decennio \u00e8 scesa dal 102 al 90 per mille). Come risultato di questo, oggi muoiono 3 milioni di bambini in meno all\u2019anno rispetto all\u2019inizio degli anni Novanta. Anche nei 40 paesi pi\u00f9 poveri del mondo la mortalit\u00e0 infantile \u00e8 diminuita di un terzo negli ultimi trent\u2019anni. Tutto ci\u00f2 grazie all\u2019aumento della produzione alimentare, agli antibiotici, alle soluzioni reidratanti e alle vaccinazioni: la copertura vaccinale delle sei principali malattie infettive \u00e8 passata dal 5% del 1974 al 74% del 1998.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche i redditi sono nettamente aumentati, bench\u00e9 non ovunque: fra il 1975 e il 1998 il reddito medio pro capite nei Pvs \u00e8 quasi raddoppiato, passando da 1.300 a 2.500 dollari ppa. Mentre due secoli fa il primo paese industrializzato, cio\u00e8 il Regno Unito, ci mise 58 anni a raddoppiare per la prima volta il suo reddito pro capite, gli Stati Uniti ce ne misero 47 e la Germania 43, nel corso del XX secolo la Corea del Sud ha fatto la stessa cosa in appena 11 anni, il Cile in 10 e la Cina popolare lo raddoppia ogni 9.<\/p>\n\n\n\n<p>Contrariamente a quanto afferma la vulgata No Global, i paesi che hanno registrato i maggiori progressi sono quelli che hanno aperto le loro economie agli scambi. Lasciando da parte i paesi esportatori di petrolio, i maggiori tassi di crescita media annua del Pil nel decennio 1990-2000 li hanno registrati la Cina popolare (+10,3%), Singapore e il Vietnam (+7,9%), l\u2019Irlanda (+7,3%), la Malaysia e l\u2019Uganda (+7%), il Cile (+6,8%), ecc., cio\u00e8 i paesi che pi\u00f9 si sono integrati nell\u2019economia mondiale. Paul Collier e David Dollar hanno fotografato la realt\u00e0 del rapporto fra andamento del Pil e partecipazione al mercato globale nel loro studio Globalization, Growth and Poverty:<\/p>\n\n\n\n<p>Building an Inclusive World Economy. In esso il mondo risulta diviso in tre regioni: quella dei paesi di consolidata industrializzazione (1 miliardo di persone), il cui Pil \u00e8 aumentato mediamente del 2% nel periodo 1980-1998; quella dei paesi poveri globalizzati (3 miliardi di persone), che hanno registrato un tasso di crescita del 5% nello stesso periodo e quella dei paesi poveri &#8220;meno globalizzati&#8221; (2 miliardi di persone), che hanno invece conosciuto una crescita media annua negativa dell\u20191%.<\/p>\n\n\n\n<p>Questi miglioramenti si trovano tutti riflessi nell\u2019Isu, l\u2019Indice dello sviluppo umano creato dal sociologo delle Nazioni Unite Mahbub ul Haq per misurare il progresso in termini di benessere sociale e non soltanto di reddito. L\u2019Isu risulta dalla media ponderata di tre indici: reddito pro capite, speranza di vita alla nascita, tasso di alfabetizzazione degli adulti. Fra 0,8 e 1 si parla di sviluppo umano alto, fra 0,799 e 0,5 si parla di sviluppo umano medio, sotto 0,5 si parla di sviluppo umano basso. Nel 1999 i paesi a Isu basso erano 36, nel 1994 erano stati 45. L\u2019Isu medio dei Pvs \u00e8 cresciuto dallo 0,576 del 1994 allo 0,647 del 1999. Nei dieci anni fra il 1990 e il 1999 la Cina ha guadagnato 94 millesimi di Isu, il Vietnam 78, la Corea del Sud e l\u2019India 61.<\/p>\n\n\n\n<p>I progressi suddetti sono anche merito degli investimenti esteri diretti (che nei Pvs sono complessivamente passati da 2,2 miliardi di dollari nel 1970 a 185,4 miliardi nel 1999) e dell\u2019arrivo delle multinazionali. Se raffrontiamo gli stipendi medi pagati dalle aziende locali nel Terzo mondo con quelli pagati dalle multinazionali, notiamo subito che \u00e8 pi\u00f9 conveniente lavorare per le seconde: uno studio dell\u2019Institute for International Economics ci informa che nel 1994 nei paesi ricchi lo stipendio medio del dipendente di una multinazionale era 1 volta e mezzo quello del dipendente di una ditta nazionale (32.400 dollari contro 22.600 all\u2019anno), mentre nei paesi a basso reddito era esattamente il doppio (3.400 dollari contro 1.700).<\/p>\n\n\n\n<p>Il debito estero \u00e8 un problema serio per i paesi pi\u00f9 poveri (dove per\u00f2 un leggero miglioramento \u00e8 in corso, il rapporto debito\/esportazioni \u00e8 passato dal 144% del 1984 al 137% del 1999), ma va notato che non tutti i paesi indebitati hanno usato i soldi nello stesso modo: la Malaysia ha un debito estero per abitante pari a 2.000 dollari, e un reddito pro capite di 7.640; lo Zambia ha un debito estero pro capite di 600 dollari e un reddito pro capite di 770. Morale: c\u2019\u00e8 chi sa far fruttare i suoi debiti, e c\u2019\u00e8 chi li spreca.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>La questione diseguaglianza<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Ma, si dice, la diseguaglianza fra i pi\u00f9 ricchi e i pi\u00f9 poveri sta aumentando: il rapporto fra il reddito del 20% di umanit\u00e0 pi\u00f9 povera e il 20% di umanit\u00e0 pi\u00f9 ricca era 1 a 30 nel 1960, \u00e8 salito a 1 a 72 nel 1973 e a 1 a 82 nel 1995. E\u2019 verissimo, ma non \u00e8 un effetto della globalizzazione: \u00e8 una tendenza in atto da quando \u00e8 nata la moderna economia capitalista nel XVIII secolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Da allora il divario \u00e8 andato sempre aumentando, e anche la diseguaglianza nella distribuzione generale del reddito, misurata scientificamente dall\u2019indice Gini. La globalizzazione degli anni Novanta semmai ha un po\u2019 chiuso la forbice: per la prima volta in oltre due secoli l\u2019indice Gini \u00e8 sceso di valore, passando da 0,55 a 0,50. Il merito \u00e8 soprattutto della Cina, dove centinaia di milioni di persone hanno visto aumentare i loro prima bassissimi redditi.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche su questo argomento, per\u00f2, bisogna sfuggire alle trappole ideologiche: nei paesi poveri l\u2019avvento della diseguaglianza reddituale \u00e8 in realt\u00e0 una buona notizia, perch\u00e9 segnala un miglioramento complessivo della situazione. Nelle societ\u00e0 pre-capitaliste, infatti, c\u2019\u00e8 poca diseguaglianza perch\u00e9 quasi tutti sono poverissimi, nelle societ\u00e0 in via di modernizzazione invece c\u2019\u00e8 maggiore diseguaglianza perch\u00e9 la nuova ricchezza non \u00e8 spalmata omogeneamente, ma beneficia alcuni pi\u00f9 e altri meno.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2 \u00e8 una ricchezza molto maggiore di quella che veniva creata in precedenza, perci\u00f2 le condizioni di quasi tutti finiscono per migliorare, bench\u00e9 in modo diseguale. Basti pensare che fra l\u2019anno 1000 e l\u2019anno 1700 il Pil mondiale pro capite \u00e8 cresciuto appena da 130 a 160 dollari di oggi; poi in 300 anni \u00e8 balzato da 160 a 6.500: ovvio che tutti stanno meglio, anche se alcuni stanno molto meglio di altri.<\/p>\n\n\n\n<p>La redistribuzione della ricchezza \u00e8 certamente un problema per qualunque societ\u00e0 che non voglia andare incontro ad aspri conflitti sociali o a rivoluzioni. Il prelievo fiscale, le forme mutualistiche e cooperative della solidariet\u00e0, le donazioni liberali, gli aiuti fra Stati, gli accordi commerciali preferenziali sono altrettante forme, interne e internazionali, di redistribuzione. Ma non c\u2019\u00e8 dubbio che il modo principale per avere meno povert\u00e0 nel mondo \u00e8 educare i poveri a produrre di pi\u00f9 e meglio: insegnare a pescare anzich\u00e9 regalare il pesce.<\/p>\n\n\n\n<p>Con un vantaggio aggiuntivo: chi si libera dell\u2019ignoranza difficilmente pu\u00f2 essere sfruttato (mentre convincere o costringere tutti gli esseri umani del mondo a non sfruttare il prossimo \u00e8 irrealistico, non fa i conti coi limiti della condizione umana), e cos\u00ec anche la questione della giustizia fra ricchi e poveri esce dalle secche dei richiami moralistici e delle velleit\u00e0 millenaristiche (la pretesa eretica di costituire il Regno di Dio qui sulla terra).<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>Esempi di sviluppo<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Mille esempi tratti dall\u2019esperienza dei missionari cristiani e dei volontari avvalorano questo punto: \u00e8 l\u2019educazione dell\u2019umano che rende possibile lo sviluppo. Racconta per esempio padre Giuseppe Fumagalli, missionario Pime fra i felupe della Guinea Bissau: \u00abIl cristianesimo d\u00e0 sicurezza, serenit\u00e0 di spirito, perch\u00e9 il cristiano sa che Dio \u00e8 Padre e ci vuole bene. Per svilupparsi, l\u2019uomo ha bisogno di sentirsi amato, protetto e perdonato da Dio.<\/p>\n\n\n\n<p>Il felupe che non conosce cos\u00ec Dio, \u00e8 circondato dal mistero, vive nel terrore delle forze misteriose che lo circondano, di cui ignora la natura e le intenzioni\u2026 Alcuni anni fa \u00e8 venuta qui fra i felupe una \u00e9quipe di studiosi universitari francesi e sono tornati per due mesi quattro anni di seguito. Studiavano i bambini, le loro malattie e la mortalit\u00e0 infantile. Hanno visitato e studiato i villaggi felupe, facendo inchieste approfondite.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla fine sono venuti a dirmi: &#8220;Abbiamo constatato una cosa bellissima e vogliamo dire grazie alla missione cattolica: nei villaggi pagani muoiono due bambini su tre, nei villaggi cristiani o influenzati dalla scuola e dalle idee cristiane ne muore meno di uno su tre. Voi avete fatto, con scarsi mezzi, una educazione allo sviluppo che vi fa onore&#8221;\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Al recente Summit mondiale per i bambini organizzato dall\u2019Onu un rappresentante della Ong italiana Avsi ha cos\u00ec parlato: \u00abPer guardare un bambino in modo non parziale bisogna guardarlo come una persona e quindi come un essere unico e irripetibile, con i suoi legami fondamentali, in primo luogo la famiglia, quindi irriducibile a qualunque potere, a qualunque schema anche se prodotto da un\u2019autorevole organizzazione internazionale. \u00e8 evidente in Messico, a Oaxaca, dove con un accompagnamento costante dei ragazzi al significato dello studio siamo riusciti a ridurre l\u2019abbandono scolastico. \u00e8 evidente in Albania, dove il governo ha sospeso la scuola di formazione degli insegnanti, e allora Avsi ha coinvolto 200 educatori in corsi di formazione ridando loro una dignit\u00e0 professionale e una passione a s\u00e9 e ai ragazzi. \u00e8 evidente nel nord Uganda, dove bambini rapiti e costretti a uccidere tornano azzerati nella propria identit\u00e0 nelle comunit\u00e0 di origine, ma si reinseriscono se trovano un educatore che li aiuti a dare senso alle esperienze fatte\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDimenticando la persona, le &#8220;buone azioni&#8221; come la remissione del debito, l\u2019aumento dei fondi per lo sviluppo, gli obiettivi di sradicamento della povert\u00e0, l\u2019istituzione dei fondi globali, ecc. rischiano di andare incontro a grandi fallimenti perch\u00e9 si limitano a elaborare e a imporre ai Pvs linee guida perfette ma disumane, proprio come i piani quinquennali di sovietica memoria.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci siamo cos\u00ec resi conto che ci\u00f2 a cui ci ha educato il nostro carisma ha un valore universale e che noi siamo chiamati a portarlo in tutto il mondo, soprattutto in quei luoghi in cui si pianifica la felicit\u00e0 dell\u2019uomo del terzo millennio. In questa nuova terra di missione \u00e8 pi\u00f9 che mai urgente dare battaglia per la libert\u00e0 di educazione, che sottende il rispetto della persona e la valorizzazione dei suoi talenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Non si tratta di una contrapposizione ideologica, ma di proporre la ricchezza della nostre esperienze come esempi praticabili, con il metodo pi\u00f9 semplice, il &#8220;vieni e vedi&#8221;\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Articolo pubblicato su Tempi n. 23 6 Giugno 2002 Per governare la globalizzazione non servono ideologia e invettive apocalittiche, ma amore per la realt\u00e0 ed educazione dell\u2019umano. 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