{"id":64971,"date":"2026-09-10T01:00:00","date_gmt":"2026-09-09T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/?p=64971"},"modified":"2026-09-03T10:33:32","modified_gmt":"2026-09-03T08:33:32","slug":"ombre-e-luci-del-processo-risorgimentale-italiano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/ombre-e-luci-del-processo-risorgimentale-italiano\/","title":{"rendered":"Ombre e luci del processo risorgimentale italiano"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-align-center\"><strong><a href=\"https:\/\/www.identitanazionale.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Storia &amp; Identit\u00e0<\/a><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>[<em>Relazione tenuta al convegno di studi La nascita dello Stato italiano, in occasione del 145\u00b0 anniversario della proclamazione del Regno d\u2019Italia, organizzato dalla Associazione Europea Scuola e Professionalit\u00e0 Insegnante (Aespi) di Milano, il 17 marzo 2006 a Palazzo Valentini di Roma, con il&nbsp; patrocinio della Regione Lazio, della Provincia di&nbsp; Roma e della Fondazione Ugo Spirito di Roma<\/em>]<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\"><strong>Giuseppe Brienza<\/strong><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/risorgimento_cavour.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"254\" height=\"198\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/risorgimento_cavour.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-61973\" style=\"width:402px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p><strong>1. <em>Rivoluzione francese e Risorgimento<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Che l\u2019Italia possa finalmente condividere una memoria comune \u00e8 auspicio risalente nel tempo, purtroppo ben lontano dal realizzarsi, come dimostrano non solo le accese contrapposizioni cui ancora si assiste sui temi del fascismo e dell\u2019antifascismo, ma anche quelle che si scatenano non appena si tocchi in maniera non conforme alla <em>vulgata <\/em>ufficiale una di quelle pagine di storia che, a distanza di quasi un secolo e mezzo, i \u00abvincitori\u00bb pensavano ormai di aver archiviato, in quanto definitivamente imposta \u2014 tramite un uso propagandistico della memorialistica e la reiterazione di racconti di comodo in migliaia di pubblicazioni e manuali scolastici \u2014 ai \u00abvinti\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi riferisco ovviamente a quello che, per comodit\u00e0 terminologica, chiamer\u00f2 il \u00abRisorgimento\u00bb ma che, pi\u00f9 propriamente, andrebbe denominato \u00abRivoluzione italiana\u00bb, vale a dire la versione nostrana ottocentesca della sovversione dell\u2019<em>ancien r\u00e9gime<\/em>, avvenuta in conformit\u00e0 \u00abprincipi del 1789\u00bb, affermatisi <em>manu militari<\/em> nella Francia rivoluzionaria.<\/p>\n\n\n\n<p>Con la Rivoluzione francese termini come \u00abnazione\u00bb, \u00abnazionalit\u00e0\u00bb e \u00abnazionalismo\u00bb si affermano nel pensiero politico con il significato \u2014 pur sempre fluttuante e ambiguo \u2014 in cui se ne discorre oggi e agiscono sempre pi\u00f9 incisivamente come idee-forza, cariche di implicazioni teoriche e pratiche: <em>\u00abIl termine \u201cnazione\u201d, fino ad allora di uso generico, perch\u00e9 riferito alle pi\u00f9 diverse realt\u00e0 di gruppo e a qualunque forma di comunit\u00e0 politica, trova un preciso punto di riferimento nello Stato nazionale, lo Stato che si avvale del suo potere per imporre su tutti i territori posti sotto la sua amministrazione l\u2019uniformit\u00e0 di lingua e di costumi, per imporre, e in parte produrre, l\u2019unit\u00e0 nazionale <\/em>[\u2026]<em>.<\/em> <em>La nascita dello Stato moderno, burocratico e accentrato; l\u2019esigenza di sostenere con una struttura giuridico-politica la formazione dei mercati unici nazionali, perseguita da <\/em>\u00e9lite<em> economiche e sociali che in condizioni non unitarie avrebbero stentato a emergere; l\u2019irruzione di nuove ideologie, che postulavano la necessit\u00e0 della fusione dello Stato con la nazione, creano una combinazione esplosiva, che distrugge all\u2019interno dei singoli Stati le nazionalit\u00e0 spontanee <\/em>\u2014 <em>solo parzialmente nella realt\u00e0 ma del tutto nella coscienza politica <\/em>\u2014 <em>e altera i rapporti fra gli Stati stessi, subordinando ai valori nazionali i valori universali della <\/em>res publica christiana<em>, cio\u00e8 quella sorta di supernazionalit\u00e0 spontanea che legava le persone oltre le frontiere statali\u00bb <\/em><a>[1]<\/a>.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/09\/insorgenze1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"256\" height=\"169\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/09\/insorgenze1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-30808\" style=\"width:388px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><strong>2. <em>\u00abTriennio giacobino\u00bb e Insorgenza italiana<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Volendo impostare comunque un discorso in termini moderni\u00bb sulla nazionalit\u00e0 italiana, occorre dire che fin dal Triennio Giacobino 1796-1799, che vide l\u2019invasione e l\u2019occupazione di numerose regioni dell\u2019Italia da parte delle truppe napoleoniche al servizio della Rivoluzione francese, le insorgenze popolari \u2014 o, pi\u00f9 correttamente l\u2019\u00abInsorgenza\u00bb, poich\u00e9 si tratt\u00f2 di un fenomeno omogeneo e \u00abunitario\u00bb \u2014 segnarono la prima manifestazione di un <em>idem sentire<\/em> degl\u2019italiani.<\/p>\n\n\n\n<p>Essi reagirono allora in armi a tale invasione, dando origine a qualcosa di molto vicino a una guerra civile e il fatto che gli insorti parteggiassero per la difesa della loro bi-millenaria identit\u00e0 religiosa e a sostegno del Papa e delle autorit\u00e0 legittime, non vuol dire che fossero meno italiani dei successivi artefici dei vari moti e spedizioni patriottiche, i quali, non fondandosi sulla \u00abnazionalit\u00e0 spontanea\u00bb \u2014 ovvero su un senso di appartenenza nazionale creatosi \u00abdal basso\u00bb \u2014 e non in virt\u00f9 di un agente esterno, come una monarchia, non potevano certo fondare \u00abnaturalmente\u00bb alcuna forma di unit\u00e0 fra gli italiani.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>3. <em>Il<\/em> \u00abpiccolo regno di second\u2019ordine\u00bb <em>di Dostoevskij<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La parola \u00abunit\u00e0\u00bb ha infatti in s\u00e9 un qualcosa che smussa le differenze: si \u00e8 uniti quando si trova un obiettivo comune che fa vincere il naturale \u2014 cio\u00e8 prodottosi storicamente \u2014 e legittimo particolarismo. L\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia ebbe, come dice la parola, l\u2019obiettivo comune di formare una entit\u00e0 che legasse insieme le diverse anime e componenti politiche della \u00abnazione\u00bb italiana.<\/p>\n\n\n\n<p>A questa unificazione del Paese nel secolo XIX si giunse per\u00f2 in modo tutt\u2019altro che \u00abnaturale\u00bb e l\u2019imposizione di un \u00ababito politico\u00bb rivelatosi inadeguato caus\u00f2 al corpo sociale dell\u2019Italia i gravi disagi di cui soffre tuttora e disperse una parte rilevante delle inestimabili ricchezze culturali della nazione. Noter\u00e0 lo scrittore russo F\u00ebdor Michajlovic\u2019 Dostoevskij (1821-1881) che <em>\u00ab<\/em>[&#8230;]<em> per duemila anni l\u2019Italia ha portato in s\u00e9 un\u2019idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un\u2019idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l\u2019idea dell\u2019unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un\u2019idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>La scienza, l\u2019arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma \u00e8 stato proprio cos\u00ec?) ma che cosa \u00e8 venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l\u2019Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? \u00c8 sorto un piccolo regno di second\u2019ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, <\/em>[&#8230;]<em> un regno soddisfatto della sua unit\u00e0, che non significa letteralmente nulla, un\u2019unit\u00e0 meccanica e non spirituale (cio\u00e8 non l\u2019unit\u00e0 mondiale di una volta) e per di pi\u00f9 pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second\u2019ordine. Ecco quel che ne \u00e8 derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!\u00bb <\/em><a>[2]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p><strong>4. <em>Necessit\u00e0 di una nuova analisi del Risorgimento che non delegittimi lo Stato unitario<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Quello che, con poche eccezioni, ci \u00e8 stato tramandato come il mito fondante della nazione italiana, cio\u00e8 l\u2019unificazione della Penisola sotto la dinastia dei Savoia, ci \u00e8 stato cos\u00ec abbondantemente descritto come impresa gloriosa che nessuno doveva osare mettere in discussione, che al Risorgimento hanno voluto ispirarsi sia i partigiani del 1943-1945 \u2014 che con i loro drappi rossi rivendicavano una continuit\u00e0 ideale con i garibaldini \u2014, sia le forze armate della Repubblica Sociale Italiana, che usarono l\u2019inno di Goffredo Mameli (1827-1849) e tutta l\u2019iconografia risorgimentale per incitare la popolazione a resistere contro l\u2019invasore straniero.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2025\/04\/Garibaldi_risorgimento.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"640\" height=\"892\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2025\/04\/Garibaldi_risorgimento.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-62507\" style=\"width:276px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Da qualche anno, per\u00f2, gli studi sulla storia del processo unitario italiano hanno avuto una vera rinascita di interesse e alcuni storici, soprattutto cattolici, ma non solo \u2014 penso per esempio a Ernesto Galli della Loggia o a Emilio Gentile \u2014, hanno iniziato a riscuotere una consistente eco nel dibattito culturale italiano rimettendo in discussione con i loro studi e interpretazioni la <em>vulgata<\/em> risorgimentalista. Dall\u2019attuale rinascita storiografica \u00e8 scaturita quindi una rivisitazione intelligente e veritiera dell\u2019intero quarantennio risorgimentale (1830-1870) e delle sue conseguenze \u2014 in pratica dell\u2019intera storia italiana degli ultimi due secoli.<\/p>\n\n\n\n<p>Si \u00e8 quindi finalmente aperto uno spiraglio per una storiografia che vuole prendere in seria considerazione anche il punto di vista dei vinti, in primo luogo quello della Santa Sede e della parte cattolica del Paese, che hanno sub\u00ecto profondi contraccolpi dall\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia, cui \u00e8 seguito da parte dei nuovi arrivati al potere una delegittimazione culturale e civile di cui ancora oggi si paga lo scotto.<\/p>\n\n\n\n<p>Di recente Galli della Loggia ha riconosciuto come <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>doveroso riaprire una nuova analisi del Risorgimento a condizione per\u00f2 che non si delegittimi lo Stato unitario\u00bb <\/em><a>[3]<\/a>. In verit\u00e0 le critiche che al processo unitario italiano sono state avanzate negli ultimi anni da parte della maggior parte degli storici, cattolici e non, non sono affatto finalizzate a delegittimare l\u2019odierno Stato italiano, che, al di l\u00e0 delle preferenze politiche, anche di quelle relative alla forma dello Stato, oggi nessuno di essi pensa di mettere in discussione, altrimenti si dovrebbe parlare di una storiografia con finalit\u00e0 propriamente politica e, in un certo senso, eversiva.<\/p>\n\n\n\n<p>Altro discorso \u00e8 per\u00f2 l\u2019essere ideologicamente tacciati di lesa maest\u00e0 istituzionale se, documenti alla mano, si descrive come, dopo il 1861, i Savoia e i governi auto-proclamatisi liberali hanno dato vita a uno Stato semi-tirannico, che ha governato nel pi\u00f9 assoluto spregio dei dettami dello Statuto albertino <a>[4]<\/a> e, aiutati da gruppi protestanti e massonici, hanno cercato d\u2019imporre anche in Italia le stesse forme religiose e civili derivate dalla Riforma, innanzitutto attraverso la soppressione degli ordini religiosi e delle organizzazioni assistenziali cattoliche, le benemerite opere pie.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>5. <em>L\u2019Italia era solo \u00ab<\/em>un\u2019espressione geografica<em>\u00bb?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>A esser rimesse in discussione sono in primo luogo le trovate propagandistiche dei risorgimentali che, ideate in tempo di guerra, ci sono state fino a oggi acriticamente tramandate, non solo come verit\u00e0, ma come parole d\u2019ordine e vessilli dell\u2019identit\u00e0 nazionale. Prendiamo per esempio la demonizzazione che \u00e8 stata fatta dell\u2019Impero asburgico e, funzionalmente alla preparazione dei moti in Italia settentrionale del 1848, del principe Klemens Wenzel Lothar von Metternich Winneburg (1773-1859).<\/p>\n\n\n\n<p><em>\u00abL\u2019Italia \u00e8 solo un\u2019espressione geografica\u00bb<\/em>, avrebbe spregiativamente detto l\u2019odioso Metternich a proposito delle istanze nazionali unitarie avanzate dai risorgimentali. Grazie a uno studio di un diplomatico italiano, Fausto Brunetti <a>[5]<\/a>, viene finalmente documentato che la celebre frase non rappresenta altro che un apocrifo. Non fu pronunciata infatti da Metternich o, se lo fu, non fu espressa in quei termini sprezzanti che fecero infuriare generazioni di patrioti.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Italia.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"221\" height=\"228\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Italia.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-49042\" style=\"width:285px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>L\u2019espressione, piuttosto, secondo il diplomatico, fu il prodotto di una manipolazione operata, per la causa patriottica, dalla stampa liberale italiana del 1848, dunque un\u2019operazione di propaganda mirata a suscitare una reazione anti-austriaca. Il Cancelliere asburgico scrisse il celebre aforisma in francese il 2 agosto 1847, in una nota inviata al conte Moritz Dietrichstein-Proskau-Leslie (1775-1854), in questi esatti termini: <em>\u00abL\u2019Italia \u00e8 un nome geografico\u00bb<\/em>. Non solo quindi mancava ogni accento spregiativo \u2014 introdotto dall\u2019avverbio limitativo \u00absolo\u00bb \u2014, ma il giudizio continuava in senso meramente politologico: <em>\u00abLa penisola italica \u00e8 composta di Stati sovrani, reciprocamente indipendenti\u00bb<\/em>. Il giudizio di Metternich \u2014 il quale, nel medesimo dispaccio del 1847, aveva applicato un identico appellativo \u00abgeografico\u00bb anche alla realt\u00e0 tedesca \u2014 venne abilmente sfruttato dal quotidiano <em>Il Nazionale<\/em> di Napoli, diretto dal liberale Silvio Spaventa (1822-1893) \u2014 un anno dopo esser stato formulato, e cio\u00e8 nel calore dei moti del 1848, i quali nell\u2019Italia settentrionale saranno repressi appunto \u2014 guarda caso \u2014 dalle truppe del Cancelliere austriaco.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;A pi\u00f9 riprese in quel marzo e in prima pagina, infatti, il giornale \u2014 che peraltro il 10 marzo aveva dato la traduzione corretta del dispaccio asburgico, ma in lettere piccole e in pagina interna \u2014 scagli\u00f2 i suoi editoriali contro la <em>\u00abtenebrosa diplomazia\u00bb<\/em> austriaca, colpevole di umiliare <em>\u00ab24 milioni d\u2019intelligenti e forti\u00bb<\/em> italiani che invece l\u2019unit\u00e0 della patria <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>l\u2019avvertono, la riconoscono, se n\u2019esaltano\u00bb<\/em>: <em>\u00abL\u2019Italia non \u00e8 che un\u2019espressione geografica, scriveva il Principe di Metternich\u00bb<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019era bisogno dunque di un \u00abnemico\u00bb, all\u2019epoca, di un bersaglio contro cui indirizzare e grazie al quale moltiplicare l\u2019indignazione montante dei patrioti contro l\u2019influenza in Italia e il rigore in Lombardia del governo austriaco; e i giornali liberali italiani l\u2019ottennero replicando all\u2019infinito l\u2019\u00abof\u00adfe\u00adsa\u00bb e la presunta alterigia del Cancelliere viennese.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>6. <em>L\u2019istituzionalizzazione della Rivoluzione italiana e Pio IX<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La nuova storiografia \u2014 o storiografia \u00abanti-conformista\u00bb, come preferisco dire in antitesi all\u2019ambigua dizionedi \u00abrevisionista\u00bb \u2014, come accennato, \u00e8 prevalentemente originata da studiosi cattolici, liberatisi dalla subalternit\u00e0 culturale che \u00e8 stato un fenomeno prevalente durante tutta la cosiddetta Prima Repubblica. Se il pensiero cattolico ha infatti avuto nel Novecento alte espressioni nel campo teologico o in quello degli studi filosofici, esso \u00e8 stato piuttosto debole nel settore storiografico.<\/p>\n\n\n\n<p>La storiografia cattolica, a partire almeno dal Concordato del 1929, si rivela infatti quasi del tutto subordinata ideologicamente alla cultura dominante, fosse essa quella fascista o quella gramscista e azionista del dopoguerra. A questo proposito \u00e8 emblematico l\u2019atteggiamento tenuto nei confronti di Papa Pio IX \u2014 Giovanni Maria Mastai Ferretti (1792; 1846-1878) \u2014, un Papa il cui pontificato ha coperto un arco di trent\u2019anni, cio\u00e8 tutto il Risorgimento, e la cui figura \u00e8 stata via via rimossa dalla memoria storica, come se fosse la pietra d\u2019inciampo che i cattolici volevano a tutti costi evitare. La figura del beato papa Mastai, rimossa dalla cultura dominante per permettere l\u2019istituziona\u00adliz\u00adza\u00adzione di quel Risorgimento che \u00e8 stato in realt\u00e0, in analogia con l\u2019Ottantanove francese, la Rivoluzione italiana, \u00e8 oggi per\u00f2 al centro di un rinnovato interesse di studi che costituisce la base per la rinascita della storiografia cattolica del secolo XXI.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>7. <em>L\u2019Unit\u00e0 italiana e la storia amministrativa<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>In questa sede, tenter\u00f2 d\u2019integrare la nuova prospettiva storiografica sul Risorgimento, con uno spostamento di attenzione sempre pi\u00f9 diretta ai pubblici poteri e alla pubblica amministrazione, come fenomeno organizzativo della vita dello Stato e della societ\u00e0 italiani. In sostanza, accanto alla consueta indagine storica incentrata sulle prospettive e sull\u2019azione politico-sociale dei governanti e di parte dei governati, cercher\u00f2 di svolgere un\u2019analisi che, sulla scorta della lezione di Gianfranco Miglio (1918-2001) e di Roberto Ruffilli (1937-1988), prenda in considerazione la realt\u00e0 amministrativa per chiarire in maniera il pi\u00f9 possibile oggettiva molti aspetti della prima.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/italia.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"251\" height=\"180\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/italia.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-64972\" style=\"width:369px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Insomma, secondo l\u2019approccio di Ruffilli, <em>\u00ab<\/em>[\u2026]<em> un\u2019indagine storico-giuridica che porti l\u2019attenzione sui rapporti formali e sostanziali fra pubblica amministrazione e privato, assumendo dati politico-ideologici ed economico-sociali e politici per far luce su talune implicazioni dei rapporti anzidetti\u00bb<\/em> e, quindi, <em>\u00ab<\/em>[\u2026]<em> approfondisca i diversi aspetti della realt\u00e0 amministrativa sulla base delle reciproche connessioni tra questa e l\u2019assetto della societ\u00e0 e dello Stato\u00bb<\/em> <a>[6]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>8. La differenza fra unit\u00e0 e unificazione&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Vorrei quindi far luce sul \u00abcome\u00bbe sul \u00abperch\u00e9\u00bbcon determinati problemi sociali e istituzionali sia stato possibile convivere e andare avanti in quasi un secolo e mezzo di vita nazionale unitaria.<\/p>\n\n\n\n<p>Quanto al come, attraverso la ricostruzione dei connotati amministrativo-istituzionali dell\u2019unit\u00e0, diviene evidente la scelta netta di nascondere i problemi dell\u2019unificazione reale dietro il paravento dell\u2019unit\u00e0 istituzionale, senza riguardo alle difficolt\u00e0 gravi che si manifestarono, con la spregiudicatezza gestionale e le tappe forzate che caratterizzarono il passaggio dall\u2019assetto pre-unitario a quello unitario.<\/p>\n\n\n\n<p>Quanto al <em>perch\u00e9<\/em>, la tesi che svolger\u00f2 \u00e8 riassumibile nella connotazione ideologica e \u00abanti-identitaria\u00bb del progetto unitario e nella sua sostanziale subalternit\u00e0 a interessi estranei al nostro Paese.<\/p>\n\n\n\n<p>In ci\u00f2 facendo cercher\u00f2 di evidenziare la profonda differenza fra <em>unit\u00e0<\/em> \u2014 realizzata \u2014 e <em>unificazione<\/em> \u2014 solo promessa \u2014 dell\u2019Italia. Con la prima espressione indicando la <em>qualit\u00e0<\/em> di uno Stato non diviso da confini politici interni e di un popolo che forma un tutt\u2019uno dal punto di vista delle sue istituzioni, con la seconda esprimendo <em>\u00ab<\/em>[\u2026]<em> l\u2019effetto che determina, nelle persone di cui lo Stato si compone, la concordia nelle idee e nei sentimenti essenziali alla vita dello stesso Stato. Una concordia che riguarda l\u2019opportunit\u00e0 della coesistenza e non necessariamente delle opzioni operative sui diversi problemi della societ\u00e0 organizzata\u00bb<\/em> <a><\/a><a href=\"https:\/\/www.identitanazionale.it\/riso_3004.php#_ftn7\">[7]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Se si \u00e8 costretti a constatare la persistenza nel nostro paese di problemi che, dopo il Risorgimento e con gli stessi identici connotati, denunciano come l\u2019Italia sia <em>unita<\/em> ma non <em>unificata<\/em>, ci\u00f2 significa <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>che sono ancora e largamente da capire l\u2019essenza autentica delle origini e dei connotati delle evidenti insufficienze ed inadeguatezze dell\u2019\u201cazione e degli effetti\u201d di una unit\u00e0 esistente da <\/em>[\u2026] <em>un secolo e mezzo sul piano istituzionale (non ci sono pi\u00f9 confini interni e la popolazione forma un unico corpo politico) ma irrealizzata sul piano della proficua coesistenza delle persone di cui lo Stato si compone\u00bb<\/em> <a>[8]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Per trattare in maniera completa il tema, prima di concludere, occorre evidenziare anche alcune delle \u00abluci\u00bb portate dall\u2019unit\u00e0 del 1861 che, nonostante tutto, appaiono oggi di tutto rilievo, tanto pi\u00f9 se confrontate con il nostro attuale panorama politico-istituzionale.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>9. <em>Federalismo e confederalismo: strade alternative per l\u2019unit\u00e0<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Per quanto concerne le <em>modalit\u00e0<\/em> dell\u2019<em>unit\u00e0<\/em> \u2014 vale a dire le istituzioni degli italiani \u2014, \u00e8 utile chiedersi il perch\u00e9 il processo unitario italiano, pur essendo, come \u00e8 noto, stato iniziato da prospettive federalistiche e confederalistiche, il Risorgimento si sia, alla fine, realizzato nel suo esatto contrario, cio\u00e8 nel centralismo e in forme di \u00abstatolatria\u00bb, che abbiamo conosciuto e ancora oggi, in parte, conosciamo.<\/p>\n\n\n\n<p>Fu, fra gli altri, Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), dall\u2019alto della sua statura intellettuale, a teorizzare verso la met\u00e0 del secolo XIX l\u2019unione politica dei diversi Stati della Penisola, ma in forma tale che ciascuno avrebbe mantenuto la propria sovranit\u00e0. Una sorta di Unione Italianache sarebbe forse assomigliata alla novecentescaUnione Europea, almeno come la si \u00e8 concepita fino agli anni 1980, e non quindi come quel \u00absuper-Stato\u00bb voluto poi dai socialisti e gli \u00abeurocrati\u00bb di Bruxelles.<\/p>\n\n\n\n<p>Secondo il filosofo roveretano, il massimo bisogno dell\u2019Italia era quello di essere forte nel suo <em>tutto<\/em> e nelle sue <em>parti<\/em>, poich\u00e9 altrimenti non avrebbe potuto essere una e indipendente. Nell\u2019Italia unita federale, secondo Rosmini, tutto doveva essere funzionale allo sviluppo della persona e della famiglia, che venivano prima della stessa societ\u00e0 generale e naturalmente dello Stato, in un intreccio di competenze basato sul principio di sussidiariet\u00e0. L\u2019esatto opposto della concezione che si era imposta, invece, nella Rivoluzione francese, secondo la quale i diritti della persona venivano assorbiti da quelli del \u00abcittadino\u00bb, che era visto in funzione dello Stato.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2014\/10\/federalismo.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"375\" height=\"255\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2014\/10\/federalismo.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-12139\" srcset=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2014\/10\/federalismo.jpg 375w, https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2014\/10\/federalismo-300x204.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 375px) 100vw, 375px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>E quando non si poterono non vedere le conseguenze della mancata <em>unificazione<\/em> dei popoli italiani, si accredit\u00f2, non di rado in mala fede, la tesi secondo cui ci\u00f2 sarebbe stato effetto di una sorta di tara genetica di una parte cospicua della popolazione, piuttosto che la conseguenza di un disegno insufficiente e inadatto.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa lettura ufficiale ha prodotto, anzitutto, l\u2019effetto culturale e sociale di dar per scontato che quanto ha effettivamente determinato la nascita e il consolidamento dello Stato unitario italiano fosse, in sostanza, l\u2019unica causa possibile e la strada per giungervi l\u2019unica percorribile. L\u2019unica alternativa sarebbe stata <em>simpliciter<\/em> quella di non fare l\u2019Italia.<\/p>\n\n\n\n<p>Tuttavia questa versione non sembra reggere neppure a una verifica storica elementare. Basti pensare al processo di unione che port\u00f2 nel 1870, quasi in contemporanea con gli eventi italiani, alla nascita di un altro grande Stato europeo, la Germania.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>10. <em>L\u2019esempio della contemporanea unificazione tedesca guidata dal Regno di Prussia<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Da secoli la nazione germanica era frantumata in una miriade di Stati sovrani \u2014 numerosi anche dopo gli accorpamenti napoleonici \u2014, coinvolti nei giochi delle potenze europee non meno di quelli italiani e con situazioni economiche, sociali e politiche non dissimili da quelle della nostra Penisola. Anche in Germania ci fu bisogno di un regno, quello prussiano, dotato di volont\u00e0 di dominio e di guida degli altri popoli germanici per fare l\u2019unit\u00e0. Ma, a differenza del regno sardo, la Prussia cap\u00ec che l\u2019unit\u00e0 della Germania \u2014 sia pure sotto la sua guida \u2014 si poteva raggiungere solo <em>con<\/em> i tedeschi e non <em>contro<\/em> una buona parte di essi. E, dopo averli portati al successo e al riscatto nella guerra d\u2019indipendenza contro Napoleone, i prussiani non cercarono di approfittare del credito che si erano guadagnati e non avanzarono pretese, ma si servirono di quel prestigio per avviare un percorso, lungo e faticoso, diretto a convincere i tedeschi della necessit\u00e0 di uno Stato unito, cominciando dall\u2019adozione da uno strumento di carattere economico, l\u2019Associazione Doganale Tedesca (<em>D<\/em><em>eutscher Zollverein<\/em>), una forma di \u00abmercato comune\u00bb tedesco, che rendeva immediatamente percettibili i vantaggi dell\u2019unit\u00e0 statale, cominciando dalla semplificazione del sistema delle dogane che intercorreva fra le diverse aree dinastiche, comunali e regionali dell\u2019area tedesca. Come scrive Alfredo Servidio, <em>\u00abi duri e militaristi prussiani promossero persino quel primo nucleo di unione statale \u201csenza\u201d ricorrere ad imposizione alcuna, e tanto meno \u201cper decreto\u201d, ma scelsero ed adoperarono il metodo della delicata e tenace \u201ctrattativa\u201d finanche con quegli Stati che \u201cnon\u201d vollero partecipare allo stesso <\/em>Zollverein<em>\u00bb <\/em><a>[9]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>La Prussia non aveva, certamente, l\u2019equivalente di uno Stato Pontificio sul proprio territorio, ma \u00e8 anche vero che nessuno dei regnanti prussiani \u2014 che pure avevano combattuto duramente e colpito in modo pesante la Chiesa cattolica \u2014, n\u00e9 alcuna istituzione rappresentativa del popolo tedesco, nonostante comportamenti che pi\u00f9 d\u2019uno ha voluto definire \u00abstatolatrici\u00bb, era mai stata tentata dal dichiarare e sancire per legge che \u00abquella\u00bb Chiesa, sul territorio e per le leggi tedesche, non avesse <em>\u00abn\u00e9 diritto d\u2019esistenza n\u00e9 personalit\u00e0 giuridica\u00bb<\/em>, come sanc\u00ec fra il 1852 e il 1855 il Parlamento di Torino \u2014 e con un dettato che divenne automaticamente legge di tutto lo Stato italiano dopo l\u2019Unit\u00e0 \u2014, se non per insindacabile e specifica concessione dello Stato: secondo Servidio, <em>\u00abl\u2019esempio prussiano dovrebbe, in conclusione, essere pi\u00f9 che sufficiente per comprendere come la pessima nascita e l\u2019ancora peggiore sviluppo degli eventi unitari italiani non fossero affatto scontati\u00bb<\/em> <a>[10]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>11. <em>Le proposte degli \u00abautonomisti liberali\u00bb Minghetti e<\/em> <em>Jacini<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Subito dopo la proclamazione del Regno d\u2019Italia, sono da annoverare nel filone \u00abautonomistico\u00bb le proposte avanzate da Marco Minghetti (1818-1886), secondo cui, <em>\u00abl\u2019unificazione<\/em> [\u2026] <em>avrebbe dovuto fornire l\u2019occa\u00adsio\u00adne per un incisivo riassetto delle circoscrizioni amministrative, e per istituire le regioni, come consorzi di province. Di fronte alla precariet\u00e0 degli assetti e alle emergenze, prima fra tutte il cosiddetto <\/em>brigantaggio<em>, la Camera insabbia. Le questioni pi\u00f9 urgenti sono sistemate dai cosiddetti \u201cdecreti d\u2019ottobre\u201d emanati dal nuovo presidente del Consiglio e ministro dell\u2019Interno Bettino Ricasoli <\/em>[(1809-1880)] <em>in senso accentrato, sulla base della legge delega del 9 ottobre<\/em> [1861]<em>\u00bb<\/em> <a>[11]<\/a>.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Marco_Minghetti.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"196\" height=\"257\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Marco_Minghetti.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-48539\" style=\"width:246px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Stefano Jacini (1826-1891) e Minghetti, a differenza degli altri fautori di parte liberale della decentralizzazione, non si limitavano a prospettare la necessit\u00e0 di un decentramento amministrativo a favore dei comuni e delle province, che investisse anche le associazioni e le formazioni funzionali e si traducesse in un decentramento della burocrazia necessaria per l\u2019amministrazione periferica statale a tali livelli, ma difesero per anni senza successo una forte opzione a favore del riconoscimento sostanziale della dimensione amministrativa regionale.<\/p>\n\n\n\n<p>I termini dell\u2019opposizione governativa a ogni proposta di questo tipo sono esemplificate nella notache il ministro dell\u2019Interno Luigi Carlo Farini (1812-1866) ebbe modo di illustrare all\u2019avvio dei lavori della \u00abCommissione straordinaria e temporanea per lo studio e la formazione dei progetti di legge\u00bb,il 13 agosto 1860, in cui appare chiara <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>l\u2019intenzione del governo di escludere, in sede di definizione delle nuove \u201ccircoscrizioni politiche\u201d, qualunque utilizzazione di \u201cconcetti astratti\u201d o di \u201copere arbitrarie\u201d, in luogo del ricorso ai confini delle \u201cantiche autonome italiane\u201d. Ma \u2014 l\u2019ammonimento \u00e8 illuminante \u2014 la ricognizione delle suddivisioni effettive, in quanto esistenti \u201cnelle condizioni naturali e storiche\u201d, non avrebbe dovuto ridursi ad una supina ricostruzione dei confini delle \u201cvecchie divisioni politiche\u201d\u00bb <\/em><a>[12]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco perch\u00e9 durante i successivi anni di storia unitaria si evidenzia chiaramente in Italia \u2014 in taluni periodi in maniera particolarmente accesa \u2014 una battaglia contro l\u2019\u00abaccentramento politico\u00bb e lo statalismo, rimasta peraltro sporadica nel resto d\u2019Europa. Questa risale e trae alimento dalla contestazione della stessa unit\u00e0 politica, realizzata nella forma di uno \u00abStato nuovo\u00bb, sentito come il frutto di un colpo di mano di minoranze.<\/p>\n\n\n\n<p>La chiusura, difensiva e offensiva allo stesso tempo, contro il pluralismo politico da parte dei governanti dello Stato liberale ha reso pi\u00f9 complicata e travagliata l\u2019evoluzione di quest\u2019ultimo in senso sempre pi\u00f9 democratico: <em>\u00abViene messa in discussione <\/em>\u2014 scrive Ruffilli \u2014 <em>la validit\u00e0 della unit\u00e0 stessa e del monopolio giuridico e politico ad essa collegato, e si punta alla sua revisione, in chiave di pluralismo, con il ritorno al passato preunitario o con l\u2019avvento di un sistema federale. Si fa sentire l\u2019esigenza di uno sviluppo della libert\u00e0 politica per la \u201csociet\u00e0 civile\u201d e le sue formazioni, con il superamento della \u201cseparazione\u201d della stessa rispetto allo \u201cstato politico\u201d, e con la redistribuzione del potere, in fatto di decisione politica e di ordinamento giuridico, concentrato in quest\u2019ultimo\u00bb<\/em><a>[13]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>12. <em>Dopo la fine della dinastia sabauda, con la Rivoluzione europea anche quella dello Stato-amministrazione italiano?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019unit\u00e0 si realizz\u00f2 invece attraverso una serie di annessioni allo Stato egemone in Italia, cio\u00e8 al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II (1820; 1849-1878) e di Camillo Benso di Cavour (1810-1861). Per una sorta di \u00abnemesi storica\u00bb, tuttavia, dopo la fine della monarchia a seguito del <em>referendum<\/em> istituzionale del 1946 e del successivo esilio della Casa di Savoia, negli ultimi anni, a rischiare l\u2019annichilimento della propria fisionomia e della propria identit\u00e0 forgiate proprio dalle scelte successive al 1861, \u00e8 anche lo \u00abStato-amministrazione\u00bb italiano. Penso infatti al modo in cui si intende oggi, come accennavo, il processo di unificazione europea, con la esplicita proclamazione dell\u2019obiettivo di un <em>assorbimento <\/em>delle specificit\u00e0 e delle sovranit\u00e0 nazionali e la costituzione, da parte principalmente della giurisprudenza e della prassi delle istituzioni dell\u2019Ue, di un nuovo ed esclusivo \u00abdiritto amministrativo europeo\u00bb.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/Savoia_stamma_Italia.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"412\" height=\"483\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/Savoia_stamma_Italia.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-56143\" style=\"width:230px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/Savoia_stamma_Italia.jpg 412w, https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/Savoia_stamma_Italia-256x300.jpg 256w\" sizes=\"auto, (max-width: 412px) 100vw, 412px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Si prenda a questo proposito un ennesimo, piccolo ma significativo, esempio: la recente estromissione dell\u2019italiano dalle lingue di riferimento della Ue. Come si sa, le origini della nazione italiana, storicamente, risalgono al Medioevo e simbolo essenziale di ci\u00f2 \u00e8 la costruzione di una lingua di cui Dante Alighieri (1265-1321) e Francesco Petrarca (1304-1374) furono emblematici artefici. C\u2019\u00e8 chi ha giustamente parlato, a proposito della de-ufficializzazione dell\u2019italiano nella nuova Europa costituzionale, di <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>un tipico esempio di colonizzazione, da parte di Francia, Germania e Inghilterra nel nome dell\u2019unit\u00e0 europea, del nostro Paese che \u2014 pur con le ovvie distinzioni \u2014 sembra ricordare il Meridione d\u2019Italia nell\u2019epoca dell\u2019unificazione risorgimentale\u00bb<\/em> <a>[14]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019idea di un\u2019Europa amministrativamente unita, che incorpori centralisticamente le sovranit\u00e0 e le identit\u00e0 nazionali e locali, \u00e8 un rischio e una pericolosa utopia, la quale, se diventasse realt\u00e0, ratificherebbe un inevitabile squilibrio. Scrive il filosofo dell\u2019estetica Stefano Zecchi, <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>la sottomissione di alcune nazioni a quelle che, pi\u00f9 delle altre, hanno gi\u00e0 saputo esprimere e, continuano a sostenere, la propria autonomia, la propria soggettivit\u00e0 politica, e identit\u00e0 nazionale. Il rischio per l\u2019Italia \u00e8 di finire come il suo Meridione quando fu integrato dai piemontesi: centocinquant\u2019anni fa i Savoia imposero i propri interessi sugli altri Stati italiani; oggi i francesi e i tedeschi ci imporrebbero i loro\u00bb<\/em> <a>[15]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche l\u2019identit\u00e0 cristiana del Vecchio Continente, come hanno dimostrato le recenti vicende del mancato riconoscimento delle radici cristiane nella bozza di Trattato costituzionale europeo, ha tutto da perdere da questa rinnovata forma di Rivoluzione, non pi\u00f9 \u00abitaliana\u00bb, ma questa volta \u00abeuropea\u00bb <a><\/a><a href=\"https:\/\/www.identitanazionale.it\/riso_3004.php#_ftn16\">[16]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>13.<em> Il modello amministrativo dei risorgimentali, derivato da quello rivoluzionario francese<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La mancata corrispondenza fra l\u2019inizio e la fine del processo risorgimentale si spiega con le ambizioni territoriali ed economiche del Piemonte sabaudo, che conquist\u00f2 e occup\u00f2 militarmente tutte le altre entit\u00e0 sovrane allora presenti nella Penisola, esportando in esse il proprio modello amministrativo, derivato da quello francese, fortemente accentratore e statalistico. Ho parlato di ambizioni anche \u00abeconomiche\u00bb, perch\u00e9 la situazione finanziaria dello Stato sardo, dati gli investimenti necessari per far fronte ai tanti lavori pubblici cavouriani, era deficitaria. Nel 1859 il debito pubblico sardo era salito a circa 725 milioni di lire (di allora) e gli interessi passivi su quella somma furono pagati dall\u2019Italia <em>unificata<\/em>, mentre le opere pubbliche erano rimaste in Piemonte\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>Quanto all\u2019imitazione del modello francese, Alessandro Taradel ha dimostrato che i provvedimenti presi da Cavour in qualit\u00e0 di ministro delle Finanze fossero letteralmente copiati da una serie di decreti emanati da Re Leopoldo I dei Belgi (1790; 1831-1865) il 21 novembre 1846, a loro volta ispirati dall\u2019assetto napoleonico \u2014&nbsp; poi progressivamente diluito in Francia \u2014 del 1809 <a>[17]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Si applicava quindi all\u2019Italia un \u00ababito politico\u00bb, che cozzava duramente con la natura degli organismi politici preunitari, caratterizzati dalla presenza di numerose autonomie locali e da giurisdizioni particolarilaboriosamente coordinate. Commenta Francesco Pappalardo: <em>\u00ab<\/em>[\u2026]<em> cos\u00ec <\/em>[\u2026]<em> le formazioni statali a ogni loro passo dovevano fare i conti con la solida presenza, pi\u00f9 che con la <\/em>sopravvivenza<em>, di gruppi e di istituti saldamente radicati nel territorio. Il particolarismo italiano, dunque, non va inteso solo nel senso geografico e territoriale e neppure soltanto come quel pluralismo di tradizioni e di culture che ha indotto lo storico Giuseppe Galasso ad affermare che \u201c[&#8230;]<\/em> la storia della nazione italiana \u00e8 una storia multinazionale e policentrica<em>\u201d, ma anche come un dato sociologico, secondo cui la vita politica e sociale ha il suo fondamento nell\u2019attivit\u00e0 di gruppi particolari, anzitutto la famiglia, intesa in un significato non limitato a quello puramente biologico\u00bb<\/em> <a>[18]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>14. <em>L\u2019autonomismo e le antiche tradizioni amministrative del Lombardo-Veneto, dei Ducati dell\u2019Emilia e dello Stato Pontificio<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La Lombardia austriaca, per esempio, che occupava un\u2019ampia porzione del Ducato di Milano, nonostante il radicamento di istituzioni assolutistiche, risultava ancora nel 1800 una <em>\u00ab<\/em>[\u2026]<em> costellazione di poteri locali a radice cittadina dotati di autonomia politica, che operano in un rapporto dialettico con gli uffici periferici dello Stato (ci\u00f2 che consente loro di mantenere il controllo dei loro territori storici)\u00bb<\/em> <a>[19]<\/a>. I provvedimenti politico-istituzionali adottati nell\u2019et\u00e0 della Restaurazione \u2014 il decreto imperiale del 7 aprile 1815 e le successive integrazioni e modificazioni \u2014 fecero poi della Lombardia la porzione occidentale del Regno del Lombardo-Veneto, il quale continuer\u00e0 a serbare un elevato livello d\u2019indipendenza che esprimer\u00e0 tramite la nomina di un proprio governatore o luogotenente generale, come previsto dal decreto imperiale del 25 ottobre 1849.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/Risorgimento.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"285\" height=\"304\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/Risorgimento.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-28332\" srcset=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/Risorgimento.jpg 285w, https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/Risorgimento-281x300.jpg 281w\" sizes=\"auto, (max-width: 285px) 100vw, 285px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Anche il ducato emiliano di Parma e Piacenza si presentava alla vigilia dell\u2019accentramento risorgimentale come <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>espressione di societ\u00e0 cittadine storicamente parcellizzate che si erano fatte Stato in epoca postmedievale, conservando istituzioni, tradizioni amministrative, ambiti territoriali e civici fondati nell\u2019et\u00e0 delle libert\u00e0 comunali\u00bb <\/em><a>[20]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo Stato Pontificio, dal canto suo, esce dal Medioevo con la tradizionale divisione nelle cinque Legazioni \u2014 o province \u2014, a loro volta divise in Governi e in Stati, ma <em>\u00abmolte delle citt\u00e0 prive del contrassegno di capoluoghi di legazione riescono col tempo a sganciarsi dalle maglie provinciali e a intrattenere rapporti diretti con Roma, grazie alla nomina papale dei propri governatori\u00bb <\/em><a>[21]<\/a>. Con Papa Clemente VIII (1592-1605) le province salgono a sei, ma non mancano i <em>\u00abgoverni separati\u00bb<\/em> che, in linea di fatto, se non di diritto, sono equiparati alle province.<\/p>\n\n\n\n<p>Con le leggi di Urbano Rattazzi (1808-1873) sull\u2019ordinamento comunale e provinciale del 23 ottobre 1859, sulla pubblica sicurezza del 13 novembre 1859, sulle opere pubbliche, sulle opere pie e sull\u2019amministrazione sanitaria \u2014 tutte e tre del 20 novembre 1859 \u2014, si d\u00e0 luogo invece a <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>strutture governative salde ed efficienti, in grado di assicurare al potere centrale il pieno controllo della vita locale, cos\u00ec da contenere anche le istanze municipalistiche e federalistiche e consolidare l\u2019Unit\u00e0\u00bb <\/em><a>[22]<\/a>. Nelle relazioni annesse alle relative proposte di tali leggi il richiamo costante era ai paesi giudicati pi\u00f9 \u00abcivili\u00bb d\u2019Europa e in particolare alla Francia.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>15. <em>L\u2019\u00abannessione<\/em>\u00bb<em> sabauda e la nobilt\u00e0 degli Stati preunitari<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia attuata dai Savoia, per motivi di ambizione dinastica e non solo per amor patrio, \u00e8 stata quindi frutto dell\u2019occupazione e dell\u2019annessione al Piemonte delle altre entit\u00e0 politiche italiane. I diversi Stati che si dividevano il territorio italiano furono messi insieme senza troppa cura per le differenze che pure c\u2019erano, creando un\u2019omogeneiz\u00adza\u00adzio\u00adne artificiosa, che sar\u00e0 rifiutata dal popolo stesso, senza curarsi che vi fossero alle spalle una solidariet\u00e0 e una coscienza nazionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 si ripercosse sulla stessa solidit\u00e0 della monarchia sabauda che, \u00abinsidiata\u00bb nelle proprie prerogative di rappresentanza politica da Cavour e dai suoi alleati, non pot\u00e9 avere al suo fianco le nobilt\u00e0 degli Stati preunitari che, umiliate dai soprusi dei borghesi \u00abnuovi arrivati\u00bb, non intesero naturalmente fondersi in una nuova nobilt\u00e0 italiana fedele alla Corona sabauda, preferendo rimanere divise in gruppi regionali e cercando alleanze matrimoniali all\u2019estero piuttosto che fra i membri della nuova classe dirigente.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/Clemente_Solaro_Margarita.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"640\" height=\"384\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/Clemente_Solaro_Margarita.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-56138\" style=\"width:374px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/Clemente_Solaro_Margarita.png 640w, https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/Clemente_Solaro_Margarita-300x180.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Era diffusa fra i nobili degli Stati preunitari la stessa convinzione che il conte Clemente Solaro della Margarita (1792-1869) aveva consegnato, ben prima dell\u2019Unit\u00e0, al suo <em>Memorandum storico-politico<\/em>: <em>\u00abOh Italia! <\/em>[\u2026] <em>Non sarai mai felice, finch\u00e9 irrequieta aspiri a un meglio che afferrar non puoi, e logori i tanti beni, i tanti tesori di grandezza di dovizie e d\u2019arti onde ti ha reso bella, invidiata da tutte le genti Colui che a te affidava il magistero del mondo, e centro ti faceva dell\u2019orbe cristiano. A scuoterti un\u2019altra volta, gli amatori tuoi col nome di libert\u00e0 e d\u2019indipendenza <\/em>[\u2026] <em>ti sping<\/em>[ono]<em> a disperate imprese <\/em>[\u2026]<em>. Chiudi l\u2019orecchio alle voci de\u2019 veggenti tuoi; profetizzano il falso; ritorna al culto della verit\u00e0 e della giustizia. Italia mia, credi ai veri amici che te non vogliono serva, ma Regina, e i varii popoli tuoi in bel nodo di concordia uniti sotto l\u2019usbergo dei Principi che ai loro destini prepose Iddio\u00bb <\/em><a>[23]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>16<em>. I <\/em>\u00ab<em>plebisciti unitari<\/em>\u00bb<em> del 1859-1860<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Si \u00e8 discusso a lungo fra la fine del 1800 e l\u2019inizio del 1900, soprattutto a opera di due capiscuola della dottrina giuridica italiana come Santi Romano (1875-1947) e Dionisio Anzilotti (1867-1950) <a>[24]<\/a> \u2014 e in parte lo si \u00e8 fatto anche successivamente \u2014 sulla validit\u00e0 dei \u00abplebisciti unitari\u00bb del 1859, come di quelli che si svolsero nell\u2019ottobre 1860 nell\u2019Italia meridionale, quale ulteriore espressione di un\u2019autentica e generalmente diffusa volont\u00e0 annessionistica.<\/p>\n\n\n\n<p>Una prima osservazione riguardo tali plebisciti risale alla \u00abcuriosa\u00bb circostanza per cui, mentre essi furono realizzati sulla base del suffragio universale maschile e femminile, in seguito le leggi elettorali e ordinarie del Regno continuarono impassibilmente \u2014 nonostante il progressivo aumento della popolazione interna \u2014 a far perno sull\u2019estremamente selettivo \u00absuffragio censitario\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>La seconda, ovvia, considerazione che pu\u00f2 essere svolta sugli stessi \u00e8 che, essendo la procedura plebiscitaria attivata da chi deteneva ormai il potere al fine di trasformare un consenso <em>presunto<\/em> in un consenso <em>attivo<\/em>, essa facilmente non avrebbe potuto avere esito negativo. <em>\u00abIl risultato <\/em>\u2014 commenta Silvano Montaldo \u2014 <em>era quindi in gran parte scontato, dato il diretto controllo esercitato da Torino e l\u2019assenza di ogni opposizione organizzata, con la libert\u00e0 di stampa ripristinata solo qualche giorno prima del voto e l\u2019impegno delle autorit\u00e0 locali per evitare manifestazioni antiunitarie\u00bb <\/em><a>[25]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>In Toscana la Societ\u00e0 Nazionale assunse infatti il controllo del Granducato senza alcuna diffi\u00adcolt\u00e0; a Parma il duca la\u00adsci\u00f2 la citt\u00e0 in mano a una Commissione di Governo, che assunse il potere in attesa di cederlo al re di Sardegna. Il duca di Modena abbandon\u00f2 il suo Stato dopo la battaglia di Magenta: il municipio dichiar\u00f2 deposto il duca fuggitivo e valido il ple\u00adbiscito di unione al Piemonte del 1848.&nbsp;Nelle Legazioni pontificie di Romagna, la partenza da Bologna delle truppe austriache fu seguita da una sollevazio\u00adne popolare che offr\u00ec la dittatura a Vittorio Emanuele II. La stessa cosa avvenne a Raven\u00adna, a Forl\u00ec e a Ferrara. Anche le Marche e l\u2019Umbria insorsero, ma qui le truppe pontificie reagirono, recuperando le due regioni. In Toscana furono fatte le elezioni nell\u2019agosto 1859 e la nuova Camera dichiar\u00f2 decaduta la dinastia dei Lorena, votando l\u2019annessione al Piemonte. La stessa cosa fecero i Ducati padani e le Legazioni di Romagna. Vittorio Emanuele II accolse a Torino le delegazioni che offrivano le annessioni votate dai governi provvisori.<\/p>\n\n\n\n<p>Il popolo siciliano fu chiamato invece il 21 ottobre 1860 a esprimere, <em>ex post<\/em>, il suo voto, dato che, una settimana prima che si tenesse il plebiscito, il 15 ottobre, il dittatore Giuseppe Garibaldi (1807-1882) stabiliva, con proprio decreto, che le Due Sicilie facevano parte integrante dell\u2019Italia <a>[26]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>17. <em>La formazione dello Stato italiano nei documenti e non nella storiografia convenzionale<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La necessit\u00e0 di uno studio documentale, accessibile ai pi\u00f9, diretto a rileggere i documenti dell\u2019epoca con gli occhiali del giurista, \u00e8 stata recentemente soddisfatta da un\u2019opera, che ha comportato un paziente lavoro di parecchi anni, uscita nella collana <em>Il diritto della civilt\u00e0 internazionale<\/em> diretta da Alberto Miele (1939-2003) dell\u2019Universit\u00e0 di Padova. Nel curarne la presentazione, il compianto internazionalista afferma <em>\u00aboggettivamente\u00bb<\/em> esser ormai <em>\u00ab<\/em>[\u2026]<em> certo, sotto il profilo del diritto internazionale, che l\u2019unificazione italiana fosse alla fine solo un\u2019annessione al Piemonte: esattamente come la volle il Cavour, che ne diresse \u2014 passo per passo, decreto per decreto, congiura per congiura \u2014 ogni momento; amministrando il Risorgimento italiano come un affare interno al Regno di Sardegna <\/em>[\u2026] <em>ancora una volta la tesi \u2014 dommaticamente affermata dal Romano \u2014 prevale, questa volta documentalmente, sulla tesi sostenuta da Anzilotti\u00bb<\/em> <a>[27]<\/a>.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2021\/01\/parlamento_subalpino_risorgimento.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"275\" height=\"183\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2021\/01\/parlamento_subalpino_risorgimento.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-49700\" style=\"width:381px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><strong>18. <em>Le ingerenze britanniche nell\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ho finora messo in luce due delle ombre che gravano sull\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia, quella del centralismo comprimente qualsiasi istanza, se non federalistica, almeno regionalistica, e quella del \u00abpeccato originale\u00bb \u2014 dal punto di vista istituzionale \u2014, consistente nell\u2019annessionistico e pseudo-plebiscitario primo corso del processo unitario. \u00c8 ora il momento di parlare di una terza ombra: le ingerenze inglesi e gli influssi delle massonerie, specie quelle della <em>City<\/em> londinese che, gi\u00e0 dalle \u00abprove generali\u00bb della Rivoluzione italiana nel 1848, avevano appoggiato quelle forze che avrebbero potuto facilitare una riforma religiosa in senso filo-protestante nella Penisola.<\/p>\n\n\n\n<p>Sappiamo che le massonerie britanniche tradizionalmente non presentano quei caratteri brutalmente anti-religiosi tipici di quelle dei Paesi latini. Erano per\u00f2, nel 1800, strettamente legate al protestantesimo pi\u00f9 anti-cattolico, e si distinsero nel sostenere direttamente e propagandisticamente con ingenti fondi le imprese di Giuseppe Garibaldi.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Italia \u00e8 diventata quindi un unitario Stato-nazione anche perch\u00e9 ci\u00f2 veniva incontro agli interessi geo-politici della Gran Bretagna, che era la potenza navale dominante nel Mediterraneo. Se, da un lato, gl\u2019inglesi volevano ridurre l\u2019influenza austriaca, dall\u2019altro temevano che, se la nascita dell\u2019Italia fosse avvenuta sotto forma di piccoli Stati federati, il nuovo Stato avrebbe inesorabilmente sub\u00ecto l\u2019influenza di Napoleone III (1808-1873; 1852-1870). Ecco perch\u00e9, alla fine, fu fatta la scelta di uno Stato unitario su tutta la Penisola, perch\u00e9 si pensava che sarebbe potuto diventare pi\u00f9 autonomo rispetto alla Francia.<\/p>\n\n\n\n<p>In particolare nel cruciale triennio 1859-1861 il governo <em>whig<\/em>-liberale di Londra diede un appoggio morale e diplomatico al Risorgimento che in alcuni passaggi fondamentali fu decisivo: per esempio sostenendo il principio di non-intervento, quando si tratt\u00f2 di restaurare i sovrani spodestati a Modena, a Parma e a Firenze e di ristabilire il potere del Papa nelle Legazioni. E, ancora, rifiutando di bloccare il passaggio dello stretto di Messina a Garibaldi diretto sul Continente e approvando l\u2019invasione sabauda delle Marche e dell\u2019Umbria nel settembre del 1859.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>19. <em>Risorgimento, tardiva Riforma protestante in Italia?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ma in questa politica inglese entrarono in gioco, come accennato, anche altri elementi, in primo luogo la religione: poich\u00e9 nel Regno Unito ancora a quell\u2019epoca, la politica britannica era fortemente \u00abanti-papista\u00bb, si pensava infatti che, abbattendo il potere temporale dei Papi, si sarebbe indebolita mortalmente la religione cattolica, realizzando cos\u00ec finalmente anche in Italia quella Riforma \u00abevangelica\u00bb, che non era riuscita a imporsi nel XVI secolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Risorgimento \u00e8 stato quindi anche il momento in cui gli inglesi tentarono e, in parte, riuscirono a fare di un Paese culla del cattolicesimo, un terreno di conquista protestante.<\/p>\n\n\n\n<p>Il fatto che a met\u00e0 del secolo XIX si fosse manifestato un movimento di conversioni al cattolicesimo, per esempio dei futuri cardinali Henry Edward Manning (1807-1892) e John Henry Newman (1801-1890), gi\u00e0 ministri anglicani, e che Pio IX avesse restaurato la gerarchia cattolica in Inghilterra e nel Galles: questi fatti avevano contribuito a rinfocolare nei circoli dirigenti britannici odi anti-romani. La nomina di vescovi cattolici fu chiamata \u00ab<em>Papal aggression<\/em>\u00bb e fu proprio in reazione a tale provvedimento che Giuseppe Mazzini (1805-1872) fond\u00f2 a Londra nel 1851 l\u2019associa\u00adzio\u00adne <em>Friends of Italy<\/em> (<em>Amici d\u2019Italia<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p><strong>20. <em>I problemi del riconoscimento internazionale del Regno d\u2019Italia<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 un caso che la Gran Bretagna fu la prima grande potenza a riconoscere il neonato Regno d\u2019Italia, laddove, a prescindere dalla diretta interessata Austria, anche altre potenze, come la Russia e la Prussia \u2014 un anno e mezzo dopo la proclamazione del Regno \u2014 e la Spagna, non vollero dare il loro riconoscimento all\u2019Italia per il modo non rispettoso delle norme internazionali con cui l\u2019unificazione era avvenuta. Scrive Montaldo: <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>per i criteri di fondo che aveva messo in discussione e il significato potenzialmente eversivo rispetto agli equilibri europei, il Regno d\u2019Italia era un outsider da non ammettere, per il momento, al \u201cgran concerto\u201d degli Stati\u00bb <\/em><a>[28]<\/a>.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2013\/03\/Regno_Italia.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"191\" height=\"264\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2013\/03\/Regno_Italia.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-33279\" style=\"width:219px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>In virt\u00f9 della legge del 17 marzo 1861, n. 4671, Vittorio Emanuele di Savoia assunse per s\u00e9 e i suoi successori il titolo di re d\u2019Italia: iniziava, da quel momento, l\u2019opera della diplomazia per il riconoscimento del \u00abfatto compiuto\u00bb. La richiesta di riconoscimento assunse la forma di una nota, alla quale, come detto, la Gran Bretagna rispose per prima con un\u2019altra nota, inviata dal ministro degli Esteri, lord John Russell (1792-1878), con cui prendeva atto della notifica. Subito dopo anche la Svizzera procedeva al riconoscimento. Segu\u00ec, nel successivo mese di aprile \u2014 il giorno 13 \u2014, la nota di riconoscimento da parte degli Stati Uniti d\u2019America. Per la Francia, si dovette attendere fino al 15 giugno 1861.<\/p>\n\n\n\n<p>Oltre al mancato riconoscimento ispano-russo-prussiano \u2014 avverr\u00e0 addirittura solo nel luglio 1862 il riconoscimento della Russia, dopo lunghe trattative condotte dalla Francia, mentre quello della Prussia data al 21 luglio 1862 \u2014, un\u2019altra brutta sorpresa per la diplomazia sabauda, che ne indebol\u00ec ulteriormente la credibilit\u00e0 internazionale \u2014 quarta ombra gravante sul Risorgimento \u2014 venne anche da un altro importante paese, il Belgio di Leopoldo I di Sassonia Coburgo Gotha, che, durante il suo lungo regno costituzionale (1831-1865), a differenza di quanto avverr\u00e0 nel Regno d\u2019Italia, aveva affidato alternativamente il potere politico interno tanto ai liberali quanto ai cattolici.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Regno dei Belgi riconobbe quindi s\u00ec quello italiano, ma solo il 7 gennaio 1862 e con la precisazione, esposta dal ministro belga a Torino barone Henri Solvyns (1817-1894) in una nota al presidente del Consiglio Bettino Ricasoli (1809-1880), che specificava come il Belgio prendesse solo atto della situazione di fatto e <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>riconosceva il fatto compiuto senza per\u00f2 esprimere alcun giudizio sugli eventi che lo avevano generato e senza rinunciare alla sua libert\u00e0 di valutazione innanzi ad eventualit\u00e0 che avrebbero potuto modificare lo stato di fatto\u00bb<\/em> <a>[29]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella stizzita risposta Ricasoli sottolineava seccamente che il governo italiano si era astenuto dal sollecitare un tal atto\u2026<\/p>\n\n\n\n<p><strong>21. <em>La Chiesa e l\u2019atavica accusa machiavelliana sulla mancata unificazione italiana<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Per la \u00abnuova storiografia\u00bb, di cui ho parlato all\u2019inizio, il Risorgimento \u00e8 rappresentato anche \u2014 e questa \u00e8 la quinta ombra \u2014 come la realizzazione di una vera e propria aggressione contro la Chiesa cattolica, che ribalta l\u2019antica tesi machiavelliana di una Chiesa ostacolo alla unificazione italiana. La mancata unit\u00e0, secondo il \u00absegretario fiorentino\u00bb Niccol\u00f2 Machiavelli (1469-1527), era indubitabilmente da imputarsi all\u2019influenza della Chiesa cattolica, che, per mantenere il suo Stato, aveva sempre diviso e imperato in Italia, impedendo di prevalere a qualunque \u00abagente di unit\u00e0\u00bb che fosse emerso nella storia. Accusa ripresa dalla <em>leadership<\/em> laicista del Risorgimento e spinta fino a desiderare di limitare quell\u2019universalit\u00e0, che faceva della Chiesa l\u2019erede di Roma, e la sua capacit\u00e0 di tenere insieme le diversit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Non tutti i grandi storici e pensatori italiani moderni, comunque, avevano condiviso tale lettura negativa del ruolo della Chiesa. Secondo Ludovico Antonio Muratori (1672- 1750), per esempio, il riferimento di tutti i popoli italiani alla Chiesa consent\u00ec di evitare storiche spaccature, che avrebbero visto l\u2019Italia divisa irrimediabilmente fra un nord sotto l\u2019influenza protestante e un sud sotto quella musulmana, oppure dato fondo a estremismi capaci di violenza e di distruzione reciproche \u2014 la storia politica del Novecento pu\u00f2 aiutare a capire quanto possa essere distruttiva la perdita di una identit\u00e0 comune.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche ai nostri tempi, e da parte non cattolica, \u00e8 stata rilevata \u2014 per esempio da Galli della Loggia \u2014 la continuit\u00e0 fra l\u2019eredit\u00e0 di Roma e l\u2019operato della Chiesa nel salvare l\u2019identit\u00e0 italiana.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>22. <em>Le premesse della persecuzione contro la Chiesa: la soppressione degli ordini religiosi dei governi sardi Cavour-Rattazzi<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ma l\u2019aggressione laicista ebbe inizio ben prima, almeno dal 1796-1799, durante cio\u00e8 quel Triennio Giacobino che diede inizio ufficiale allo scontro fra Stato e Chiesa nel nostro Paese. E dato che, come universalmente riconosciuto, i giacobini di quegli anni furono i padri ispiratori di molti dei futuri patrioti risorgimentali, non \u00e8 possibile non intuire il legame ideologico e politico fra i due successivi momenti e forme di aggressione anticattolica che caratterizzarono il movimento risorgimentale.<\/p>\n\n\n\n<p>La Chiesa cattolica del tempo era da esso descritta come una forza oscurantista, che ostacolava il progresso e la libert\u00e0 dell\u2019Italia. Eppure la fede nella religione tradizionale e l\u2019attaccamento all\u2019ordine politico e sociale costituitosi in un ambiente docile all\u2019influsso del cattolicesimo erano penetrati cos\u00ec profondamente nella cultura popolare italiana che alla fine del 1700 solo pochi \u00abilluminati\u00bb accolsero con entusiasmo la Rivoluzione francese: <em>\u00abIl fenomeno dell\u2019Insorgenza, vale a dire la reazione spontanea, fisiologica, all\u2019inoculamento nel corpo sociale dei virus provenienti da Oltralpe <\/em>\u2014 <em>reazione avente sempre gli stessi caratteri in presenza di popolazioni differenti, rette da istituzioni diverse, situate in contesti geoeconomici non uniformi <\/em>\u2014 <em>\u00e8 un\u2019ulteriore prova dell\u2019esistenza della nazione italiana, con un suo profilo ben delineato e una sua cultura specifica\u00bb<\/em> <a>[30]<\/a>.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/Risorgimento.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"184\" height=\"183\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/Risorgimento.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-29607\" style=\"width:260px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/Risorgimento.jpg 184w, https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/Risorgimento-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 184px) 100vw, 184px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Come nel 1700 con la Francia, cos\u00ec anche nel secolo successivo la Chiesa in Italia non poteva ovviamente rimanere indifferente all\u2019egemonizza\u00adzio\u00adne dell\u2019intera Penisola da parte di uno Stato, il Regno di Sardegna, che fin dall\u2019indomani del 1848 si era distinto per una dura legislazione anti-cattolica e anti-ecclesiale <a>[31]<\/a>. Soprattutto i gesuiti denunciarono, su <em>La<\/em> <em>Civilt\u00e0 Cattolica<\/em>, la gravit\u00e0 di quello che stava succedendo, mettendo in guardia i cattolici sull\u2019impossibilit\u00e0 di diventare seguaci delle nuove idee<em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;Fin dal 1854-1855 il governo Cavour-Rattazzi aveva infatti presentato un progetto di legge contro gli ordini mendicanti \u2014 francescani e domenicani soprattutto \u2014 e contemplativi \u2014 monache di clausura \u2014, accusati di essere inutili quindi dannosi. Cavour si preoccupava anche, con questa legge, di conservare l\u2019appoggio di gran parte dei governi europei liberal-massonici. La legge toglieva la personalit\u00e0 giuridica a 34 ordini religiosi, sopprimendo 331 case religiose con circa 4.500 religiosi, pi\u00f9 della met\u00e0 di quelli esistenti in Piemonte.&nbsp;Centinaia di edifici e di opere d\u2019arte di inestimabile valore, pi\u00f9 di 2 milioni e mezzo di ettari di terra, vennero espropriati.<\/p>\n\n\n\n<p>Non poteva non seguire, fatta l\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia, una estensione su scala nazionale della politica di secolarizzazione esemplificata dalla legge citata, prima con le leggi del 1867 di soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose di vita contemplativa, di incameramento dei loro patrimoni, poi di la sistemazione unilaterale della \u00abQuestione Romana\u00bb con la legge cosiddetta \u00abdelle Guarentigie\u00bb del 1870.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>23. <em>Le violenze e gli abusi durante la \u00abdittatura democratico-garibaldina\u00bb delle Due Sicilie<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Le camicie rosse \u2014 o garibaldini \u2014 sono sempre stati raccontate come guerriglieri generosamente intenti a fare l\u2019Italia. Non se ne ricordano, per\u00f2, ben altre gesta, come la depredazione di conventi e d\u2019istituti e la cacciata di religiosi e religiose <a>[32]<\/a>. In ci\u00f2 i garibaldini superarono in ogni sorta di abusi le truppe regolari dell\u2019esercito piemontese, il cui ordine e la cui regolarit\u00e0 formale confliggevano non poco, per esempio, con le promozioni scandalose volute da Garibaldi durante la sua dittatura \u00abdelle Due Sicilie\u00bb. Sotto questo profilo, anche Cavour non poteva non nutrire nei confronti di quest\u2019ultimo e dei suoi irregolari che una spessa diffidenza. Scrive Ettore Passerin d\u2019Entr\u00e8ves (1914-1990): <em>\u00abAi garibaldini il Cavour<\/em> <em>non pu\u00f2 pensare con simpatia, quando tutti i suoi collaboratori e informatori dal Mezzogiorno gli inviano dei rapporti assai severi sulla condotta dei volontari, sulla loro cattiva volont\u00e0 nei confronti del governo, sugli scandali politico-amministrativi della dittatura democratico-garibaldina in Napoli e in Sicilia\u00bb<\/em> <a>[33]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Intemperanze e assalti veri e propri furono anche il frutto di una capillare propaganda, finanziata da Torino e da Londra, che diffondeva una vera e propria \u00ableggenda nera\u00bb contro il potere temporale e gli abusi degli ecclesiastici.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>24. <em>Fra \u00abTerza Roma\u00bb e potere temporale<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Se il Risorgimento fosse stato solo contrario al potere temporale dei Pontefici, un compromesso si sarebbe forse trovato. In realt\u00e0 esso, come visto, fin dal 1848 fu decisamente anti-clericale e anti-cattolico, rifiutando <em>in toto<\/em> la tradizione civile e religiosa dell\u2019Italia, per cercare di costruire una \u00abterza Roma\u00bb, quella del positivismo e dello scientismo, idealmente ricollegata all\u2019antica Roma pagana e incarnata dalla massoneria.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019obiettivo era quello di sovvertire la costituzione medesima della Chiesa, indicata da alcuni come un \u00abvecchio cancro\u00bb dell\u2019Italia, e sradicare il cattolicesimo dall\u2019Italia, progetto che trova continuit\u00e0 nelle forze laiciste attive dopo la Seconda Guerra Mondiale. Anche il ritorno di atteggiamenti anticlericali \u2014 l\u2019anti-clericalismo \u00e8 sempre il preludio dell\u2019anti-cristianesimo \u2014 nel dibattito politico nazionale di questi ultimi tempi con un inquietante crescendo di toni e anche di azioni contro la Chiesa e il suo insegnamento, pone la domanda spontanea di si trovi nella nostra storia la sorgente di questo veleno apparentemente mai esaurito\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>La risposta \u00e8 facile: proprio in quello spirito anti-cattolico, di cui era colma l\u2019ideologia e la prassi politica delle <em>\u00e9lites<\/em> liberal-giacobine che hanno realizzato l\u2019unificazione italiana.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>25. <em>L\u2019unificazione amministrativa e la \u00abpiemon-tesizzazione\u00bb<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Le leggi di unificazione amministrativa del 1865, i cui temi essenziali sono ripresi nelle riforme crispine del 1889-1890, passate alla storia come \u00abseconda unificazione amministrativa\u00bb, determinano un periodo lungo, di quasi trent\u2019anni, in cui si definiscono e si stabilizzano gli assetti istituzionali dell\u2019Italia unita e le sue caratteristiche. L\u2019unificazione amministrativa operata sulla base delle leggi del 1859-1865 \u00e8 stata criticata \u2014 e siamo cos\u00ec alla sesta ombra \u2014 da alcuni storici dell\u2019amministrazione per non aver tenuto in nessun conto la legislazione e la fisionomia istituzionale <em>non piemontese<\/em>, giustificando cos\u00ec le accuse di autoritarismo e d\u2019incomprensione degli interessi veramente nazionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Qui si colloca il controverso tema della \u00abpiemontesizzazione\u00bb: la modernit\u00e0 \u00e8 identificata infatti dai nuovi governanti esclusivamente con il modello del Piemonte sabaudo e l\u2019unificazione amministrativa \u00e8 risultata quindi il prodotto di un\u2019iniziativa dall\u2019alto insensibile alla ricerca di una nuova sintesi costituzionale dei molteplici apporti delle diverse Italie.<\/p>\n\n\n\n<p>Del resto la gi\u00e0 citata formula tutta ideologica secondo cui <em>\u00abfatta l\u2019Italia\u00bb<\/em> occorreva <em>\u00abfare gli italiani\u00bb<\/em>, certificava propriamente <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>una funzione pedagogica attribuita allo Stato (e in concreto ai suoi apparati) di fronte a un giudizio senza appello sull\u2019arretratezza del corpo sociale. Di fronte alle emergenze la classe dirigente di governo si auto-investe in quella che \u00e8 stata definita \u201cdittatura dei savi\u201d o, pi\u00f9 propriamente (sempre Stefano Jacini) un \u201clungo governo provvisorio\u201d\u00bb<\/em> <a>[34]<\/a>. Simbolico, in tal senso, \u00e8 il destino di certi liberali napoletani che, dopo il 1861, <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>si sentono come estraniati dal loro stesso paese, una volta ritornati dall\u2019esilio\u00bb<\/em> <a>[35]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>26. \u00abIl Piemonte ha pi\u00f9 da apprendere che da insegnare\u00bb<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ma anche diversi patrioti settentrionali della prima ora, come Cesare Giulini della Porta (1815-1862), ben presto non omisero di accusare di centralismo livellatore il nuovo Regno d\u2019Italia. Il conte Giulini, che era stato membro del governo provvisorio di Lombardia, costituito il 22 marzo 1848 durante le Cinque Giornate di Milano, insieme a Gabrio Casati (1798-1873), presidente, e a Carlo Cattaneo (1801-1869), segretario, e nel 1862 era diventato senatore del Regno, <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>nominato a Torino alla testa di una inutile commissione per i nuovi ordinamenti locali, scriveva alla moglie che, negli ordinamenti amministrativi, \u201c<\/em>il Piemonte ha pi\u00f9 da apprendere che da insegnare<em>\u201d. Ma finiscono col prevalere le ragioni dell\u2019emergenza\u00bb<\/em> <a>[36]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 bene ribadire che l\u2019interesse per le vicende dalle quali questo paese ha tratto l\u2019assetto amministrativo ancor oggi vigente, come ebbe a scrivere Gianfranco Miglio, non muove certo<em> \u00ab<\/em>[\u2026] <em>da una curiosit\u00e0 puramente storica, ma dalla convinzione che appunto tali ordinamenti non abbiano fatto buona prova e che la comunit\u00e0 statuale allora costituita sia tutt\u2019altro che stabile e radicata\u00bb<\/em> <a>[37]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>27.<em> La legislazione del 1859, cardine dell\u2019unifi-cazione amministrativa centralistica<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 opinione largamente diffusa fra gli storici dell\u2019amministrazione che le grandi leggi di unificazione amministrativa, perfezionate intorno al 1865, costituiscano soltanto il corollario di scelte e di decisioni maturate fra il 1859 e il 1861. E la legislazione del 1859, destinata a regolare uno Stato ampliato a tutta la Lombardia \u2014 con prospettive di ulteriore espansione all\u2019Emilia e alla Toscana \u2014, si caratterizza proprio <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>per l\u2019assenza di un tentativo di ripensamento istituzionale, che tenga conto delle diverse esperienze degli antichi Stati. Si detta cos\u00ec in qualche modo lo stile della successiva legislazione di unificazione, lasciata, sotto la spinta dell\u2019emer\u00adgen\u00adza, all\u2019iniziativa del governo, senza alcun dibattito parlamentare o ripensamento istituzionale\u00bb <\/em><a>[38]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>La caratteristica della vicenda italiana \u00e8 tuttavia che quello che appare <em>prima facie<\/em> contraddittorio tende poi ad \u00abaggiustarsi\u00bb e a \u00abcomporsi\u00bb in sede di applicazione, in un <em>\u00abpratico miscuglio istituzionale\u00bb<\/em><strong>,<\/strong> caratterizzato da una molteplice e informale serie di relazioni fra governo, parlamento e amministrazione, fra centro e periferia, fra politica e amministrazione, che disegnano un equilibrio che ha la caratteristica di essere sempre percepito come precario, quando non denunciato come \u00abcorrotto\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>La legge del 20 marzo 1865, n. 2245, sulla unificazione amministrativa del Regno reca sotto forma di allegati le leggi: (a) comunale e provinciale; (b) di pubblica sicurezza; (c) sulla sanit\u00e0 pubblica; (d) sul Consiglio di Stato; (e) sul contenzioso amministrativo; e (f) sulle opere pubbliche. La legge comunale e provinciale del 1865 poco innova rispetto al 1859: viene confermato il quadro delle circoscrizioni, archiviando qualsiasi velleit\u00e0 razionalizzatrice e il sistema di designazione dei vertici e di elezione dei consigli: si ha solo un modesto allargamento del suffragio. La conferma della presidenza dell\u2019esecutivo delle amministrazioni provinciali da parte del prefetto, e il rafforzamento dei poteri del sindaco, sempre di nomina regia, sono funzionali al controllo e al circuito dell\u2019accentramento.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>28. <em>L\u2019eccellenza amministrativa lombardo-veneta e il \u00abripensamento\u00bb di Cavour<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Inizialmente, come ha evidenziato Roberto Ruffilli, Cavour parve intenzionato a rispettare e valorizzare l\u2019esperienza amministrativa del Lombardo-Veneto asburgico, lasciando con il Regio Decreto dell\u20198 giugno 1859, n. 4325, alla Lombardia la sua organizzazione e la sua legislazione amministrativa tradizionale, sia pure con talune modifiche, sulla base della normativa piemontese.<\/p>\n\n\n\n<p>Fattore determinante nella scelta cavouriana <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>era la convinzione, chiaramente espressa all\u2019interessato, della superiorit\u00e0 delle istituzioni lombarde rispetto a quelle piemontesi, sul piano della liberalit\u00e0 e dell\u2019efficienza\u00bb<\/em> <a>[39]<\/a>. \u00c8 significativa, da questo punto di vista, l\u2019estensione, realizzata da Cavour, col successivo Regio Decreto del 15 giugno 1859, dell\u2019organizzazione amministrativa lombarda alle province modenesi e parmensi in via di annessione allo Stato sardo: <em>\u00abCi\u00f2 mette in luce come anche lo statista piemontese, l\u00e0 dove non avvertiva l\u2019esigenza politica di evitare turbamenti della realt\u00e0 in atto, tendesse a lasciar cadere l\u2019apparato amministrativo tradizionale e a sostituirlo con uno ritenuto pi\u00f9 idoneo a consolidare gli equilibri del nuovo regime, oltre che pi\u00f9 conforme ai principi liberali e dell\u2019efficienza amministrativa\u00bb<\/em> <a>[40]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>La gran parte dei successori dello statista piemontese, per\u00f2, non persever\u00f2 nel riconoscimento delle particolarit\u00e0 amministrative dell\u2019ex Stato, operando la definitiva estensione all\u2019intero regno della legislazione \u00abpiemontese\u00bb. La tendenza propria del primo governo successivo a Cavour, presieduto nel 1862 da Urbano Rattazzi, e in generale quella di tutta la Sinistra parlamentare, soprattutto per convinzioni derivanti dalla propria peculiare formazione ideologica e politica,fu senza esitazione per una unificazione amministrativa del Paese sulla base di leggi uniformi di conio piemontese:<\/p>\n\n\n\n<p>Scrive Roberto Ruffilli: <em>\u00abContemporaneamente la tendenza rattazziana si ricollega anche ad una peculiare visione per cos\u00ec dire \u201cliberal-autoritaria\u201d dell\u2019organizzazione dello Stato e della pubblica amministrazione. Si trattava in sostanza della visione cara a gran parte della Sinistra piemontese e fondata sulla lezione della rivoluzione francese, filtrata attraverso l\u2019esperienza napoleonica anche italiana,<\/em>[\u2026] <em>nell\u2019ambito comunque sempre di una guida dall\u2019alto delle masse popolari\u00bb<\/em> <a>[41]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>In tutto il Mezzogiorno fu quindi abrogato il diritto consuetudinario a favore del Codice di diritto civile piemontese. I contadini, che aveva\u00adno favorito nella prima parte della guerra la caduta del regime borbonico, si accorsero che i vantaggi del nuovo regime andavano a quelle categorie borghesi, che ora si apprestavano a godere i frutti della vittoria. Tutti, infine, si accorsero che la tassazione era ben pi\u00f9 esosa delle tassazioni esistenti prima dell\u2019arrivo dei liberatori e alcuni cominciarono a rimpiangere l\u2019antica situazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Poich\u00e9 non fu previsto alcun gradualismo nell\u2019integrazione delle varie regioni italiane, avvenne che un nord relativamente avanzato si trov\u00f2 a espandere il mercato dei propri prodotti in un sud arretrato i cui prodotti non erano difesi da dazi protettivi.<\/p>\n\n\n\n<p>A ci\u00f2 si associ\u00f2 fin da subito una propagandistica rappresentazione idilliaca della nuova realt\u00e0 e, per diametro, la sistematica denigrazione, oltre ogni immaginazione, di tutto quel che c\u2019era prima. Come ha riconosciuto di recente anche uno storico meridionale, Giampaolo D\u2019Andrea, attualmente senatore nelle fila della sinistra italiana, la \u00abSinistra storica\u00bb, cos\u00ec facendo, <em>\u00ab<\/em>[\u2026]<em> ritenne di rafforzare il consenso allo Stato sabaudo attraverso l\u2019impietosa delegittimazione di tutta l\u2019eredit\u00e0 del regno Borbonico, persino per gli aspetti per i quali si era limitato a preservare gli effetti delle riforme introdotte nel decennio napoleonico\u00bb <\/em><a>[42]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>29. <em>Alcune luci nell\u2019impianto amministrativo italiano dopo l\u2019Unit\u00e0<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>(a) Il controllo e la \u00abgiustizia nell\u2019amministra-zione\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Fra le luci dell\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia, nel senso delle buone prassi e culture amministrative introdotte nella gestione della cosa pubblica dai \u00abpiemontesi\u00bb, si possono innanzitutto annoverare una maggiore attenzione alla buona amministrazione e all\u2019esercizio rigoroso delle funzioni statali. Ci\u00f2, naturalmente, era assicurato con il mezzo che pi\u00f9 era confacente alla classe dirigente sabauda: la sanzione e il controllo. La maggiore innovazione della Legge del 13 novembre 1859, n. 3746, &nbsp;sull\u2019amministrazione centrale, per esempio, che aveva essenzialmente il compito di ridefinire gli organici, fu infatti l\u2019introduzione del \u00abruolo ispettivo\u00bb, cos\u00ec da aumentare le aspettative di carriera da un lato e dall\u2019altro rafforzare il controllo sistematico e capillare dell\u2019azione amministrativa.<\/p>\n\n\n\n<p>Altrettanto rilevante \u00e8 la legge del 30 ottobre 1859, n. 3706, &nbsp;sul Consiglio di Stato, che ne allarga le competenze al contenzioso, riformando il vecchio sistema imperniato sulla Camera dei Conti, di cui eredita alcune competenze, lasciando quelle sulle controversie e il controllo contabile alla Corte dei Conti. Quest\u2019ultima, istituita con la Legge del 30 ottobre 1859, n. 3707, sar\u00e0 definitivamente istituzionalizzata nel 1862, con il compito di esercitare il controllo preventivo su tutti gli atti normativi comportanti spesa e sui decreti reali, riferendo inoltre al Parlamento sulla \u00abparificazione\u00bb del rendiconto generale dello Stato.<\/p>\n\n\n\n<p>(b) La pubblica istruzione<\/p>\n\n\n\n<p>Altro elemento positivo portato nell\u2019ordinamento italiano da quello precedente sardo riguarda la scuola statale. La Legge n. 3725\/1859 sulla pubblica istruzione, passata alla storia con il nome del ministro, il gi\u00e0 citato conte Gabrio Casati, cre\u00f2 infatti un sistema di istruzione su tutti i gradi, riprendendo i tratti del modello tedesco: una scuola elementare obbligatoria e, quindi, una biforcazione in ginnasio-liceo e scuola tecnica-istituto tecnico, o scuola normale, per la formazione dei maestri. Solo il ginnasio-liceo, da cui si accedeva a qualsiasi facolt\u00e0 universitaria, era a carico dello Stato. Le altre scuole restavano a carico degli enti locali: l\u2019onere e l\u2019organizzazione amministrativa delle elementari erano affidati ai comuni. A parte l\u2019inevitabile \u2014 in relazione al gi\u00e0 descritto atteggiamento dei risorgimentali nei confronti della Chiesa e della religione cattolica \u2014 spinta laicizzatrice e anti-religiosa del nuovo regime scolastico, suoi apprezzabili punti di forza potevano essere identificati per un verso in <em>\u00ab<\/em>[\u2026]<em> un\u2019estrema attenzione verso l\u2019istruzione superiore, considerata la fucina delle future classi dirigenti; per altro verso il rilievo dato all\u2019istruzione primaria con l\u2019affermazione del principio dell\u2019istruzione elementare obbligatoria gratuita. Il cardine dell\u2019istruzione era costituito dalle materie umanistiche, latino e greco <\/em>in primis<em>, a immagine di quanto accadeva in Germania\u00bb<\/em> <a>[43]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>(c) La razionalizzazione e la codificazione normativa<\/p>\n\n\n\n<p>La legge del 2 aprile 1865, n. 2248, autorizz\u00f2 a pubblicare <em>\u00abi codici e le leggi complementari\u00bb<\/em>, che si succederanno in rapida sequenza, a eccezione del Codice penale, che verr\u00e0 pubblicato nel 1889.<\/p>\n\n\n\n<p>(d) L\u2019introduzione delle prime tecniche di gestione del personale e della \u00abscienza dell\u2019amministrazione\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Il senso della gerarchia \u00e8 \u00abistituzionalizzato\u00bb con la riforma delle carriere amministrative \u2014 realizzata con vari provvedimenti all\u2019inizio degli anni 1870 \u2014, che svilupp\u00f2 anche le prime tecniche di gestione del personale: Scrive Francesco Bonini: <em>\u00abNelle prove concorsuali continua a prevalere la richiesta di un\u2019ampia cultura generale, con attenzione anche alla conoscenza delle lingue. Nello spazio di poco meno di un decennio, tra la met\u00e0 degli anni Settanta e l\u2019inizio degli anni Ottanta si compie la stagione della \u201cscienza dell\u2019amministrazione\u201d come tentativo di definire una disciplina autonoma, pensata come funzionale al processo di sviluppo dell\u2019ammini\u00adstra\u00adzione e dunque dello Stato. Studiosi di formazione giuridica, come Carlo Francesco Ferraris <\/em>[(1850-1924)]<em>, si pongono il problema di allargare gli orizzonti e disegnare una scienza dell\u2019amministrativa come scienza generale dello Stato e della societ\u00e0\u00bb<\/em> <a>[44]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>(e) Un\u2019amministrazione centrale \u00ableggera\u00bb ed efficiente<\/p>\n\n\n\n<p>I numeri dell\u2019amministrazione centrale, ancora nel 1877 \u2014 quindi dopo diversi anni dal trasferimento della capitale a Roma \u2014, sono pi\u00f9 contenuti, 3.211 unit\u00e0, che nell\u2019insieme degli Stati preunitari dove assommavano a 3.245.<\/p>\n\n\n\n<p>Per quanto riguarda invece gli impiegati pubblici nel complesso, al 31 dicembre 1877, gli organici dell\u2019amministrazione del Regno d\u2019Italia sono di 67.505 impiegati contro i 44.109 di tutte le amministrazioni preunitarie. L\u2019amministrazione dell\u2019unificazione \u2014 e della seconda unificazione \u2014 presenta quindi organici contenuti, <em>\u00ab<\/em>[\u2026] <em>sostanzialmente inferiori, evidentemente in termini percentuali comparati, non solo a quelli della Francia (che resta il Paese pi\u00f9 amministrato), ma anche ad esempio del Belgio. La qualit\u00e0 della documentazione prodotta da questa burocrazia dei piccoli numeri, che oggi diventa fonte non solo e non tanto di storia amministrativa, ma della storia generale dell\u2019Italia unita, resta di prim\u2019ordine, offrendo un contributo essenziale all\u2019unifi-cazione\u00bb<\/em> <a>[45]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>30. <em>Conclusione: la ricchezza che residua \u00e8 la \u00abnazionalit\u00e0 spontanea\u00bb<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Italia, dopo l\u2019Unit\u00e0, ha patito un violento attacco al suo <em>ethos<\/em> da parte di forze intenzionate a costruire un potere culturale e tendenzialmente \u00abreligioso\u00bb, da contrapporre all\u2019autorit\u00e0 spirituale, da sempre incarnata dalla Chiesa cattolica, e alla tradizione civile degl\u2019italiani. Queste forze, per\u00f2, bench\u00e9 dotate di tutti i mezzi propagandistici e pedagogici dello Stato moderno e sulla distanza di ormai quasi un secolo e mezzo, non sono ancora riuscite a realizzare il loro proposito, pur determinando un esito che si pu\u00f2 definire quanto meno \u00abconfusionale\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi residua quella senso di \u00abnazionalit\u00e0 spontanea\u00bb, di cui ho fatto cenno e che \u2014 in una fase caratterizzata da un abbassamento del rilievo del momento territoriale, e in cui il rapporto fra uomo e uomo \u00e8 destinato a diventare di nuovo primario \u2014 necessita di essere \u00abrivestita\u00bb politicamente in modo nuovo e adeguato.<\/p>\n\n\n\n<p>Il superamento dello Stato burocratico e accentratore non implica soltanto la demistificazione dell\u2019idea di nazione affermatasi negli ultimi due secoli, ma anche la rinascita, o il rinvigorimento, delle forme di nazionalit\u00e0 spontanee che lo Stato nazionale moderno soffoca o riduce a strumenti ideologici al servizio del potere politico, e quindi, bisogna auspicare il ritorno di quegli autentici valori comunitari di cui l\u2019ideologia nazionale si \u00e8 appropriata trasformandoli in sentimenti gregari.<\/p>\n\n\n\n<p>Del resto le contraddizioni e anomalie insite nel recente dibattito sul federalismo confermano <em>\u00ab<\/em>[\u2026]<em> che in causa non \u00e8 solo \u201cla forma di organizzazione\u201d del Paese, bens\u00ec la \u201cforma di unit\u00e0\u201d\u00bb<\/em> <a>[46]<\/a>. Perci\u00f2, senza indulgere a nostalgie fuori luogo, da parte di chi, a livello culturale, ha un ruolo, anche se non immediatamente visibile, come pu\u00f2 essere quello di un insegnante o di un saggista, occorrer\u00e0 prima di tutto conoscere la storia di <em>tutti<\/em> gli italiani. Solo cos\u00ec, infatti, sar\u00e0 possibile porre le premesse di quella riconciliazione nazionale, di cui, a partire dal secondo dopoguerra, si va ancora in cerca.<\/p>\n\n\n\n<p>Facendo ci\u00f2 ci si potr\u00e0 rivolgere anche alla lezione di quei \u00abvinti\u00bb del Risorgimento che, pur essendo passati tanti anni, non cessano di essere i contemporanei di chi non si accontenta del conformismo e dell\u2019incultura dominante nella nostra sradicata e sradicante societ\u00e0 consumistica e di massa. Cos\u00ec scriveva \u2014 e sarebbe bene far nostre oggi le sue parole \u2014 il conte Solaro della Margarita a proposito dell\u2019antico regime: <em>\u00abServe la patria chi pacatamente descrive i fatti di una epoca, al dir d\u2019ogni gente, per noi gloriosa, non adoperando ingiurie contro chi ne malmena i fasti, non attizzando gli odii, ma tentando preservar gli incauti dalle funeste aberrazioni di chi contamina il nome di libert\u00e0, ed \u00e8 capital nemico di ogni forma di civil governo\u00bb<\/em> <a>[47]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><a>_____________________________<\/a><\/p>\n\n\n\n<p><strong>[1]<\/strong> Francesco Pappalardo, <em>La cultura politica italiana preunitaria e il concetto di \u00abnazione spontanea\u00bb<\/em>, in <em>Cristianit\u00e0<\/em>, anno XXVI, n. 273-274, gennaio-febbraio 1998, pp. 13-18 (p. 14).<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[2]<\/strong><\/a> F\u00ebdor Michajlovic\u2019 Dostoevskij, <em>Diario di uno scrittore<\/em>, ed. it. a cura di Ettore Lo Gatto, Sansoni, Firenze 1981, <em>1877, Maggio-Giugno<\/em>, pp. 925-926.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[3]<\/strong><\/a> Cit. in <em>Risorgimento italiano tra ideali unitari e persecuzione della Chiesa<\/em>, in notiziario quotidiano elettronico dell\u2019agenzia d\u2019informazione <em>Zenit<\/em>, del 18-5-2005 (resoconto del convegno omonimo, Universit\u00e0 Europea di Roma, 16-5-2005, consultabile all\u2019indirizzo web: <a href=\"http:\/\/www.zenit.org\/%1fitalian\/visualizza.php?sid=4623\">http:\/\/www.zenit.org\/\u00aditalian\/visualizza.php?sid=4623<\/a> &nbsp;).<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[4]<\/strong><\/a> Per una disamina del rapporto fra lo Statuto del 1848 e i provvedimenti di unificazione amministrativa del 1859-1860, cfr. Antonino Pensovecchio Li Bassi, <em>Il biennio dell\u2019unificazione italiana e lo Statuto albertino<\/em>, in <em>Nuove autonomie<\/em>, anno XIII,n. 5-6, 2004, pp. 723-736.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[5]<\/strong><\/a> Cfr. Fausto Brunetti, <em>Il pensiero e l\u2019azione de \u00abIl Nazionale\u00bb<\/em>, Firenze Libri, Firenze 1997.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[6]<\/strong><\/a> Roberto Ruffilli, <em>Problemi dell\u2019organizzazione amministrativa nell\u2019Italia liberale<\/em>, 1971, in <em>Istituzioni, societ\u00e0, Stato. Scritti di politica e di storia di Roberto Ruffilli<\/em>, 3 voll.,il Mulino, Bologna 1989, vol. I, <em>Il ruolo delle istituzioni amministrative nella formazione dello Stato in Italia<\/em>,a cura di Maria Serena Piretti, pp. 365-395 (p. 366).<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[7]<\/strong><\/a> Aldo Servidio, <em>L\u2019imbroglio nazionale. Unit\u00e0 e unificazione dell\u2019Italia<\/em>, Guida, Napoli 2002, pp. 14-15.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[8]<\/strong><\/a> <em>Ibid<\/em>., p. 15.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[9]<\/strong><\/a> A. Servidio, <em>op<\/em>.<em> cit<\/em>., p. 17.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[10]<\/strong><\/a> <em>Ibidem.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[11]<\/strong><\/a> Francesco Bonini, <em>Storia della pubblica amministrazione in Italia<\/em>,Le Monnier,Firenze 2004, p. 14.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[12]<\/strong><\/a> Alessandro Truini, <em>Federalismo e Regionalismo in Italia e in Europa. Centro e periferie a confronto<\/em>,2 voll., Cedam, Padova 2003, vol. I,<em> Principi e modelli<\/em>, p. 457.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[13]<\/strong><\/a> R. Ruffilli, <em>La questione del decentramento nell\u2019Italia liberale<\/em>, in <em>Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico<\/em>, n. 17, Giuffr\u00e9, Milano 1988, pp. 299-316 (p. 299).<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[14]<\/strong><\/a> Stefano Zecchi, <em>Ieri i Savoia, oggi l\u2019Europa: la Storia si ripete<\/em>, in <em>il Giornale<\/em>, 27-2-2005.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[15]<\/strong><\/a> <em>Ibidem<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[16]<\/strong><\/a> Cfr. a tal proposito il mio <em>Libert\u00e0 ed identit\u00e0 religiosa nell\u2019Unione europea. Tra \u00abCarta di Nizza\u00bb e Trattato costituzionale<\/em>, con una<em> Presentazione<\/em> dell\u2019on. Mario Mauro, Edizioni Solfanelli, Chieti 2006.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[17]<\/strong><\/a> Cfr. Alessandro Taradel,<em> Alcune caratteristiche di sviluppo della burocrazia italiana dal 1861 ai giorni nostri<\/em>, Giuffr\u00e9, Milano 1964.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[18]<\/strong><\/a> F. Pappalardo, <em>art<\/em>.<em> cit<\/em>., p. 16).<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[19]<\/strong><\/a> A. Truini, <em>op<\/em>.<em> cit<\/em>.,vol. I,p. 452.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[20]<\/strong><\/a> <em>Ibid<\/em>.,p. 454.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[21]<\/strong><\/a> <em>Ibid<\/em>., p. 455.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[22]<\/strong><\/a> R. Ruffilli, <em>Governo, parlamento e correnti politiche nella genesi della legge 20 marzo 1865<\/em>, 1969, in <em>Istituzioni, societ\u00e0, Stato. Scritti di politica e di storia di Roberto Ruffilli<\/em>, cit., vol. I, p. 283.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[23]<\/strong><\/a> Clemente Solaro Della Margarita, <em>Memorandum storico-politico (1835-1847)<\/em>, 1852, 2<sup>a<\/sup> edizione, Fratelli Bocca, Torino 1930, pp. 466-467.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[24]<\/strong><\/a> Cfr. il mio <em>Santi Romano e la formazione del \u00abRegno d\u2019Italia\u00bb<\/em>, in <em>Nova Historica. Rivista internazionale di storia<\/em>, anno III, n. 9, gennaio-marzo 2004, pp. 114-128.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[25]<\/strong><\/a> Silvano Montaldo,<em>\u00abIl 1860 ha veduto il formarsi dell\u2019unit\u00e0 italiana, il 1861 deve vederla compiuta\u00bb<\/em>,in Silvia Cavicchioli; Sabina Cerato; e S. Montaldo, <em>Fare l\u2019Italia. I dieci anni che prepararono l\u2019unificazione<\/em>,<em>Carocci<\/em>,Roma 2002, pp. 111-119 (p. 96).<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[26]<\/strong><\/a> Cfr. Enrico Zamuner(a cura di)<em> La formazione dello stato italiano. I-Il Risorgimento<\/em>, Giappichelli, Torino 2002, doc. n. 2.5.8, p. 181.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[27]<\/strong><\/a> Alberto Miele,<em> Presentazione<\/em>, in E. Zamuner(a cura di),<em> op<\/em>.<em> cit<\/em>., pp. XI-XV (pp. XIII-XIV).<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[28]<\/strong><\/a> S. Montaldo,<em> op<\/em>.<em> cit<\/em>., p. 112.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[29]<\/strong><\/a> Cit. in Charles Terlinden [visconte (1878-1972); presidente della Commissione Reale Belga di Storia],<em> La reconnaissance du Royaume d\u2019Italie par la Belgique<\/em>, in <em>M\u00e9langes offerts a Henry Pirenne<\/em>, Bruxelles 1926, p. 503; traduzione mia). Sull\u2019argomento cfr. anche Michel Dumoulin, <em>La reconnaissance du Royaume d&#8217;Italie par la Belgique en 1861<\/em>, in <em>Revue d\u2019Histoire Diplomatique<\/em>,anno IIIC, 1983, pp. 145-164.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[30]<\/strong><\/a> F. Pappalardo, <em>art<\/em>.<em> cit<\/em>., p. 18.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[31]<\/strong><\/a> Cfr. il mio <em>La Rivoluzione italiana ed i moti antireligiosi del 1848<\/em>, in <em>Nova Historica. Rivista internazionale di storia<\/em>, anno V, n. 15, gennaio-marzo 2006; nonch\u00e9 Angela Pellicciari, <em>L\u2019altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata<\/em>, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2000; ed Eadem, <em>Risorgimento da riscrivere. Liberali &amp; massoni contro la <\/em>Chiesa, Ares, Milano 1998.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[32]<\/strong><\/a> Si pensi soprattutto a quanto accadde a Roma durante la Repubblica Romana del 1849: sul punto cfr. il mio <em>Uno storico della Roma di Pio IX. La vita e le opere di Giuseppe Spada (1796-1867)<\/em>, in <em>Annali Italiani. Rivista di studi storici<\/em>, Milano, anno I, n. 1, gennaio-giugno 2002, pp. 68-143; nonch\u00e9 le considerazioni sul garibaldinismo in Molise in mons. Andrea Gemma, vescovo di Isernia-Venafro, <em>Lettera aperta al Presidente della Repubblica<\/em>, in <em>Notiziario. Diocesi di Isernia-Venafro<\/em>, anno XVIII, n. 11, Isernia 30-11-2001, pp. 39-40 (ripreso con il titolo <em>In tema di Risorgimento.<\/em> <em>Lettera aperta al signor Presidente della Repubblica, dottor Carlo Azeglio Ciampi<\/em>, in<em> Cristianit\u00e0<\/em>, anno XXX, n. 309, gennaio-febbraio 2002, p. 19).<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[33]<\/strong><\/a> Ettore Passerin d\u2019Entr\u00e8ves, <em>L\u2019incontro fra le due Italie<\/em>, in Nicola Raponi (a cura di), <em>Dagli stati preunitari d\u2019antico regime all\u2019unificazione<\/em>, il Mulino,Bologna 1981, pp. 503-531 (p. 510).<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[34]<\/strong><\/a> F. Bonini, <em>op<\/em>.<em> cit<\/em>., p. 26.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[35]<\/strong><\/a> E. Passerin d\u2019Entr\u00e8ves, <em>op<\/em>.<em> cit<\/em>., p. 505.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[36]<\/strong><\/a> F. Bonini, <em>op<\/em>.<em> cit<\/em>., p. 14.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[37]<\/strong><\/a> Gianfranco Miglio, <em>Le contraddizioni dello stato unitario<\/em>, in N. Raponi (a cura di), <em>op<\/em>.<em> cit<\/em>.,pp. 555-569 (p. 556).<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[38]<\/strong><\/a> F. Bonini, <em>op<\/em>.<em> cit<\/em>., p. 12.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[39]<\/strong><\/a> R. Ruffilli, <em>Governo, parlamento e correnti politiche nella genesi della legge 20 marzo 1865<\/em>,cit., pp. 276-277.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[40]<\/strong><\/a> <em>Ibid<\/em>., p. 278.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[41]<\/strong><\/a> <em>Ibid<\/em>., p. 280.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[42]<\/strong><\/a> Giampaolo D\u2019Andrea, <em>Prefazione<\/em>, a A. Servidio, <em>op<\/em>.<em> cit<\/em>.,pp. 7-11 (p. 9).<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[43]<\/strong><\/a> Roberto de Mattei, <em>L\u2019identit\u00e0 culturale come progetto di ricerca<\/em>, liberal, Roma 2004, p. 37.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[44]<\/strong><\/a> F. Bonini, <em>op<\/em>.<em> cit<\/em>., p. 38.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[45]<\/strong><\/a> <em>Ibid<\/em>., p. 39.<\/p>\n\n\n\n<p><a><strong>[46]<\/strong><\/a> G. D\u2019Andrea, <em>Prefazione<\/em>,cit., p. 10.<\/p>\n\n\n\n<p><strong><a>[47]<\/a> <\/strong>C. Solaro della Margarita, <em>op<\/em>.<em> cit<\/em>., pp. XI-XV.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Storia &amp; Identit\u00e0 [Relazione tenuta al convegno di studi La nascita dello Stato italiano, in occasione del 145\u00b0 anniversario della proclamazione del Regno d\u2019Italia, organizzato dalla Associazione Europea Scuola e Professionalit\u00e0 Insegnante (Aespi) di Milano, il 17 marzo 2006 a Palazzo Valentini di Roma, con il&nbsp; patrocinio della Regione Lazio, della Provincia di&nbsp; Roma e &hellip; <\/p>\n<p><a class=\"more-link btn\" href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/ombre-e-luci-del-processo-risorgimentale-italiano\/\">Continua a leggere<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":61973,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[101,24,96],"tags":[1510],"class_list":["post-64971","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-risorgimento","category-storia","category-storia-italiana","tag-unita-ditalia","item-wrap"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.2 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Ombre e luci del processo risorgimentale italiano - Rassegna Stampa Cattolica<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Ombre e luci del processo risorgimentale italiano. 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