{"id":5509,"date":"2013-03-21T00:00:00","date_gmt":"2013-03-20T23:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2016-04-21T12:16:00","modified_gmt":"2016-04-21T10:16:00","slug":"costi-e-conseguenze-dellunificazione-ditalia-una-lettura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/costi-e-conseguenze-dellunificazione-ditalia-una-lettura\/","title":{"rendered":"&laquo;Costi e conseguenze dell\u2019unificazione d\u2019Italia&raquo;. Una lettura"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-33279\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2013\/03\/Regno_Italia.jpg\" alt=\"Regno_Italia\" width=\"145\" height=\"200\" \/>Cristianit\u00e0 <\/strong>n.366 del 2012<\/div>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Francesco Pappalardo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1.<\/strong> Il 17 marzo 1861 viene proclamato a Torino il Regno d\u2019Italia. Le modalit\u00e0 dell\u2019unificazione, e soprattutto quelle della conquista e dell\u2019annessione del Regno delle Due Sicilie, colpiscono negativamente gli osservatori stranieri, cui non sfugge la precariet\u00e0 del nuovo Stato. Anche in Gran Bretagna, Paese distintosi per la <em>&#8220;reg\u00eca interessata&#8221;<\/em> (1) della spedizione effettuata da Giuseppe Garibaldi (1807-1882) in Sicilia, non mancano voci perplesse o critiche.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Ne sono prova i dibattiti svoltisi a pi\u00f9 riprese nel Parlamento britannico sugli &#8220;affari napoletani&#8221;. In particolare, nella seduta del 4 marzo 1861 il deputato conservatore e cattolico irlandese John Pope Hennessy (1834-1891), futuro governatore di Hong Kong, accusa il governo di aver sostenuto con mezzi finanziari, diplomatici e militari il partito rivoluzionario nel Mezzogiorno d\u2019Italia, contraddicendo nei fatti la dottrina del non intervento, allo scopo di favorire la <em>&#8220;<\/em>[&#8230;] <em>conquista piemontese della Penisola ispirata dai poco nobili motivi di risolvere la grave crisi finanziaria che attanagliava il regno di Vittorio Emanuele <\/em>[di Savoia (1820-1878)] <em>con l\u2019acquisizione delle risorse degli altri Stati italiani che si trovavano tutti in una pi\u00f9 florida situazione economica&#8221;<\/em> (2).<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019anno seguente l\u2019economista e uomo politico napoletano barone Giacomo Savarese (1808-1884) \u2014 gi\u00e0 consigliere di Stato, ministro dei Lavori pubblici e direttore generale delle Bonifiche \u2014, pubblica un\u2019opera polemica ma ben documentata in cui compie un breve ma significativo raffronto fra le finanze dello Stato sardo, fortemente indebitato, e quelle del pi\u00f9 virtuoso Regno delle Due Sicilie (3).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le considerazioni di Savarese sono state riprese succintamente, in occasione del centocinquantenario dell\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia, dal maggior quotidiano economico nazionale. L\u2019articolista, commentando le cifre dell\u2019indebitamento del Regno di Sardegna nel 1861, osserva che <em>&#8220;<\/em>[&#8230;]<em> \u00e8 stato il Regno dei Savoia a portare nella nascente Italia la cultura del debito facile, della finanza allegra&#8221;<\/em> (4).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E poi aggiunge: <em>&#8220;Si pu\u00f2 trarre la conclusione che per il Regno di Sardegna la creazione di un\u2019Italia unita fosse anche un modo per aggiustare i conti&#8221;<\/em> (5) a danno del reame pi\u00f9 ricco, quello borbonico. Alla data dell\u2019unificazione, infatti, il Regno di Sardegna aveva un debito pubblico pari al 67 per cento del Prodotto Interno Lordo, per di pi\u00f9 dilatatosi del 565 per cento fra il 1847 e il 1859 a causa dei preparativi bellici e nonostante l\u2019imposizione di nuovi balzelli, la vendita dei beni demaniali e l\u2019acquisizione forzata delle propriet\u00e0 ecclesiastiche. Opposta la situazione del Regno delle Due Sicilie con un debito pari al 29,6 per cento del PIL e un bilancio rigoroso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Inoltre, secondo uno studio di St\u00e9phanie Collet, ricercatrice di storia economica e finanziaria presso l\u2019Universit\u00e0 Libre de Bruxelles, lo <em>spread<\/em>, cio\u00e8 la differenza di rendimento fra i titoli del debito pubblico degli Stati preunitari, premiava i titoli del Regno delle Due Sicilie, che pagavano un tasso d\u2019interesse pi\u00f9 basso: 4,3 per cento annuo rispetto al 5,7 per cento di quelli del regno sardo (6).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Va detto, per inciso, che dopo l\u2019Unit\u00e0 i costi di rifinanziamento del debito passano da un valore medio nazionale del 5,3 per cento del 1860 a quasi il 7 per cento nel dicembre 1862 e salgono addirittura \u2014 nonostante l\u2019emissione congiunta dei titoli di debito degli antichi Stati \u2014 al 14 per cento nel 1866, a riprova del fatto che i mercati continuavano a non credere nella tenuta del nuovo regno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Solamente con l\u2019annessione del Veneto nel 1866 e dello Stato Pontificio nel 1870 i rendimenti dei buoni del tesoro italiani si assestano al 7,5 per cento nel 1871, per\u00f2 sempre rimanendo su valori superiori alla media del 1860 (7). Collet individua, infine, delle analogie fra l\u2019unificazione del debito sovrano degli Stati italiani preunitari e il tentativo d\u2019integrare le politiche economiche e fiscali, e dunque anche i debiti sovrani, dei Paesi oggi appartenenti all\u2019area dell\u2019euro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche l\u2019economista di fama internazionale Vito Tanzi ritiene che la costruzione dell\u2019unit\u00e0 europea stia incontrando difficolt\u00e0 simili a quelle affrontate centocinquant\u2019anni fa nella Penisola italiana, dove gli Stati preesistenti, caratterizzati da leggi e da sistemi economici e tributari molto differenti, sono stati messi insieme a tavolino e trasformati quasi repentinamente in uno Stato unitario (8).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2.<\/strong> Tanzi, di origini pugliesi, classe 1935, pochi anni dopo la nascita si trasferisce con la famiglia negli Stati Uniti, dove si laurea in economia presso la George Washington University, nella capitale federale, e consegue il dottorato, pure in economia, all\u2019Universit\u00e0 di Harvard a Cambridge, nel Massachusetts. Dal 1967 al 1976 insegna discipline economiche all\u2019American University, pure a Washington, del cui Dipartimento di Economia \u00e8 direttore dal 1970 al 1973; entrato nel 1974 nel Fondo Monetario Internazionale, ne dirige il Dipartimento di Finanza pubblica dal 1981 al 2000.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Senatore in Italia dal 2001 al 2006, \u00e8 sottosegretario di Stato all\u2019Economia e alle Finanze dal 2001 al 2003 nel secondo governo Berlusconi. Consulente della Banca Mondiale, delle Nazioni Unite, della Banca Centrale Europea e del californiano Stanford Research Institute, \u00e8 autore di numerose pubblicazioni di natura economica. Fra le sue opere in italiano \u2014 oltre a contributi a volumi collettivi \u2014, <em>Globalizzazione e sistemi fiscali<\/em> (Banca Popolare di Etruria, Arezzo 2002) e <em>Questione di tasse. La lezione dell\u2019Argentina<\/em> (con <em>Prefazione<\/em> di Francesco Giavazzi, EGEA, Milano 2007), nonch\u00e9, con Ludger Schuknecht, <em>La spesa pubblica nel XX secolo. Una prospettiva globale<\/em> (trad. it, Firenze University Press, Firenze 2007), nella quale si dimostra che, quando la spesa pubblica supera il 30 per cento del prodotto interno lordo, ogni somma in pi\u00f9 nel passivo dello Stato finisce per avere rendimenti decrescenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Invitato a partecipare a un\u2019opera sugli aspetti economici dell\u2019unificazione italiana, Tanzi, studioso dell\u2019Unione Europea e soprattutto del processo di armonizzazione fiscale avviato dai Paesi membri, ha ampliato il suo saggio, ritenendo che <em>&#8220;l\u2019Unificazione italiana poteva offrire una specie di specchio storico per comprendere il processo di integrazione europea&#8221; <\/em>(p. 4).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il suo obbiettivo, dunque, \u00e8 quello di osservare gli avvenimenti risorgimentali sotto il profilo dei costi e dei benefici, con l\u2019avvertenza che il problema non era l\u2019unificazione in s\u00e9, ma alcune delle decisioni prese nei momenti cruciali da persone che avevano una limitata conoscenza del Paese o che erano animate da pregiudizi di natura ideologica. <em>&#8220;Ci sar\u00e0 resistenza <\/em>\u2014 osserva \u2014<em> a quest\u2019uso della metodologia economica da parte di persone che credono che ci sono obbiettivi che sono cos\u00ec importanti e sacri che non possono e non devono essere sottoposti a questo criterio quasi contabile. Bisogna riconoscere che quest\u2019attitudine \u00e8 in essenza quella del fondamentalismo, che pu\u00f2 essere religioso o d\u2019altro genere. Il fondamentalismo assume e richiede che alcuni obbiettivi devono essere inseguiti senza considerazione dei costi, in vite umane od in moneta&#8221;<\/em> (p. 120).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019opera parte da alcune premesse: a) nel secolo XIX <em>&#8220;<\/em>[&#8230;] <em>sarebbe stato difficile identificare molte caratteristiche comuni o legami sentimentali e patriottici&#8221;<\/em> (p. 14) fra gli Stati italiani: <em>&#8220;a parte il fattore geografico, l\u2019elemento comune pi\u00f9 importante era che tutta la penisola italiana aveva fatto parte del nucleo centrale dell\u2019impero romano&#8221;<\/em> (<em>ibidem<\/em>); b) a quella data la Penisola comprendeva sette Stati con leggi diverse, con differenze linguistiche significative e con pochi contatti fra la maggior parte delle popolazioni, e le differenti regioni erano caratterizzate da tradizioni e da storie molto diverse; c) Casa Savoia coltivava pi\u00f9 l\u2019ambizione di espandere il Regno di Sardegna verso la Pianura Padana che quella di unificare la Penisola; d) il Risorgimento era stato un movimento principalmente di <em>\u00e9lite<\/em> e, specialmente nel Mezzogiorno, l\u2019appoggio popolare era stato molto ridotto; e) il Regno delle Due Sicilie non era governato da stranieri e l\u2019invasione di uno Stato riconosciuto diplomaticamente da tutti i Paesi, incluso il Regno di Sardegna, non aveva alcuna legittimazione giuridica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>&#8220;<\/em>[&#8230;]<em> bisogna chiedersi <\/em>\u2014 osserva Tanzi \u2014 <em>se,<\/em> <em>il modo in cui l\u2019Italia fu unita era il solo modo possibile di farlo; e se non c\u2019erano altre scelte migliori, che avrebbero potuto ridurre il costo, per i cittadini italiani, e specialmente per quelli del Meridione, che fu pagato&#8221;<\/em> (p. 151).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infatti, dopo l\u2019Unit\u00e0 viene creata una realt\u00e0 unitaria molto centralizzata, con regolamenti uniformi per tutti i disomogenei territori del regno e con una struttura amministrativa molto gravosa, che provoca difficolt\u00e0 e forti reazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fra queste, viene annoverato il brigantaggio, una resistenza armata a quelle che molti consideravano forze di occupazione. <em>&#8220;L\u2019occupazione delle forze garibaldine, seguita da quelle piemontesi, che, secondo molte testimonianze, fu pesante, caotica e sicuramente non rispettosa delle tradizioni locali, delle propriet\u00e0 pubbliche e private, e di vari diritti dei cittadini, insieme al peggioramento della situazione economica, che, per molte persone, accompagn\u00f2 immediatamente l\u2019unificazione, insieme ad altri fattori, come per esempio l\u2019attitudine di disprezzo che Vittorio Emanuele <\/em>[II di Savoia (1820-1878)]<em> dimostr\u00f2 verso i napoletani, durante la sua breve visita alla citt\u00e0 nel 1861, contribuirono, senza dubbio, ad ingrandire, se non a creare, il fenomeno&#8221;<\/em> (p. 122).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La lotta al brigantaggio \u00e8 stata una specie di guerra civile che ha provocato decine di migliaia di vittime e che ha aggravato le precarie condizioni delle finanze pubbliche<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tanzi opera un parallelismo fra la guerra di conquista condotta dal Regno di Sardegna nei confronti degli Stati preunitari e la Guerra Civile nordamericana (1861-1865), iniziata proprio nel 1861, l\u2019anno della nascita del Regno d\u2019Italia (9), perch\u00e9 negli Stati Uniti d\u2019America <em>&#8220;le politiche che furono seguite dai vincitori del Nord, dopo la sconfitta del Sud, contribuirono anche a condannare il Sud ad un secolo di sottosviluppo e di povert\u00e0 relativa. Per un lungo periodo, il Sud divent\u00f2 il Mezzogiorno degli Stati Uniti&#8221;<\/em> (p. 119).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando nasce lo Stato unitario, vi sono poche differenze fra le condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno d\u2019Italia, che lo studioso chiama convenzionalmente Sud, e quelle del resto della Penisola, &#8220;il Nord&#8221; (10). <em>&#8220;Se c\u2019erano differenze, erano sicuramente molto pi\u00f9 modeste che negli anni successivi all\u2019unificazione&#8221;<\/em> (p. 97). Anche sotto il profilo culturale il Sud si presentava non come un\u2019area arretrata o sottosviluppata, o un Nord mancato, ma piuttosto come una societ\u00e0 dotata di una forte personalit\u00e0 storica e di un\u2019inconfondibile fisionomia: <em>&#8220;Non c\u2019era mancanza di cultura, ma differenza culturale dalle regioni che avevano abbracciato la rivoluzione industriale, l\u2019illuminismo e le lezioni politiche che erano state introdotte dalla rivoluzione francese&#8221;<\/em> (p. 220).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La rappresentazione del Mezzogiorno come un blocco di arretratezza economica e morale ha genesi e natura ideologiche ed \u00e8 legata ai pregiudizi e all\u2019ignoranza che spesso caratterizzavano gl\u2019intellettuali e i politici di altre parti d\u2019Italia o d\u2019Europa. <em>&#8220;Era un universo parallelo e non necessariamente inferiore, in vari aspetti, a quello del Nord. <\/em>[&#8230;]<em> \u00c8 un comune errore confondere l\u2019analfabetismo con la mancanza di cultura per le societ\u00e0 tradizionali&#8221;<\/em> (p. 221).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3.<\/strong> L\u2019economista Tanzi si sofferma soprattutto sugli aspetti finanziari dell\u2019unificazione. Dopo il 1861 vengono scaricati sul Regno d\u2019Italia gli enormi debiti contratti dal Regno di Sardegna per le &#8220;guerre d\u2019indipendenza&#8221; e per lo sviluppo delle proprie province, esclusa per\u00f2 la Sardegna, <em>&#8220;<\/em>[&#8230;] <em>che derivava pochi progressi dalla modernizzazione del regno che portava il suo nome&#8221; <\/em>(pp. 186-187).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il presidente del consiglio, Camillo Benso, conte di Cavour (1810-1861), pur incrementando notevolmente le entrate, aveva contratto forti debiti con banche straniere, soprattutto con la Casa Rothschild, e con ambienti finanziari di Francia e di Gran Bretagna. <em>&#8220;Questi vincoli crearono o rafforzarono interessi economici, o almeno finanziari, da parte di questi due importanti paesi <\/em>[&#8230;]<em>. In un certo senso i creditori diventarono soci nell\u2019impresa e sostenitori indiretti delle attivit\u00e0 politiche di Cavour e degli obbiettivi del Risorgimento. I creditori continueranno a fare grandi guadagni in Italia negli anni futuri, finanziando le grosse spese dei governi dell\u2019Italia Unita&#8221;<\/em> (pp. 190-191).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il nuovo Stato unitario nasce con uno smisurato debito pubblico e con un disavanzo perenne nei conti pubblici, che creano grandi difficolt\u00e0 e condizionano le scelte economiche dei governi italiani. Fra il 1862 e il 1900 l\u2019Italia, in media, spende per gl\u2019interessi sul debito il 42 per cento delle proprie entrate tributarie, nonostante l\u2019incremento di queste ultime. <em>&#8220;Le tasse erano aumentate molto di pi\u00f9 della spesa pubblica che sarebbe stata utile alla gente ed all\u2019economia del Sud&#8221;<\/em> (p. 190).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1866 servono 245 milioni di lire per gl\u2019interessi e la Banca Nazionale presta al governo 141 milioni di lire privi di copertura aurea; di conseguenza in quell\u2019anno viene introdotto il corso forzoso della moneta, che non \u00e8 pi\u00f9 convertibile in oro, e il <em>deficit<\/em> statale viene finanziato emettendo moneta in misura superiore alle riserve di metallo prezioso possedute dall\u2019istituto bancario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il corso forzoso ha un impatto negativo sul costo del debito, sulle importazioni e sulle attivit\u00e0 economiche in genere; diventa pi\u00f9 difficile per le imprese private pagare in lire oppure ottenere garanzie di credito ed \u00e8 necessario ricorrere a pagamenti anticipati; il tasso d\u2019interesse effettivo triplica nel giro di pochi anni, riducendo le risorse finanziarie a disposizione del governo. <em>&#8220;\u00c8 facile vedere in quest\u2019esperienza quello che successe alla Grecia nel 2011 ed in Spagna nel 2012&#8221;<\/em> (p. 193).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le conseguenze negative dell\u2019unificazione colpiscono soprattutto il Mezzogiorno per una serie di motivi concomitanti: a) l\u2019appropriazione dell\u2019oro del Regno delle Due Sicilie; b) il forte aumento delle tasse nel Sud per equipararle al livello di quelle imposte nel Regno di Sardegna; c) la rapida applicazione al Paese dei bassi dazi doganali del regno sardo, con danni irreparabili all\u2019industria del Sud, fino ad allora protetta da dazi elevati; d) la soppressione di ogni ente morale ecclesiastico e l\u2019incameramento dei relativi beni, che distrugge la rete di <em>welfare<\/em> creata dalla Chiesa a sostegno dei pi\u00f9 deboli; e) la nascita del fenomeno emigratorio, sia verso il Nord sia verso l\u2019estero e specialmente nelle Americhe, che all\u2019inizio coinvolge principalmente le maestranze pi\u00f9 qualificate; l\u2019adozione di programmi economici <em>&#8220;<\/em>[&#8230;]<em> fatti su misura, da politici e burocrati, che risiedevano a Roma e che volevano industrializzare il Mezzogiorno con sussidi pubblici e con <\/em>piani di sviluppo<em>, immaginati a tavolino da gente che conosceva poco l\u2019economia e molto la politica&#8221;<\/em> (p. 253); e) il declino economico e culturale di Napoli, una delle pi\u00f9 grandi citt\u00e0 d\u2019Europa, insieme a Londra e Parigi, che avrebbe meritato invece di essere la capitale della nuova Italia. <em>&#8220;<\/em>[&#8230;]<em> l\u2019opposizione contro gli &#8220;stranieri&#8221;, che aveva contribuito anche al brigantaggio, fu seguita da un fatalismo che in anni futuri convincer\u00e0 molti cittadini del Sud ad abbandonare l\u2019Italia. Quelli che restarono si rassegnarono alle nuove condizioni e cominciarono a guardare al governo per la soluzione dei loro problemi economici. <\/em>[&#8230;] <em>Si pass\u00f2 presto dal problema di come unificare l\u2019Italia politicamente e liberarsi dalle occupazioni straniere, a come integrare il Mezzogiorno economicamente e socialmente con il resto del paese e come fare gli italiani&#8221;<\/em> (pp. 200-201).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4.<\/strong> Nel 1861 il governo opta per un sistema politico e per un\u2019amministrazione molto centralizzati, sul modello di quelli esistenti nel Regno di Sardegna; una scelta molto diversa da quella compiuta da Paesi nati dall\u2019unificazione di territori con tradizioni differenti, come gli Stati Uniti d\u2019America, l\u2019Impero Germanico, la Confederazione Svizzera e i Paesi Bassi, dove le responsabilit\u00e0 affidate inizialmente al governo centrale erano molto ridotte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tanzi ritiene che la creazione di una confederazione di Stati, che avesse trasferito gradualmente il potere a un governo federale, avrebbe risparmiato al Paese molti costi, economici e in vite umane. <em>&#8220;Ovviamente<\/em> \u2014 precisa \u2014<em>, questo \u00e8 uno scenario da &#8220;what if&#8221;; \u00e8 impossibile sapere cosa sarebbe accaduto nella realt\u00e0, se questo scenario alternativo fosse stato seguito. Ma sappiamo i costi dell\u2019alternativa che fu scelta&#8221;<\/em> (p. 121).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il centralismo viene adottato per motivi ideologici \u2014 l\u2019influenza della cultura rivoluzionaria nel Regno di Sardegna \u2014 e per motivi pratici, cio\u00e8 per la precariet\u00e0 della nuova creazione statale, per la resistenza in atto nelle province meridionali e per la necessit\u00e0 di condividere il debito pubblico sardo con le altre parti d\u2019Italia. <em>&#8220;La scelta dell\u2019organizzazione statale fatta all\u2019inizio <\/em>\u2014 sostiene l\u2019economista \u2014 <em>\u00e8 stata possibilmente una delle cause e forse uno degli errori pi\u00f9 importanti, che ha reso l\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia un\u2019impresa in parte incompiuta&#8221;<\/em> (p. 36).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poich\u00e9 il centralismo politico-amministrativo di tipo francese aveva poche possibilit\u00e0 di riuscire bene in Italia, come la storia ha mostrato in centocinquant\u2019anni, <em>&#8220;la scelta iniziale di un governo federale, o anche di uno confederale, di uno <\/em>Stati Uniti d\u2019Italia<em>, avrebbe<\/em> <em>ridotto i costi, anche se il risultato finale, di un\u2019Italia veramente unita, sarebbe stato probabilmente raggiunto pi\u00f9 tardi, in un periodo pi\u00f9 lungo. Le politiche adottate <\/em>dopo<em> l\u2019unificazione sicuramente non erano adatte a creare l\u2019Italia che molti patrioti risorgimentali avevano sognato. Crearono invece un\u2019Italia che geograficamente e politicamente era unita ma economicamente, e forse anche socialmente, era disunita&#8221;<\/em> (p. 257).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Buona parte della spesa pubblica \u2014 pi\u00f9 alta della media europea, allora come oggi \u2014 viene assorbita per anni dagl\u2019interessi sul debito e dunque sacrificata per fini improduttivi. Inoltre, osserva Tanzi, poich\u00e9 le decisioni importanti vengono prese nella capitale o comunque da strutture accentrate, i politici di livello locale non si sentono responsabili di quel che succede nei loro territori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si abituano ad addossarne la colpa al governo centrale e ad attendere che esso risolva i loro problemi. <em>&#8220;Una struttura federalista avrebbe anche convinto i cittadini delle diverse regioni che quello che succede localmente \u00e8 anche in buona parte la responsabilit\u00e0 dei leader e dei cittadini a livello locale, e che non pu\u00f2 essere completamente attribuito ai politici che operano a livello nazionale. La scelta unitaria diede una buona scusa ai politici locali di attribuire i problemi delle loro province al governo nazionale e non alle loro politiche&#8221;<\/em> (p. 172).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>&#8220;Un\u2019Italia confederale, o forse anche federale<\/em> \u2014 prosegue \u2014<em>, avrebbe potuto permettere il mantenimento di tariffe che potevano essere differenti da regione a regione, almeno per un periodo di transizione di qualche anno, usando le dogane che esistevano tra gli stati italiani pre-unitari. La scelta unitaria imped\u00ec questa possibilit\u00e0&#8221;<\/em> (p. 252).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche il trasferimento del debito sarebbe stato impossibile in un sistema confederale e molto difficile in uno Stato federale. Ma al momento dell\u2019Unit\u00e0 il regno sabaudo rischiava di fallire. Dovendo scegliere fra un\u2019unificazione centralistica e il fallimento, i conquistatori non ebbero dubbi e, come si legge nella quarta pagina di copertina, <em>&#8220;il Regno di Sardegna fu salvato dal fallimento grazie all\u2019unificazione, che trasfer\u00ec i suoi debiti sull\u2019Italia&#8221;<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Note:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>(1)<\/strong> Emanuele Pagano, <em>L\u2019Italia e i suoi Stati nell\u2019et\u00e0 moderna. Profilo di storia (secoli XVI-XIX)<\/em>, La Scuola, Brescia 2010, p. 353; cfr. la mia recensione in <em>Cristianit\u00e0<\/em>, Piacenza gennaio-marzo 2012, n. 363, pp. 75-80.<br \/>\n<strong>(2)<\/strong> Eugenio Di Rienzo, <em>Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee. 1830-1861<\/em>, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2012, p. 193, che rinvia per il testo completo del discorso alla raccolta <em>Hansard\u2019s Parliamentary Debates<\/em>, Woodfall and Son, Third Series, Londra 1861, vol. CLXI, coll. 1332-1440, disponibile anche all\u2019indirizzo Internet: (gl\u2019indirizzi Internet dell\u2019intero articolo sono stati consultati il 29-12-2012).<br \/>\n<strong>(3)<\/strong> Cfr. Giacomo Savarese, <em>Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860<\/em>, con <em>Introduzione<\/em> di Aldo Servidio e <em>Cenni biografici<\/em> di Silvio Vitale (1928-2005), Controcorrente, Napoli 2003.<br \/>\n<strong>(4)<\/strong> Morya Longo, <em>Nord &#8220;padre&#8221; del debito pubblico<\/em>, in <em>Il Sole-24 Ore<\/em>, Milano 17-3-2011.<br \/>\n<strong>(5)<\/strong> <em>Ibidem<\/em>.<br \/>\n<strong>(6)<\/strong> Cfr. St\u00e9phanie Collet, <em>L\u2019Italia unita? Debito sovrano e lo scetticismo degli investitori<\/em>, trad. it., p. 16, disponibile all\u2019indirizzo Internet: .<br \/>\n<strong>(7)<\/strong> Cfr. <em>ibid.<\/em>, pp. 15-16.<br \/>\n<strong>(8) <\/strong>Cfr. Vito Tanzi, <em>Italica. Costi e conseguenze dell\u2019unificazione d\u2019Italia<\/em>, Grantorino libri, Torino 2012. Tutti i riferimenti fra parentesi nel testo rimandano a quest\u2019opera. Non si pu\u00f2 non segnalare la metodica e completa assenza di <em>editing<\/em> del testo, che risente della lunghissima permanenza dell\u2019autore negli Stati Uniti.<br \/>\n<strong>(9)<\/strong> Analogo parallelismo viene compiuto dall\u2019americanista e storico militare Raimondo Luraghi (1921-2012):<em> &#8220;L\u2019effetto della guerra fu la riduzione del Sud a colonia, qualcosa di simile a quello che secondo le denunce dei nostri meridionalisti accadde in Italia dopo il Risorgimento&#8221;<\/em> (<em>Storia della guerra civile americana<\/em>, Rizzoli, Milano 2009, p. 1282).<br \/>\n<strong>(10)<\/strong> Cfr. Stefano Fenoaltea, <em>I due fallimenti della storia economica: il periodo post-unitario<\/em>, in <em>Rivista di politica economica<\/em>, vol. 97, n. III-IV, Roma marzo-aprile 2007, pp. 341-358; e Vittorio Daniele e Paolo Malanima, <em>Il divario Nord-Sud in Italia (1861-2011)<\/em>, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2011, secondo cui <em>&#8220;prima dell\u2019Unit\u00e0 esistevano differenze fra aree all\u2019interno della nuova nazione, ma non c\u2019era un vero divario economico fra Sud e Nord&#8221;<\/em> (p. 7) e l\u2019industrializzazione postunitaria \u00e8 stata <em>&#8220;la causa immediata delle ineguaglianze di sviluppo&#8221;<\/em> (p. 8).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cristianit\u00e0 n.366 del 2012 Francesco Pappalardo 1. Il 17 marzo 1861 viene proclamato a Torino il Regno d\u2019Italia. Le modalit\u00e0 dell\u2019unificazione, e soprattutto quelle della conquista e dell\u2019annessione del Regno delle Due Sicilie, colpiscono negativamente gli osservatori stranieri, cui non sfugge la precariet\u00e0 del nuovo Stato. 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