{"id":538,"date":"2005-05-21T00:00:00","date_gmt":"2005-05-20T22:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2016-01-27T12:53:38","modified_gmt":"2016-01-27T11:53:38","slug":"teologia-etica-e-affari","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/teologia-etica-e-affari\/","title":{"rendered":"Teologia, etica e affari"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\">S.E.<strong> Angelo Scola<\/strong><\/div>\n<p style=\"text-align: center;\"><em>Rettore Magnifico della Pontificia Universit\u00e0 Lateranense<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/05\/economia_etica.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-29967 size-full\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/05\/economia_etica.jpg\" alt=\"economia_etica\" width=\"240\" height=\"153\" \/><\/a><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div><strong>I. La <em>business ethics<\/em>: un <em>novum <\/em>nel rapporto economia\/etica?<\/strong><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00abLa portata ed il valore di un economista non si guardano soltanto sull&#8217;abilit\u00e0 e sulla possanza che egli rivela nella deduzione matematica e nell&#8217;induzione statistica, ma anche su pi\u00f9 sottili capacit\u00e0 intellettuali, come le sue conoscenze in materia di storia, di scienze della societ\u00e0 e di filosofia&#8230;\u00bb <\/em>[Kolm 1988, 259] Per Kolm sar\u00e0 benvenuto il giorno in cui la maggior parte degli economisti giunger\u00e0 ad affermare:<em> &#8220;&#8230; niente di ci\u00f2 che \u00e8 umano mi \u00e8 estraneo&#8221;<\/em> [Ivi, 289].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non diversamente ragionano altri autori che si sono dedicati, da punti di vista talora assai diversi, ad esplorare un poco &#8211; a partire dall&#8217;economia &#8211; i rapporti con l&#8217;etica (si vedano Rotschild 1993; Myrdal 1981; Sen 1988; Zamagni 1982; Screpanti-Zamagni 1992; Lombardini 1993; Utz 1999)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">.Con il dilatarsi della business etichs siamo forse di fronte alla fusione di quelle che sono state chiamate le due origini [cfr. Sen 1988, 9] &#8211; o almeno i due approcci &#8211; dell&#8217;economia: quello etico-filosofico e quello ingegneristico? Non tocca a me, teologo e uomo di Chiesa, entrare nel merito di una simile questione, tanto pi\u00f9 che &#8211; se non vado errato &#8211; non mancano, dall&#8217;interno del mondo dell&#8217;economia, studi teorici che, indagandone lo specifico statuto epistemologico, mostrano come in realt\u00e0 vi sia sempre stata commistione tra questi due elementi [cfr. Rotschild 1993, 15].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non vale quindi pi\u00f9 l&#8217;affermazione sardonica di Karl Kraus: <em>&#8220;Volete studiare l&#8217;etica degli affari? Allora dovete decidere di fare l&#8217;una o gli altri!&#8221;. <\/em>La formula in effetti non \u00e8 altro che la trascrizione eufemistica della battuta tanto celebre quanto volgare: <em>&#8220;business is business!&#8221;.<\/em> Ma siamo ormai anche lontani dalla tesi di un Robbins: <em>&#8220;Poich\u00e9 l&#8217;economia si occupa di impiego efficiente di mezzi in relazione a fini che assume come dati essa \u00e8 del tutto neutrale rispetto all&#8217;etica&#8221; <\/em>[cfr. Robbins 1947].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Robbins voleva rigorizzare la convinzione di Pareto che scindeva le ragioni dell&#8217;efficienza da quelle dell&#8217;equit\u00e0 distinguendo la sfera della produzione da quella della distribuzione. Noi ci limitiamo a constatare che l&#8217;etica torna oggi alla ribalta dell&#8217;economia e non solo per ragioni ad essa estrinseche, ma proprio in forza dell&#8217;impatto che talune questioni hanno sull&#8217;economia in se stessa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A titolo esemplificativo voglio qui ricordare, dai pi\u00f9 recenti studi di alcuni teorici dell&#8217;economia, tre problemi: il cosiddetto Dilemma del Prigioniero, il problema della equit\u00e0 intergenerazionale e la questione della fame (carestia) nel mondo. L&#8217;ordine degli esempi citati indica il progressivo passaggio dalla relazione elementare tra due persone a quella strutturale che interessa ogni societ\u00e0 regionale, fino a giungere a quella macroscopica su scala mondiale. In tutte e tre i casi diventa evidente che le relazioni interpersonali individuano una categoria economica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ebbene, secondo non pochi teorici dell&#8217;economia un impiego di ipotesi tecnico &#8211; restrittive circa l&#8217;analisi della dimensione economica del rapporto interpersonale pu\u00f2 pesantemente limitare l&#8217;efficacia delle previsioni economiche. Nasce cos\u00ec la tesi dei beni relazionali [cfr. Donati 1991].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;etica \u00e8 quindi chiamata in causa dall&#8217;economia in vista della sua stessa efficienza. Tralasciamo, per 9 momento, di chiederci se questo appello sia solo interessato e non domandiamoci neppure se esso sia adeguato, per limitarci ad esaminare brevemente, da un puro punto di vista empirico descrittivo, la relazione etica\/economia. Lo faremo in due passi. Il primo a partire dall&#8217;economia, ovviamente nei limiti consentiti ad una persona non competente in materia; il secondo a partire dall&#8217;etica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1. Economia versus etica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tradizionalmente, le aziende hanno risposto a problemi di tipo etico o, pi\u00f9 genericamente, di responsabilit\u00e0 sociale, seguendo quattro linee.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>a)<\/strong> Con l&#8217;attenzione alle relazioni interne all&#8217;azienda; l&#8217;attenzione al personale, alle relazioni umane intra-aziendali, considerate come un patrimonio dell&#8217;azienda oltre che come un dovere dell&#8217;imprenditore. Si va dalla classica scuola delle<em> human relations<\/em> (Mayo) degli anni &#8217;40-&#8217;50 in America, all&#8217;idea dell&#8217;impresa come &#8220;clan&#8221; (con i valori ed i limiti di questa intuizione) negli anni &#8217;80, alle idee della Mitbestimmung tedesca, ecc.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>b)<\/strong> Con la cura di certi obiettivi sociali cui l&#8217;impresa pu\u00f2 direttamente rispondere (risolvere la disoccupazione attraverso comportamenti che ne favoriscono la tenuta in periodi di crisi): \u00e8 questo un obiettivo postbellico; prima della guerra un fenomeno analogo era quello delle imprese che curavano certi servizi per le famiglie dei lavoratori (casa, colonia dei bambini, ecc.); con l&#8217;attenzione a obiettivi sociali condivisi (cultura, formazione, ricerca) attraverso lo strumento delle fondazioni: oggi in Italia, il sistema bancario &#8211; in particolare quello evolutosi dal mondo cooperativo &#8211; usa moltissimo questo strumento che riversa nel sociale parte dei profitti; con l&#8217;attenzione a non creare o ad aiutare a risolvere problemi di esternalit\u00e0 associati al funzionamento delle stesse imprese, come i problemi ambientali in particolare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>c)<\/strong> Con l&#8217;assunzione di obiettivi aziendali che &#8220;vincolano&#8221; i profitti ad un utilizzo per particolari bisogni (formazione di uomini) o per il bene comune.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>d)<\/strong> Impiegando imprend\u00edtorialit\u00e0 direttamente nella produzione di beni collettivi e servizi sociali, attraverso strumenti come quello delle organizzazioni non profit. Non si pu\u00f2 dire che tali linee di lavoro non abbiano dato risultati; anzi \u00e8 proprio la loro presenza, quando non sia sporadica, a segnare il crinale fra un capitalismo che taluni chiamerebbero &#8220;selvaggio&#8221; e un capitalismo sociale. Tuttavia, tali linee sono spesso fragili. Di fronte a crisi, problemi di ristrutturazione e, soprattutto, di fronte agli imperativi della concorrenza, questi obiettivi si rivelano spesso come marginali, i primi ad essere sacrificati per garantire il buon funzionamento e la sopravvivenza dell&#8217;impresa come tale. Questo viene infatti percepito come il &#8220;primo&#8221; compito dell&#8217;imprenditore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2. Etica versus economia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se ora &#8211; rimanendo sempre ad un puro livello descrittivo &#8211; ci collochiamo dal punto di vista etico per guardare all&#8217;economia, possiamo forse far nostro il tentativo di classificare i molteplici contenuti della <em>business ethics<\/em> seguendo la proposta di Langan [cfr. Langan 1990].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Egli parla di cinque compiti propri della <em>business ethics.<\/em> Il primo, societario (<em>corporate ethics<\/em>), diretto a provvedere all&#8217;educazione etica applicata a particolari campi dell&#8217;azienda, integrando la formazione morale primaria con specifici codici, con &#8220;credo&#8221; singolari (denominatore comune) e precise politiche aziendali. Il secondo compito della business etbics \u00e8 quello accademico (da inserire negli studi superiori ed universitari).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il terzo, esistenziale, rivolto all&#8217;elaborazione di una guida pratica per le decisioni corrette e le politiche conformi. Il quarto compito viene definito analitico. Non si tratta solo di porre questioni generali del tipo &#8220;Sono onesto?&#8221;, &#8220;Sono rispettoso delle regole generali?&#8221;, ma &#8211; in presenza di decisioni sempre specifiche e particolari occorre prevedere e codificare, attraverso attente analisi, tutti gli aspetti specifici soprattutto quando le scelte sono conflittuali. Il quinto, infine, \u00e8 un compito interpretativo teso a dilatare l&#8217;ambito della business ethics per aprirlo alla comprensione dei problemi strutturali e del senso della dignit\u00e0 morale e religiosa delle attivit\u00e0 personali e sociali che concorrono, nel loro insieme, a costituire il business.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3. L&#8217;esclusione del soggetto: un diletto che la scienza economica ha in comune con la scienza moderna?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fin qui mi sono sostanzialmente limitato ad una pura descrizione del dato. Cosa emerge da questo quadro? Taluni cultori di etica, ma anche certi mondi forse un po&#8217; aprioristicamente diffidenti nei confronti del mercato, investono la <em>business etichs<\/em> con una domanda provocatoria. La cosiddetta etica degli affari \u00e8 una via mediante la quale il mondo degli affari riconosce il primato dell&#8217;umano e della societ\u00e0 civile all&#8217;interno dei dinamismi di produzione, di scambio, di consumo, di risparmio nonch\u00e9 delle attivit\u00e0 \/ passivit\u00e0 finanziarie ad essi collegate o non \u00e8 piuttosto il tentativo di trasformare taluni problemi et\u00edco-sociali in un&#8217;ulteriore occasione per affari redditizi (<em>ethics&#8217;s business<\/em>)?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Preciso subito, per quanto mi riguarda, che giudico questa domanda un po&#8217; moralistica. Non vi \u00e8 niente di scandaloso, se si \u00e8 rispettosi della verit\u00e0 di uomini e cose, nel fare affari a partire da questioni etico-sociali! Non \u00e8 perci\u00f2 necessario mettere in alternativa radicale i due termini della questione, n\u00e9 questo \u00e8, a ben vedere, il nodo cruciale della <em>business ethics.<\/em> Qual \u00e8 allora? Per rispondere mi servir\u00f2, a mia volta, di un interrogativo che poi cercher\u00f2 di illustrare un poco. Si possono fare, alla lunga, buoni affari con una concezione ed una pratica dell&#8217;economia, magari in nome della sua &#8220;razionalit\u00e0&#8221; [cfr. Ricossa 1988], prescindendo dal bene del soggetto personale e comunitario (individuo, societ\u00e0) che fa gli affari?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In altri termini: l&#8217;economia come scienza non partecipa della stessa riduzione equivoca propria delle scienze moderne: quella di essersi costituita sull&#8217;esclusione del soggetto, in nome di un&#8217;impossibile neutra oggettivit\u00e0?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E questo con tutti i problemi che ne derivano, non ultimi quelli tipici dello scontro tra le ideologie i cui risultati nefandi sono oggi sotto gli occhi di tutti. Perch\u00e9 la domanda di etica che nasce dall&#8217;economia (<em>business ethics<\/em>), soprattutto quando &#8211; in regime di globalizzazione &#8211; deve fare i conti con la multiculturalit\u00e0 e la multireligiosit\u00e0, non pu\u00f2 essere accolta come la provocazione ad un creativo rapporto integrale tra etica ed economia; un rapporto capace di far crescere l&#8217;uomo e la comunit\u00e0 civile su scala locale, regionale e mondiale e nello stesso tempo in grado di consentire all&#8217;economia una maggior efficienza?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E&#8217; realistico un simile obiettivo o non indica piuttosto un irraggiungibile traguardo utopico che finirebbe per produrre ulteriori ideologie, destinate a generare sempre violenza, perch\u00e9 pretendono di applicare al reale la teoria giusta, invertendo i termini di un corretto rapporto tra esperienza e sapere (il sapere nasce sempre dall&#8217;esperienza!)?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ri-introdurre il soggetto: ecco un improcrastinabile imperativo per l&#8217;economia! Il soggetto inteso come individuo e come comunit\u00e0 ai suoi vari livelli: da quello primario della famiglia, alle forme pi\u00f9 elementari di comunit\u00e0 civile per passare a quelle nazionali e giungere fino all&#8217;organizzazione di una qualche forma di governo mondiale (la cui esigenza \u00e8 stata fortemente sentita nel tragico secolo XX, anche se \u00e8 ben lontana dall&#8217;aver trovato adeguata realizzazione).<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>II. Antropologia, etica ed economia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Chiediamoci anzitutto: il mondo dell&#8217;economia sente questa esigenza di riportare al centro il soggetto, cos\u00ec come l&#8217;avvertono taluni altri ambiti del sapere quali, ad esempio, la medicina &#8211; almeno a partire dai livelli secondo me pi\u00f9 avanzati della bioetica &#8211; o la matematica e la fisica, quando manifestano l&#8217;urgenza di superare l&#8217;estraneit\u00e0 radicale o il concordismo equivoco tra scienza e filosofia, scienza e fede?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se le ovvie notazioni da me appena proposte, soprattutto a partire dal versante dell&#8217;economia, sono sufficientemente fondate, si deve dire che attraverso di esse &#8211; il soggetto fa valere la propria irriducibilit\u00e0: non lo si pu\u00f2 oggettivamente espungere dall&#8217;orizzonte concreto degli affari! Abbiamo individuato infatti nella business ethics un endogeno carattere di fragilit\u00e0 che dipende proprio dall&#8217;esclusione del soggetto. Come ha tentato di porvi rimedio l&#8217;economia in senso lato?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1. La fragilit\u00e0 della business ethichs<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La risposta classica a questa fragilit\u00e0 mi sembra sia affidata all&#8217;azione legislativa e istituzionale dello Stato e della mano pubblica. Attraverso lo strumento di pressione sociale costruitosi nello stesso mondo produttivo (sindacati), si \u00e8 creato un insieme di leggi e di istituzioni che vincolano i comportamenti aziendali secondo svariate modalit\u00e0: sicurezza sul lavoro, orario e salari contrattuali, garanzie quanto al licenziamento, legislazione ambientale, ecc. Si tratta di un insieme di vincoli che se, da un lato, vengono ritenuti fondamentali in un&#8217;economia socialmente matura, dall&#8217;altro sono evidentemente costosi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da notare che &#8211; specialmente in Europa, dove tale azione diretta dei pubblici poteri \u00e8 stata pi\u00f9 consistente rispetto al mondo americano &#8211; si \u00e8 invece molto pi\u00f9 arretrati e diffidenti quanto alla quarta linea di possibile azione del mondo produttivo stesso, quella basata su organizzazioni non profit. La distinzione fra privato (autointeressato) e pubblico (volto al bene comune) ha reso diffidenti verso questo tipo di risposta, che invece sembra avere maggior spazio espressivo in America, dove l&#8217;azione pubblica si attesta unicamente sul controllo delle grandi &#8220;regole&#8221; di comportamento (assenza di potere monopolistico, comportamenti legislativamente e fiscalmente corretti).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In un mondo in cui la concorrenza cresce e le forme di protezione date da mercati nazionali &#8220;divisi&#8221; vengono meno, i costi di tale tipo di risposta &#8211; che si affida allo Stato &#8211; si sono rivelati eccessivi. Da qui la crescente insofferenza ed il crescente interesse delle imprese verso comportamenti che tentano di affrontare i problemi di responsabilit\u00e0 sociale, i quali, se condivisi, potrebbero trovar risposte adeguate ed essere assai meno costosi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>La business ethics <\/em>si trova allora di fronte ad un duplice piano di difficolt\u00e0. Il primo, quello relazionale, in cui emerge una posizione di sospetto a vari livelli: sfiducia verso il privato per l&#8217;incapacit\u00e0 a incorporare stabilmente comportamenti di responsabilit\u00e0 sociale; sfiducia verso lo Stato &#8211; che pu\u00f2 essere altrettanto dominato da comportamenti autointeressati -; sfiducia verso il sociale, al quale si attribuiscono i difetti dell&#8217;uno o dell&#8217;altro attore (se non altro perch\u00e9 non si ha ancora esperienza delle sue potenzialit\u00e0 nel risolvere i problemi).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il secondo piano \u00e8 quello dei risultati, dove si presenta il dilemma tra l&#8217;accettare la fragilit\u00e0 nei comportamenti sociali o accettare un costoso ingessamento dei comportamenti che, nel lungo periodo, pu\u00f2 risultare letale all&#8217;economia stessa. I tentativi per risolvere questi dilemmi ovviamente non mancano. C&#8217;\u00e8 ad esempio chi scommette sul &#8220;progresso istituzionale&#8221; (attraverso prove ed errori il comportamento umano, anche in campo economico, trover\u00e0 regole e istituzioni adeguate!).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E&#8217; un tentativo che, se da un lato ha il conforto di certi risultati (sta cambiando la legislazione del lavoro, sta cambiando il mondo delle assicurazioni e pensionistico, ecc.), dall&#8217;altro mi sembra peccare di un ottimismo infondato. L&#8217;invenzione di soluzioni veramente efficaci, per i problemi di fondo (dualismo, povert\u00e0 e sottosviluppo, riemergere di comportamenti devianti come quelli della mafia russa o simili), implica soggetti e culture che abbiano un&#8217;autorevolezza che oggi non esiste. Le istituzioni sovranazionali stesse si usurano con una velocit\u00e0 impressionante: vedi ONU.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La WTO alcuni anni fa era salutata come la risposta finale ai problemi di coordinamento nelle regole del commercio: oggi \u00e8 gi\u00e0 impastoiata, come tutte le altre, in problemi di leadership e del genere &#8220;chi controlla i controllori?&#8221;. La mancanza di autorevolezza si paga, fatalmente, con litigiosit\u00e0 e sfiducia reciproche. La crisi degli Stati, in un sistema globale, \u00e8 destinata ad accentuare il ruolo degli attori sociali (imprese, ONG, associazioni).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non ci sono mai state tante istituzioni sociali come ai nostri giorni; tuttavia esse non obbediscono ad un ordine: sono nubi di pulviscolo nate come reazione ai problemi. Il gap &#8211; prima che di ingegneria istituzionale &#8211; \u00e8 di mentalit\u00e0; il gap &#8211; ancor pi\u00f9 al fondo dei comportamenti etici che sono conseguenti &#8211; \u00e8 di ordine culturale. Su di un piano pi\u00f9 teorico, il problema dell&#8217;etica nell&#8217;economia e negli affari ricade sotto il tema delle &#8220;esternalit\u00e0&#8221;. In un certo senso, tutti i problemi di business ethics vi rientrano (per certi aspetti anche quelli del sottosviluppo e della fame, perch\u00e9 non vi \u00e8 un sottosviluppo o una fame del tutto &#8220;originari&#8221; &#8211; ma si pu\u00f2 discutere).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le due grandi risposte date dalla teoria economica al problema delle esternalit\u00e0 mi sembra si possano cos\u00ec sintetizzare: &#8211; tassare i comportamenti che creano problemi ad altri e &#8220;ridistribuire&#8221; il ricavato ai penalizzati (\u00e8 l&#8217;approccio pigouviano che ha portato, ad esempio, alle tasse sul fumo, o a quelle ambientali); &#8211; istituire diritti di propriet\u00e0 tali per cui vi sia un proprietario a cui &#8220;pagare&#8221; le conseguenze costose del comportamento (il proprietario dell&#8217;aria pulita, il proprietario del silenzio urbano, il proprietario della sicurezza, ecc.) e permettere ai soggetti di negoziare fra di loro sulla soluzione pi\u00f9 idonea per allineare costi privati e costi sociali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Meno costoso sar\u00e0 il negoziare, pi\u00f9 soddisfacenti saranno le soluzioni trovate (tale approccio \u00e8 dovuto in particolare a Coase). Ma questa variabile attiene alle qualit\u00e0 umane e sociali degli attori, \u00e8 un quid che, in un popolo, sfugge a qualsiasi pianificazione: o c&#8217;\u00e8 o non c&#8217;\u00e8; n\u00e9 lo si pu\u00f2 facilmente comperare. Come diceva Sa\u00ednt-Exup\u00e9ry ne<em> Il piccolo principe: &#8220;Non ci sono mercanti di amici&#8221;! <\/em>Sia sul piano pratico che su quello teorico emerge un&#8217;urgenza culturale di fondo. Qui l&#8217;economia lascia emergere impellente il bisogno di altro. E&#8217; il bisogno di antropologia! Ecco riproporsi la riaffermazione pratica e teorica del soggetto personale e sociale.\u00a0<strong>\u00a0 <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2. Un&#8217;antropologia adeguata all&#8217;economia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;errore di fondo nel pensare il rapporto tra etica ed affari sta nel non vedere che prima ancora dell&#8217;etica l&#8217;economia domanda antropologia. Essa reclama una concezione dell&#8217;uomo e della comunit\u00e0 sociale! Gli attori economici non si possono limitare a costruire dal basso un quadro convenzionale di regole di comportamento sia pur agile e rispettoso delle libert\u00e0 individuali e sociali, delle sensibilit\u00e0 culturali, delle peculiarit\u00e0 religiose di uomini e di popoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una simile impostazione, oltretutto, non evita l&#8217;inconveniente che affligge ogni teoria etica della nostra epoca: l&#8217;impossibilit\u00e0 di fare affidamento su di un consenso culturale sufficientemente determinato a proposito dei fondamentali criteri di valutazione etica e quindi di identificazione delle cause meritevoli di impegno a livello di vita personale e di vita pubblica (Cfr. Manzone 1998b, capitolo III.).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per non incorrere in fuorvianti riduzioni, \u00e8 sempre buona regola rifarsi all&#8217;esperienza umana elementare. Qui l&#8217;antropologia rivela la sua priorit\u00e0, mostrando che l&#8217;etica versus l&#8217;economia, come versus ogni altro settore dell&#8217;umana esistenza, si propone sempre come veicolo di un&#8217;antropologia. Orbene: un&#8217;antropologia adeguata \u00e8 quella capace di farsi carico della natura drammatica (dal greco drao, azione) dell&#8217;io. In forza di questa condizione strutturalmente drammatica l&#8217;io esiste sempre dentro un&#8217;unit\u00e0 polarizzata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tre sono le polarit\u00e0 costitutive dell&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;io: spirito\/corpo, uomo\/donna, individuo\/comunit\u00e0. La questione antropologica \u00e8 in un certo senso molto semplice (elementare, appunto!): ogni uomo ogni giorno gioca la sua libert\u00e0 in ogni circostanza ed in ogni rapporto, a partire dagli affetti e dal lavoro. Emerge qui chiaramente il peso della relazionalit\u00e0. Essa domanda che la differenza venga pensata in positivo e non esclusa, come ha tentato di fare la modernit\u00e0 dissolvendo il soggetto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La differenza, infatti, \u00e8 la scuola dell&#8217;alterit\u00e0, che, a sua volta, non \u00e8 pura estrinsecit\u00e0, ma, proprio in forza del concatenarsi delle polarit\u00e0 costitutive, \u00e8 in un certo senso interna all&#8217;identit\u00e0 dell&#8217;io. L&#8217;altro, senza cessare di essere altro , \u00e8 in un certo modo esigito dall&#8217;io: l&#8217;esperienza della differenza &#8211; ai diversi livelli ma soprattutto a quello delle polarit\u00e0 costitutive &#8211; \u00e8 li a ricordarcelo costantemente. La relazione economica non sfugge a questo obiettivo stato di cose. Per essere armonica e capace di perseguire il suo proprio obiettivo dovr\u00e0 quindi collocarsi dentro questo orizzonte integrale. Senza antropologia adeguata ne va dell&#8217;efficienza stessa dell&#8217;economia! Ecco il salto culturale che potr\u00e0 dare nuova consistenza non solo alla business ethics, ma all&#8217;economia in quanto tale<em>. <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>III. Criteri irrinunciabili per realizzare \u00abbuoni affari\u00bb <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un&#8217;antropologia adeguata trova pertanto nell&#8217;etica il canale per incontrare l&#8217;economia nelle sue domande costitutive, che rappresentano l&#8217;orizzonte entro cui perseguire suoi obiettivi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1. Affari, mercato ed etica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli affari, o l&#8217;attivit\u00e0 economica in genere, nascono dalla sproporzione fra bisogni e risorse. Si tratta, in altri termini, dell&#8217;attivit\u00e0 di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi con il minimo dispendio di risorse, al fine di soddisfare il pi\u00f9 possibile i bisogni umani. In base a questa definizione possiamo distinguere tre ordini di problemi, da non intendere per\u00f2 come ambiti giustapposti, ma come cerchi concentrici. Si pu\u00f2 perci\u00f2 parlare di: &#8211; una dimensione di razionalit\u00e0 tecnica, data dal rapporto mezzi-fini, bisogni-risorse, tipica dell&#8217;economia; &#8211; una dimensione sociale, data dalla relazionalit\u00e0 e interdipendenza realizzata dalle attivit\u00e0 economiche: ogni decisione economica crea rapporti ed effetti sulle persone; &#8211; una dimensione etica, data dal carattere umano degli affari: l&#8217;attivit\u00e0 economica \u00e8 opera dell&#8217;uomo, per l&#8217;uomo, ed \u00e8 realt\u00e0 che incide sulla sua vita e sul suo modo di pensare [cfr. Manzone 1998b].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutte e tre le dimensioni si intrecciano all&#8217;interno del comune orizzonte antropologico. Si vede allora come gli affari non presentino una dimensione puramente tecnica (per cui solo gli economisti sarebbero competenti a parlare di economia), ma si configurino piuttosto, proprio in quanto attivit\u00e0 umane, come una realt\u00e0 polimorfa, necessariamente portata ad investire la riflessione morale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da ci\u00f2 deriva che la scienza economica non pu\u00f2 essere intesa come &#8220;scienza obiettiva&#8221; che prescinda dal soggetto e dai suoi comportamenti, anche se la nascita dell&#8217;economia, come disciplina, nella realt\u00e0 moderna \u00e8 stata pensata e perseguita in tal modo. Pur tenendo presente che, in questo campo, l&#8217;identificazione del bene morale non pu\u00f2 prescindere dalla necessit\u00e0 di raggiungere l&#8217;obiettivo economico &#8211; quello di creare e distribuire beni e servizi per l&#8217;uomo riducendo il pi\u00f9 possibile i costi, produrre ricchezza e profitti &#8211; gli affari non identificano tuttavia solo un astratto rapporto tra mezzi (beni e risorse) e fini (bisogni).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Essi significano sempre anche un incontro tra persone e un rapporto di scambio, sia quando hanno a che fare con l&#8217;ambito della produzione che con quello della distribuzione e del consumo. Sempre implicano un insieme di scelte e di decisioni che si ripercuotono su altri. In questo senso si deve parlare di una dimensione antropologica personale e sociale (rapporto interumano mediato dalle cose e dalle prestazioni) costitutiva dell&#8217;attivit\u00e0 economica<em>. <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vi \u00e8 un certo modo di organizzarsi e di strutturarsi delle relazioni interumane profondamente segnato dall&#8217;attivit\u00e0 economica. Da questo punto di vista la logica economica e l&#8217;interdipendenza degli agenti o degli attori non possono evitare di misurarsi con un duplice interrogativo circa: &#8211; l&#8217;umanit\u00e0 dei bisogni (quali bisogni e per quali persone?), nonch\u00e9 la modalit\u00e0 nel soddisfarli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non ci si pu\u00f2 limitare all&#8217;enunciazione generale della relazione bisogni-risorse, dal momento che essi sono sempre storicamente e socialmente mediati; &#8211; la qualit\u00e0 umana dei rapporti creati dall&#8217;attivit\u00e0 economica. Qui si tratta di vedere se gli affari non rischiano di creare fratture, crisi di solidariet\u00e0 e stimolare atteggiamenti e modelli di comportamento in cui libert\u00e0 e criticit\u00e0 vengano oscurate o, addirittura, eluse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A partire dai processi di industrializzazione l&#8217;economia si configura come economia di mercato e tende a costituire un ambito &#8220;prioritario&#8221;, o comunque maggiormente condizionante il complesso della vita civile. I criteri dell&#8217;utile, della crescita e dell&#8217;incremento della ricchezza, nonch\u00e9 della razionalit\u00e0 economica, tendono a diventare egemoni e a condizionare i rapporti internazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E&#8217; chiaro che un&#8217;etica degli affari intesa come veicolo di un&#8217;antropologia adeguata non potr\u00e0 ignorare tale fatto, ma dovr\u00e0 avere tale paradigma come referente nel giudizio, non tanto per canonizzarlo, ma per individuare, sulla sua scorta, le possibilit\u00e0 buone e nello stesso tempo stigmatizzare le &#8220;inadempienze&#8221;. Inoltre il mercato \u00e8 una condizione necessaria, anche se non sufficiente e non autoregolata, per una allocazione &#8220;ottimale&#8221; delle risorse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella <em>Centesimus Annus<\/em> troviamo un esplicito riconoscimento degli aspetti etici positivi dell&#8217;economia di mercato: vi si riconosce il valore di una delle caratteristiche fondamentali del meccanismo di mercato, quella di valorizzare, attraverso lo scambio volontario, le specifiche qualit\u00e0 di ciascuno, ponendo al centro &#8220;La volont\u00e0 e le preferenze della persona che nel contratto si incontrano con quelle di un&#8217;altra persona&#8221; (CA 40); inoltre si riconosce &#8220;la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell&#8217;azienda&#8221; (CA 35).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;enciclica sottolinea l&#8217;esigenza di sanare la contrapposizione tra efficienza economica e giustizia distributiva proponendo una visione pi\u00f9 ampia dell&#8217;efficienza che comprenda anche le esigenze di giustizia. A questo riguardo la povert\u00e0 e l&#8217;emarginazione non vengono viste solo come privazione di beni materiali, ma piuttosto come privazione delle possibilit\u00e0 indispensabili per poter realizzare se stessi come persone partecipando in modo attivo e creativo alla vita della societ\u00e0 e delle sue istituzioni incluso il mercato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di qui l&#8217;insistenza sulla &#8220;propriet\u00e0 della conoscenza, della tecnica e del sapere. Su questo tipo di conoscenza si fonda la ricchezza delle nazioni industrializzate molto pi\u00f9 che su quella delle risorse naturali&#8221; (CA 32). Al mercato spetta il compito di impiegare queste risorse umane e le risorse materiali necessarie per rispondere efficacemente ai bisogni. Ma se a tali bisogni non \u00e8 data nemmeno la possibilit\u00e0 di essere espressi e se le risorse umane, pur potenzialmente presenti, non si manifestano di fatto, questo stesso ruolo sociale del mercato non pu\u00f2 essere svolto: ecco dunque che le esigenze di efficienza economica globale si incontrano con quelle dell&#8217;equit\u00e0 distributiva!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La <em>Centesimus Annus<\/em> richiama in modo chiaro le situazioni nelle quali il mercato ha difficolt\u00e0 nello svolgere la propria funzione. Si sottolinea l&#8217;incapacit\u00e0 del mercato di produrre efficacemente adeguati livello e qualit\u00e0 dei beni pubblici, cio\u00e8 di quei beni che, essendo goduti simultaneamente e in modo non esclusivo da molte persone (ad esempio i beni e le risorse dell&#8217;ambiente), mal si prestano a venir efficacemente forniti secondo una logica di scambio basata su diritti esclusivi (cfr CA 40).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ai numeri 37 e 38 viene richiamato esplicitamente il problema della qualit\u00e0 dell&#8217;ambiente, intendendolo non solo come ambiente naturale, ma anche come ambiente umano. Pur riconoscendo che i meccanismi di mercato &#8220;offrono sicuri vantaggi&#8230;&#8221; l&#8217;enciclica afferma con chiarezza: &#8221; &#8230; tuttavia essi comportano il rischio di un&#8217;idolatria del mercato che ignora l&#8217;esistenza dei beni, che per loro natura non sono n\u00e9 possono essere semplici merci&#8221; (CA 40).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non tutto nel mercato \u00e8 mercificabile! Questo, in verit\u00e0, lo aveva gi\u00e0 chiarito, senza possibilit\u00e0 di equivoci, la <em>Rerum Novarum,<\/em> a proposito del lavoro umano e con particolare riferimento al mercato del lavoro, ai flussi di domanda e offerta in esso operanti e alla formazione del prezzo del lavoro. Il problema etico relativo al mercato ed alla dicotomia tra economia e societ\u00e0 non si pu\u00f2 quindi ridurre a quello di una equa distribuzione di risorse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Esso investe soprattutto le forme che l&#8217;economia assume nell&#8217;influenzare gli altri ambiti della vita civile (cio\u00e8 l&#8217;affermarsi di una logica di mercato in tutti gli ambiti della vita sociale). Emerge in particolare il rischio di un pericoloso scollamento tra l&#8217;opera (bene-servizio) e l'&#8221;operans&#8221;, cio\u00e8 il soggetto umano ed in particolare il singolo, nel senso che questi non ne \u00e8 pi\u00f9 il padrone o colui che \u00e8 in grado di conoscerne il processo, di determinare i fini e di ricondurre tutto il processo economico al proprio governo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per questo rispondere alla domanda &#8220;Che cosa e come produrre?&#8221;, realizzando il compito di una economia finalizzata all&#8217;uomo non \u00e8 facile. L'&#8221;uomo&#8221; a cui finalizzare l&#8217;attivit\u00e0 economica, infatti, non indica pi\u00f9 il rapporto organico tra singolo e gruppo e il prodotto economico si \u00e8 fatto pi\u00f9 rilevante sul piano quantitativo e pi\u00f9 complesso nei circuiti della distribuzione. Il processo economico non \u00e8 visto come momento di scambio umano, cio\u00e8 simbolico, ma solo come scambio funzionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le merci, i beni economici e le prestazioni, se dissociati dalla &#8220;persona&#8221;, finiscono per non avere pi\u00f9 un rapporto immediato con i bisogni e con il loro senso umano, anche se ne sono sempre l&#8217;orizzonte. Ne deriva la conseguenza che le merci giungono a determinare gli stessi bisogni, eccedendoli e ponendosi cos\u00ec in una logica di pura crescita (da cui l&#8217;imperativo della crescita e dello sviluppo economico). Tuttavia i processi economici e le attivit\u00e0 di scambio, anche se oggi tendono ad assumere un peso sempre pi\u00f9 rilevante, restano finalizzati al possesso e all&#8217;utilizzo da parte dell&#8217;uomo, sia come singolo che come gruppo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In altre parole, nonostante tutta la complessit\u00e0 odierna, l&#8217;uomo tende ancora, e tender\u00e0 sempre, ad avere e ad usare in una certa maniera i beni economici. Questi rappresentano, in ogni caso, in qualche modo una realt\u00e0 che porta la sua impronta o che lo invita a lasciarvi la sua impronta. Un&#8217;etica degli affari, dunque, non pu\u00f2 limitarsi a considerare i momenti globali dei processi e dei sistemi, ma deve entrare pure nello spazio &#8220;micro&#8221;, dove i soggetti operano le scelte e agiscono influenzando se stessi e gli altri. Mi riferisco allo spazio del possedere, del consumare, dell&#8217;usare, che nella situazione odierna, per altro, assume un rilievo notevole sia per l&#8217;identit\u00e0 e la verit\u00e0 delle scelte dei soggetti, sia per il destino della convivenza civile tanto nel presente che nel futuro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2. L&#8217;anima dei &#8220;buoni affari&#8221;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla luce delle considerazioni svolte vorrei indicare quattro piste e direzioni (criteri in senso lato) per un corretto rapporto tra etica ed affari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>a)<\/strong><\/em> <em><strong>La destinazione universale dei beni<\/strong><\/em> La riflessione cristiana presenta, lungo tutta la sua storia, un dato costante circa i beni economici. Sulla scia di affermazioni bibliche, patristiche e scolastiche, si \u00e8 sempre sostenuta questa tesi: Dio ha destinato i beni della terra ad ogni uomo, sicch\u00e9 ognuno ha diritto al loro possesso ed uso; la propriet\u00e0 privata non \u00e8 altro che una modalit\u00e0 per attuare tale principio nelle presenti condizioni storiche. In tal modo si vuol garantire sia la giustizia distributiva che quella commutativa, sia le istanze sociali che quelle della libert\u00e0 e responsabilit\u00e0 personale. Tale prospettiva ha fatto s\u00ec che la visione cristiana dell&#8217;economia si presentasse, o fosse interpretata, come modello alternativo sia al socialismo che al liberalismo in quanto, &#8220;trattenendo&#8221; gli aspetti di verit\u00e0 di entrambi i sistemi, ne nega le radicalizzazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 \u00e8 reso possibile dall&#8217;esplicito riferimento dell&#8217;operare economico al peso del soggetto, cio\u00e8 a quell&#8217;antropologia adeguata di cui abbiamo parlato, che tiene presenti il senso della vita e il fine ultimo dell&#8217;uomo. Cos\u00ec la morale cristiana degli affari si rivela capace di superare anche il limite presente nella<em> business ethics,<\/em> la quale riduce l&#8217;impegno etico all&#8217;osservanza di un insieme di regole convenzionali. Il tema della destinazione universale dei beni assume un&#8217;importanza maggiore quando si mette in rilievo la &#8220;socialit\u00e0&#8221; della propriet\u00e0 stessa. Nella<em> Populorum Progressio<\/em> (cfr PP 22-26), in effetti, la critica ad una radicalizzazione del concetto di propriet\u00e0 privata viene attuata nel contesto dei problemi del &#8220;cosiddetto sottosviluppo&#8221;, problemi per la cui soluzione si esige anche un intervento della pubblica autorit\u00e0 che limiti o espropri la propriet\u00e0 privata, senza per altro negarne la legittimit\u00e0. Temi questi ripresi pure nella <em>Sollicitudo rei Socialis.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella<em> Centesimus Annus <\/em>(cfr CA 31-32) da un lato si ribadisce la visione tradizionale per la quale in Gen 1, 28-29 si d\u00e0 &#8220;la radice dell&#8217;universale destinazione dei beni della terra&#8221;, mentre mediante il lavoro si costituisce &#8220;l&#8217;origine della propriet\u00e0 individuale&#8221;; dall&#8217;altro si afferma che la propriet\u00e0 oggi non indica solo la terra e le risorse naturali: &#8220;un&#8217;altra forma di propriet\u00e0 esiste, in particolare, nel nostro tempo e riveste un&#8217;importanza non inferiore a quella della terra: \u00e8 la propriet\u00e0 della conoscenza, della tecnica e del sapere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su questo tipo di propriet\u00e0 si fonda la ricchezza delle Nazioni industrializzate molto pi\u00f9 che su quella delle risorse naturali&#8221;. Tale visione vuole evidenziare come il rispetto della dignit\u00e0 dell&#8217;uomo passi anche attraverso ci\u00f2 di cui l&#8217;uomo si serve per vivere, e come la stessa libert\u00e0 personale e la convivenza civile richiedano la possibilit\u00e0 di possedere e usare le cose. Il merito di questo orientamento \u00e8 peraltro quello di aver mostrato l&#8217;atteggiamento non demonizzante del cristianesimo nei confronti della realt\u00e0 economica. Nello stesso tempo, con grande realismo, il principio della destinazione universale dei beni si presenta come una forma di progressiva educazione dell&#8217;uomo e dei popoli a quel distacco che deriva dalla sua condizione mortale, ma che consente alla fine l&#8217;autentico possesso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>b) <em>Non rubare<\/em><\/strong> Il secondo criterio che caratterizza la responsabilit\u00e0 etica nei confronti delle cose pu\u00f2 essere indotto dal comandamento &#8220;non rubare&#8221;, che non va inteso semplicemente come il non togliere ingiustamente ci\u00f2 che appartiene agli altri con lo scopo di arricchirsi. Beninteso: il rispetto nei confronti del prossimo esige il rispetto delle sue cose e la restituzione di ci\u00f2 che gli \u00e8 dovuto! La stessa cosa vale nei confronti della comunit\u00e0 o del vivere civile nel suo complesso. Pi\u00f9 globalmente per\u00f2 il comandamento non rubare comporta un&#8217;adeguata comprensione dell&#8217;assetto socio-economico e dei processi produttivi e distributivi che caratterizzano la societ\u00e0 attuale. Occorre cio\u00e8 avere una capacit\u00e0 di valutazione sintetica di questi processi per essere in grado di porre poi in modo critico il giudizio relativo a fatti e vicende determinate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa valutazione sintetica permette infatti di evitare due rischi. Anzitutto quello di considerare in modo massimalistico e globalistico i comportamenti economici e nel campo dell&#8217;uso dei beni (es. la corruzione) generalizzando le responsabilit\u00e0, dal momento che tali comportamenti si collocano nel clima culturale e negli orientamenti tipici delle vicende della complessit\u00e0. In secondo luogo si evita di cadere in un giudizio eccessivamente &#8220;casistico&#8221; che finirebbe per far perdere le connessioni con il tutto, risultando in ultima analisi poco incisivo e adeguato all&#8217;esercizio di una responsabilit\u00e0 storico sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>c) &#8220;Buoni affari&#8221; e felicit\u00e0<\/strong> Il terzo criterio si ricava dalla riflessione relativa al nesso tra la dimensione materiale e quella simbolica del rapporto sociale. Si tratta di cogliere come le cose non siano mai solo &#8220;cose&#8221; che soddisfano bisogni, ma siano sempre, in qualche modo, veicolo di significati. Esse hanno dunque a che fare con il desiderio dell&#8217;uomo, cio\u00e8 con la sua aspirazione al compimento (felicit\u00e0), e quindi, in ultima analisi, alla salvezza. In questo senso le cose rappresentano il tramite di una attesa e di un compimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un giudizio adeguato circa il possesso ed il consumo delle cose deve riconoscere come in ogni rapporto con le cose venga messo in gioco il senso del desiderio e dunque la stessa identit\u00e0 dell&#8217;uomo (il soggetto non va mai escluso!). Ora, poich\u00e9 nella societ\u00e0 attuale l&#8217;identit\u00e0 personale e sociale (ritorna l&#8217;antropologia!) rischia di essere ridotta ad un fatto privato e precario, un&#8217;etica adeguata avr\u00e0 prima di tutto il compito di evidenziare come il desiderio di essere e di vivere possa trovare compimento non tanto nel procurarsi sempre pi\u00f9 cose e nel consumarle, quanto piuttosto nel possederle con quel distacco che accende l&#8217;attesa di un senso e di una verit\u00e0 donata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A partire da qui sar\u00e0 dunque necessario riflettere sulla qualit\u00e0 e sul senso del proprio bisogno. Il compito dell&#8217;uomo oggi forse \u00e8 soprattutto quello di interrogarsi sul significato che soggiace al suo possedere e consumare. Solo a partire da questa domanda sar\u00e0 possibile giungere anche ad individuare i bisogni &#8220;essenziali&#8221; e stimolare in tal modo un comportamento di sobriet\u00e0 capace di relativizzare le cose.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>d) La dimensione politica dell&#8217;uomo: equit\u00e0 come equilibrio tra bisogno e merito<\/strong> <\/em>Infine un quarto criterio di carattere generale riguarda quella dimensione &#8220;etico-politica&#8221; che costituisce la giustizia distributiva. L&#8217;attivit\u00e0 economica richiede una mediazione politica, proprio perch\u00e9 ha diretta attinenza con le condizioni della vita e della libert\u00e0 umana (<em>Octogesima Adveniens<\/em> 46). Si pu\u00f2 dire che il rapporto tra etica ed affari ha bisogno anche di una mediazione politica, nel senso che pu\u00f2 compiersi solo nel quadro di &#8220;regole&#8221; condivise, perci\u00f2 nel quadro di uno stato autenticamente democratico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I conflitti di interesse, per non sfociare nella violenza o nella disgregazione, richiedono infatti la mediazione di uno stato democratico. Si tratta cio\u00e8 di fare in modo che le cose e la possibilit\u00e0 di disporne mediante il denaro, vengano distribuite secondo il criterio dell&#8217;equit\u00e0 che \u00e8 &#8220;equilibrio\u00bb fra bisogno e merito. Questo compito si esplica sia sul versante delle singole persone e dei singoli gruppi che agiscono nella societ\u00e0 civile, sia su quello delle istituzioni politiche che hanno come obiettivo la creazione delle condizioni per la equa distribuzione delle risorse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Circa il primo versante si potr\u00e0 parlare di solidariet\u00e0, come capacit\u00e0 di condividere i beni senza mortificare la responsabilit\u00e0 e la libert\u00e0 delle persone. In effetti proprio il riferimento tanto al bisogno quanto al merito permette di evitare sia la negazione della solidariet\u00e0 come condivisione, sia la riduzione della solidariet\u00e0 ad un semplice dare senza stimolare la libert\u00e0 dei destinatari. D&#8217;altra parte, affinch\u00e9 possa sorgere una coscienza morale solidale, \u00e8 necessario che i beni economici &#8211; anche quando sono procurati con il proprio lavoro e rischio &#8211; vengano percepiti sempre anche come &#8220;un dono&#8221;, cio\u00e8 come una possibilit\u00e0 buona offerta dagli altri e in ultima analisi da Dio (Deut 6, 10-13). In effetti sia le competenze, sia le risorse, sia le opportunit\u00e0, sia i risultati &#8211; soprattutto in un contesto di forte interconnessione come quello attuale &#8211; non dipendono esclusivamente dai singoli che li &#8220;detengono&#8221; e li hanno fatti fruttare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dunque il discorso sul dono, sul gratuito, non \u00e8 affatto un superadditum &#8220;moralistico&#8221; o astratto. Sul versante prettamente politico l&#8217;equa distribuzione delle risorse implica pi\u00f9 precisamente che si creino un sistema e un quadro economico capaci di regolare i flussi e i processi di produzione e distribuzione delle cose e del reddito &#8211; si pu\u00f2 e si deve, in questo contesto, parlare di &#8220;prezzi giusti&#8221; &#8211; che evitino eccessivi squilibri e favoriscano uno sviluppo dinamico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perci\u00f2 stesso si richiede all&#8217;istituzione politica che controlli le modalit\u00e0 con le quali si formano le propriet\u00e0, i suoi vari ambiti e la sua effettiva entit\u00e0. Si tratta cio\u00e8 di favorire il pi\u00f9 possibile, senza inibire il processo economico &#8211; e nel pieno rispetto del principio di sussidiariet\u00e0 &#8211; la diffusione della propriet\u00e0 e la partecipazione alla sua formazione, limitando la creazione di concentrazioni e di monopoli che contraddicono il diritto alla disponibilit\u00e0, il pi\u00f9 possibile libera, sui beni. Conscio del carattere generale di queste considerazioni mi pare di poterle concludere affermando che perseguire affari buoni non \u00e8 solo compatibile con i buoni affari, ma li pu\u00f2 addirittura favorire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>+ ANGELO SCOLA<\/strong> <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>BIBLIOGRAFIA<\/strong><\/p>\n<p>DONATI, P. 1991, <em>Il ruolo delle iniziative di \u00abterzo sistema&#8221; nelle politiche sociali,<\/em> in C. BORZAGA, <em>Il terzo sistema: una nuova dimensione della complessit\u00e0 sociale,<\/em> Padova.<\/p>\n<p>KOLM, S. C. 1988, <em>Che ne \u00e8 della scienza economica? In che direzione dovrebbe muoversi?,<\/em> in &#8220;Rassegna Economica&#8221;, 2, aprile-giugno, pp. 245-289.<\/p>\n<p>LANGAN, j. 1990, <em>The ethics of business<\/em>, in &#8220;Theological Stud\u00edes&#8221;, 51, pp. 81-100.<\/p>\n<p>LOMBARDINI, S. 1993, <em>La morale, l&#8217;economia e la politica<\/em>, Torino.<\/p>\n<p>MANZONE, G. 1998a, <em>Libert\u00e0 cristiana e istituzioni<\/em>, Milano. 1998b, <em>La coscienza cristiana e il lavoro che cambia<\/em>, &#8220;Rivista di scienze religiose&#8221;, 2, pp. 459-489.<\/p>\n<p>MYRDAL, G. 1981, <em>L&#8217;elemento politico nello sviluppo della teoria economica<\/em>, Firenze.<\/p>\n<p>RICOSSA, S. 1988, <em>Gli abusi del razionalismo nell&#8217;economia politica<\/em>, &#8220;Rivista di politica economica&#8221;, 4, pp. 403-430.<\/p>\n<p>ROBBINS, L. 1947, <em>Saggio sulla natura e l&#8217;importanza della scienza economica<\/em>, Torino.<\/p>\n<p>ROTSCHILD, K. 1993, <em>Ethics and Economic Thems<\/em>, Gower Hound.<\/p>\n<p>SCREPANTI, E. &#8211; ZAMAGN1, S. 1992, <em>Profilo di storia del pensiero economico,<\/em> Roma.<\/p>\n<p>SEN, A. 1988, <em>Etica ed economia<\/em>, Bari. UTZ, A. E 1999, <em>Etica economica<\/em>, Cinisello Balsamo.<\/p>\n<p>ZAMAGNI, S. 1982, <em>Saggi di filosofia della scienza economica<\/em> (a cura di), Roma. \u00a9 STUDI PERUGINI, ANNO V N. 9, GENNAIO-GIUGNO 2000 Via Traversa 2\/a, 06121 Perugia<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>S.E. 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