{"id":4905,"date":"2012-02-23T00:00:00","date_gmt":"2012-02-22T23:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2015-04-22T12:51:49","modified_gmt":"2015-04-22T10:51:49","slug":"1300-litalia-unita-cera-gi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/1300-litalia-unita-cera-gi\/","title":{"rendered":"1300: l\u2019Italia unita c&#8217;era gi&agrave;"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><strong><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/Italia_1300.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-23609\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/Italia_1300.jpg\" alt=\"Italia_1300\" width=\"165\" height=\"200\" \/><\/a>Studi cattolici<\/strong> n. 611 Gennaio 2012<\/div>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Claudio Finzi<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra la fine del Trecento e la prima met\u00e0 del Quattrocento l&#8217;Italia vive un processo politico che da una miriade di piccoli organismi conduce a una situazione ancorata a cinque Stati maggiori: Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, le \u00abpotentie grosse\u00bb, come furono allora definite. Sia queste sia gli organismi minori\u00a0 ebbero bisogno di funzionari, di consiglieri, di giuristi, di dotti, di umanisti, tutti dotati di una cultura comune. Uomini che non esitano a muoversi da un capo all&#8217;altro d&#8217;Italia, secondo i loro interessi e secondo le possibilit\u00e0 di impiego offerte loro dai governanti. E basti ricordare tra i grandi protagonisti dell&#8217;epoca i calabresi Simonetta, che vanno a Milano a servire gli Sforza, e l&#8217;umbro Giovanni Fontano, che diventa primo ministro di Ferrante d&#8217;Aragona a Napoli.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Al di sotto di questi esempi di carriere folgoranti troviamo una gran quantit\u00e0 di politici, burocrati, funzionari di tutti i livelli. Come Antonio Ivani di Sarzana, che \u00e8 cancelliere del Doge di Genova, poi della citt\u00e0 di Volterra e infine di Pistoia; o Nicodemo Tranchedini di Pontremoli, che serve gli Sforza come diplomatico.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oltre questi protagonisti\u00a0 della politica e della burocrazia, da un capo all&#8217;altro d&#8217;Italia si muovono gli artisti, i dotti, gli umanisti, i professori universitari, gli ecclesiastici, i militari dal semplice soldato fino al condottiero di fama come il meridionale Niccolo Orsini al servizio di Venezia. Questi uomini partono da una prima piccola patria, alla quale restano legati durante tutta la loro vita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fontano nasce a Cerreto di Spoleto, piccolo borgo della Valnerina, e sempre ne sente la nostalgia fatta anche di piccole cose, come il ruscello, sulle cui sponde giocava da fanciullo; ma in Napoli trova una nuova patria pi\u00f9 grande e un re, al quale sar\u00e0 fedele. E cos\u00ec molti aggiungono alla prima una seconda patria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><strong>Libertas Italiae<\/strong><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Due patrie, dunque, ma sopra di queste ecco la patria pi\u00f9 grande: l&#8217;Italia. Passare dal borgo natio a una grande citt\u00e0 o dal proprio Stato a un altro \u00e8 sempre doloroso, \u00e8 uno staccarsi dal luogo di nascita, dove sono sepolti i propri antenati e dove conosciamo ogni pietra e ogni acqua. Ma fino a quando restiamo sulla penisola troviamo pur sempre qualcosa di famigliare; non ci sentiamo radicalmente estranei.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il nome Italia \u00e8 comunemente usato in ogni luogo della penisola. L&#8217;espressione <em>libertas Italiae<\/em> \u00e8 di uso corrente, pi\u00f9 o meno a seconda degli anni, ma mai dimenticata.Le guerre tra Stati italiani sono considerate da molti come guerre civili; Francesco Petrarca con dolore afferma che le guerre tra italiani sono guerre intestine tra membra dello stesso corpo, contro le quali invoca la pace per l&#8217;Italia tutta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Appassionato e dolente il suo lamento sulle guerre tra Genova e Venezia! Al doge Andrea Dandolo ricorda che Venezia \u00e8 parte d&#8217;Italia. E pi\u00f9 volte usa espressioni come \u00abcorpo italico\u00bb o \u00abbel corpo d&#8217;Italia\u00bb e frequente \u00e8 anche l&#8217;abbinamento tra le parole \u00abpatria\u00bb e \u00abItalia\u00bb. Persino Gerolamo Savonarola, che attende la salvezza dal re di Francia, invoca l&#8217;Italia: \u00abItalia, Italia, Italia&#8230; tu vuoi essere pure divisa. Io non ho predicato qua solo a Firenze, ma a tutta Italia. E siamo fermi qua a Firenze, perch\u00e9 ella \u00e8 il core d&#8217;Italia\u00bb. L&#8217;Italia sperata da Savonarola dovr\u00e0 essere diversa da quella corrotta, che \u00e8 stata finora, ma \u00e8 comunque l&#8217;Italia!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">N\u00e9 a questo sentimento d&#8217;Italia faceva ostacolo la situazione linguistica pur frammentata. Condizioni di bilinguismo e plurilinguismo erano frequenti e tali restarono per molto tempo, senza provocare distinzioni irrimediabili, lacopo di Porc\u00eca, vissuto tra Quattrocento e Cinquecento, \u00e8 stato un valoroso soldato, ma anche un uomo colto, che ha lasciato vari scritti, fra i quali un testo di arte militare e un interessante epistolario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ebbene, il conte di Porc\u00eca conosceva certamente il friulano per poter parlare con i suoi contadini; il veneziano per parlare con i suoi signori veneziani; un certo italiano, perch\u00e9 ormai al suo tempo i colti lo parlavano e scrivevano usualmente; il latino, perch\u00e9 nessun uomo di qualit\u00e0 poteva evitare di scrivere in latino. Il plurilinguismo era la normalit\u00e0, non l&#8217;eccezione, e si parlava e scriveva latino o volgare a seconda delle situazioni. Anche un uomo dottissimo come Giovanni Fontano, considerato da molti il pi\u00f9 grande poeta latino dopo l&#8217;antichit\u00e0, scriveva lettere personali e di Stato in volgare o in latino a seconda della necessit\u00e0 e dell&#8217;occasione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando valichiamo le Alpi invece tutto cambia: la lingua, gli uomini, gli usi e costumi, la cultura, la mentalit\u00e0, ogni cosa. Il mondo \u00e8 completamente diverso in ogni suo aspetto, immensamente di pi\u00f9 di quanto non sia tra Napoli e Milano o tra Genova e Ancona. Chi valica le montagne passa in un altrove radicale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E se ne vogliamo la prova, basta leggere quanto scrivono Francesco Petrarca sulle sue esperienze francesi; Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, sulla Scozia; Poggio Bracciolini sulla Germania. Per Giovanni Fontano l&#8217;Inghilterra <em>\u00e8 <\/em>un Paese condannato all&#8217;infelicit\u00e0: vi manca il vino; ed \u00e8 noto che gli astemi non potranno mai essere felici!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da tutto ci\u00f2 nasce una qualche idea dell&#8217;Italia o, quanto meno, un sentimento d&#8217;Italia, che troviamo evidente gi\u00e0 in Francesco Petrarca. Idea e sentimento che si costruiscono negli anni attraverso le sue molteplici esperienze tanto culturali quanto di vita. Non dimentichiamo infatti che egli nasce esule ad Arezzo, vive a lungo ad Avignone, sede in quei tempi della corte papale, viaggia in parecchie regioni d&#8217;Europa, nei suoi decenni pi\u00f9 tardi soggiorna soprattutto nell&#8217;Italia settentrionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D&#8217;altro canto Petrarca \u00e8 il padre dell&#8217;umanesimo e ovunque porta con s\u00e9 la nuova cultura. E non a caso troviamo echi del petrarchesco sentimento d&#8217;Italia negli scritti di Leonardo Bruni, Flavio Biondo, Leon Battista Alberti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Vera erede di Roma<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Geograficamente parlando l&#8217;Italia non presenta problemi; per Petrarca \u00e8 \u00abil bel paese ch&#8217;Appennin parte, e &#8216;l mar circonda et l&#8217;Alpe\u00bb, gi\u00e0 individuato da Dante Alighieri. Ma definirla politicamente e storicamente \u00e8 altro problema; e altro ancora definirla per rapporto e contrasto agli altri Paesi del mondo. Storicamente per Petrarca l&#8217;Italia \u00e8 strutturalmente legata a Roma, definita \u00abil nostro capo\u00bb gi\u00e0 nella celeberrima canzone \u00abSpirto gentil, che quelle membra reggi\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;Italia \u00e8 la vera erede di Roma; in senso diverso per\u00f2 da come lo era per molti anche nel Medioevo. Se per costoro tra Roma e il presente esisteva un rapporto di continuit\u00e0, per Francesco Petrarca tra Roma antica e l&#8217;Italia del Trecento c&#8217;\u00e8 il baratro del Medioevo, un baratro che dev&#8217;essere superato recuperando non soltanto la purezza della lingua latina e la correttezza dei testi latini, ma anche e soprattutto gli ideali etici e politici dei Romani, cio\u00e8 quanto di meglio sia mai stato prodotto dagli uomini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con questo recupero l&#8217;Italia, bench\u00e9 dilaniata dalle discordie interne alle citt\u00e0 e dalle guerre fratricide tra citt\u00e0, potr\u00e0 giungere o tornare agli splendori che le competono. Ed ecco dunque il suo appoggio a Cola di Rienzo, ma anche le sue esortazioni all&#8217;imperatore Carlo IV, che deve farsi romano, se vuole essere vero imperatore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il legame con Roma colora di s\u00e9 tutto il nostro umanesimo fino alla fine del Quattrocento. Leonardo da Chio, genovese dell&#8217;Egeo, vescovo di Mitilene, nel 1446, difendendo la nobilt\u00e0 delle citt\u00e0 italiane contro la critica di Poggio Bracciolini, esalta la nobilt\u00e0 dei romani suoi contemporanei e della stessa Roma, unendo in un solo abbraccio l&#8217;antica pagana con quella cristiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che cosa mai esiste maggiore di Roma? Alla quale fu data la vittoria, alla quale \u00e8 affidato il principato del mondo tanto nel temporale quanto nello spirituale? Non vi fu n\u00e9 ci sar\u00e0 un&#8217;altra Roma, che abbia il dominio del mondo e la sedia di Pietro. Come \u00e8 a capo della religione cattolica cos\u00ec Roma \u00e8 anche a capo di tutta la nobilt\u00e0. Conseguentemente gli italiani, che sono i pi\u00f9 vicini a Roma in ogni senso, sono pi\u00f9 nobili di tutti gli altri uomini e di qualsiasi altro popolo al mondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma se l&#8217;Italia \u00e8 la vera erede di Roma, chi sono gli altri popoli, che cosa sono gli altri Paesi? La risposta \u00e8 semplice: sono i barbari! Ed ecco dunque che l&#8217;Italia si definisce anche per contrasto tra civilt\u00e0 e barbarie; quella barbarie che Petrarca ha conosciuto ad Avignone; quella barbarie che, trasferendola in Francia, ha trascinato nel baratro anche la Chiesa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;Italia \u00e8 il Paese della virt\u00f9 e della ragione, oltre le Alpi troviamo i Paesi del furore e della irrazionalit\u00e0. Non a caso nella famosa canzone dedicata all&#8217;Italia Petrarca scrive i celeberrimi versi con i quali Niccolo Machiavelli concluder\u00e0 <em>II principe:<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Vert\u00f9 contra furore<br \/>\n<\/em><em>prender\u00e0 l&#8217;arme, et fia \u2018l combatter corto:<br \/>\n<\/em><em><br \/>\n<\/em><em>che l&#8217;antiquo valore<br \/>\n<\/em><em>ne l&#8217;italici cor &#8216;non \u00e8 ancor morto.<br \/>\n<\/em><br \/>\n\u00abVert\u00f9 contra furore\u00bb: per meglio comprendere questo punto essenziale prendiamo un episodio, nel quale la funzione della ragione viene lucidamente rivendicata da uno dei maggiori condottieri italiani: quel Braccio Fortebraccio da Montone che al principio del Quattrocento fu sul punto di costituirsi un regno nell&#8217;Italia centrale e meridionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella vita di Braccio scritta da Giannantonio Campano \u00e8 narrata una durissima disputa fra Braccio stesso e gli ufficiali di Alfonso d&#8217;Aragona sui rispettivi meriti militari degli italiani e dei transalpini. L&#8217;oggetto del contendere sta nei due diversissimi modi di guerreggiare: gli italiani ingaggiano battaglia al momento opportuno, badano a non compiere sforzi inutili, vanno in combattimento ordinatamente, eseguendo movimenti preordinati e regolari; gli stranieri invece si avventano rabbiosamente sul nemico, non evitano mai la battaglia, combattono senza badare alle perdite, desiderosi di uccidere quanti pi\u00f9 nemici \u00e8 possibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono dunque pi\u00f9 coraggiosi gli stranieri, mentre gli italiani badano troppo al risparmio? In realt\u00e0, afferma Braccio, replicando agli ispani, i transalpini combattono fino alla morte e alla distruzione anche quando in palio sono soltanto la ricchezza e il dominio, non la vita ultima e la sopravvivenza. Ma questa \u00abnon \u00e8 da definirsi grandezza d&#8217;animo, bens\u00ec disumanit\u00e0 di crudeli barbari\u00bb. Inoltre, continua Braccio, che senso ha distruggere vite e beni che saranno vostri?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo Braccio anche in guerra, quando maggiore \u00e8 il rischio di lasciarsi trascinare dalle passioni, dobbiamo invece mantenere il dominio della ragione sugli impulsi irrazionali. Esiste una <em>ratio<\/em> <em>armorum<\/em>, una \u00abrazionalit\u00e0 delle armi\u00bb, che dobbiamo seguire anche nel durissimo e tragico momento del conflitto armato. Questo \u00e8 il modo italiano di combattere, ben diverso dal furore dei barbari transalpini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al cadere del Quattrocento il contrasto tra Italia e barbari sar\u00e0 usato anche da uno dei maggiori dotti del Regno di Napoli per criticare e demolire la nobilt\u00e0 italiana meridionale e non solo meridionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Barbari francesi e tedeschi<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per capire con quale gente infame abbiamo a che fare, guardiamo alla vera origine di coloro che fanno parte della nobilt\u00e0 presunta italiana, scrive Antonio De Ferrariis, detto il Galateo dal suo luogo di origine Calatone nel Salente, nel suo amarissimo <em>De nobilitate<\/em> (1495-1496). In realt\u00e0 costoro non hanno nulla di italiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pochissimi tra loro possono vantare una stirpe pi\u00f9 antica di cento anni; il padre o il nonno, barbari francesi o tedeschi, vennero in Italia nudi e famelici, dotati soltanto di una spada e di una lancia, e qui in Italia si sono arricchiti grazie agli assass\u00ecnii, ai furti, alle rapine; non sono stati veramente uomini valorosi, bens\u00ec da poco e di pessima moralit\u00e0. Peggio ancora: si vantano della loro origine barbara, quasi\u00a0 fosse indecoroso\u00a0 essere stirpe d&#8217;Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutte le loro insegne richiamano questa origine, che poi \u00e8 origine di banditi e di predoni. Ma chi mai sono costoro? Dov&#8217;\u00e8 la loro patria? Chi sono i loro progenitori? In quali selvagge foreste sono stati allevati? Da dove sbucano costoro, che vivono abbeverati del sangue dei poveri? La terra \u00e8 nelle mani dei banditi; la giustizia \u00e8 volata in cielo; i potenti sono i pi\u00f9 ingiusti tra tutti. E noi primigeni abitanti d&#8217;Italia siamo costretti a servire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Purtroppo, scrive adesso il Galateo, proprio questo \u00e8 quanto accade nella povera Italia! Anche da noi i greci e gli italiani, coloro che un tempo sono stati signori del mondo, che hanno dato a tutti le istituzioni, le leggi, le lettere, i buoni costumi, sono oggi costretti a obbedire. \u00c8 il rovesciamento di quanto dovrebbe avvenire in un mondo ben ordinato: coloro che per natura dovrebbero obbedire, invece comandano! La vera nobilt\u00e0 della saggezza, della cultura, della filosofia, \u00e8 oppressa da sedicenti nobili di origini selvagge e banditesche. Perch\u00e9 soltanto questo sono i francesi e anche peggio. E gi\u00f9 a descrivere i franchi e i loro sovrani come i peggiori tra i malvagi e i selvaggi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I popoli si definiscono anche e forse soprattutto per contrasto, e il contrasto pi\u00f9 forte di quel tempo \u00e8 tra italiani e francesi, contro i quali gi\u00e0 Petrarca scaglia le sue durissime critiche, avendoli direttamente conosciuti ad Avignone. Barbari vanagloriosi, che si vantano di un primato politico e culturale inesistente; che \u00e8 soltanto un primato di secoli di decadenza, quel Medioevo oltre il quale dev&#8217;essere recuperata Roma, che vale pi\u00f9 di ogni e qualsiasi realizzazione medievale, di quel Medioevo al quale si richiamano questi presuntuosi, ma inetti e incolti francesi. Nel linguaggio petrarchesco \u00abgallo\u00bb e \u00abbarbaro\u00bb sono equivalenti e usati senza distinzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Durissima \u00e8 la sua risposta a Jean de Hesdin, che si era permesso di criticare l&#8217;Italia; il <em>Contro eum qui <\/em><em>maledixit Italie<\/em> \u00e8 probabilmente quanto di pi\u00f9 feroce un italiano abbia mai scritto contro i francesi. Anche Ponzio Filato era gallo, scrive Petrarca, e questo ci basti per capire che gente sono. Passiamo agli ultimi decenni del periodo che consideriamo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per Giovanni Pontano i francesi sono il nemico storico dell&#8217;Italia e degli italiani, coloro che ci sono stati sempre nemici e sempre lo saranno, che in ogni momento tramano per distruggerci, come pi\u00f9 volte afferma nelle lettere scritte in nome dei suoi sovrani. \u00abSonno stati sempre et serranno francisi superbi et studiosi de conculcare li stati italiani, et che ne in affinit\u00e0, ne in amicicia loro per la excessiva insolentia non se p\u00f2 havere fide\u00bb scrive il 3 luglio 1493 ad Antonio de Gennaro inviato al Duca di Bari, cio\u00e8 Lodovico Sforza detto il Moro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;avvertimento \u00e8 replicato il giorno dopo al Duca di Ferrara: \u00abConoscimo ben noi francesi esserece adversi: impero sempre quella natione quando ha possuto, ha infestata Italia et pero non e da viverese securo de ipsi, ne da presso ne da lontano\u00bb. E ancora sei mesi dopo a Luigi de Paladinis: \u00abFrancesi mai vennero in Italia che non la ponessero in ruina\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Potremmo citare a questo proposito molte altre lettere pontaniane, ma non faremmo altro che ripeterci. Merita invece rilevare che in questo contesto Giovanni Fontano non fa alcuna differenza tra francesi e turchi, considerandoli allo stesso modo barbari nemici giurati d&#8217;Italia. Per gli uomini di allora l&#8217;Italia non fu soltanto un mito letterario, come pi\u00f9 volte \u00e8 stato affermato, ma una realt\u00e0 concreta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Manc\u00f2 per\u00f2 una visione unitaria e ancor pi\u00f9 un desiderio di unificazione, bench\u00e9 compaiano qua e l\u00e0 frasi e parole in questa direzione. Qualche cenno \u00e8 gi\u00e0 in Petrarca. Poi il tema riaffiora in Ermolao Barbaro<em>, <\/em>quando al tempo della guerra di Ferrara in una lettera a Giorgio Menila immagina quale potrebbe essere la forza d&#8217;Italia, se invece di essere divisa tra due gruppi contendenti fosse unita in un solo blocco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giovanni Fontano nel dialogo <em>Charon <\/em>si augura che in futuro l&#8217;Italia ridotta a unit\u00e0 possa riavere la maest\u00e0 imperiale; e nel 1493 auspica l&#8217;unit\u00e0 d&#8217;Italia e la vede possibile, se il Papa la vuole. Sorso d&#8217;Este, scrivendo nel 1445 ad Alfonso d&#8217;Aragona, re di Napoli, lo invita a prendere la Lombardia, chiave d&#8217;Italia: se lo far\u00e0, sar\u00e0 \u00abre de Italia\u00bb; frase significativa al di l\u00e0 del paradosso di chiedere a un sovrano ispanico di farsi re d&#8217;Italia. Ma non si va oltre questi rapidi cenni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Studi cattolici n. 611 Gennaio 2012 di Claudio Finzi Tra la fine del Trecento e la prima met\u00e0 del Quattrocento l&#8217;Italia vive un processo politico che da una miriade di piccoli organismi conduce a una situazione ancorata a cinque Stati maggiori: Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, le \u00abpotentie grosse\u00bb, come furono allora definite. 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