{"id":4763,"date":"2011-11-04T16:08:59","date_gmt":"2011-11-04T15:08:59","guid":{"rendered":""},"modified":"2016-06-20T09:05:49","modified_gmt":"2016-06-20T07:05:49","slug":"emergenza-educativa-emergenza-antropologica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/emergenza-educativa-emergenza-antropologica\/","title":{"rendered":"Emergenza educativa, emergenza antropologica"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-35098\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/educazione.jpg\" alt=\"educazione\" width=\"250\" height=\"140\" \/>Studi cattolici<\/strong> n. 608 \u2013 ottobre 2011<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Un progetto educativo non \u00e8, non pu\u00f2 essere, un progetto tecnico; \u00e8 un processo di generazione di una persona e quindi sempre esposto al rischio della libert\u00e0 che ciascuno di noi \u00e8\u00bb. Lo sostiene il prof. Sergio Belardinel\u00adli, ordinario di Sociologia del processi culturali nell&#8217;Universit\u00e0 di Bologna, in questo intervento netto e appassionante. \u00ab\u00c8 sbagliato trasformare l&#8217;e\u00adducazione in un protocollo da seguire\u00bb: pertanto, non si pu\u00f2 educare in as\u00adsenza di un modello antropologico; ci\u00f2 che conta, infatti, \u00e8 una \u00abrelazione educativa\u00bb che non eluda la trasmissione di comportamenti e di valori che compongono una tradizione<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Sergio Belardinelli<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Il semplice fatto di nascere uomini implica che abbiamo bisogno di educazione. Ne abbiamo bisogno, non per diventare buoni cattolici o buoni cittadini, ma semplicemente per trovare la nostra strada, per sentirci a casa nel mondo che abitiamo e diventare ci\u00f2 che siamo: uomini, appunto; persone, la cui irripetibile unicit\u00e0 si esprime sempre in un tessuto di relazioni costitutive. Ma la nostra epoca sembra averlo dimenticato, mostrandoci cos\u00ec il volto di un&#8217;emergenza educativa che, in quanto tale, \u00e8 anche una vera e propria emergenza antropologica.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La debole societ\u00e0 ipotetica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Viviamo, come \u00e8 noto, in una societ\u00e0 \u00abipotetica\u00bb, orgogliosa della propria \u00abdebolezza\u00bb normativa e intellettuale. La libert\u00e0 di ciascuno di orientare a piacimento la propria vita \u00e8 diventata una sorta di dogma da far valere in ogni ambito della vita individuale e sociale, quindi anche nelle istituzioni educative, le quali, proprio per questo &#8211; si pensi alla famiglia e alla scuola -, sono finite per navigare a vista, senza una rotta precisa, n\u00e9 un obiettivo sociale da raggiungere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La maggiore libert\u00e0 di cui tutti godiamo, i grandi mezzi di comunicazione di cui disponiamo avrebbero richiesto soprattutto maggiore responsabilit\u00e0 da parte di tutti i soggetti coinvolti nei diversi processi educativi. Invece abbiamo abdicato proprio su questo punto, generando una situazione paradossale e drammatica. Mai come oggi l&#8217;educazione \u00e8 stata tanto necessaria, visto che, essendo tutti pi\u00f9 liberi e pi\u00f9 bombardati da tante \u00abinformazioni\u00bb, siamo anche pi\u00f9 esposti, specialmente i ragazzi e i giovani, al rischio di non venire a capo della nostra vita; e mai come oggi l&#8217;educazione \u00e8 stata un bene tanto scarso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questi anni abbiamo parlato molto di amicizia tra genitori e figli e tra maestri e allievi, molto di tecniche educative, ma troppo poco di educazione, ossia di responsabilit\u00e0, seriet\u00e0, doveri (anche da parte dei figli e degli allievi); abbiamo parlato troppo poco di bellezza, di passione, di questioni sostanziali collegate ai valori, alle convinzioni, alle tradizioni culturali dei popoli, senza accorgerci che in questo modo stavamo semplicemente fuggendo da noi stessi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E oggi lo scontiamo in termini di spaesamento, sradicamento, disagio sempre pi\u00f9 profondo sia da parte degli adulti sia dei giovani: i primi sempre pi\u00f9 impauriti di fronte alle loro responsabilit\u00e0, sempre pi\u00f9 accondiscendenti e incapaci di testimoniare alcunch\u00e9; i secondi sempre pi\u00f9 esigenti, capricciosi e incapaci persine di mostrare esplicitamente la loro rabbia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci siamo erroneamente illusi che l&#8217;educazione potesse essere una materia da \u00abesperti\u00bb, dimenticando cos\u00ec le poche e semplici evidenze elementari su cui, da sempre, si fondano tutte le vere relazioni educative: convinzioni profonde, amore, esempio e, soprattutto, nessuna pretesa di essere padroni della situazione. Un progetto educativo non \u00e8, non pu\u00f2 essere, un progetto tecnico; \u00e8 un processo di generazione di una persona e quindi sempre esposto al rischio della liberta che ciascuno di noi \u00e8.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa vita \u00e8 ci\u00f2 che accade mentre stai facendo altro\u00bb, cantava John Lennon. Non sono sicuro che avesse ragione. Ma certamente ci sono buone ragioni per pensare che la cosa valga per l&#8217;educazione. Davvero questa accade mentre stiamo facendo altro. Se ci pensiamo bene, le persone che hanno influito di pi\u00f9 sulla nostra vita, lo hanno fatto grazie a ci\u00f2 che, con l&#8217;esempio, con la parola, con uno sguardo, ci hanno insegnato implicitamente, non esplicitamente. Per questo \u00e8 estremamente difficile e sbagliato trasformare l&#8217;educazione in un protocollo da seguire<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La posta in gioco<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Elusa la questione del significato vero dell&#8217;educare, di fatto abbiamo eluso anche la vera posta che \u00e8 in gioco nell&#8217;educazione: un ideale di umanit\u00e0, un ideale antropologico, tutta una tradizione, una storia, che ci interpellano e di cui dobbiamo farci carico, ognuno con la nostra libert\u00e0. Anzich\u00e9 puntare alla formazione della persona, ci siamo affidati alle metodologie, ai \u00absaperi\u00bb da trasmettere, alla neutralit\u00e0 delle nozioni e dei valori insegnati, generando cos\u00ec disinteresse psicologico e relativismo ideologico, ma nessuna vera formazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 casuale che in questo processo siano andati in crisi sia la funzione educativa della famiglia sia il significato della tradizione, sia la figura del \u00abmaestro\u00bb chiamato ad attualizzarla con intelligenza, partecipazione e passione. Quanto ai nostri figli, essi non solo non sanno pi\u00f9 nulla di storia, ma non conoscono pi\u00f9 nemmeno il passato delle loro famiglie, il nome dei loro nonni. \u00c8 venuto meno, insomma, il senso di appartenenza a una catena generazionale e, con esso, il carattere \u00abgenerativo\u00bb dell&#8217;educazione, vera chiave di volta di ogni proposta educativa degna del nome.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se fino a ieri sembrava quasi scontato che una generazione dovesse farsi carico dell&#8217;educazione dei \u00abnuovi venuti\u00bb, secondo la tradizione ereditata dai padri, oggi, chi pi\u00f9 chi meno, tutti costatiamo la dissoluzione di questa sorta di automatismo. La parola \u00abtradizione\u00bb \u00e8 diventata non a caso sospetta, sinonimo quasi di vecchiezza e di incapacit\u00e0 di far fronte ai nuovi problemi; una parola di quelle che suscitano reazioni emotive sfavorevoli. Quanto alla scuola, dopo la sua fase di politicizzazione pi\u00f9 estrema e pi\u00f9 vandalica proprio nei riguardi della tradizione, essa sembra aver accantonato qualsiasi pretesa di essere un luogo educativo al servizio dei valori fondamentali della comunit\u00e0 e galleggia ormai affannosamente in un mare di incertezze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prive di riferimenti normativi e culturali forti, le nostre istituzioni educative si sono fatte sempre pi\u00f9 autoreferenziali, sempre pi\u00f9 invischiate in problemi che sono esse stesse a creare, in una sorta di continuo cortocircuito con la realt\u00e0. Vengono moltiplicate le discipline di studio e, contemporaneamente, si registra una diffusa perdita di senso dello studio stesso; si dice che i ragazzi, studiando, debbono soprattutto divertirsi, e poi ci si sorprende che essi, alla scuola, preferiscano altri divertimenti; si parla tanto, e giustamente, di una sorta di orgia dell&#8217;informazione nella quale tutti saremmo immersi, ma la scuola, anzich\u00e9 fornire gli strumenti adatti a districarsi in quest&#8217;orgia, sembra farsene semplice cassa di risonanza; in nome di un malinteso pluralismo si eludono le questioni sostanziali collegate ai valori, alle convinzioni, alle tradizioni culturali dei popoli e poi ci si sorprende che i giovani non diventano per questo pi\u00f9 aperti all&#8217;\u00abaltro\u00bb, ma semplicemente pi\u00f9 spaesati, pi\u00f9 sradicati e quindi pi\u00f9 esposti al rischio di nuovi fanatismi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La scuola, si dice, deve servire a introdurre i giovani nel mondo del lavoro; ma poi, almeno in Italia, dobbiamo registrare un&#8217;incomprensibile avversione per le cosiddette \u00abscuole professionali\u00bb; l&#8217;introduzione delle nuove tecnologie multimediali viene presentata sovente come la nuova frontiera dell&#8217;educazione, ma in realt\u00e0 sembra accentuare soltanto il disorientamento che pervade i nostri sistemi educativi, sempre pi\u00f9 improntati a una preoccupante superficialit\u00e0. Per farla breve, tutto sembra configurarsi come una sorta di alibi per eludere la questione cruciale: che cosa significa educare?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abEducare l&#8217;uomo\u00bb, recita uno dei tanti aforismi di Nicol\u00e0s G\u00f3mes Davila, \u00ab\u00e8 impedirgli la libera espressione della sua personalit\u00e0\u00bb. Ecco una bella provocazione per gran parte della pedagogia contemporanea. Non si tratta infatti di ribadire, magari contro Rousseau, il senso di una educazione autoritaria. Ormai credo che un salutare antiautoritarismo sia stato digerito pressoch\u00e9 da tutti. Si tratta piuttosto di non dimenticare la realt\u00e0, di non dimenticare che non rimarremo per sempre bambini e che la nostra riuscita nella vita, la nostra felicit\u00e0 dipenderanno soprattutto dalla \u00abcoscienza\u00bb che avremo acquisito della realt\u00e0 e di noi stessi e dalla nostra capacit\u00e0 di vivere in armonia con entrambi, senza velleitarismi, abdicazioni o risentimenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Tradizione, fiducia nel futuro<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lasciati a loro stessi, come aveva ben intuito Durkheim, gli uomini sono destinati a cadere vittime dei loro desideri senza fine. Proprio per questo ci vuole l&#8217;educazione e ci vogliono maestri capaci di insegnare. Ma \u00e8 difficile avere l&#8217;una e gli altri se non c&#8217;\u00e8 un patrimonio di valori e di saperi, diciamo pure, una tradizione, ritenuta degna di essere tramandata, per la quale, essendo considerata appunto un \u00abbene\u00bb, \u00e8 giusto esigere rigore, fatica, disciplina e, <em>incredibile dictu, <\/em>fiducia nel futuro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Proprio cos\u00ec: fiducia nel futuro. Il principio vitale della tradizione, infatti, non \u00e8 tanto e non \u00e8 solo il passato, la memoria, ma la capacit\u00e0 di assicurare continuit\u00e0 alle nostre vite, predisponendole al futuro. Invece, disamorati come siamo della nostra tradizione, sempre pi\u00f9 sfiduciati nel nostro futuro, ci siamo ormai assuefatti all&#8217;idea che a scuola non si debba mai chiedere a qualcuno di imparare qualcosa di difficile. Qualsiasi proposta educativa incentrata sulla \u00abqualit\u00e0\u00bb viene non a caso liquidata come intrinsecamente \u00abelitaria\u00bb. Ma in questo modo, come ha denunciato Christopher Lasch, ci allontaniamo sempre di pi\u00f9 dal senso stesso dell&#8217;educazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anzich\u00e9 indirizzare l&#8217;attenzione dello studente verso quello che all&#8217;inizio egli pu\u00f2 forse faticare a capire, ma il cui fascino potrebbe anche afferrarlo, si preferisce ricorrere, tranne in rarissimi casi privilegiati, alla semplificazione, al livellamento, all&#8217;annacquamento, ossia ad atteggiamenti che George Steiner, in una pagina memorabile della sua autobiografia intellettuale, definisce non a caso \u00abcriminali\u00bb e dietro i quali vede nascondersi una \u00abcondiscendenza volgare\u00bb verso gli studenti stessi, giudicati a priori incapaci di migliorarsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sembra, insomma, non esserci pi\u00f9 posto per una vera e propria \u00abformazione\u00bb, cio\u00e8 per quel processo attraverso il quale, con impegno e rigore, l&#8217;individuo assimila criticamente un determinato universo di valori, non soltanto direttamente in certe discipline specifiche, poniamo la filosofia o la religione, ma anche indirettamente in tutte le altre discipline: dall&#8217;aritmetica alla grammatica, dalla storia alla geografia e perfino in quelle che una volta si chiamavano \u00abapplicazioni tecniche\u00bb. Per dirla ancora con le parole di Christopher Lasch, qualsiasi tentativo di avvicinare qualcuno a un determinato orizzonte di valori rischia oggi di venire considerato come un \u00abattentato alla sua libert\u00e0 di scelta\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma proprio se abbiamo a cuore questa libert\u00e0, checch\u00e9 ne dicano tanti postmoderni, occorre invertire la rotta. Essa non si conquista infatti con la \u00abneutralit\u00e0 etica\u00bb, n\u00e9 rinunciando alla formazione a vantaggio della semplice comunicazione di saperi. La <em>Bildung \u00e8 <\/em>molto di pi\u00f9 che un \u00absapere\u00bb o una semplice \u00abcompetenza\u00bb. Meno che mai essa pu\u00f2 essere ridotta a informazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Direi, anzi, che oggi uno dei sui compiti principali sia proprio quello di salvarci dall&#8217;informazione, di aiutarci a resistere all&#8217;enorme flusso di informazioni dal quale siamo sopraffatti. Ma per far questo, per svolgere questa fondamentale funzione al servizio della libert\u00e0 e della irripetibile unicit\u00e0 di ciascun individuo, la <em>Bildung <\/em>ha bisogno di tornare a radicarsi saldamente nella nostra tradizione; ha bisogno di tornare a essere veramente una \u00abrelazione educativa\u00bb. E tutto ci\u00f2 semplicemente per aiutare l&#8217;uomo a essere s\u00e9 stesso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come disse Hannah Arendt, \u00abla scuola deve essere conservatrice per preservare quanto c&#8217;\u00e8 di rivoluzionario e di nuovo in ogni bambino\u00bb. A differenza degli altri animali, gli uomini hanno bisogno di molto tempo per \u00abtrovarsi\u00bb, per imparare a dire \u00abio\u00bb, per condurre una vita all&#8217;insegna dell&#8217;autonomia, della libert\u00e0 e della responsabilit\u00e0; hanno bisogno di relazioni significative con altre persone che li amino e, amandoli, sappiano schiudere loro la bellezza del mondo e della vita. Ci\u00f2 che siamo, lo ripeto, dipende in primo luogo dalle persone che ci hanno amato e dall&#8217;educazione che abbiamo ricevuto. Ma proprio per questo mi sembra importante non dimenticare mai il significato di una vera relazione educativa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Identit\u00e0 &amp; convinzioni forti<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando Hannah Arendt esorta la scuola a essere conservatrice, non vuoi dire che la scuola deve tornare alle chiusure, agli autoritarismi e agli schematismi del passato; ci mette semplicemente in guardia dal rischio che la scuola si faccia troppo \u00absperimentale\u00bb e che, in questo modo, essa possa contribuire a creare sradicamento, mancanza di senso di ci\u00f2 che si insegna e si fa. Pu\u00f2 sembrare banale, ma ci\u00f2 che contraddistingue un qualsiasi \u00abesperimento\u00bb \u00e8 la possibilit\u00e0 che esso fallisca. Quando si fanno esperimenti bisogna sempre mettere in conto il fallimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La scienza, si sa, impara proprio dai suoi errori; cresce addirittura grazie a questi. Ma non \u00e8 cos\u00ec quando si parla di educazione. Un esperimento educativo fallito \u00e8 una catastrofe senza compensi. La scienza pedagogica potrebbe traine certo qualche insegnamento, ma per il bambino che ne ha fatto le spese \u00e8 una perdita secca, una perdita irrimediabile, visto che non avr\u00e0 pi\u00f9 la possibilit\u00e0 di ripeterlo, di ritornare a scuola in un altro modo. \u00c8 per preservare ci\u00f2 che di \u00abrivoluzionario\u00bb c&#8217;\u00e8 in ogni bambino, diciamo pure la sua \u00abnovit\u00e0\u00bb, la sua capacit\u00e0 di trasformare il mondo nel quale arriva, che la scuola deve essere \u00abconservatrice\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La nostra vita quotidiana, specialmente oggi, ci costringe a fare continuamente \u00abesperimenti\u00bb d&#8217;ogni tipo. La maggiore libert\u00e0 che ci siamo conquistati rende la vita individuale e sociale sempre pi\u00f9 rischiose. Ma proprio per questo \u00e8 diventata tanto importante l&#8217;educazione. Sono precisamente coloro che hanno avuto la fortuna di sperimentare autentiche relazioni educative ad avere maggiori possibilit\u00e0 di riuscita nelle nostre societ\u00e0 complesse, trasformando gli \u00abesperimenti\u00bb sociali quotidiani in opportunit\u00e0 di vita autonoma e libera; sono precisamente coloro che sentono di appartenere a una storia, a una trama generazionale, ad avere, non sembri paradossale, maggiori capacit\u00e0 di sfruttare al meglio le grandi opportunit\u00e0 del nostro tempo; sono coloro che hanno acquisito coscienza di s\u00e9, del proprio \u00abio\u00bb, a essere pi\u00f9 capaci di incontrare e dialogare con gli altri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A differenza di quanto sostiene un autore come Ulrich Beck, non credo che alla base della nostra capacit\u00e0 inclusiva nei confronti degli altri debba stare la \u00abvirt\u00f9 della mancanza dell&#8217;orientamento\u00bb. Che le nostre vite siano diventate sempre pi\u00f9 \u00abpolicentriche\u00bb, che cio\u00e8 si debba vivere perennemente \u00abin viaggio in molti mondi (in senso proprio e figurato)\u00bb, oppure che si debba sviluppare \u00abuna cultura della disponibilit\u00e0 al rischio e alla creativit\u00e0\u00bb; tutto questo possiamo anche assumerlo come un dato di fatto incontestabile, e Beck fa senz&#8217;altro bene a rimarcarlo, purch\u00e9 non significhi, per\u00f2, che le nostre identit\u00e0 debbono diventare sempre pi\u00f9 labili, mobili, flessibili e, in ultimo, indifferenziate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La flessibilit\u00e0, la mobilit\u00e0, la disponibilit\u00e0 al rischio e alla creativit\u00e0 sono infatti risorse di valore inestimabile per gli individui e per le societ\u00e0; ma, lo ripeto, solo chi ha un&#8217;identit\u00e0, ossia convinzioni forti, riesce a sfruttarle a pieno senza disorientarsi; riesce a operare quelle \u00abdistinzioni inclusive\u00bb che per Beck sono il tratto di una capacit\u00e0 interculturale all&#8217;altezza dei tempi, senza scadere in uno sterile e vuoto indifferentismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il disorientamento non produce apertura; pu\u00f2 produrre tutt&#8217;al pi\u00f9 timore, incapacit\u00e0 di comprendere veramente sia ci\u00f2 che \u00e8 \u00abaltro\u00bb sia ci\u00f2 che ci \u00e8 proprio e famigliare, preparando cos\u00ec il terreno ideale per la chiusura e l&#8217;intolleranza. Tanto pi\u00f9 avremo invece consapevolezza della nostra identit\u00e0, tanto pi\u00f9 ci sar\u00e0 facile dialogare autenticamente con tutti, praticare cio\u00e8 quell\u2019\u00abuniversalismo-sensibile-alle-differenze\u00bb di cui parla Habermas, capace di includere l&#8217;altro, salvaguardandone contemporaneamente la diversit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se ci pensiamo bene, e concludo, anche questa nostra capacit\u00e0 inclusiva dipende dall&#8217;educazione. A conferma che questione educativa e questione antropologica sono quasi un tutt&#8217;uno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Studi cattolici n. 608 \u2013 ottobre 2011 Un progetto educativo non \u00e8, non pu\u00f2 essere, un progetto tecnico; \u00e8 un processo di generazione di una persona e quindi sempre esposto al rischio della libert\u00e0 che ciascuno di noi \u00e8\u00bb. Lo sostiene il prof. 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