{"id":4726,"date":"2011-10-06T00:00:00","date_gmt":"2011-10-05T22:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2015-11-11T16:04:49","modified_gmt":"2015-11-11T15:04:49","slug":"mai-pensato-a-una-bella-bancarotta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/mai-pensato-a-una-bella-bancarotta\/","title":{"rendered":"Mai pensato a una bella bancarotta?"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><strong><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2011\/10\/crack.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-27455\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2011\/10\/crack.jpg\" alt=\"crack\" width=\"200\" height=\"157\" \/><\/a>Tempi,<\/strong> 20 settembre 2011<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Non \u00e8 vero che il default sovrano di un grande paese del mondo sviluppato \u00e8 un&#8217;ipotesi assurda. E non \u00e8 detto che il fallimento di uno Stato provocher\u00e0 la sua catastrofe economica. Anzi. Sciagure e vantaggi di una disgrazia (im)possibile. Pubblichiamo l&#8217;articolo uscito sul numero 37 di Tempi<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Rodolfo Casadei<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Adesso la chiamano default sovrano, con la solita xenofilia linguistica che riveste di prestigio e autorevolezza chi la evoca e incute sudditanza nell\u2019ascoltatore che immagina un\u2019apocalisse finanziaria sul punto di scatenarsi. Ma la vecchia bancarotta nazionale \u00e8 antica come il mondo, o almeno come il mondo moderno: il primo imperatore bancarottiere della storia pare sia stato Filippo II di Spagna, il successore del grande Carlo V, che gli aveva lasciato un bel mucchio di debiti.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Filippo continu\u00f2 a spendere per le sue spedizioni militari, mentre le entrate dall\u2019antenato dell\u2019Iva attese dalla Castiglia e dalle colonie spagnole di allora, Olanda e Americhe, continuavano a diminuire. Cos\u00ec nel 1557 fu costretto a dichiarare la moratoria sul pagamento dei suoi debiti. Era la prima volta che uno Stato sovrano in epoca di capitalismo mercantile lo faceva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Filippo ci prese gusto e dichiar\u00f2 altre tre bancarotte nei successivi quarant\u2019anni. Fece la felicit\u00e0 e la disperazione dei banchieri genovesi e tedeschi di Augusta, che giunsero a pigliarsi il 40 per cento delle entrate dello Stato spagnolo per il semplice pagamento degli interessi sui loro prestiti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da allora la storia si \u00e8 ripetuta centinaia di volte, l\u2019ultima \u00e8 stata nel febbraio 2010, quando Standard &amp; Poor\u2019s ha degradato il rating della Giamaica dopo che le autorit\u00e0 hanno offerto di scambiare tutto il debito interno (702 miliardi di dollari giamaicani, pari a 5,7 miliardi di euro) con titoli a pi\u00f9 lunga scadenza e a tasso di rendimento minore ma sicuro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel giugno scorso la stessa agenzia ha reso nota la lista dei dieci paesi che avevano le maggiori probabilit\u00e0 di dichiarare bancarotta nei successivi dodici mesi: in testa alla lista c\u2019era la Grecia, considerato il paese meno solvibile del mondo, ma non mancano paesi popolosi come Pakistan, Bielorussia e Argentina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Uno studio del Fondo monetario internazionale (Fmi), opera dell\u2019italiano Ugo Panizza e dell\u2019argentino Eduardo Borensztein, conta ben 257 bancarotte nazionali fra il 1824 e il 2004; nei soli dieci anni fra il 1981 e il 1990 se ne sono avute 74, concentrate in Africa e in America latina al tempo della grande crisi del debito estero. In testa alla classifica ci sono Argentina ed Ecuador, che nel corso della loro storia hanno dovuto denunciare debiti dello Stato non pagabili ben sei volte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La bancarotta \u00e8 vecchia come il mondo, ma non \u00e8 la fine del mondo. \u00c8 la fine di un mondo. \u00c8 una vicenda finanziaria che ha tremendi costi sociali, ma dai quali uno stato e un popolo normalmente escono cambiati in meglio. Con qualche eccezione, certo: la Germania che dopo anni di iperinflazione dovette dichiarare bancarotta nel 1932 come conseguenza delle riparazioni pagate in forza del Trattato di pace di Versailles, l\u2019anno dopo si vendic\u00f2 mandando Adolf Hitler al potere, con tutto quello che ne segu\u00ec. Le carriole piene di banconote da 50 miliardi di marchi con cui i tedeschi erano ormai costretti ad andare a fare la spesa vennero sostituite dai panzer, che portarono i loro cingoli a spasso per tutta l\u2019Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Tendenza Buenos Aires<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma prendete il caso dell\u2019Argentina: nell\u2019ultima settimana del dicembre 2001 il suo governatore della banca centrale fu costretto a dichiarare che il paese non poteva onorare gli interessi di 82,26 miliardi di dollari di debito. Nell\u2019anno che segu\u00ec il Pil croll\u00f2 del 13,5 per cento rispetto all\u2019annualit\u00e0 precedente, nei sei mesi successivi il peso si svalut\u00f2 del 300 per cento rispetto al dollaro americano, mentre il numero dei poveri saliva a 19 milioni in un paese di 35 milioni di abitanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da allora l\u2019Argentina non \u00e8 stata pi\u00f9 riammessa al mercato internazionale dei prestiti, e solo l\u2019anno scorso \u00e8 stato abbozzato un accordo di ristrutturazione del debito coi suoi antichi e fino a oggi scornati creditori. Eppure nei sei anni fra il 2003 e il 2007 il Pil argentino ha ripreso a correre alla media dell\u20198 per cento all\u2019anno, e dopo una flessione in coincidenza con la crisi mondiale del 2008-2009 ha ripreso la galoppata a tassi ancora pi\u00f9 alti, vicini al 9 per cento. I poveri sono ridiscesi a 6 milioni circa e il reddito pro capite ora \u00e8 leggermente superiore ai livelli pre default.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Com\u2019\u00e8 possibile? \u00abPer la fortuna dell\u2019Argentina il loro default si \u00e8 incrociato con il boom delle commodities: si sono impennati i prezzi internazionali della soia, della carne e del grano, tutte produzioni tipiche argentine\u00bb, spiega a Tempi Giulio Sapelli, docente di Storia economica alla Statale di Milano e autore del recente Un racconto apocalittico. Dall\u2019economia all\u2019antropologia (Bruno Mondadori). \u00abNon gli hanno ancora riaperto l\u2019accesso al credito?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel mondo d\u2019oggi si pu\u00f2 vivere e quasi prosperare anche se si \u00e8 tagliati fuori dai prestiti internazionali: come sanno molto bene quelli che lavorano nel mondo finanziario (ma non lo dicono in giro), la gran parte della liquidit\u00e0 mondiale non passa attraverso la sovranit\u00e0 degli stati, attraverso le borse, ma attraverso le banche ombra. E badate bene, questo vale anche per l\u2019Europa: la gran parte della liquidit\u00e0 che arriva alle banche non \u00e8 sorvegliata dalla Banca centrale europea. L\u2019Argentina arriva a finanziarsi attraverso, diciamo cos\u00ec, il mercato finanziario secondario\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Effettivamente, se ci pensate bene, i fotogrammi delle conseguenze socio-economiche dell\u2019ultima bancarotta argentina sono vividi ma fugaci: il \u201ccacherolazo\u201d sotto le finestre della Casa Rosada, pentole, coperchi e mestoli in libera uscita sonora; la fuga in elicottero del presidente Fernando de la R\u00faa; uomini, donne e bambini che scavano nei rifiuti alla ricerca di materiali di recupero; le file di aspiranti emigranti davanti alle ambasciate spagnola e italiana; le file non solo di studenti alle mense scolastiche eccetera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poi arrivano un presidente della sinistra populista come Nestor Kirchner e un ministro centrista dell\u2019Economia come Roberto Lavagna, e le cose cominciano ad andare a posto. La cosa interessante \u00e8 che gli studi di Panizza e Borensztein confermano la fondatezza delle impressioni superficiali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Una questione politica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo i due reputati economisti i costi di un default sono di quattro tipi: la perdita di reputazione internazionale, la contrazione degli scambi commerciali, i costi patiti dall\u2019economia nazionale e i costi politici. La perdita di reputazione implica l\u2019isolamento del paese in bancarotta dal mercato internazionale dei capitali, l\u2019abbassamento del rating e un aumento dello spread dei titoli di Stato di 400 punti in media. Una bella botta, quando si considera che lo spread fra i Btp italiani e i Bund tedeschi oscilla sopra e sotto i 300 punti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia rating e spread tendono a tornare ai valori precedenti l\u2019episodio di default nell\u2019arco di tre-cinque anni, secondo gli studi di Panizza e Borensztein. Lo stesso dicasi dell\u2019import-export fra il paese in bancarotta e quelli che ha danneggiato non rimborsando i debiti: all\u2019inizio c\u2019\u00e8 un crollo degli scambi, ma, di nuovo \u00ababbiamo scoperto che l\u2019effetto tende ad essere a breve termine e dura solo dai due ai tre anni\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ancora meno pesante l\u2019effetto della bancarotta sui tassi di crescita del Pil nazionale: \u00abMediamente gli episodi di default sono associati con una diminuzione di 2,5 punti percentuali del tasso di crescita nell\u2019anno stesso del default. Tuttavia non si notano effetti significativi negli anni seguenti\u00bb. Anzi: una tabella dell\u2019Economist dello scorso anno mostra i tassi di crescita (o di decrescita) del Pil di 12 paesi che hanno avuto dei default fra il 1999 e il 2006, nei cinque anni precedenti e nei cinque anni seguenti la bancarotta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Risultato: 8 hanno fatto nettamente meglio nel quinquennio successivo e solo 4 hanno fatto peggio. Alla fine i costi meno gestibili sembrano essere quelli politici: \u00e8 stato osservato che in media le coalizioni politiche che garantiscono la maggioranza a un governo perdono 16 punti percentuali al momento delle elezioni se l\u2019anno precedente il voto \u00e8 stato dichiarato un default. La temporaneit\u00e0 dei costi della bancarotta nazionale ha spinto capi di Stato latinoamericani ad atteggiamenti machisti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In occasione dell\u2019ultimo default dell\u2019Ecuador (dicembre 2008), allorch\u00e9 non furono pagati alla scadenza fissata 3,2 miliardi di dollari di interessi sul debito nonostante il paese disponesse di risorse sufficienti per rispettare la scadenza, il presidente Rafael Correa si vant\u00f2 pubblicamente di aver dato personalmente l\u2019ordine di tenere chiusi i cordoni della borsa. Una commissione da lui nominata aveva studiato il debito estero del paese e concluso che la parte riferita alle imminenti scadenze andava considerata \u00abillegale e illegittima\u00bb. Quelle rate non sono state pi\u00f9 pagate e la finanza ufficiale ha disertato il paese. Ma la vita continua come prima, grazie all\u2019industria petrolifera che attrae investimenti esteri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I pericoli per la moneta unica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il governo della Grecia o di un paese dell\u2019Unione Europea ancora pi\u00f9 grosso \u2013 senza fare nomi \u2013 potrebbe fare il gradasso come Correa, in caso di bancarotta? Panizza e Borensztein dicono di no: \u00abL\u2019esperienza recente suggerisce che i costi economici di un default possono non essere cos\u00ec alti come si pensa comunemente, e che una ripresa economica spesso \u00e8 iniziata subito dopo il fallimento. Bisogna per\u00f2 notare che in tutti i casi da noi studiati la ripresa fu aiutata dalla svalutazione del tasso di cambio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal momento che questa non \u00e8 un\u2019opzione disponibile ai paesi dell\u2019Eurozona, la Grecia pagherebbe un alto prezzo se dovesse andare in bancarotta\u00bb. E l\u2019euro sarebbe in pericolo? \u00abNo, all\u2019euro non succederebbe niente: solo i greci, tranne gli armatori con le loro navi battenti bandiere panamensi e le loro ricchezze all\u2019estero, si ritroverebbero malissimo\u00bb, commenta Sapelli. \u00abPer mettere in crisi l\u2019euro ci vorrebbe la bancarotta di un grosso paese. Le sofferenze sociali conseguenti sarebbero molto pesanti, ma le economie europee finalmente ricomincerebbero a crescere\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il default di un grosso paese dell\u2019Eurozona, per anni ritenuto un\u2019ipotesi da non prendere nemmeno in considerazione, \u00e8 un incubo non solo per i potenziali diretti interessati. BlackRock, la piu grande societ\u00e0 di investimento nel mondo, con sede a New York, ha annusato l\u2019aria e prontamente creato il Sovereign Risk Index, che classifica le economie dei paesi industrializzati in base al loro rischio di bancarotta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa gente pensava che il rischio sovrano fosse qualcosa di riservato ai mercati in via di sviluppo, e questo si vede molto bene nella composizione dei portafogli di investimento\u00bb, dice Benjamin Brodsky, direttore di dipartimento a BlackRock. \u00abSe guardate all\u2019industria degli hedge funds e ai fondi pensionistici, vedete che sono massicciamente esposti verso i mercati sviluppati e i loro titoli di Stato. Questi sono stati sempre percepiti come virtualmente privi di rischi. Ma privi di rischio non sono mai stati\u00bb. Il default di un paese importante della zona dell\u2019euro sarebbe una catastrofe per i grandi investitori, detentori di ampie quote del suo debito pubblico, considerato un investimento a rendimento basso ma arcisicuro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Finanzieri in conflitto d\u2019interesse<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giulio Sapelli si esprime in termini pi\u00f9 coloriti: \u00abOggi la finanza \u00e8 molto pi\u00f9 \u201cleverata\u201d che in passata, ci sono masse finanziarie molto pi\u00f9 grandi, e il ceto sociale che controlla la finanza \u00e8 molto pi\u00f9 coinvolto. Andrebbero in bancarotta anche i top manager delle grandi istituzioni finanziarie mondiali, per questo creano la leggenda secondo la quale il default di un grande paese nel mondo globalizzato non \u00e8 pensabile\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intanto BlackRock ha presentato il suo indice, che classifica 44 economie. In fondo al plotone naturalmente ci sta la Grecia, ai primi tre posti ci sono Norvegia, Svezia e Svizzera. E i grandi paesi dell\u2019Unione Europea? Al quintultimo posto, appena quattro posizioni meglio della Grecia, c\u2019\u00e8 l\u2019Italia. Quattro caselle sopra l\u2019Italia c\u2019\u00e8 la Spagna. In mezzo a questi due paesi, l\u2019Argentina. Magari \u00e8 solo lo scherzo di una societ\u00e0 di investimento interessata a lucrare le commissioni di chi vuol spostare i suoi soldi dai paesi dell\u2019Europa meridionale a quelli scandinavi. Magari.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tempi, 20 settembre 2011 Non \u00e8 vero che il default sovrano di un grande paese del mondo sviluppato \u00e8 un&#8217;ipotesi assurda. E non \u00e8 detto che il fallimento di uno Stato provocher\u00e0 la sua catastrofe economica. Anzi. Sciagure e vantaggi di una disgrazia (im)possibile. 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