{"id":4247,"date":"2010-11-30T10:55:08","date_gmt":"2010-11-30T09:55:08","guid":{"rendered":""},"modified":"2015-03-22T16:03:08","modified_gmt":"2015-03-22T15:03:08","slug":"geopolitica-e-demografia-indicazioni-per-un-prossimo-futuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/geopolitica-e-demografia-indicazioni-per-un-prossimo-futuro\/","title":{"rendered":"Geopolitica e demografia indicazioni per un prossimo futuro"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><strong><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2010\/11\/banlieu1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-21793\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2010\/11\/banlieu1.jpg\" alt=\"banlieu\" width=\"250\" height=\"150\" \/><\/a>Gnosis<\/strong><\/div>\n<div style=\"text-align: center;\">Rivista Italiana di Intelligence n.3 \u2013 2010<\/div>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Cambiamenti economici e rischi per la sicurezza<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Esplosione delle megalopoli, sconvolgimenti demografici, imponenti migrazioni, con conseguente depauperizzazione di aree oggi considerate &#8220;ricche&#8221; e arricchimento di aree oggi considerate povere.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>La proiezione al 2050 della situazione mondiale, con dinamiche che avranno un impatto sulla crescita economica e sulla capacit\u00e0 di generare ricchezza, per sostenere ancora una parvenza di welfare. Lo tsunami demografico produrr\u00e0 cos\u00ec forti squilibri e tensioni tra continenti con trend demografici opposti, con il rischio di un rapido declino dell&#8217;Europa, forti tensioni sociali, massicce migrazioni dall&#8217;Africa e dall&#8217;America Latina. I cambiamenti demografici, dunque, ci pongono di fronte a scelte sociali e politiche radicali e Gianluca Ansalone analizza alcune soluzioni possibili.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Gianluca Ansalone<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Circa quarant&#8217;anni fa, il biologo ed antropologo tedesco Paul Ehrlich metteva in guardia la comunit\u00e0 scientifica sull&#8217;approssimarsi di ci\u00f2 che definiva &#8220;<em>la bomba demografica<\/em>&#8220;. Lo scienziato prevedeva, di l\u00ec a poco, un deciso aumento della popolazione mondiale cui non sarebbe per\u00f2 corrisposto un aumento della disponibilit\u00e0 di cibo, vaticinando una delle pi\u00f9 drammatiche carestie della storia dell&#8217;umanit\u00e0. Tale evento avrebbe dovuto verificarsi tra la met\u00e0 degli anni &#8217;70 e la met\u00e0 degli anni &#8217;80.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per fortuna, anche grazie all&#8217;innovazione tecnologica e alla cosiddetta &#8220;rivoluzione verde&#8221; in agricoltura, quello scenario si \u00e8 rivelato molto pi\u00f9 che azzardato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia, bench\u00e9 con toni di minor allarme e con una disponibilit\u00e0 tecnologica molto superiore, il mondo \u00e8 oggi alla vigilia di una trasformazione demografica senza precedenti, che avr\u00e0 conseguenze profonde sullo scenario geopolitico e geoeconomico globale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La demografia, definita come studio statistico della popolazione e delle sue possibili proiezioni nel tempo, non \u00e8 evidentemente una scienza esatta. Eppure la sua interazione con altre discipline, quali l&#8217;economia, la strategia o la sicurezza \u00e8 in grado di fornire indizi significativi sul modello futuro delle relazioni sociali all&#8217;interno degli Stati e delle relazioni strategiche tra Stati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come per tutte le altre discipline, anche la demografia vive di un dibattito scientifico aperto e spesso radicale: alcuni analisti vedono nella consistenza e nella composizione demografica un <em>asset <\/em>essenziale per la primazia strategica; altri, sulla scia degli studi dell&#8217;economista e demografo inglese Malthus, pongono un limite fisiologico alla crescita della popolazione, vista la scarsit\u00e0 relativa delle risorse; altri ancora, infine, considerano che, attraverso i progressi della scienza e della tecnologia, si possa immaginare un mondo sempre pi\u00f9 popoloso ma comunque adeguatamente vivibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 che \u00e8 innegabile \u00e8 che nel corso dei secoli la demografia \u00e8 stata sempre un fattore determinante per l&#8217;ascesa o il declino degli Imperi; un fattore, cio\u00e8, imprescindibile nel lungo termine, cos\u00ec come l&#8217;economia lo \u00e8 nel medio termine e la potenza militare nel breve termine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;approccio culturale a tali dinamiche \u00e8 cambiato nel corso del tempo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;analisi di Thomas Malthus (1798) sui rapporti tra popolazione e risorse partiva dall&#8217;assunto che l&#8217;aumento della popolazione presenta un andamento esponenziale, mentre le risorse alimentari possono aumentare solo in modo lineare. Si sarebbe quindi raggiunto un picco &#8211; definito &#8220;catastrofe di Malthus&#8221; &#8211; in cui la mancanza di cibo avrebbe creato povert\u00e0 e guerre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Riprendono una logica maltusiana anche le catastrofiche previsioni del Club di Roma negli anni &#8217;70 sull&#8217;esaurimento delle risorse energetiche e naturali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rispetto all&#8217;epoca di Malthus, problema presenta oggi ulteriori difficolt\u00e0 di analisi ma anche qualche che strumento di intervento in pi\u00f9. In particolare, due aspetti devono essere contemplati: il primo rimanda al ruolo essenziale della tecnologia, che ha reso possibile la diffusione dei mezzi agricoli su larga scala ha contribuito a ridurre la mortalit\u00e0 infantile, aumentando contestualmente le speranze di vita, ha garantito, soprattutto nell&#8217;ultimo decennio, la riduzione della fame nel mondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec come, rispetto alle previsioni del Club di Roma, la risorsa &#8220;petrolio&#8221; smetter\u00e0 di essere impiegata non tanto perch\u00e9 si esaurir\u00e0 ma perch\u00e9 una nuova tecnologia, quella legata all&#8217;idrogeno, diventer\u00e0 probabilmente di largo ed immediato utilizzo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il secondo aspetto \u00e8 legato ai numeri e alle proiezioni statistiche, le quali disegnano di contro uno scenario preoccupante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo i dati dell&#8217;ONU, la popolazione complessiva del pianeta passer\u00e0 da 6,51 miliardi (2005) a 7,67 nel 2020 e a 9,19 miliardi nel 2050. La crescita continuer\u00e0 per\u00f2 ad essere profondamente squilibrata e si concentrer\u00e0 prevalentemente in Asia e in Africa. In valori assoluti, si passer\u00e0 nel primo caso da 3,94 miliardi di abitanti a 4,6 miliardi nel 2020, con un aumento del 16,7%, in buona parte concentrato in India, laddove la popolazione complessiva del Giappone tender\u00e0 a contrarsi notevolmente mentre quella della Cina si stabilizzer\u00e0. In termini relativi, invece, la crescita della popolazione dell&#8217;Africa sub-sahariana sar\u00e0 ancora pi\u00f9 clamorosa e potrebbe sfiorare il 38%, passando da 922 milioni a 1,27 miliardi nello stesso periodo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I paesi industrializzati conosceranno invece un fenomeno generalizzato di decrescita della popolazione e di progressivo invecchiamento, con un aumento dell&#8217;et\u00e0 media. L&#8217;Europa perder\u00e0 costantemente popolazione di qui al 2020, passando da 731 milioni a 722 milioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">II peso demografico dell&#8217;Occidente rispetto al totale mondiale diminuir\u00e0 del 25%, spostando rilievo e importanza economica verso i Paesi emergenti, che presentano tassi di crescita della popolazione (e, quindi, una capacit\u00e0 di impiego di forza lavoro giovane) pi\u00f9 significativi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per sostenere ritmi di crescita economica accettabili, i Paesi industrializzati avranno bisogno di accogliere forza lavoro dall&#8217;estero, ovvero dalle regioni nelle quali il boom demografico sar\u00e0 pi\u00f9 pronunciato. Queste ultime sono tipicamente le aree povere a maggioranza musulmana (nel caso dell&#8217;Europa) o quelle dell&#8217;America Latina (nel caso dell&#8217;America del Nord). Infine, per la prima volta nella storia dell&#8217;umanit\u00e0, nel 2010 pi\u00f9 del 50% della popolazione mondiale vive nei grandi centri urbani invece che nelle campagne. Nel 1950 tale quota era del 30%; mentre salir\u00e0 fino al 70% nel 2050. La maggior parte di queste megalopoli si trova in Paesi con un reddito medio basso e dove le condizioni sanitarie sono ancora precarie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo spostamento epocale di pesi demografici ha delle conseguenze socio-economiche dirette. La Rivoluzione industriale del XIX secolo non rese gli europei solo pi\u00f9 numerosi ma anche pi\u00f9 ricchi. Europa, Stati Uniti e Canada producevano assieme il 32% del PIL mondiale ad inizio Ottocento. Nel 1950 tale fetta era considerevolmente aumentata fino al 68% della produzione mondiale; ma la contrazione in atto a partire dalla fine dello scorso secolo si sta consumando con una rapidit\u00e0 senza precedenti: nel 2003 il peso economico delle tre regioni era gi\u00e0 sceso al 47%; nel 2050 esso dovrebbe sfiorare appena il 30%, una quota pi\u00f9 bassa di quella registrata nel 1820.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Entro la met\u00e0 del nostro secolo, la maggiore concentrazione della cosiddetta &#8220;classe media&#8221;, da sempre motore di sviluppo, produzione e consumo, vivr\u00e0 in quelli che oggi vengono considerati Paesi emergenti: secondo le stime della Banca Mondiale, entro il 2030 il numero di appartenenti alla classe media in quelle regioni sar\u00e0 pari a 1,2 miliardi di persone (+200% rispetto al 2005).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 2050 circa il 30% dei canadesi, statunitensi ed europei avr\u00e0 pi\u00f9 di 60 anni, una percentuale che sale fino al 40% in Paesi come il Giappone o la Corea del Sud. Essi avranno quindi porzioni sempre pi\u00f9 ampie di popolazione in pensione e sempre pi\u00f9 ridotte di forza lavoro. Il caso della Corea del Sud \u00e8 emblematico in tal senso: anche se la popolazione totale \u00e8 prevista contrarsi di circa 9 punti percentuali entro il 2050 (da 48,3 milioni a 44 milioni), la popolazione in et\u00e0 lavorativa scender\u00e0 del 36% (da 33 milioni a 21 milioni) e il numero di ultra-sessantenni aumenter\u00e0 del 150% (da 7,3 milioni a 18 milioni di persone).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;Europa perder\u00e0 il 24% circa della propria forza lavoro (120 milioni di persone circa) entro la stessa data.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Queste dinamiche avranno, come ampiamente evidente, un impatto profondo sulla crescita economica e sulla capacit\u00e0 di generare ricchezza, sul peso del debito pubblico, gonfiato dalla spesa previdenziale e sanitaria, e sulla capacit\u00e0, infine, di promuovere innovazione tecnologica e di investire in sicurezza e difesa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di contro, l&#8217;area vasta del pianeta oggi definita come &#8220;emergente&#8221; conoscer\u00e0 fenomeni di segno opposto, caratterizzati dalla stessa intensit\u00e0 e dalla stessa rapidit\u00e0. Oltre il 70% della crescita della popolazione mondiale di qui al 2050 interesser\u00e0 appena 24 Paesi, tutti classificati dalla Banca Mondiale come &#8220;<em>low-income<\/em>&#8221; (a basso reddito), ovvero con un reddito procapite stimato in 3.500 dollari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale prospettiva interesser\u00e0 soprattutto il mondo arabo-musulmano, dove molti Paesi ad economia fragile conosceranno un boom demografico senza precedenti. Nel 1950 la popolazione complessiva di Egitto, Bangladesh, Indonesia, Nigeria, Pakistan e Turchia ammontava a 242 milioni di abitanti. Nel 2009 il totale era gi\u00e0 salito a 886 milioni e crescer\u00e0 ulteriormente, entro il 2050, di ulteriori 475 milioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;evoluzione demografica \u00e8 un elemento suscettibile di scomporre e ricomporre l&#8217;intero paradigma delle relazioni internazionali. Durante la Guerra Fredda gli analisti strategici dividevano il pianeta in un &#8220;Primo mondo&#8221; di Paesi democratici industrializzati, un &#8220;Secondo mondo&#8221; di Paesi socialisti e comunisti a prevalente industrializzazione ed un &#8220;Terzo mondo&#8221; di Paesi in via di sviluppo, ad economia prevalentemente agricola o mineraria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una fotografia pi\u00f9 fedele della realt\u00e0, ove filtrata attraverso le lenti del cambiamento demografico, affermerebbe oggi di converso un Primo mondo di economie industrializzate e in fase di rapido invecchiamento, localizzate in Nord America, in Europa e sulla dorsale pacifica (Giappone, Corea del Sud e Taiwan in particolare); un Secondo mondo fatto di economie in rapida crescita e con un mix sostenibile di popolazione, in termini di forza lavoro e di et\u00e0 media (Brasile, Iran, Messico, Tailandia, Turchia); un Terzo mondo di Paesi a rapidissima crescita demografica ma con economie ancora povere o destrutturate e spesso con governi centrali deboli (Pakistan, Nigeria, Cambogia).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo <em>tsunami<\/em> demografico produrr\u00e0 fenomeni macroscopici sotto il profilo economico e sociale e dal punto di vista dei rapporti internazionali: forti squilibri e tensioni tra continenti con trend demografici opposti; rischio ulteriore di un rapido declino dell&#8217;Europa e fenomeni di forte tensione sociale; massicce emigrazioni dall&#8217;Africa e dall&#8217;America Latina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 facile immaginare, in questa nuova configurazione, come il perno di qualsiasi paradigma di sviluppo sar\u00e0 esattamente il Secondo mondo, non soltanto per la sua capacit\u00e0 di consumo di prodotti provenienti dal Primo mondo ma anche per la centralit\u00e0 in termini di sicurezza e cooperazione internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ne deriva innanzitutto una constatazione: l&#8217;ordine mondiale uscito da Bretton Woods e dalla fine del secondo conflitto mondiale non pu\u00f2 essere pi\u00f9 valido. I tradizionali meccanismi di <em>governance<\/em> che il mondo ha conosciuto fino ad oggi non rispecchiano pi\u00f9 la realt\u00e0 geopolitica, economica e demografica del pianeta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 \u00e8 vero soprattutto per il G-8, che non a caso si va gi\u00e0 consolidando nella formula pi\u00f9 idonea e coerente del G-20. Ma ci\u00f2 deve essere vero anche per le principali istituzioni militari e di sicurezza a livello internazionale. Si prenda il caso della NATO, attesa da una nuova, cruciale revisione strategica. Essa \u00e8 composta quasi interamente da Paesi le cui popolazioni invecchiano e si riducono inesorabilmente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 non rappresenta solo un limite in termini di impieghi operativi, come vedremo; ma altres\u00ec in termini di credibilit\u00e0 politica e strategica. L&#8217;Afghanistan, principale teatro di impegno operativo per l&#8217;Alleanza Atlantica, conta oggi 28 milioni di abitanti. Entro il 2025 ne avr\u00e0 45 milioni e entro il 2050 75 milioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;equazione \u00e8 quindi elementare: se la strategia complessiva della NATO terr\u00e0 conto dell&#8217;evoluzione demografica del Paese potr\u00e0 puntare su un&#8217;efficace azione di <em>institution-building<\/em> e di ricostruzione civile che renda migliore la vita di un numero cos\u00ec alto di nuovi nati; viceversa, la coalizione internazionale impegnata oggi nel difficile scenario afgano si ritrover\u00e0 a fare i conti con una popolazione estremamente giovane e cresciuta nel malcontento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono numerose le implicazioni sullo scenario di sicurezza dei trend demografici. Ci\u00f2 che va sottolineato \u00e8 che la trasformazione in corso, a differenza del baby boom degli anni &#8217;50, non \u00e8 transitoria n\u00e9 occasionale, ma \u00e8 un&#8217;evoluzione strutturale nel sistema. Si prenda in considerazione, ad esempio, l&#8217;et\u00e0 mediana. Fino all&#8217;inizio del XX secolo era impossibile trovare un Paese al mondo con un&#8217;et\u00e0 mediana superiore ai 30 anni. Nel 1950 questa soglia si era spostata a 36 anni. Oggi 8 delle 16 na\u00adzioni dell&#8217;Europa occidentale hanno un&#8217;et\u00e0 mediana di 40 anni; entro il 2050, 6 di loro arriveranno a 50 anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci sono gi\u00e0 18 Paesi al mondo con una popolazione totale strutturalmente in contrazione; nel 2050 i Paesi saranno 44 e la maggior parte di loro sar\u00e0 localizzata in Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sotto il profilo delle implicazioni socio-economiche, tale processo avr\u00e0 tre principali effetti:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u25a0 una contrazione permanente dei volumi di produzione e del PIL, i cui ritmi di crescita non potranno essere sostenuti a fronte di una diminuzione costante della popolazione totale e della forza lavoro disponibile;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u25a0 con l&#8217;invecchiamento medio della popolazione si potr\u00e0 assistere ad una maggiore stagnazione sociale e ad una minore propensione all&#8217;innovazione e alla flessibilit\u00e0;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u25a0 societ\u00e0 pi\u00f9 vecchie sono naturalmente meno propense al cambiamento. Tale atteggiamento influir\u00e0 anche sugli scenari politici interni e sull&#8217;atteggiamento delle leadership. Fenomeni come l&#8217;immigrazione o la moltiplicazione dei luoghi e delle espressioni di culto verranno metabolizzati con maggiore sofferenza e difficolt\u00e0, o addirittura rigettati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le conseguenze sullo scenario geopolitico e di sicurezza possono essere cos\u00ec sintetizzate:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u25a0 le architetture di sicurezza che hanno operato nello scenario internazionale dalla fine della Seconda Guerra mondiale ad oggi hanno bisogno di ripensare profondamente la propria missione e la propria configurazione. Si pensi alla comunit\u00e0 euro-atlantica e al ruolo della NATO, insostenibile in un contesto di risorse scarse e di invecchiamento generalizzato della popolazione. Si impone quindi la necessit\u00e0 di coinvolgere in quei fori partner pi\u00f9 dinamici, che ne condividano obiettivi e valori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u25a0 Nelle aree pi\u00f9 deboli del pianeta o in presenza di Stati fragili, la pressione demografica potrebbe rappresentare l&#8217;elemento ultimo di destabilizzazione o di collasso, con serie conseguenze regionali e globali. Alcuni di questi Paesi, infatti, sono oggi gi\u00e0 in possesso dell&#8217;arma atomica (Corea del Nord e Pakistan). In risposta alla minaccia di un caos sociale crescente, alcuni Paesi potrebbero essere tentati di virare drasticamente verso forme di governo pi\u00f9 autoritarie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u25a0 Nel corso degli ultimi 20 anni, abbiamo assistito ad un aumento dei conflitti di matrice etnica nei Paesi in via di sviluppo, rapportabile anche ad un divario demografico tra le\u00a0 diverse\u00a0 etnie.\u00a0 Guardando in prospettiva futura, il 90% del boom demografico si concentrer\u00e0, di qui al 2050, esattamente in quelle aree del pianeta (Asia meridionale, Africa sub-sahariana, mondo arabo) nel quale le tensioni etnico-religiose sono gi\u00e0 elevatissime. Si pensi, ad esempio, al bacino del Mediterraneo e al conflitto israelo-palestinese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La demografia contribuir\u00e0 a cambiare profondamente la geopolitica dei rapporti fra i due popoli. L&#8217;accrescimento della popolazione \u00e8 stato pi\u00f9 intenso per Israele fra il 1950 ed il 2005, mentre sar\u00e0 nettamente favorevole ai palestinesi fra il 2005 e il 2050; la proporzione di popolazione giovane \u00e8 straordinariamente pi\u00f9 elevata tra i palestinesi (46% del totale) che non per Israele (28%); la sovrappopolazione \u00e8 ormai un fenomeno insostenibile nei territori palestinesi, dove la densit\u00e0 potrebbe arrivare a ben 1.705 abitanti per chilometro quadrato nel 2050.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u25a0 Nel mondo industrializzato, gli anni &#8217;20 del secolo in corso saranno il cosiddetto &#8220;punto di svolta&#8221;, il momento cio\u00e8 nel quale la forza lavoro smetter\u00e0 di crescere ovunque in termini numerici (tranne che negli Stati Uniti) con conseguenze economiche serie. Il rapporto tra lavoratori e pensionati si invertir\u00e0 definitivamente, con conseguenze sui conti pubblici e i bilanci degli Stati. Nel frattempo, nel mondo in via di sviluppo, si assister\u00e0 al pi\u00f9 massiccio ingresso di giovani nel mercato del lavoro mai registrato nella storia recente. La Cina vivr\u00e0 un momento delicato, poich\u00e9 la sua ultima generazione (la pi\u00f9 consistente numericamente), nata negli anni &#8217;60, comincer\u00e0 ad andare in pensione, con effetti oggi imprevedibili sulle casse dello Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u25a0 La riduzione del numero di giovani render\u00e0 meno accettabile socialmente alcuni fenomeni come l&#8217;impiego dei soldati in aree di guerra o per missioni in aree ad alto rischio. Anche nei Paesi nei quali il senso patriottico \u00e8 pi\u00f9 spiccato la morte di un giovane verr\u00e0 vissuta con maggior preoccupazione. \u00c8 ci\u00f2 che il politologo Edward Luttwak ha definito &#8220;guerra post-eroica&#8221; o &#8220;a zero morti&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u25a0 Il successo delle democrazie liberali nell&#8217;ultimo mezzo secolo \u00e8 in buona parte dovuto al suo &#8220;soft power&#8221;, ovvero alla capacit\u00e0 che ha dimostrato di saper affermare una societ\u00e0 dinamica e prospera. Di fronte al cambiamento del paradigma demografico e alla stagnazione socio-economica dell&#8217;Occidente, i modelli di autoritarismo potrebbero diventare pi\u00f9 attraenti per le nuove generazioni e la politica occidentale essere di conseguenza considerata come una mera difesa di privilegi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I cambiamenti demografici ci pongono di fronte a scelte sociali e politiche radicali. Nel prossimo futuro dovremo far fronte a tassi di fecondit\u00e0 prossimi al massimo al livello di sostituzione, accettando strutture demografiche basate sul modello della colonna, anzich\u00e9 su quello della piramide delle et\u00e0. Nel complesso si tratta di un dato confortante, visto che ciascuno di noi vivr\u00e0 pi\u00f9 a lungo e la popolazione mondiale potr\u00e0 stabilizzarsi. Ma i sistemi di <em>welfare<\/em> ne risentiranno irrimediabilmente, se non altro perch\u00e9 fanno del modello piramidale il loro riferimento da sempre: in economie basate sui contributi e sulle entrate, ogni generazione deve essere pi\u00f9 numerosa di quella precedente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Esistono almeno quattro direttrici lungo le quali \u00e8 necessario immaginare interventi per contenere le ricadute di questa evoluzione demografica; esse vanno dagli ambiti nazionali alla gestione delle relazioni strategiche internazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una politica demografica e di <em>welfare<\/em> adeguata appare come la prima, necessaria e pi\u00f9 importante risposta per stabilizzare il futuro delle economie di mercato. Incentivare la natalit\u00e0 e consentire alle donne di avere un ruolo sociale ed economico pi\u00f9 attivo, perfettamente conciliabile con la maternit\u00e0, sono la precondizione per qualsiasi modello di sostenibilit\u00e0 sociale. Una adeguata gestione del fenomeno migratorio rappresenta poi la seconda essenziale condizione per garantire coesione sociale e crescita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sotto il profilo economico, l&#8217;accesso al mercato del lavoro per i pi\u00f9 giovani \u00e8 un requisito primario per la sostenibilit\u00e0 demografica, cos\u00ec come la definizione di meccanismi di incentivazione di vite attive e professionali pi\u00f9 lunghe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sotto il profilo politico-diplomatico, la comunit\u00e0 delle democrazie liberali \u00e8 chiamata a coinvolgere in maniera sempre pi\u00f9 profonda Paesi con una popolazione pi\u00f9 giovane, con cui condivide valori ed obiettivi. Il rafforzamento delle politiche di cooperazione e di aiuto allo sviluppo andrebbe parimente considerata una priorit\u00e0, per prevenire una costante emorragia migratoria dalle regioni sottoposte a pi\u00f9 forte pressione demografica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per i decisori politici ed i vertici militari sar\u00e0 invece fondamentale prepararsi a gestire una pi\u00f9 generalizzata avversione alle operazioni militari fuori area, posto che la vita dei pi\u00f9 giovani diverr\u00e0 anche un <em>asset<\/em> sociale ed economico. Le forze, gli strumenti e le operazioni dovranno essere quindi modellate sulla base di tali elementi, attraverso un utilizzo ancora pi\u00f9 massiccio della tecnologia militare e un rafforzamento delle opzioni relative al <em>soft power<\/em> e alla diplomazia preventiva, in modo che la guerra diventi davvero l&#8217;ultima opzione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gnosis Rivista Italiana di Intelligence n.3 \u2013 2010 Cambiamenti economici e rischi per la sicurezza Esplosione delle megalopoli, sconvolgimenti demografici, imponenti migrazioni, con conseguente depauperizzazione di aree oggi considerate &#8220;ricche&#8221; e arricchimento di aree oggi considerate povere. 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