{"id":36532,"date":"2016-10-20T00:00:54","date_gmt":"2016-10-19T22:00:54","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/?p=36532"},"modified":"2016-10-13T10:22:15","modified_gmt":"2016-10-13T08:22:15","slug":"13-regole-per-educarsi-allintelligenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/13-regole-per-educarsi-allintelligenza\/","title":{"rendered":"13 regole per educarsi all\u2019\u00abintelligenza\u00bb"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-36533\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/cervello_albero.jpg\" alt=\"cervello_albero\" width=\"192\" height=\"200\" \/>Studi Cattolici<\/strong> n.665-666 luglio-agosto 2016<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Emanuele Samek Lodovici<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">(<em>Trascrizione di Francesco Dentici<\/em>)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Dal volume curato da Gabriele De Anna, <\/em>L\u2019Origine e la Meta. Studi in memoria di Emanuele Samek Lodovici<em> (Edizioni Ares, pp. 280, euro 16), pubblichiamo l\u2019inedito dello stesso Samek Lodovici sulle regole per \u00abeducarsi all\u2019intelligenza\u00bb. Si tratta della trascrizione della registrazione dell&#8217;ultima conferenza pubblica di Emanuele Samek Lodovici, tenuta tre settimane prima dell\u2019incidente stradale del 17 aprile 1981 in cui rimase coinvolto e che richiese un intervento chirurgico, svoltosi il 5 maggio 1981, durante il quale Samek mor\u00ec. La trascrizione \u00e8 integrata con aggiunte tratte dalla registrazione di un\u2019altra conferenza, tenuta in precedenza da Samek, sullo stesso tema. <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>L\u2019educazione all\u2019Intelligenza \u00e8 da lui intesa come educazione alla vita riuscita, piena e feconda. Una conferenza che, dunque, \u00e8 quasi un testamento spirituale e che tocca talvolta, sia pur brevemente, anche il tema dell\u2019altra dimensione (che Samek coltiv\u00f2 profondamente) della vita riuscita: quella religiosa. Le espressioni colloquiali e del parlato di questa sua conversazione (divulgativa e non accademica: lo si noti), sono state lasciate: anch\u2019esse aiuteranno il lettore a comprendere lo stile brillante e insieme lo spessore sapienziale di questo grande uomo, prima ancora che grande pensatore.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">________________<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi sono detto: perch\u00e9 non indicare delle regole in grado di propiziare l\u2019intelligenza? Tali regole, che possono essere ristrette o allargate a piacere, valgono sia per l\u2019uomo sia per la donna, ma, a mio avviso, servono di pi\u00f9 alle donne nella misura in cui esse sono purtroppo fruitrici di un\u2019immagine che non le aiuta a interpretarsi come esseri intelligenti, come invece esse sono assolutamente: lo sono quanto gli uomini se non qualche volta di pi\u00f9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C\u2019\u00e8 per\u00f2 un paradosso iniziale di cui voglio parlarvi: per apprezzare il valore delle regole dell\u2019intelligenza (o <em>regulae ad directionem intelligen-tiae<\/em>, come direbbe Cartesio) bisogna essere intelligenti. Solo chi \u00e8 intelligente dovrebbe essere in grado di capire perch\u00e9 l\u2019intelligenza \u00e8 importante e perch\u00e9 sarebbe molto importante educarsi a essere intelligenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quali sono queste regole? Ecco le prime tredici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1 <\/strong>La prima regola che ci possa permettere di cominciare a educarci all\u2019intelligenza \u00e8 sapere che l\u2019intelligenza \u00e8 un dovere, non \u00e8 dunque facoltativa: dobbiamo essere intelligenti, ricordati che devi essere intelligente, che devi esercitare l\u2019arte del sospetto, ricordati che non devi farti ingannare. Meglio un infelice intelligente che un uomo felice ma idiota, ingannato. Dunque un primo criterio \u00e8 che l\u2019educazione all\u2019intelligenza \u00e8 un nostro compito, un qualcosa che dobbiamo fare e che non possiamo demandare ad altri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2 <\/strong>La seconda regola di questo educarci all\u2019intelligenza \u00e8 che ci educhiamo all\u2019intelligenza quando capiamo che non \u00e8 indifferente il linguaggio che usiamo: non \u00e8 lo stesso usare il turpiloquio piuttosto che il non turpiloquio. Il turpiloquio non va rifiutato per delle ragioni che io ritengo moralistiche (le brutte parole), ma perch\u00e9 rappresenta il mondo attraverso pochi segni: gli organi sessuali sono pochi. Le possibilit\u00e0 semantiche degli stessi saranno venti o trenta, massimo venticinque. Ora, una persona, un giovane che ha a disposizione solo venticinque possibilit\u00e0 semantiche, vale a dire venticinque possibilit\u00e0 di conoscere il mondo, non potr\u00e0 cogliere una cosa meravigliosa come il movimento di un gatto che salta da un mobile su una poltrona e graffia la poltrona, o semplicemente lo svariare di un colore durante un\u2019aurora o un tramonto, o ancora l\u2019enorme differenziazione psicologica della persona che abbiamo innanzi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se fossimo come degli entomologi e riuscissimo a studiare l\u2019uomo come gli insetti e a farci battezzare dalla stupidit\u00e0 linguistica, ascoltando per esempio il colloquio dei ragazzi sui mezzi pubblici al rientro da scuola, ci renderemmo conto che il dramma non sta nella brutta parola, ma nel fatto che queste persone non parlano e chi non ha le parole non ha le cose, non ha mondo: se vogliamo strappare a una persona il mondo, basta strapparle le parole con cui capisce quel mondo. Le parole saranno sempre pi\u00f9 impoverite di significato e creder\u00e0 che il mondo corrisponda alla povert\u00e0 di significato delle sue parole.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La perdita della nostra capacit\u00e0 di significare attraverso il nostro linguaggio nel mondo \u00e8 una perdita del mondo. E un\u2019educazione al\u2019intelligenza comporta decisamente l\u2019esclusione del turpiloquio inutile, il turpiloquio va usato quando \u00e8 differenziato e personalizzato. Che sia detta effimeramente l\u2019ingiuria quando c\u2019\u00e8 l\u2019arte dell\u2019ingiuria, ma che sia detta in quel momento e mai pi\u00f9. Una lancia a favore del turpiloquio pu\u00f2 essere spezzata quando viene usato in media ogni venti giorni per avere la possibilit\u00e0 di lanciare un\u2019ingiuria che \u00e8 diversa da un\u2019altra di venti giorni prima. Ritengo che in questo caso il turpiloquio possa essere usato, ma non deve essere usato come strumento per parlare, se vogliamo (come dobbiamo) avere dello stile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9 dobbiamo educare i nostri figli a non usare il turpiloquio? Perch\u00e9 se li educhiamo piuttosto a un linguaggio significativo moltiplichiamo il mondo: se non abbiamo linguaggio non abbiamo mondo. Questo \u00e8 un fatto estremamente importante e non \u00e8 un caso che in una strategia totalitaria si tenda a privare l\u2019uomo del linguaggio e a fare in modo che l\u2019uomo tenda a interpretare le parole al loro livello pi\u00f9 basso. Per esempio, quando l\u2019uomo parla di fortezza, si vuole far s\u00ec che egli la intenda solo come forza fisica e non come la capacit\u00e0 di resistere al dolore e alla sofferenza, e quando egli parla di sapienza si vuole far s\u00ec che essa venga intesa solo come erudizione e non come sapore dell\u2019esistenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3 <\/strong>La terza regola fondamentale, legata intrinsecamente a quanto ho detto precedentemente (sapere che l\u2019intelligenza \u00e8 un dovere, sapere che il turpiloquio deve essere espunto perch\u00e9 non \u00e8 significativo) \u00e8 che ci si pu\u00f2 educare all\u2019intelligenza se sappiamo che dobbiamo avere uno stile. Questo punto dell\u2019educazione all\u2019intelligenza si capisce da s\u00e9 quando viene detto delle donne. Esse infatti sono naturalmente portate ad avere uno stile. Drammaticamente, come dicevano i classici, \u00ab<em>corruptio optimi pessima<\/em>\u00bb, anche perch\u00e9 attraverso la donna, come attraverso un collo di bottiglia, passano le generazioni future. Educazione allo stile vuol dire allora educazione del carattere: conoscersi per governarsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non guardare ai frutti dell\u2019azione, ma educarsi alla modalit\u00e0 dell\u2019azione stessa e, poi, se ci saranno risultati, tanto meglio. Il risultato, che pur \u00e8 importante, \u00e8 irrilevante rispetto all\u2019altra cosa pi\u00f9 importante: il modo in cui arriviamo al risultato. Lo status che conseguiamo vivendo (ingegnere, avvocato ecc.) sar\u00e0 comunque azzerato con la nostra uscita da questo mondo. Allora quello che rimane di noi \u00e8 il modo in cui abbiamo vissuto. Che cosa vuol dire allora avere uno stile? La grande educazione cristiana esprimeva questo concetto con un\u2019immagine molto bella: l\u2019esistenza \u00e8 un teatro dove \u00e8 indifferente la parte che abbiamo (la parte del cameriere oppure la parte del principe), perch\u00e9 quello che \u00e8 essenziale \u00e8 come recitiamo la parte. Bisogna sapere, cosa fondamentale, che nella nostra vita non conta ci\u00f2 che facciamo, ma come lo facciamo, conta se lo facciamo bene, se lo facciamo come Dio vuole che lo facciamo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Plotino, autore a me molto caro, scrive in uno dei suoi meravigliosi trattati sulla Provvidenza che quello che conta non \u00e8 il ruolo che stiamo recitando (docente, ingegnere, uomo, donna, bambino ecc.), ma come recitiamo quel ruolo. \u00c8 assolutamente importante sapere che non valiamo in base a quello che raggiungiamo, ai risultati che otteniamo, ma in base a come otteniamo quei risultati. Questa \u00e8 una cosa che ci rende molto meno nevrotici di fronte alla competitivit\u00e0 perch\u00e9 quello che conta \u00e8 come siamo. Allora ecco l\u2019essenza profonda di questa regola dell\u2019intelligenza: educarsi ad avere uno stile, una forma, un carattere, sapendo in fondo che questa vita \u00e8 un gioco: in essa non conta tanto il risultato del gioco, ma come l\u2019uomo gioca. Dal nostro punto di vista, dobbiamo passare dal giocar male al giocar bene, uscire da questa vita come giocatori migliori di quando vi siamo arrivati, imparare a giocare meglio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il controllo della fantasia &amp; della volont\u00e0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4<\/strong> La quarta regola utile per l\u2019intelligenza \u00e8 educarsi al controllo della fantasia. Per quanto possa apparire sorprendente, educazione alla fantasia, quale forma di educazione all\u2019intelligenza, non vuol dire che non bisogna avere fantasia, perch\u00e9, anzi, la fantasia incentiva la risoluzione di problemi di ogni natura. Educazione della fantasia significa il controllo della parte negativa della fantasia, cio\u00e8 il fantasticare, l\u2019uscire dal proprio ruolo e dalla propria vita, pensare che se fossimo in un altro posto sarebbe meglio che nel posto in cui siamo, che sarebbe meglio se fossimo in altra famiglia, scuola, ambiente di lavoro, eccetera. \u00c8 importante sapere che \u00e8 proprio nell\u2019ambiente in cui sono che si gioca il mio destino, l\u00ec mi sto giocando la mia esistenza, l\u00ec devo acquisire un carattere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le riviste femminili spingono la donna a fantasticare in questo senso: a uscire da s\u00e9, a ritenere di non avere una natura e ritenere di poter essere tutto. \u00c8 quello che ha espresso magnificamente Flaubert nel romanzo <em>Madame Bovary<\/em>. Madame Bovary \u00e8 una disgraziata perch\u00e9 non sente la responsabilit\u00e0 dell\u2019esistenza, responsabilit\u00e0 nel senso etimologico del termine: l\u2019essere sposata alla realt\u00e0, non sente cio\u00e8 la propria esistenza come un destino, non sente il fatto di avere un marito come qualcosa che le \u00e8 destinato, bens\u00ec vuole evadere da questa realt\u00e0. La nostra infelicit\u00e0 non dipende dal fatto che il mondo non continua a darci cose meravigliose, ma dal fatto che in noi viene a mancare la capacit\u00e0 di apprezzarle.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa cosa un autore spirituale la chiama la \u00abmistica del magari\u00bb, che \u00e8 una delle cose peggiori sul piano spirituale perch\u00e9, nel momento in cui siamo tentati di pensare un\u2019altra situazione per noi (\u00abah, se fossi missionario in Africa, ah se fossi principe, se fossi uomo e non fossi donna, ecc.\u00bb), evitiamo di rispondere alle domande che ogni giorno la nostra vita ci pone. Tutti i giorni ci viene posto un compito, forse noi non accogliamo questa domanda, la domanda posta da un amico silenziosamente, quando senza dirci nulla ci chiede di aiutarlo. Con la \u00abmistica del magari\u00bb noi non rispondiamo all\u2019unica domanda importante che in quel giorno ci \u00e8 stata rivolta. Non dobbiamo credere infatti che le domande ci vengano poste soltanto esplicitamente. La maggioranza delle cose che importano e che ci vengono chieste, non ci viene chiesta direttamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Allora, per crearsi uno stile, \u00e8 assolutamente importante, a mio avviso, escludere il fantasticare, accettare la nostra esistenza come un destino, accettare le opere da compiere, le persone che amiamo, quelle che ci stanno intorno, perch\u00e9 a loro dobbiamo rendere la nostra esistenza. Il controllo della fantasia ci d\u00e0 il senso della realt\u00e0 che viviamo tutti i giorni, perch\u00e9 \u00e8 andando contro l\u2019ostacolo che divento grande, perch\u00e9 faccio lo sforzo di superarlo. E anche se non dovessi riuscire a superarlo, \u00e8 assoluta-mente importante che io mi sia sforzato: per esempio, nello studio, se mi sono sforzato di capire, ho vinto lo stesso anche se non ho capito. Lo sforzo di capire, infatti, mi fa diventare enormemente intelligente: voglio assolutamente capire, voglio sapere e non voglio farmi ingannare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>5<\/strong> Si capisce allora quella che io chiamo quinta regola: l\u2019educazione alla volont\u00e0 di verit\u00e0, voler sapere come stanno le cose, non accontentarsi di qualche pagina di giornale, o dei rimasugli eruttati dall\u2019ultimo mediocre, fare il possibile per capire, assolutamente non essere superficiali, capire la solo apparente superiorit\u00e0 della stupidit\u00e0 nei confronti dell\u2019intelligenza. Come dice Aristotele, ci\u00f2 che caratterizza la filosofia e l\u2019uomo in quanto filosofo &#8211; e ogni uomo \u00e8 filosofo &#8211; \u00e8 la volont\u00e0 di verit\u00e0, voler sapere come stanno le cose.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi permetto allora di indicare le cinque regole che, secondo me, permettono di individuare \u00ablo stupido\u00bb. In primo luogo \u00ablo stupido\u00bb ci infligge un danno senza esserne consapevole. La seconda regola \u00e8 che lo stupido \u00e8 pi\u00f9 pericoloso del malvagio perch\u00e9 questi ogni tanto si riposa, mentre lo stupido \u00e8 sempre in esercizio. La terza regola \u00e8 che lo stupido non sa mai di essere stupido. La quarta regola \u00e8 che l\u2019essere stupido \u00e8 indipendente dalla posizione che uno occupa e dalle sue propriet\u00e0: stupido pu\u00f2 essere chiunque, dunque non supponiamo che certe caratteristiche esterne ci permettano di dire: \u00abQuell\u2019uomo senz\u2019altro non \u00e8 uno stupido\u00bb. La quinta regola \u00e8 che l\u2019intelligente, grazie alla propria intelligenza, capisce perch\u00e9 lo stupido \u00abfa carriera\u00bb. Tra le cinque regole, le prime due sono quelle fondamentali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La capacit\u00e0 di rettificare &amp; di stare soli<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>6 <\/strong>Tornando alle regole dell\u2019educazione all&#8217;intelligenza, la sesta regola comporta che si sappia che una delle sue regole fondamentali \u00e8 la capacit\u00e0 di rettificarci: noi non siamo non intelligenti quando sbagliamo, ma siamo intelligenti quando rettifichiamo. Si educa un figlio all&#8217;intelligenza se lo si educa a rettificare, se gli si insegna che non \u00e8 intelligente chi non sbaglia mai, ma chi sa rettificare. \u00c8 meraviglioso se, per esempio come genitori, sappiamo dire ai nostri figli: \u00abGuarda, io ho sbagliato, avevi ragione tu\u00bb. In questo modo noi li educhiamo alla rettifica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>7 <\/strong>La settima regola dell&#8217;intelligenza \u00e8 la regola della solitudine, non nel senso di fare l\u2019individualista, ma capire che una delle cose fondamentali nella scoperta delle cose che mi interessano \u00e8 avere dei momenti di solitudine, dei momenti in cui sono solo con me stesso. L\u2019amicizia \u00e8 fondamentale, riempie il cuore delle cose pi\u00f9 belle, \u00e8 bello stare in compagnia, ma le decisioni per l\u2019esistenza le facciamo da soli. \u00c8 importante anche stare soli perch\u00e9 \u00e8 nella solitudine che si fanno le vere scoperte, quelle che facciamo soltanto noi e che nessuno ci riesce a far fare: qualcuno ci pu\u00f2 indicare la direzione ma, per esempio, capire davvero che cosa vuol dire la grandezza d\u2019animo, la non invidia, possiamo comprenderlo solo noi, quando abbiamo cominciato a praticarla e l\u2019abbiamo sentita dentro di noi. Pascal dice che il problema dell\u2019uomo \u00e8 questo: che non riesce a stare da solo in una stanza. Dobbiamo far capire ai nostri figli che \u00e8 essenziale anche stare da soli in una stanza, perch\u00e9 in questa si fanno pi\u00f9 scoperte che insieme a tutti gli amici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Autoironia, non far soffrire, supporre che intelligenti siano gli altri<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>8 <\/strong>Altra regola dell\u2019intelligenza, l\u2019ottava, \u00e8 l\u2019educazione all\u2019autoironia: non prendersi troppo sul serio, sapere che stiamo giocando, che questa vita \u00e8 un gioco. \u00abNon essere cos\u00ec seri come un tedesco morto il giorno prima\u00bb, come diceva Heine. \u00c8 assolutamente importante avere una distanza da s\u00e9 stessi, cominciare a non prendersi sul serio. Mi sono sempre piaciuti quei medici che non credono troppo nella medicina. O quei filosofi che sanno che, come diceva Pascal, l\u2019unico modo per fare filosofia \u00e8 prendersi gioco della filosofia; o quei professori di latino e di storia che si rendono conto che, oltre al latino e alla storia, infinite altre cose sono presenti nell\u2019universo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>9 <\/strong>La nona regola, molto sottile, ma importante, \u00e8 quella che ci dice di stare molto attenti alle sofferenze che possiamo infliggere agli altri senza saperlo. Un grande moralista del Seicento, La Rochefoucauld, diceva questa frase a me molto cara: \u00abNon c\u2019\u00e8 uomo tanto intelligente da conoscere tutto il male che fa\u00bb. Proviamo a rovesciare in positivo questa affermazione: solo l\u2019uomo veramente intelligente dispiega tutti suoi sforzi per poter conoscere e prevedere tutto il male che fa. Provate per un attimo a pensare se quella tal parola a un amico o a un\u2019amica, alla madre, al figlio, all\u2019insegnante, ha una conseguenza che noi non sospettiamo in quel momento, ma che potrebbe avere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo atteggiamento ci mette in confronto con gli altri attraverso la virt\u00f9 pi\u00f9 fantastica che \u00e8 la carit\u00e0: il fuoco della carit\u00e0, il guardare gli altri tenendo conto delle conseguenze di ci\u00f2 che si dice. Provate per un attimo a rispettare la personalit\u00e0 dei figli, a volere che siano come sono, a volere la loro personalit\u00e0: nessuno \u00e8 mai tanto intelligente da conoscere tutto il male che fa senza saperlo! Una regola davvero raffinata, che ci rende e pu\u00f2 renderci estremamente delicati nel rapporto con gli altri. Certamente, se siamo dissipati sul piano della nostra attenzione, allora passiamo questa vita pensando che gli altri siano soltanto dei gradini per la nostra personale conquista. Attenzione dunque alle sofferenze che potremmo infliggere agli altri senza saperlo!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>10<\/strong> Un\u2019altra regola importante, la decima, \u00e8 quella regola che ci permette di capire che l\u2019intelligenza da sola non basta. Un autore molto raffinato, scrittore di romanzi gialli, che in realt\u00e0 non sono solo dei romanzi gialli bens\u00ec tendono sempre alla ricerca della verit\u00e0, cio\u00e8 Chesterton, in <em>Ortodossia<\/em>, formula questa regola per individuare l\u2019intelligente stupido: \u00abIl pazzo non \u00e8 colui che ha perso la ragione, ma \u00e8 colui che ha perso tutto, eccetto la ragione\u00bb, cio\u00e8 che ha perso tutta la necessaria dotazione di qualit\u00e0 umane, di virt\u00f9. Pensiamo allora a un soggetto che vuole essere soltanto intelligente e ha perso il senso dell\u2019umanit\u00e0, ha perso la cortesia, l\u2019allegria, la capacit\u00e0 di stare con gli altri, che non \u00e8 leale n\u00e9 semplice, che insomma ha perso tutto, tranne la ragione: costui \u00e8 \u00abl\u2019intelligente stupido\u00bb, colui cio\u00e8 che non capisce che l\u2019intelligenza da sola non basta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>11<\/strong> La regola successiva, l\u2019undicesima, \u00e8 quella che ci permette di supporre che a essere intelligenti siano gli altri e non noi. Non \u00e8 detto che di fronte a un problema io abbia la soluzione. Solo gli uomini intelligenti sanno trovare l\u2019intelligenza negli altri e cominciamo a essere intelligenti quando ammiriamo l\u2019intelligenza degli altri, e diventiamo veramente intelligenti quando non la invidiamo. \u00c8 tipico delle persone meschine non godere del fatto che gli altri abbiano delle doti. Una regola del carattere, che era tipica del mondo medievale, era di coltivare questa magnanimit\u00e0. Proviamo a pensare a coloro che costruivano le cattedrali, che le costruivano sapendo che la conclusione dell\u2019opera sarebbe avvenuta dopo di loro e che il prestigio per averla costruita sarebbe andato ad altri, eppure avevano questa magnanimit\u00e0: fare le cose senza vedere i frutti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Spirito di meraviglia &amp; contemplazione della morte<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>12<\/strong> Una dodicesima regola richiede di educare s\u00e9 stessi allo spirito di meraviglia, a non dare per scontato il mondo che abbiamo, ad apprezzare il mondo che abbiamo e tutto ci\u00f2 che ogni giorno esso ci porta: dalle opere da compiere agli amici che abbiamo, al dolore, alla felicit\u00e0, all\u2019affetto. \u00c8 l\u2019educazione a tornare bambini, allo spirito di meraviglia che \u00e8 tipico dei bambini, quello di chi entra nella stanza la mattina di Natale e vede nell\u2019angelo di cartone un angelo vero. Non vuol dire che settantenni o ottantenni dobbiamo (per esempio) innamorarci della balia, non vuol dire questo; bens\u00ec significa tornare ad avere quello spirito di semplicit\u00e0 che \u00e8 tipico dei bambini. Vuol dire meravigliarsi per il fatto che ci siamo ancora, perch\u00e9 domani un ictus cerebrale ci potrebbe portare via&#8230; Significa ringraziare per il fatto che ci siamo ed educare al ringraziamento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 comporta l\u2019educazione ad avere un rapporto con la realt\u00e0 che non sia artificiale. Bisogna cio\u00e8 togliere di mezzo tutte le mediazioni artificiali di fronte alla realt\u00e0, abituarsi a vedere colori che non siano dipinti o riprodotti su pagina, e saper vedere (per esempio) il colore di un autunno e di un\u2019estate, di un oggetto, di una foglia. Educare a sentire il suono del vento, di una campana, di un ruscello ecc. Vuol dire educazione della vista a vedere immagini che non siano filmate o fotografate: \u00e8 tipico della atrofizzazione della nostra intelligenza il fatto che andiamo in vacanza a vedere immagini di cui abbiamo visto la diapositiva o la fotografia nell\u2019agenzia di viaggio. Vuol dire che non siamo capaci di vedere immagini che non siano gi\u00e0 state viste e quindi che siamo tendenzialmente portati alla regressione della vista, dell\u2019udito, eccetera. Questo spirito di meraviglia da coltivare \u00e8 quello tipico del bambino, che sa stupirsi uscendo di casa, guardando una sfumatura di un colore. Se noi proviamo per un attimo a pensare che questo teatro del mondo che noi stiamo recitando potrebbe, per quanto ci riguarda, essere sbaraccato da un momento all\u2019altro, allora la meraviglia la proveremmo, ringrazieremmo certamente di pi\u00f9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>13<\/strong> L\u2019ultima regola dell\u2019intelligenza, la tredicesima, dice che diventiamo intelligenti se ci esercitiamo a contemplare la morte, una delle cose che, pi\u00f9 di tutte, pu\u00f2 insegnarci a capire la vita che abbiamo e che stiamo vivendo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se al centro della nostra intelligenza ci fosse questa regola, cio\u00e8 che esiste la fine, improvvisamente comprenderemmo quali sono le cose che contano e quali invece quelle che non contano, che sono risibili e stupide, che durano lo spazio di un mattino. La regola fondamentale \u00e8: abituati a pensare che c\u2019\u00e8 la fine e che questa non riguarda gli altri ma anche te, che anche tu hai questo destino ed \u00e8 estremamente importante esserne consapevoli. La morte va vista con serenit\u00e0, ma va saputo che essa c\u2019\u00e8, che io ho un mutamento cellulare, che la mia esistenza va verso qualche cosa, che la mia intelligenza si disperde.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Studi Cattolici n.665-666 luglio-agosto 2016 Emanuele Samek Lodovici (Trascrizione di Francesco Dentici) Dal volume curato da Gabriele De Anna, L\u2019Origine e la Meta. Studi in memoria di Emanuele Samek Lodovici (Edizioni Ares, pp. 280, euro 16), pubblichiamo l\u2019inedito dello stesso Samek Lodovici sulle regole per \u00abeducarsi all\u2019intelligenza\u00bb. 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