{"id":330,"date":"2005-01-21T13:56:04","date_gmt":"2005-01-21T12:56:04","guid":{"rendered":""},"modified":"2025-07-07T12:07:06","modified_gmt":"2025-07-07T10:07:06","slug":"labito-non-fa-il-monaco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/labito-non-fa-il-monaco\/","title":{"rendered":"L&#8217;abito non fa il monaco"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-align-center\">Articolo pubblicato su <strong>Liberal<\/strong> anno II n.13<\/p>\n\n\n\n<p><em>L\u2019illusione della &#8220;condivisione proletaria&#8221; senza la quale l\u2019amministrazione dei sacramenti sarebbe inutile<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">di <strong>Rino Cammilleri<\/strong><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/01\/Gesuita_Espinal.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"300\" height=\"168\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/01\/Gesuita_Espinal.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-35193\" style=\"width:362px;height:auto\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p>In Italia, il primo fu un giovane prete viareggino che, col permesso del suo vescovo, nel 1956 and\u00f2 a lavorare nei cantieri navali. Ma l\u2019esperienza dei cosiddetti preti-operai era cominciata molti anni prima, in Francia. Tutto era partito dalla constatazione che ormai larghe fasce di lavoratori vedevano nella Chiesa solo uno strumento dell\u2019oppressione capitalista. Un famoso libro, La <em>France, pays de mission<\/em>?, fin dal 1943 aveva lanciato l\u2019allarme.<\/p>\n\n\n\n<p>La scristianizzazione, avanzando sulle ruote cingolate dei totalitarismi, sembrava voler dare il colpo di grazia a un\u2019operazione iniziata ancor prima del 1789. Il secolare tentativo dei governi di togliere alla Chiesa ogni influenza sulla vita sociale, la diffusione dell\u2019agnosticismo nelle classi alte, la \u00abrieducazione\u00bb delle masse tramite la scuola statale e la leva obbligatoria, la predicazione socialista nelle fabbriche avevano, s\u00ec, visto il cattolicesimo rispondere alla sfida del \u00abmondo nuovo\u00bb tramite i suoi santi \u00absociali\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma, nel secondo dopoguerra, con la ricostruzione e il prevalere dell\u2019industria pesante sembrava che la classe operaia fosse definitivamente conquistata al marxismo. La prima risposta della Chiesa era stata l\u2019istituzione, qua e l\u00e0, di \u00abcappellani del lavoro\u00bb; ma la misura-tampone non aveva tardato a rivelare la sua inefficacia. Il fatto era che il marxismo veniva vissuto come una vera e propria religione, con la sua mistica, i suoi rituali collettivi, la sua \u00abspiritualit\u00e0\u00bb fatta di capacit\u00e0 di sacrificio e di rinunce, la sua fratellanza di classe, l\u2019aspirazione a un futuro di giustizia ed eguaglianza per il quale non pochi erano disposti a dare anche la vita.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualcuno cominci\u00f2 a pensare che la vecchia formula dell\u2019apostolato missionario forse era inadeguata e che era sbagliato cercare di portare gli operai a Cristo: si doveva, al contrario, portare Cristo agli operai. Fu cos\u00ec che nel 1944 il primate parigino, cardinal Suhard, autorizz\u00f2 alcuni sacerdoti a entrare in fabbrica come lavoratori. A Lisieux (la citt\u00e0 di Santa Teresina, patrona delle missioni) fu addirittura fondato un seminario per preparare i preti-operai, alla luce di sporadiche esperienze effettuate in alcuni posti da volenterosi pionieri. Il muro da abbattere era quello costituito dalla diffidenza degli operai nei confronti della Chiesa, che il catechismo comunista presentava come \u00abborghese\u00bb, \u00abconservatrice\u00bb e legata al Potere. Dismettendo la talare, mischiandosi al proletariato e vivendone le difficolt\u00e0, il prete avrebbe mostrato il vero volto del Cristo, che per trent\u2019anni era stato anch\u2019egli un lavoratore.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima difficolt\u00e0 venne dagli orari di lavoro, che rendevano praticamente impossibile la celebrazione quotidiana della messa e la recita altrettanto quotidiana del breviario. Opportune dispense vennero rilasciate all\u2019uopo, ma presto si cap\u00ec che non bastavano. Farsi operaio con gli operai voleva dire, per il prete, condividerne non solo il lavoro ma anche la vita; non era sufficiente mostrare mani ruvide e callose per non farsi dare del parassita, ma occorreva anche adattarsi alle camere in affitto, alla promiscuit\u00e0, ai momenti di ritrovo comune nei bistrot, e perfino alle riunioni sindacali e politiche.&nbsp;Pena, la non credibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, poco alla volta, senza messa, senza abito, senza breviario, il prete-operaio dovette affidarsi alla sola testimonianza silenziosa. E \u00absilenziosa\u00bb pour cause, perch\u00e9 quel proletariato che egli intendeva evangelizzare non aveva alcuna voglia di venire evangelizzato. Una mossa falsa e sarebbe scattata l\u2019emarginazione dell\u2019\u00abinfiltrato\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma se la messa \u00e8 il sacrificio divino che il sacerdote offre per l\u2019intera umanit\u00e0, se il breviario \u00e8 la preghiera continua della Chiesa, preghiera che lega e unisce in ogni istante i consacrati ovunque siano, un prete senza messa e senza breviario cos\u2019\u00e8? Anche l\u2019abito speciale ha una precisa funzione. Come la divisa per il poliziotto \u00e8 un segno rassicurante per gli onesti e deterrente per gli altri, cos\u00ec l\u2019abito clericale indica l\u2019uomo di Dio e parla silenziosamente delle realt\u00e0 ultime.<\/p>\n\n\n\n<p>Esso fa, s\u00ec, del prete una persona \u00aba parte\u00bb, circondata di restrizioni e tab\u00f9 che nessun altro ha; ma nessun altro, del pari, pu\u00f2 offrire, come lui, il Sacrificio. Insomma, messa, breviario e abito non sono orpelli inessenziali per un sacerdote. Come fecero presto ad accorgersi i preti-operai. E la crisi di identit\u00e0, in molti, non tard\u00f2. Anche perch\u00e9 i compagni di lavoro presero a chiedere loro un coinvolgimento in prima persona nel movimento.<\/p>\n\n\n\n<p>Gi\u00e0: il prete-operaio era uno che aveva studiato, uno che sapeva parlare in pubblico. Uno, tra l\u2019altro, che fu presto perfettamente consapevole della condizione dura, non di rado di vera \u00abalienazione\u00bb, della vita in fabbrica, dove turni pesanti, situazioni difficili, a volte vere e proprie ingiustizie non mancavano mai. Si aggiunga che il prete era anche uno che (fatte salve sporadiche eccezioni) non aveva mai lavorato manualmente in vita sua, e all\u2019impatto con nove-dieci ore di attivit\u00e0 dura, spesso tra fumi, bagliori e frastuono assordante, poteva opporre solo la sua buona volont\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>In uno cos\u00ec, entrato in fabbrica armato praticamente solo della sua fede, non poteva non insinuarsi il pensiero che fosse inutile parlare di evangelizzazione se prima non si fosse fatto qualcosa per rendere pi\u00f9 \u00abumana\u00bb la condizione operaia. Da qui, il passo all\u2019impegno nel sindacato e perfino nel partito fu breve. Le riunioni periodiche che i preti-operai tenevano fra loro scivolarono abbastanza in fretta nella riflessione globale sul sacerdozio e il passo successivo fu la richiesta, via via sempre pi\u00f9 esplicitamente rivolta alla Chiesa gerarchica, di \u00abripensarlo\u00bb. Secondo l\u2019idea che si fece strada in loro, il sacerdote non doveva pi\u00f9 essere solo il \u00abprofessionista\u00bb dei sacramenti se non si voleva veder sparire totalmente il cristianesimo nell\u2019era dell\u2019industria.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualcuno osserv\u00f2, a quel punto, che forse i preti-operai avevano fatto la fine dei Pifferi di Montagna della favola: il marxismo operaista aveva convertito loro e li aveva trasformati in agit-prop all\u2019interno della Chiesa. Teologi non di secondo piano scesero in campo e il dibattito si allarg\u00f2 (si veda al proposito, ma anche per la storia complessiva del fenomeno dei preti-operai, l\u2019interessante lavoro di Marta Margotti, Lavoro manuale e spiritualit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019itinerario dei preti operai, Roma 2001), cominciando a preoccupare le gerarchie ecclesiastiche. Per farla breve: la linea dei preti-operai francesi fin\u00ec coll\u2019appiattirsi quasi del tutto sul rivendicazionismo comunista, arrivando a esigere dalla Chiesa gerarchica l\u2019esplicito appoggio alle battaglie operaie e una totale presa di posizione a favore dei \u00abpoveri\u00bb contro l\u2019odiato capitalismo.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa \u00abopzione per i poveri\u00bb &#8211; che finir\u00e0 col condizionare il dibattito intraecclesiale per i decenni seguenti &#8211; doveva essere (meglio: tornare a essere) la scelta di fondo di tutto il cattolicesimo; anzi, la sua stessa ragione d\u2019esistenza. La seduzione dell\u2019idea di un mondo da \u00abliberare\u00bb dalle catene dell\u2019oppressione e dello sfruttamento si sald\u00f2 col mito della classe operaia, la cui \u00abcentralit\u00e0\u00bb era giudicata il motore del presente per costruire il futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>Come \u00e8 noto, quando le condizioni dell\u2019industralismo mutarono e la terziarizzazione dell\u2019economia cambi\u00f2 il volto del capitalismo, i preti-operai sparirono insieme agli operai-operai. Ma l\u2019idea del riscatto mondano degli sfruttati rimase, spostandosi sugli \u00abultimi\u00bb, cui &#8211; nell\u2019immaginario edificatosi in quegli anni &#8211; appartiene di diritto il Regno dei Cieli. Un Regno da cominciare a costruire qui e adesso. Emarginati, immigrati, tossicodipendenti e terzomondiali divennero il nuovo proletariato da \u00abliberare\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Va detto che gi\u00e0 alla fine degli anni Quaranta la Santa Sede aveva avvertito odor di eresia in quel che si agitava oltralpe e nel 1951 aveva vietato il reclutamento di nuovi preti-operai. Tre anni dopo, i vescovi francesi proibirono agli stessi l\u2019iscrizione ai sindacati e posero il limite invalicabile delle tre ore giornaliere di lavoro manuale. Ma era abbastanza tardi e qualche teologo cattolico aveva gi\u00e0 preso a identificare la salvezza offerta dal cristianesimo con la dedizione terrena alla causa degli oppressi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il domenicano Ives Congar parl\u00f2, con accenti che di fatto contraddicevano l\u2019enciclica Mediator Dei di Pio XII, di sacerdozio universale di tutti i fedeli. Lo spunto era venuto dai dubbi dei preti-operai sul sacerdozio, dubbi scaturiti da questa domanda: ha senso dir messa quando si ha a che fare con gente che non la vuole? La risposta ortodossa \u00e8 s\u00ec: i sacramenti hanno efficacia intrinseca; la risposta dei preti-operai fu no, perch\u00e9 &#8211; sostenevano &#8211; i sacramenti sono un servizio alla comunit\u00e0. Da qui l\u2019inutilit\u00e0 della celebrazione della messa senza pubblico.<\/p>\n\n\n\n<p>Il cardinale Suhard dovette intervenire ufficialmente a rammentare che lo scopo per cui erano nati i preti-operai era l\u2019evangelizzazione del proletariato, non l\u2019assunzione in prima persona della leadership delle sue lotte. Ma ormai il divorzio tra i preti-operai e la gerarchia era consumato. A quest\u2019ultima venivano contestati l\u2019incapacit\u00e0 di sganciarsi dalle secolari compromissioni col Potere, l\u2019offuscamento della figura del Cristo liberatore, la cecit\u00e0 di fronte alla marcia dell\u2019umanit\u00e0 &#8211; di cui il movimento operaio era il fulcro &#8211; verso il radioso futuro che l\u2019attendeva.<\/p>\n\n\n\n<p>Non era altro, come ben si vede, che la vecchia immagine del \u00abCristo, primo rivoluzionario\u00bb cara a quel socialismo sentimentale che lo stesso Marx non sopportava. Ma l\u2019entusiasmo forse ingenuo, unito alla formazione clericale, avevano finito con l\u2019operare la contaminazione. La stampa non tard\u00f2 a impadronirsi dell\u2019intera vicenda e, nel clamore che ne segu\u00ec, qualcuno osserv\u00f2 che forse ci si era spinti troppo in l\u00e0. Fu il caso, per esempio, del teologo domenicano Chenu, dopo un richiamo da parte del suo ordine. Ma, come si \u00e8 detto, era tardi: del centinaio di preti-operai francesi, circa la met\u00e0 scelse di disobbedire.<\/p>\n\n\n\n<p>Alcuni addirittura lasciarono la Chiesa e si sposarono. L\u2019ormai decennale esperimento fu proseguito, ma a ranghi ridotti e nel pieno rispetto delle limitazioni imposte dalla Santa Sede, nei sobborghi di Lione da un gruppo di sacerdoti riuniti attorno all\u2019abb\u00e9 Alfred Ancel. E venne aggiustata la mira: lo scopo adesso era entrare in contatto con l\u2019ambiente operaio per superarne le diffidenze, per poi ritirarsi e costituirsi in parrocchia quando la presenza di preti nel quartiere fosse stata accettata.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019attivit\u00e0 dei preti-operai rimasti continu\u00f2 sotto un profilo pi\u00f9 discreto, sempre tenuta attentamente d\u2019occhio dalle gerarchie. Fino a quando un fatto nuovo intervenne a reinfiammare gli animi: l\u2019elezione di Giovanni XXIII, che rianim\u00f2 le speranze di quanti vagheggiavano \u00abaperture\u00bb e ribaltamenti di prospettiva. Subito i preti-operai francesi stilarono una articolata memoria sulla loro esperienza e le loro aspettative, memoria che un paio di cardinali si fecero carico di presentare a Roma.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma sono molte le illusioni sul \u00abPapa buono\u00bb che il vero Roncalli si premur\u00f2, fin da subito, di chiarire, anche se una certa mitologia attorno alla sua figura permane ancora oggi. Si tratta, appunto, di mitologia, perch\u00e9 quel papa fu molto pi\u00f9 conservatore di quanto si pensi (si legga, per esempio, Vincenzo Sansonetti, Un santo di nome Giovanni, Milano 2000).<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 1959, infatti, il Sant\u2019Uffizio dichiar\u00f2 senza esitazioni il sacerdozio e il lavoro in fabbrica del tutto incompatibili, mettendo una pietra tombale sull\u2019argomento. Ancel e i suoi obbedirono ritirandosi, subito imitati da molti degli altri. E il movimento dei preti-operai tacque dappertutto, contentandosi di covare sotto la cenere in attesa di tempi migliori.<\/p>\n\n\n\n<p>Fu il Concilio Vaticano II a permettere che l\u2019annosa questione venisse riaperta. Ai padri conciliari furono indirizzate lettere su lettere, provenienti dai settori progressisti, di preti, intellettuali e semplici fedeli. Una timida possibilit\u00e0 venne ammessa, l\u2019incartamento fu ripreso in mano. Risultato: sul finire del 1965 i vescovi francesi rinnovarono il permesso ai preti di lavorare in fabbrica e perfino di iscriversi ai sindacati. Lo spiraglio era stato aperto dal documento conciliare sul sacerdozio, Presbyterorum Ordinis, che aveva accennato alla possibilit\u00e0 del lavoro in fabbrica per i preti pur con mille cautele e doverosi distinguo.<\/p>\n\n\n\n<p>Solo che, a quel punto, si doveva parlare di nuovi preti-operai, quelli di \u00abseconda generazione\u00bb che non avevano preso parte alla prima ondata anni Quaranta. Questi erano molto pi\u00f9 sensibili a quella generica, agitata e confusa \u00abansia di rinnovamento\u00bb che circond\u00f2 il Concilio e soprattutto il cosiddetto post-Concilio, i cui esiti finirono con l\u2019angosciare Paolo VI facendogli paventare una vera e propria \u00abautodemolizione\u00bb della Chiesa. Cos\u00ec, per molti preti-operai l\u2019impegno pacifista, terzomondista, ambientalista, l\u2019antimperialismo e l\u2019obiezione di coscienza si aggiunsero alla rinnovata contestazione del vecchio ruolo sacerdotale.<\/p>\n\n\n\n<p>Giunto il Sessantotto, pi\u00f9 che mai la classe operaia fu vista come quella \u00abstoricamente emergente\u00bb, alla cui scuola bisognava mettersi per non disattendere i \u00absegni dei tempi\u00bb. Da un documento firmato nel 1975 da una quarantina di preti-operai parigini traspare, pur nel linguaggio simil-clericale, l\u2019inversione di prospettiva: la militanza tra gli operai aveva loro \u00abaperto gli occhi\u00bb, mostrando l\u2019esigenza di una nuova spiritualit\u00e0 fondata sul lavoro manuale e, soprattutto, la necessit\u00e0 di un radicale autoripensamento per la Chiesa, il cui classico magistero concernente la giustizia e la morale avrebbe dovuto essere completamente rivisto se voleva essere ancora credibile; in primis, andava reciso il \u00ablegame storico\u00bb tra la Chiesa il capitalismo. La concezione elaborata dai preti-operai era, di fatto, diametralmente opposta a quella millenaria della Chiesa.<\/p>\n\n\n\n<p>Per loro, l\u2019amministrazione dei sacramenti e le preghiere del breviario non erano che accessori marginali, perch\u00e9 non si dava vero sacerdozio senza condivisione della condizione proletaria. Naturalmente, la contestazione si estese a tutta una serie di punti collegati: celibato, formazione nei seminari, elezione dei preti da parte delle comunit\u00e0, presbiterato femminile eccetera.<\/p>\n\n\n\n<p>Insomma, tutta la panoplia delle rivendicazioni progressiste era gi\u00e0 presente, e non a caso a punti di riferimento ideali furono assunte figure non propriamente cattoliche (per esempio, Simone Weil). Si reclamava un sacerdozio non pi\u00f9 gerarchico da \u00absuccessione apostolica\u00bb ma \u00abdemocratico\u00bb e fuso nel collettivo, un\u2019evangelizzazione che doveva essere nient\u2019altro che una presenza-testimonianza silenziosa, un ministero \u00abprofetico\u00bb (secondo un frasario che cominci\u00f2 ad affermarsi in quegli anni) i cui incerti confini dovevano di volta in volta essere tracciati a mano il pi\u00f9 possibile libera.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019antica ossessione della filosofia scolastica per la definizione (il cui etimo non per nulla viene da finis, \u00abconfine\u00bb: definire \u00e8 racchiudere in confini, delimitare, dire che cosa una cosa \u00e8, e, nel contempo, cosa non \u00e8) andava superata per non impastoiare lo Spirito, il quale evangelicamente \u00absoffia dove vuole\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Una prima battuta d\u2019arresto per questa nouvelle vague arriv\u00f2 negli anni Ottanta, quando il crollo delle vocazioni desertific\u00f2 per prima la pattuglia dei preti-operai. Per forza: se un vescovo aveva la fortuna di poter consacrare un nuovo prete lo mandava a coprire una parrocchia vuota, non certo in fabbrica. Nel decennio successivo, la crisi dei partiti e del movimento sindacale, la caduta dei muri e il collasso dell\u2019Unione Sovietica, la fine delle ideologie e lo scivolamento del comunismo europeo verso la socialdemocraza prima e su posizioni liberal all\u2019americana poi, la nascita dei movimenti ecclesiali in seno alla Chiesa e la rinascita inaspettata del Sacro \u00abselvaggio\u00bb proprio quando i filosofi celebravano la \u00abmorte di Dio\u00bb, si aggiunse a un fenomeno pi\u00f9 prevedibile: i preti-operai adesso erano disoccupati, cassintegrati, pre-pensionati o pensionati tout court (come acutamente nota la Margotti nel suo libro gi\u00e0 citato).<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto questo fin\u00ec col relegare l\u2019avventura dei preti-operai nel museo della Storia e, per certuni, la consegn\u00f2 al mito. Oggi pare ne sia rimasto solo qualcuno in Italia e in Francia (qui, dove tutto cominci\u00f2, la pratica religiosa \u00e8 talmente ridotta ai minimi termini che nessuno osa pi\u00f9 neanche pensare a \u00abesperimenti\u00bb).<\/p>\n\n\n\n<p>A proposito dei preti-operai, mi ricordava l\u2019amico Vittorio Messori una sua personale esperienza degli anni in cui era cronista a Torino: alla Fiat non di rado erano stati gli stessi operai a pregare i preti di tornare a fare i cappellani, in quanto la loro presenza in fabbrica toglieva il pane di bocca a qualche padre di famiglia; di altri sindacalisti, poi, non avevano che farne bastando loro quelli che gi\u00e0 avevano.<\/p>\n\n\n\n<p>In effetti, la storia missionaria del cattolicesimo offre esempi completamente diversi, n\u00e9 risulta siano mai esistiti ambienti intrinsecamente refrattari all\u2019evangelizzazione. Per un esempio estremo, il gesuita Matteo Ricci, che si sobbarc\u00f2 la lunga trafila necessaria a diventare un notabile mandarino per approcciare il mondo e la cultura cinesi. Ma non ne riport\u00f2 un mix personale di cristianesimo e confucianismo da estendere a tutta la Chiesa; al contrario, rese il cristianesimo molto interessante agli occhi degli eruditi del Celeste Impero, tanto che non pochi tra questi chiesero il battesimo. Non solo: l\u2019esempio delle classi alte cinesi contagi\u00f2 quelle coreane, cos\u00ec che la Corea divenne l\u2019unico caso di autoevagelizzazione della storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Un altro gesuita, Francesco Saverio, smise i suoi panni logori e dimessi quando si rese conto che lo rendevano oggetto di disprezzo agli occhi dei giapponesi. Ma non era che un espediente di dettaglio: quel grande santo missionario predicava apertamente sulle pubbliche piazze il Vangelo di Matteo, l\u2019unica cosa che sapesse dire in lingua nipponica (l\u2019aveva imparato a memoria). Per quanto riguarda il milieu propriamente operaio, infine, abbiamo l\u2019esempio di Felice Prinetti. Quest\u2019ultimo, in attesa di beatificazione (v. il mio Ufficiale e sacerdote, Cinisello Balsamo, 2001), ha una storia singolare: ex capitano d\u2019artiglieria decorato a Custoza e molto religioso, per non dover sostenere un duello con un collega anticlericale si dimise dall\u2019esercito e si fece prete nella congregazione fondata dal sacerdote piemontese Pio Bruno Lanteri.<\/p>\n\n\n\n<p>Fu inviato dapprima in Sardegna, dove cre\u00f2 una comunit\u00e0 di suore; poi a Pisa (qui divenne amico dell\u2019unico economista candidato agli altari, Giuseppe Toniolo). Gli fu assegnato il quartiere pi\u00f9 difficile, quello degli operai, tra i quali era stato a lungo predicato il verbo del sindacalismo rivoluzionario anarchico.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli inizi furono scanditi da attentati e assalti alla sua chiesa, cui il Prinetti rispose in modo singolare: ogni mattina si poneva in preghiera nella cappella, seduto e con accanto una borsa piena di soldi. E l\u00ec stava, in attesa dei postulanti. Erano i tempi in cui agli scioperi si rispondeva con l\u2019esercito e bastava qualche giorno senza salario a gettare nella miseria pi\u00f9 nera una famiglia. In pi\u00f9, la tentazione del crumiraggio era scoraggiata dalle concrete minacce di agitatori disposti a tutto. Di nascosto, qualcuno, spinto dal bisogno, andava a bussare nottetempo alla porta di Prinetti, il quale diede fondo alle sue cospicue sostanze familiari per trasformarsi nella mutua assistenziale del quartiere anarchico.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli operai vennero vanamente messi in guardia contro l\u2019\u00abipocrita paternalismo\u00bb del \u00abcorvo nero\u00bb (cos\u00ec erano chiamati i preti da quelle parti), perch\u00e9 alla fame e alle malattie la predicazione bakuniana faceva fronte con proclami e comizi, laddove il Prinetti dava senza chiedere nulla. Questo fu il sistema con cui quel sacerdote vinse la diffidenza della classe operaia nel quartiere assegnatogli alle soglie della Grande Guerra.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Articolo pubblicato su Liberal anno II n.13 L\u2019illusione della &#8220;condivisione proletaria&#8221; senza la quale l\u2019amministrazione dei sacramenti sarebbe inutile di Rino Cammilleri<\/p><p><a class=\"more-link btn\" href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/labito-non-fa-il-monaco\/\">Continua a leggere<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":35193,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[5,45],"tags":[550],"class_list":["post-330","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-chiesa","category-progressismo-cattolico","tag-preti-operai","item-wrap"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.6 - 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