{"id":31982,"date":"2016-03-24T00:00:22","date_gmt":"2016-03-23T23:00:22","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/?p=31982"},"modified":"2016-03-21T12:01:35","modified_gmt":"2016-03-21T11:01:35","slug":"la-fede-non-e-unidea-ma-la-vita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/la-fede-non-e-unidea-ma-la-vita\/","title":{"rendered":"La fede non \u00e8 un\u2019idea ma la vita"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-31983\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Papa_emerito.jpg\" alt=\"Papa_emerito\" width=\"200\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Papa_emerito.jpg 225w, https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/Papa_emerito-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px\" \/>L\u2019Osservatore Romano<\/strong> 16 marzo 2016<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><em>Intervista al Papa emerito Benedetto XVI<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Jacques Servais<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Pubblichiamo il testo integrale dell\u2019intervista a Benedetto XVI contenuta nel libro <\/em>Per mezzo della fede. Dottrina della giustificazione ed esperienza di Dio nella predicazione della Chiesa e negli Esercizi Spirituali<em> a cura del gesuita Daniele Libanori (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2016, pagine 208, euro 20) in cui il Papa emerito parla della centralit\u00e0 della misericordia nella fede cristiana. Il volume raccoglie gli atti di un convegno che si \u00e8 svolto nell\u2019ottobre scorso a Roma. Come scrive Filippo Rizzi su \u00abAvvenire\u00bb del 16 marzo, che ne pubblica uno stralcio, l\u2019autore dell\u2019intervista (il cui nome non \u00e8 presente nel libro) \u00e8 il gesuita Jacques Servais, allievo di Hans Urs von Balthasar e studioso della sua opera.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Santit\u00e0, la questione posta quest\u2019anno nel quadro delle giornate di studio promosse dalla rettoria del Ges\u00f9 \u00e8 quella della giustificazione per la fede. L\u2019ultimo volume della sua opera omnia (gs IV) mette in evidenza la sua affermazione risoluta: \u00abLa fede cristiana non \u00e8 un\u2019idea, ma una vita\u00bb. Commentando la celebre affermazione paolina (Romani 3, 28), lei ha parlato, a questo proposito, di una duplice trascendenza: \u00abLa fede \u00e8 un dono ai credenti comunicato attraverso la comunit\u00e0, la quale da parte sua \u00e8 frutto del dono di Dio\u00bb (\u00abGlaube ist Gabe durch die Gemeinschaft; die sich selbst gegeben wird\u00bb, gs IV, 512). Potrebbe spiegare che cosa ha inteso con quell\u2019affermazione, tenendo conto naturalmente del fatto che l\u2019obiettivo di queste giornate \u00e8 chiarire la teologia pastorale e vivificare l\u2019esperienza spirituale dei fedeli.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si tratta della questione: cosa sia la fede e come si arriva a credere. Per un verso la fede \u00e8 un contatto profondamente personale con Dio, che mi tocca nel mio tessuto pi\u00f9 intimo e mi mette di fronte al Dio vivente in assoluta immediatezza in modo cio\u00e8 che io possa parlargli, amarlo ed entrare in comunione con lui. Ma al tempo stesso questa realt\u00e0 massimamente personale ha inseparabilmente a che fare con la comunit\u00e0: fa parte dell\u2019essenza della fede il fatto di introdurmi nel noi dei figli di Dio, nella comunit\u00e0 peregrinante dei fratelli e delle sorelle. L\u2019incontro con Dio significa anche, al contempo, che io stesso vengo aperto, strappato dalla mia chiusa solitudine e accolto nella vivente comunit\u00e0 della Chiesa. Essa \u00e8 anche mediatrice del mio incontro con Dio, che tuttavia arriva al mio cuore in modo del tutto personale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La fede deriva dall\u2019ascolto (<em>fides ex auditu<\/em>), ci insegna san Paolo. L\u2019ascolto a sua volta implica sempre un partner. La fede non \u00e8 un prodotto della riflessione e neppure un cercare di penetrare nelle profondit\u00e0 del mio essere. Entrambe le cose possono essere presenti, ma esse restano insufficienti senza l\u2019ascolto mediante il quale Dio dal di fuori, a partire da una storia da Lui stesso creata, mi interpella. Perch\u00e9 io possa credere ho bisogno di testimoni che hanno incontrato Dio e me lo rendono accessibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel mio articolo sul battesimo ho parlato della doppia trascendenza della comunit\u00e0, facendo cos\u00ec emergere una volta ancora un importante elemento: la comunit\u00e0 di fede non si crea da sola. Essa non \u00e8 un\u2019assemblea di uomini che hanno delle idee in comune e che decidono di operare per la diffusione di tali idee. Allora tutto sarebbe basato su una propria decisione e in ultima analisi sul principio di maggioranza, cio\u00e8 alla fin fine sarebbe opinione umana. Una Chiesa cos\u00ec costruita non pu\u00f2 essere per me garante della vita eterna n\u00e9 esigere da me decisioni che mi fanno soffrire e che sono in contrasto con i miei desideri. No, la Chiesa non si \u00e8 fatta da s\u00e9, essa \u00e8 stata creata da Dio e viene continuamente formata da Lui. Ci\u00f2 trova la sua espressione nei sacramenti, innanzitutto in quello del battesimo: io entro nella Chiesa non gi\u00e0 con un atto burocratico, ma mediante il sacramento. E ci\u00f2 equivale a dire che io vengo accolto in una comunit\u00e0 che non si \u00e8 originata da s\u00e9 e che si proietta al di l\u00e0 di se stessa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La pastorale che intende formare l\u2019esperienza spirituale dei fedeli deve procedere da questi dati fondamentali. \u00c8 necessario che essa abbandoni l\u2019idea di una Chiesa che produce se stessa e far risaltare che la Chiesa diventa comunit\u00e0 nella comunione del corpo di Cristo. Essa deve introdurre all\u2019incontro con Ges\u00f9 Cristo e portare alla Sua presenza nel sacramento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Quando lei era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, commentando la Dichiarazione congiunta della Chiesa cattolica e della Federazione luterana mondiale sulla dottrina della giustificazione del 31 ottobre 1999, ha messo in evidenza una differenza di mentalit\u00e0 in rapporto a Lutero e alla questione della salvezza e della beatitudine cos\u00ec come egli la poneva. L\u2019esperienza religiosa di Lutero era dominata dal terrore davanti alla collera di Dio, sentimento piuttosto estraneo all\u2019uomo moderno, marcato piuttosto dall\u2019assenza di Dio (su veda il suo articolo in \u00abCommunio\u00bb, 2000, 430). Per questi il problema non \u00e8 tanto come assicurarsi la vita eterna, quanto piuttosto garantirsi, nelle precarie condizioni del nostro mondo, un certo equilibrio di vita pienamente umana. La dottrina di Paolo della giustificazione per la fede, in questo nuovo contesto, pu\u00f2 raggiungere l\u2019esperienza \u00abreligiosa\u00bb o almeno l\u2019esperienza \u00abelementare\u00bb dei nostri contemporanei?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Innanzitutto tengo a sottolineare ancora una volta quello che scrivevo su \u00abCommunio\u00bb (2000) in merito alla problematica della giustificazione. Per l\u2019uomo di oggi, rispetto al tempo di Lutero e alla prospettiva classica della fede cristiana, le cose si sono in un certo senso capovolte, ovvero non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019uomo che crede di aver bisogno della giustificazione al cospetto di Dio, bens\u00ec egli \u00e8 del parere che sia Dio che debba giustificarsi a motivo di tutte le cose orrende presenti nel mondo e di fronte alla miseria dell\u2019essere umano, tutte cose che in ultima analisi dipenderebbero da lui. A questo proposito trovo indicativo il fatto che un teologo cattolico assuma in modo addirittura diretto e formale tale capovolgimento: Cristo non avrebbe patito per i peccati degli uomini, ma anzi avrebbe per cos\u00ec dire cancellato le colpe di Dio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche per ora la maggior parte dei cristiani non condivide un cos\u00ec drastico capovolgimento della nostra fede, si pu\u00f2 dire che tutto ci\u00f2 fa emergere una tendenza di fondo del nostro tempo. Quando Johann Baptist Metz sostiene che la teologia di oggi deve essere \u00absensibile alla teodicea\u00bb (<em>theodizeeempfindlich<\/em>), ci\u00f2 mette in risalto lo stesso problema in modo positivo. Anche a prescindere da una tanto radicale contestazione della visione ecclesiale del rapporto tra Dio e l\u2019uomo, l\u2019uomo di oggi ha in modo del tutto generale la sensazione che Dio non possa lasciar andare in perdizione la maggior parte dell\u2019umanit\u00e0. In questo senso la preoccupazione per la salvezza tipica di un tempo \u00e8 per lo pi\u00f9 scomparsa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia, a mio parere, continua ad esistere, in altro modo, la percezione che noi abbiamo bisogno della grazia e del perdono. Per me \u00e8 un \u00absegno dei tempi\u00bb il fatto che l\u2019idea della misericordia di Dio diventi sempre pi\u00f9 centrale e dominante \u2014 a partire da suor Faustina, le cui visioni in vario modo riflettono in profondit\u00e0 l\u2019immagine di Dio propria dell\u2019uomo di oggi e il suo desiderio della bont\u00e0 divina. Papa Giovanni Paolo II era profondamente impregnato da tale impulso, anche se ci\u00f2 non sempre emergeva in modo esplicito. Ma non \u00e8 di certo un caso che il suo ultimo libro, che ha visto la luce proprio immediatamente prima della sua morte, parli della misericordia di Dio. A partire dalle esperienze nelle quali fin dai primi anni di vita egli ebbe a constatare tutta la crudelt\u00e0 degli uomini, egli afferma che la misericordia \u00e8 l\u2019unica vera e ultima reazione efficace contro la potenza del male. Solo l\u00e0 dove c\u2019\u00e8 misericordia finisce la crudelt\u00e0, finiscono il male e la violenza. Papa Francesco si trova del tutto in accordo con questa linea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. \u00c8 la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto. A mio parere ci\u00f2 mette in risalto che sotto la patina della sicurezza di s\u00e9 e della propria giustizia l\u2019uomo di oggi nasconde una profonda conoscenza delle sue ferite e della sua indegnit\u00e0 di fronte a Dio. Egli \u00e8 in attesa della misericordia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 di certo un caso che la parabola del buon samaritano sia particolarmente attraente per i contemporanei. E non solo perch\u00e9 in essa \u00e8 fortemente sottolineata la componente sociale dell\u2019esistenza cristiana, n\u00e9 solo perch\u00e9 in essa il samaritano, l\u2019uomo non religioso, nei confronti dei rappresentanti della religione appare, per cos\u00ec dire, come colui che agisce in modo veramente conforme a Dio, mentre i rappresentanti ufficiali della religione si sono resi, per cos\u00ec dire, immuni nei confronti di Dio. \u00c8 chiaro che ci\u00f2 piace all\u2019uomo moderno. Ma mi sembra altrettanto importante tuttavia che gli uomini nel loro intimo aspettino che il samaritano venga in loro aiuto, che egli si curvi su di essi, versi olio sulle loro ferite, si prenda cura di loro e li porti al riparo. In ultima analisi essi sanno di aver bisogno della misericordia di Dio e della sua delicatezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella durezza del mondo tecnicizzato nel quale i sentimenti non contano pi\u00f9 niente, aumenta per\u00f2 l\u2019attesa di un amore salvifico che venga donato gratuitamente. Mi pare che nel tema della misericordia divina si esprima in un modo nuovo quello che significa la giustificazione per fede. A partire dalla misericordia di Dio, che tutti cercano, \u00e8 possibile anche oggi interpretare daccapo il nucleo fondamentale della dottrina della giustificazione e farlo apparire ancora in tutta la sua rilevanza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Quando Anselmo dice che il Cristo doveva morire in croce per riparare l\u2019offesa infinita che era stata fatta a Dio e cos\u00ec restaurare l\u2019ordine infranto, egli usa un linguaggio difficilmente accettabile dall\u2019uomo moderno (cfr. gs iv 215.ss). Esprimendosi in questo modo, si rischia di proiettare [in] su Dio un\u2019immagine di un Dio di collera, afferrato, dinanzi al peccato dell\u2019uomo, da [uno stato affettivo] sentimenti di violenza e di aggressivit\u00e0 paragonabile\/i a quello che noi stessi possiamo sperimentare. Come \u00e8 possibile parlare della giustizia di Dio senza rischiare di infrangere la certezza, ormai assodata presso i fedeli, che [il Dio] quello dei cristiani \u00e8 un Dio \u00abricco di misericordia\u00bb (Efesini 2, 4)?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La concettualit\u00e0 di sant\u2019Anselmo \u00e8 diventata oggi per noi di certo incomprensibile. \u00c8 nostro compito tentare di capire in modo nuovo la verit\u00e0 che si cela dietro tale modo di esprimersi. Per parte mia formulo tre punti di vista su questo punto:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">a) La contrapposizione tra il Padre, che insiste in modo assoluto sulla giustizia, e il Figlio che ubbidisce al Padre e ubbidendo accetta la crudele esigenza della giustizia, non \u00e8 solo incomprensibile oggi, ma, a partire dalla teologia trinitaria, \u00e8 in s\u00e9 del tutto errata. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola e quindi la loro volont\u00e0 \u00e8\u00a0<em>ab intrinseco<\/em>una sola. Quando il Figlio nel giardino degli ulivi lotta con la volont\u00e0 del Padre non si tratta del fatto che egli debba accettare per s\u00e9 una crudele disposizione di Dio, bens\u00ec del fatto di attirare l\u2019umanit\u00e0 al di dentro della volont\u00e0 di Dio. Dovremo tornare ancora, in seguito, sul rapporto delle due volont\u00e0 del Padre e del Figlio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">b) Ma allora perch\u00e9 mai la croce e l\u2019espiazione? In qualche modo oggi, nei contorcimenti del pensiero moderno di cui abbiamo parlato sopra, la risposta a tali domande \u00e8 formulabile in modo nuovo. Mettiamoci di fronte all\u2019incredibile sporca quantit\u00e0 di male, di violenza, di menzogna, di odio, di crudelt\u00e0 e di superbia che infettano e rovinano il mondo intero. Questa massa di male non pu\u00f2 essere semplicemente dichiarata inesistente, neanche da parte di Dio. Essa deve essere depurata, rielaborata e superata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019antico Israele era convinto che il quotidiano sacrificio per i peccati e soprattutto la grande liturgia del giorno di espiazione (<em>yom-kippur<\/em>) fossero necessari come contrappeso alla massa di male presente nel mondo e che solo mediante tale riequilibrio il mondo poteva, per cos\u00ec dire, rimanere sopportabile. Una volta scomparsi i sacrifici nel tempio, ci si dovette chiedere cosa potesse essere contrapposto alle superiori potenze del male, come trovare in qualche modo un contrappeso. I cristiani sapevano che il tempio distrutto era stato sostituito dal corpo risuscitato del Signore crocifisso e che nel suo amore radicale e incommensurabile era stato creato un contrappeso all\u2019incommensurabile presenza del male. Anzi essi sapevano che le offerte presentate finora potevano essere concepite solo come gesto di desiderio di un reale contrappeso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Essi sapevano anche che di fronte alla strapotenza del male solo un amore infinito poteva bastare, solo un\u2019espiazione infinita. Essi sapevano che il Cristo crocifisso e risorto \u00e8 un potere che pu\u00f2 contrastare quello del male e che salva il mondo. E su queste basi poterono anche capire il senso delle proprie sofferenze come inserite nell\u2019amore sofferente di Cristo e come parte della potenza redentrice di tale amore. Sopra citavo quel teologo per il quale Dio ha dovuto soffrire per le sue colpe nei confronti del mondo; ora, dato questo capovolgimento della prospettiva, emerge la seguente verit\u00e0: Dio semplicemente non pu\u00f2 lasciare com\u2019\u00e8 la massa del male che deriva dalla libert\u00e0 che Lui stesso ha concesso. Solo lui, venendo a far parte della sofferenza del mondo, pu\u00f2 redimere il mondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">c) Su queste basi diventa pi\u00f9 perspicuo il rapporto tra il Padre e il Figlio. Riproduco sull\u2019argomento un passo tratto dal libro di de Lubac su Origene che mi pare molto chiaro: \u00abIl Redentore \u00e8 entrato nel mondo per compassione verso il genere umano. Ha preso su di s\u00e9 le nostre passiones prima ancora di essere crocefisso, anzi addirittura prima di abbassarsi ad assumere la nostra carne: se non le avesse provate prima non sarebbe venuto a prender parte alla nostra vita umana. Ma quale fu questa sofferenza che egli sopport\u00f2 in anticipo per noi? Fu la passione dell\u2019amore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma il Padre stesso, il Dio dell\u2019universo, lui che \u00e8 sovrabbondante di longanimit\u00e0, pazienza, misericordia e compassione, non soffre anch\u2019egli in un certo senso? \u201cIl Signore tuo Dio, infatti, ha preso su di s\u00e9 i tuoi costumi come colui che prende su di s\u00e9 suo figlio\u201d (<em>Deuteronomio<\/em> 1, 31). Dio prende dunque su di s\u00e9 i nostri costumi come il Figlio di Dio prende su di s\u00e9 le nostre sofferenze. Il Padre stesso non \u00e8 senza passioni! Se lo si invoca, allora Egli conosce misericordia e compassione. Egli percepisce una sofferenza d\u2019amore (<em>Omelie su Ezechiele <\/em>6, 6)\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In alcune zone della Germania ci fu una devozione molto commovente che contemplava<em>\u00a0die Not Gottes<\/em>\u00a0(\u201cl\u2019indigenza di Dio\u201d). Per conto mio ci\u00f2 mi fa passare davanti agli occhi un\u2019impressionante immagine che rappresenta il Padre sofferente, che come Padre condivide interiormente le sofferenze del Figlio. E anche l\u2019immagine del \u201ctrono di grazia\u201d fa parte di questa devozione: il Padre sostiene la croce e il crocifisso, si china amorevolmente su di lui e d\u2019altra parte per cos\u00ec dire \u00e8 insieme sulla croce. Cos\u00ec in modo grandioso e puro si percepisce l\u00ec cosa significano la misericordia di Dio e la partecipazione di Dio alla sofferenza dell\u2019uomo. Non si tratta di una giustizia crudele, non gi\u00e0 del fanatismo del Padre, bens\u00ec della verit\u00e0 e della realt\u00e0 della creazione: del vero intimo superamento del male che in ultima analisi pu\u00f2 realizzarsi solo nella sofferenza dell\u2019amore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Negli \u00abEsercizi Spirituali\u00bb, Ignazio di Loyola non utilizza le immagini veterotestamentarie di vendetta, al contrario di Paolo (cfr. 2 Tessalonicesi 1, 5-9); ci\u00f2 non di meno egli invita a contemplare come gli uomini, fino alla Incarnazione, \u00abdiscendevano all\u2019inferno\u00bb (Esercizi Spirituali n. 102; cfr. ds IV, 376) e a considerare l\u2019esempio dagli \u00abinnumerevoli altri che vi sono finiti per molti meno peccati di quelli che ho commesso io\u00bb (Esercizi Spirituali n. 52). \u00c8 in questo spirito che san Francesco Saverio ha vissuto la propria attivit\u00e0 pastorale, convinto di dover tentare di salvare dal terribile destino della perdizione eterna quanti pi\u00f9 \u00abinfedeli\u00bb possibile. L\u2019insegnamento, formalizzato nel concilio di Trento, nella sentenza riguardo al giudizio sui buoni e sui cattivi, in seguito radicalizzato dai giansenisti, \u00e8 stato ripreso \u00edn modo molto pi\u00f9 contenuto nel Catechismo della Chiesa cattolica (cfr. \u00a75 633, 1037). Si pu\u00f2 dire che su questo punto, negli ultimi decenni, c\u2019\u00e8 stato una sorta di \u00absviluppo del dogma\u00bb di cui il Catechismo deve assolutamente tenere conto?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non c\u2019\u00e8 dubbio che in questo punto siamo di fronte a una profonda evoluzione del dogma. Mentre i padri e i teologi del medioevo potevano ancora essere del parere che nella sostanza tutto il genere umano era diventato cattolico e che il paganesimo esistesse ormai soltanto ai margini, la scoperta del nuovo mondo all\u2019inizio dell\u2019era moderna ha cambiato in maniera radicale le prospettive. Nella seconda met\u00e0 del secolo scorso si \u00e8 completamente affermata la consapevolezza che Dio non pu\u00f2 lasciare andare in perdizione tutti i non battezzati e che anche una felicit\u00e0 puramente naturale per essi non rappresenta una reale risposta alla questione dell\u2019esistenza umana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se \u00e8 vero che i grandi missionari del XVI secolo erano ancora convinti che chi non \u00e8 battezzato \u00e8 per sempre perduto \u2014 e ci\u00f2 spiega il loro impegno missionario \u2014 nella Chiesa cattolica dopo il concilio Vaticano II tale convinzione \u00e8 stata definitivamente abbandonata. Da ci\u00f2 deriv\u00f2 una doppia profonda crisi. Per un verso ci\u00f2 sembra togliere ogni motivazione a un futuro impegno missionario. Perch\u00e9 mai si dovrebbe cercare di convincere delle persone ad accettare la fede cristiana quando possono salvarsi anche senza di essa? Ma pure per i cristiani emerse una questione: divent\u00f2 incerta e problematica l\u2019obbligatoriet\u00e0 della fede e della sua forma di vita. Se c\u2019\u00e8 chi si pu\u00f2 salvare anche in altre maniere non \u00e8 pi\u00f9 evidente, alla fin fine, perch\u00e9 il cristiano stesso sia legato alle esigenze dalla fede cristiana e alla sua morale. Ma se fede e salvezza non sono pi\u00f9 interdipendenti, anche la fede diventa immotivata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli ultimi tempi sono stati formulati diversi tentativi allo scopo di conciliare la necessit\u00e0 universale della fede cristiana con la possibilit\u00e0 di salvarsi senza di essa. Ne ricordo qui due: innanzitutto la ben nota tesi dei cristiani anonimi di Karl Rahner. In essa si sostiene che l\u2019atto-base essenziale dell\u2019esistenza cristiana, che risulta decisivo in ordine alla salvezza, nella struttura trascendentale della nostra coscienza consiste nell\u2019apertura al tutt\u2019altro, verso l\u2019unit\u00e0 con Dio. La fede cristiana avrebbe fatto emergere alla coscienza ci\u00f2 che \u00e8 strutturale nell\u2019uomo in quanto tale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perci\u00f2 quando l\u2019uomo si accetta nel suo essere essenziale, egli adempie l\u2019essenziale dell\u2019essere cristiano pur senza conoscerlo in modo concettuale. Il cristiano coincide dunque con l\u2019umano e in questo senso \u00e8 cristiano ogni uomo che accetta se stesso anche se egli non lo sa. \u00c8 vero che questa teoria \u00e8 affascinante, ma riduce il cristianesimo stesso a una pura conscia presentazione di ci\u00f2 che l\u2019essere umano \u00e8 in s\u00e9 e quindi trascura il dramma del cambiamento e del rinnovamento che \u00e8 centrale nel cristianesimo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ancor meno accettabile \u00e8 la soluzione proposta dalle teorie pluralistiche della religione, per le quali tutte le religioni, ognuna a suo modo, sarebbero vie di salvezza e in questo senso nei loro effetti devono essere considerate equivalenti. La critica della religione del tipo di quella esercitata dall\u2019Antico Testamento, dal Nuovo Testamento e dalla Chiesa primitiva \u00e8 essenzialmente pi\u00f9 realistica, pi\u00f9 concreta e pi\u00f9 vera nella sua disamina delle varie religioni. Una ricezione cos\u00ec semplicistica non \u00e8 proporzionata alla grandezza della questione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ricordiamo da ultimo soprattutto Henri de Lubac e con lui alcuni altri teologhi che hanno fatto forza sul concetto di sostituzione vicaria. Per essi la proesistenza di Cristo sarebbe espressione della figura fondamentale dell\u2019esistenza cristiana e della Chiesa in quanto tale. \u00c8 vero che cos\u00ec il problema non \u00e8 del tutto risolto, ma a me pare che questa sia in realt\u00e0 l\u2019intuizione essenziale che cos\u00ec tocca l\u2019esistenza del singolo cristiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cristo, in quanto unico, era ed \u00e8 per tutti e i cristiani, che nella grandiosa immagine di Paolo costituiscono il suo corpo in questo mondo, partecipano di tale \u201cessere per\u201d. Cristiani, per cos\u00ec dire, non si \u00e8 per se stessi, bens\u00ec, con Cristo, per gli altri. Ci\u00f2 non significa una specie di biglietto speciale per entrare nella beatitudine eterna, bens\u00ec la vocazione a costruire l\u2019insieme, il tutto. Quello di cui la persona umana ha bisogno in ordine alla salvezza \u00e8 l\u2019intima apertura nei confronti di Dio, l\u2019intima aspettativa e adesione a Lui, e ci\u00f2 viceversa significa che noi assieme al Signore che abbiamo incontrato andiamo verso gli altri e cerchiamo di render loro visibile l\u2019avvento di Dio in Cristo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 possibile spiegare questo \u201cessere per\u201d anche in modo un po\u2019 pi\u00f9 astratto. \u00c8 importante per l\u2019umanit\u00e0 che in essa ci sia verit\u00e0, che questa sia creduta e praticata. Che si soffra per essa. Che si ami. Queste realt\u00e0 penetrano con la loro luce all\u2019interno del mondo in quanto tale e lo sostengono. Io penso che nella presente situazione diventi per noi sempre pi\u00f9 chiaro e comprensibile quello che il Signore dice ad Abramo, che cio\u00e8 dieci giusti sarebbero stati sufficienti a far sopravvivere una citt\u00e0, ma che essa distrugge se stessa se tale piccolo numero non viene raggiunto. \u00c8 chiaro che dobbiamo ulteriormente riflettere sull\u2019intera questione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Agli occhi di molti \u201claici\u201d, segnati dall\u2019ateismo del XIX e XX secolo, Lei ha fatto notare, \u00e8 piuttosto Dio \u2014 se esiste \u2014 che non l\u2019uomo che dovrebbe rispondere delle ingiustizie, della sofferenza degli innocenti, del cinismo del potere al quale si assiste, impotenti, nel mondo e nella storia universale (cfr. \u00abSpe salvi\u00bb, n. 42)&#8230; Nel suo libro \u00abGes\u00f9 di Nazaret\u00bb, lei fa eco a ci\u00f2 che per essi \u2014 e per noi \u2014 \u00e8 uno scandalo: \u00abLa realt\u00e0 dell\u2019ingiustizia, del male, non pu\u00f2 essere semplicemente ignorata, semplicemente messa da parte. Essa deve assolutamente essere superata e vinta. Solamente cos\u00ec c\u2019\u00e8 veramente misericordia\u00bb (\u00abGes\u00f9 di Nazaret\u00bb, III 153, citando 2 Timoteo 2, 13). Il sacramento della confessione \u00e8, e in quale senso, uno dei luoghi nei quali pu\u00f2 avvenire una \u00abriparazione\u00bb del male commesso?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ho gi\u00e0 cercato di esporre nel loro complesso i punti fondamentali relativi a questo problema rispondendo alla terza domanda. Il contrappeso al dominio del male pu\u00f2 consistere in primo luogo solo nell\u2019amore divino-umano di Ges\u00f9 Cristo che \u00e8 sempre pi\u00f9 grande di ogni possibile potenza del male. Ma \u00e8 necessario che noi ci inseriamo in questa risposta che Dio ci d\u00e0 mediante Ges\u00f9 Cristo. Anche se il singolo \u00e8 responsabile per un frammento di male, e quindi \u00e8 complice del suo potere, insieme a Cristo egli pu\u00f2 tuttavia \u00abcompletare ci\u00f2 che ancora manca alle sue sofferenze\u00bb (cfr. <em>Colossesi <\/em>1, 24).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il sacramento della penitenza ha di certo in questo campo un ruolo importante. Esso significa che noi ci lasciamo sempre plasmare e trasformare da Cristo e che passiamo continuamente dalla parte di chi distrugge a quella che salva.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019Osservatore Romano 16 marzo 2016 Intervista al Papa emerito Benedetto XVI di Jacques Servais Pubblichiamo il testo integrale dell\u2019intervista a Benedetto XVI contenuta nel libro Per mezzo della fede. 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