{"id":309,"date":"2005-01-20T18:04:52","date_gmt":"2005-01-20T17:04:52","guid":{"rendered":""},"modified":"2025-07-06T18:16:13","modified_gmt":"2025-07-06T16:16:13","slug":"arcipelago-gulag-in-romania-ci-che-nessuno-aveva-mai-raccontato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/arcipelago-gulag-in-romania-ci-che-nessuno-aveva-mai-raccontato\/","title":{"rendered":"Arcipelago Gulag in Romania: ci&ograve; che nessuno aveva mai raccontato"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-align-center\">Tratto da <strong><a href=\"https:\/\/www.diakonos.be\/category\/settimo-cielo\/italiano\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Settimo Cielo<\/a><\/strong>  blog di Sandro Magister<\/p>\n\n\n\n<p><em>La testimonianza \u00e8 di pochi giorni fa. \u00c8 stata letta in Vaticano da un prete greco-cattolico che \u00e8 stato sedici anni nelle prigioni comuniste. Ai limiti dell\u2019immaginabile<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">di<strong> Sandro Magister<\/strong><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/01\/gulag-Romania.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"316\" height=\"159\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/01\/gulag-Romania.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27879\" style=\"width:446px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/01\/gulag-Romania.jpg 316w, https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/01\/gulag-Romania-300x150.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 316px) 100vw, 316px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p>ROMA &#8211; Due libri, due opposte fortune. Mercoled\u00ec 24 marzo, in un hotel romano di lusso, il portavoce vaticano Joaqu\u00edn Navarro-Valls ha presentato alla stampa di tutto il mondo l\u2019ultimo libro di papa Karol Wojtyla, il racconto autobiografico dei suoi anni di vescovo di Cracovia. Intitolato &#8220;Alzatevi, andiamo&#8221;, edito da Mondadori, tradotto in numerose lingue, il libro ha il successo assicurato. Il suo semplice annuncio ha avuto un\u2019enorme copertura mediatica<\/p>\n\n\n\n<p>Immeritatamente trascurata e clandestina, invece, si prospetta la vita di un altro libro presentato 24 ore prima, marted\u00ec 23 marzo, nella sala stampa vaticana. Il volume ha per titolo: &#8220;Fede e martirio. Le Chiese orientali cattoliche nell\u2019Europa del Novecento&#8221;. Raccoglie gli atti di un convegno di storici tenuto in Vaticano nel 1998 sulle persecuzioni delle Chiese dell\u2019est. \u00c8 stato stampato nel 2003 dall\u2019Editrice Vaticana. Ma nelle librerie \u00e8 praticamente introvabile. Persino lo scaffale virtuale di Amazon.com lo ignora.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure questo \u00e8 un libro decisamente fuori dell\u2019ordinario. E ancor pi\u00f9 lo \u00e8 stata la sua presentazione, anch\u2019essa passata sotto immeritato silenzio. Per capirlo, basta leggere il testo riprodotto qui sotto, letto dal suo autore proprio durante la presentazione del volume, in Vaticano. L\u2019autore \u00e8 un anziano sacerdote della Chiesa greco-cattolica di Romania che ha passato sedici anni nelle prigioni comuniste.<\/p>\n\n\n\n<p>Il racconto della sua prigionia \u00e8 concretissimo e insieme spirituale. Un po\u2019 Solgenitsin, un po\u2019 atti dei martiri. Tra mistero d\u2019iniquit\u00e0 spinto ai limiti dell\u2019immaginabile e Grazia. Con la &#8220;Santa Provvidenza&#8221; che opera per le mani inconsapevoli degli aguzzini. In tempi in cui il martirio \u00e8 parola abusata, applicata anche agli &#8220;shahid&#8221; islamisti che si fanno esplodere per fare strage, questa \u00e8 una testimonianza che aiuta a restituir verit\u00e0. Assolutamente da non perdere<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">______________<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>&#8220;Ma \u00e8 pi\u00f9 grande il Cielo sopra di noi&#8221;<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">di <strong>Tertulian Ioan Langa<\/strong><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/01\/Tertulian-Ioan-Langa.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"205\" height=\"246\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/01\/Tertulian-Ioan-Langa.jpg\" alt=\"Tertulian Ioan Langa\" class=\"wp-image-27880\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Il mio nome \u00e8 Tertulian Langa e della mia vita sono ben 82 gli anni che non ho pi\u00f9. Di questi, 16 regalati alle prigioni comuniste.&nbsp;A 24 anni, nel 1946, ero un giovane assistente alla facolt\u00e0 di filosofia dell\u2019universit\u00e0 di Bucarest. Le truppe russe avevano occupato quasi un terzo della Romania e mi fu intimato, come membro del corpo insegnante, di iscrivermi d\u2019urgenza al sindacato manipolato dal partito comunista, imposto al potere dai blindati sovietici.<\/p>\n\n\n\n<p>Gi\u00e0 allora ero pienamente attestato sul fermo atteggiamento magisteriale che la Chiesa cattolica aveva adottato contro il comunismo, dichiarato male intrinseco. Quindi non c\u2019era posto nella mia coscienza per un compromesso. Rinunciai alla carriera universitaria e mi ritirai in campagna come operaio agricolo; ma non fu sufficiente, poich\u00e9 ero conosciuto, gi\u00e0 alla facolt\u00e0, come militante cattolico e anticomunista. Velocemente fu improvvisato a mio carico un dossier accusatorio; e visto che le accuse si fondavano su fatti che il codice penale dell\u2019epoca ancora non incriminava (rapporti con i vescovi, con la nunziatura, apostolato laico), il mio dossier fu assimilato a quello dei grandi industriali.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo gli interrogatori accompagnati da atroci trattamenti, il procuratore dichiar\u00f2 con perfetta logica comunista: \u00abNel dossier dell\u2019accusato non si trova nessuna prova sulla sua colpevolezza; ma chiediamo ugualmente il massimo della pena: 15 anni di lavori forzati. Poich\u00e9, se non fosse colpevole, non si troverebbe qui\u00bb. Obiettai: \u00abMa non \u00e8 possibile che mi condanniate senza avere nessuna prova!\u00bb. E lui: \u00abNon \u00e8 possibile? Guarda come \u00e8 possibile: 20 anni di lavori forzati per aver protestato contro la giustizia del popolo\u00bb. E questa fu la sentenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 avveniva quando la Chiesa greco-cattolica di Romania ancora non era stata messa fuori legge. Si dava per scontato che il mio arresto e le torture sarebbero riuscite a trasformarmi in uno strumento a favore della futura incriminazione di vescovi e preti della Chiesa greco-cattolica e della nunziatura.<\/p>\n\n\n\n<p>Degli interrogatori e della mia prigionia nei campi di sterminio comunisti riferisco soltanto alcuni momenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono stato arrestato a Blaj, nell\u2019ufficio del vescovo Ioan Suciu, allora amministratore apostolico della metropolia greco-cattolica di Romania e futuro martire. Mi ero presentato a lui, al capo della nostra Chiesa, per chiedere lumi alla Santa Provvidenza, poich\u00e9 il mio padre spirituale, monsignor Vladimir Ghika, altro futuro martire, era all\u2019epoca nascosto. Mi era stata offerta da qualcuno la possibilit\u00e0 di partire per l\u2019estero. Trattandosi di un passo importante, non volevo compierlo senza confrontarlo con la volont\u00e0 di Dio. E la risposta arriv\u00f2: il mio arresto. Capivo che avrei passato la mia vita nelle prigioni create dal regime comunista, ma ero sereno: seguivo il percorso della Santa Provvidenza.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>LA VERGA DI FERRO<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Ricordo il gioved\u00ec santo dell\u2019anno 1948. Da due settimane, ogni giorno, mi percuotevano con un ferro sulla pianta dei piedi, attraverso gli scarponi: dei fulmini mi percorrevano la spina dorsale e mi esplodevano nel cervello, senza per\u00f2 che mi fosse rivolta alcuna domanda. Mi preparavano col ferro per farmi arrivare pi\u00f9 morbido all\u2019interrogatorio. Legato mani e piedi e appeso con la testa in gi\u00f9, i miei carcerieri mi infilavano in bocca un calzino, gi\u00e0 lungamente passato negli scarponi e nella bocca di altri beneficiari dell\u2019umanesimo socialista.<\/p>\n\n\n\n<p>Il calzino era diventato lo strumento antirumore grazie al quale si impediva al suono di oltrepassare il luogo dell\u2019interrogatorio. D\u2019altra parte, era praticamente impossibile emettere un solo gemito. Per di pi\u00f9, mi ero autobloccato psicologicamente: non ero pi\u00f9 capace di gridare o di muovermi. I miei torturatori interpretavano questo atteggiamento come fanatismo da parte mia. E continuavano sempre pi\u00f9 accaniti, alternandosi nel torturarmi.Notte dopo notte, giorno dopo giorno.<\/p>\n\n\n\n<p>Non mi domandavano nulla, poich\u00e9 non era la risposta ci\u00f2 che li interessava, ma l\u2019annientamento della persona, fatto che tardava ad avverarsi. E come si prolungava lo sforzo di annientare la mia volont\u00e0, di ottenebrare il mio pensiero, si prolungava indefinitamente la tortura. Gli scarponi maciullati mi caddero dai piedi, pezzo dopo pezzo.<\/p>\n\n\n\n<p>In quella notte del gioved\u00ec santo, in una chiesa vicina, si celebrava l\u2019ufficio liturgico, accompagnato come da un pianto di campane spaventate. Trasalii. Ges\u00f9 avr\u00e0 sentito il mio grido soffocato, quando, non so come, urlai da quell\u2019inferno: &#8220;Ges\u00f9! Ges\u00f9!&#8221;. Fuoruscito attraverso il calzino, il mio grido non fu compreso dagli aguzzini. Trattandosi del primo suono che udivano da me, si dichiararono contenti, sicuri d\u2019avermi piegato.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi trascinarono con la coperta fino alla cella, dove svenni. Al mio risveglio, davanti a me stava l\u2019inquisitore, con in mano una risma di carta: \u00abTi sei ostinato, bandito, ma non uscirai di qui finch\u00e9 non avrai tirato fuori tutto ci\u00f2 che tieni nascosto dentro. Hai 500 fogli. Scrivi tutto ci\u00f2 che hai vissuto: tutto su tua madre, su tuo padre, sulle sorelle, i fratelli, i cognati, i parenti, i compagni, i conoscenti, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiosi, i politici, i professori, i vicini e i banditi come te. Non ti fermare finch\u00e9 non avrai finito la carta\u00bb. Ma non scrissi nulla. Non per chiss\u00e0 quale fanatismo, ma perch\u00e9 non ne avevo la forza: anche la mente mi sembrava svuotata.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>LA LUPA<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Dopo quattro giorni, lo stesso individuo: \u00abHai finito di scrivere?\u00bb. Vedendo che i fogli non erano stati toccati, disse: \u00abSe cos\u00ec stanno le cose, spogliati! Ti voglio vedere come Adamo nel paradiso\u00bb. Passarono cos\u00ec altri giorni, vissuti a pelle nuda sul pavimento: conforto tipico del socialismo umano.<\/p>\n\n\n\n<p>Un altro individuo mi si present\u00f2 dopo un po\u2019 di tempo davanti alla porta: \u00abVediamo, cosa c\u2019\u00e8 allora sulla carta? Nulla? Sempre ostinato! Guarda che abbiamo anche altri metodi\u00bb. Dopo di che usc\u00ec. Ritorn\u00f2 accompagnato da un cane lupo enorme, con le zanne minacciose, in vista. \u00abLa vedi? \u00c8 Diana, la cagna eroina, alla quale hanno sparato i tuoi banditi sulle montagne. Ti insegner\u00e0 lei cosa devi fare. Comincia a correre!\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>E io: \u00abCome a correre? In una stanza di soli tre metri?\u00bb. Nella stanza c\u2019era anche una lampadina di 300 watt, troppo per una stanza di soli tre metri per due, fissata non in alto ma sul muro, a livello del viso. \u00abCorri!\u00bb. La lupa, ringhiando, stava pronta ad attaccare. Corsi per sei, sette ore, ma di ci\u00f2 mi resi conto soltanto verso l\u2019alba, vedendo la luce farsi strada nella cella e sentendo movimenti nell\u2019edificio. Ogni tanto quel tale faceva uscire la lupa per i bisogni.<\/p>\n\n\n\n<p>A me non era concesso. Quando cominciai a perdere l\u2019equilibrio e accennavo a fermarmi, la lupa vigilante, come a un comando, mi ficcava le sue zanne nella spalla, nella nuca e nel braccio.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho corso sotto i suoi occhi e le sue zanne per 39 ore senza interruzione. Alla fine crollai e la lupa si lanci\u00f2 su di me. Mi azzann\u00f2 al collo, senza per\u00f2 strozzarmi. Sulla fronte e sugli occhi sentii scorrere qualcosa di caldo e bruciante, capii che la bestia mi orinava sul viso. Ed \u00e8 dalle parole dei miei carnefici che seppi d\u2019aver corso per 39 ore. \u00abQuesto lo possiamo mandare alla maratona di Rio! Che resistenza, la bestia fascista!\u00bb. Ma vedendo che nemmeno la maratona era riuscita a convincermi a rilasciare una dichiarazione sui vescovi e la nunziatura, o su qualche compagno ricercato, ritennero utile passare a un altro metodo di convincimento: il sacchetto di sabbia.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>IL SACCHETTO DI SABBIA<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Il giorno dopo, in un ufficio, mi legarono mani e piedi a una sedia, davanti a un tavolo con un sacchetto sopra. Dietro di me c\u2019era un aguzzino impalato e muto. A una scrivania, nell\u2019angolo, un individuo calvo con una barbetta da caprone, che voleva rassomigliare a Lenin. Muto anche lui, fece un segno muovendo la testa. Il mio boia cap\u00ec il comando. Impugn\u00f2 il sacchetto e me lo picchi\u00f2 in testa con ritmo, accompagnando ogni colpo con la parola: \u00abParla!\u00bb. Decine di volte, centinaia di volte, non so, magari migliaia: \u00abParla!\u00bb. Ma nessuno mi chiedeva alcunch\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p>Soltanto una voce cavernosa, monotona, mi ficcava nel cervello l\u2019idea imperativa di dire, di rispondere a ogni domanda sottoposta alla mia coscienza dall\u2019organo inquisitore. Non mi fu difficile decifrare la satanica idea di voler sottomettere la mia volont\u00e0. Dopo circa venti colpi, cominciai ad applicare il principio morale &#8220;age contra&#8221;, fa il contrario, dicendo tra me ad ogni colpo: \u00abNon parlo!\u00bb. Decine di volte, centinaia di volte. Con l\u2019autosuggestione avevo impiantato in me lo stereotipo \u00abNon parlo!\u00bb, col rischio di diventare io stesso schiavo di quell\u2019unico modo di esprimermi. In effetti fu cos\u00ec: da allora in poi, automaticamente, a ogni domanda che mi veniva rivolta, non importa su quale argomento, io rispondevo: \u00abNon parlo!\u00bb. Mi ci volle un anno intero di sforzi mentali per liberarmi da questo sinistro riflesso automatico.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>VENTOTTO CENTIMETRI<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Come soggetto privo di valore e interesse negli interrogatori, fui trasferito nella prigione sotterranea della zona paludosa di Jilava, a 8 metri sotto terra, che era stata costruita un tempo a difesa della capitale, ma era allora completamente inutilizzabile a causa delle forti infiltrazioni d\u2019acqua. Nulla e nessuno vi resisteva tranne l\u2019uomo, il pi\u00f9 alto tesoro del materialismo storico.<\/p>\n\n\n\n<p>Nelle celle di Jilava, i poveri uomini facevano l\u2019esperienza delle sardine: per\u00f2 non nell\u2019olio, ma nel succo proprio, fatto di sudori, di orine e di acque di infiltrazione, che scorrevano senza sosta sui muri. Lo spazio era sfruttato nel modo pi\u00f9 scientifico: due metri di lunghezza e ventotto centimetri di larghezza per ciascuna persona stesa a terra, sul fianco. Alcuni, i pi\u00f9 anziani, stavano stesi su tavole di legno, senza lenzuola o coperte. A contatto col legno erano l\u2019osso omerale e la parte esterna del ginocchio e della caviglia.<\/p>\n\n\n\n<p>Stavamo sulla punta delle ossa, per occupare uno spazio minimo. La mano non poteva appoggiarsi che sull\u2019anca o sulla spalla del vicino. Non resistevamo cos\u00ec pi\u00f9 di mezz\u2019ora; poi tutti, al comando, poich\u00e9 non era possibile separatamente e uno dopo l\u2019altro, ci voltavamo sull\u2019altro fianco. La catasta di corpi stipati, cos\u00ec disposti, aveva due livelli, come in un letto a castello. Ma al di sotto di questi c\u2019era un terzo livello, dove i detenuti giacevano direttamente sul cemento.<\/p>\n\n\n\n<p>Sul cemento i vapori di condensa del respiro dei settanta uomini, assieme alle acque di infiltrazione e all\u2019orina che fuorusciva dalle latrine, formavano una miscela viscosa in cui nuotavano i malcapitati. Al centro della cella-tomba di Jilava troneggiava un recipiente metallico, di circa settanta-ottanta litri, per l\u2019orina e le feci di settanta uomini. Non aveva coperchio e l\u2019odore e il liquido traboccavano abbondantemente. Per raggiungerlo, dovevi passare per il &#8220;filtro&#8221;, vale a dire per un controllo severo applicato a pelle nuda, controllo nel quale veniva sottoposto ad esame l\u2019intero organismo e ogni suo orifizio.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>IL &#8220;FILTRO&#8221;<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Con una bacchetta di legno ci raspavano in bocca, sotto la lingua e le gengive, nel caso in cui noi banditi avessimo l\u00ec nascosto qualcosa. La stessa bacchetta ci perforava le narici, le orecchie, l\u2019ano, sotto i testicoli, rimanendo sempre la stessa, rigorosamente la stessa per tutti, come segno d\u2019egualitarismo. Le finestre di Jilava non erano fatte per dare luce, ma per ostacolarla, poich\u00e9 tutte erano accuratamente chiuse da tavole di legno inchiodate. La mancanza d\u2019aria era tale che per respirare, tre per volta, ci avvicendavamo a turni, pancia in gi\u00f9, con la bocca accanto allo spiraglio della porta, posizione in cui contavamo sessanta respiri, affinch\u00e9 poi anche altri compagni potessero riprendersi dallo svenimento e dalla carenza d\u2019ossigeno.<\/p>\n\n\n\n<p>Contribuivamo cos\u00ec, a nostro modo, all\u2019edificazione del pi\u00f9 umano sistema del mondo. Sapevano queste cose Churchill e Roosevelt, quando, con un colpo di penna, sul tavolo della vergogna di Teheran, stabilirono che noi rumeni dovessimo finire macinati dalle fauci del Moloch orientale rosso e facessimo da cordone di sicurezza per la loro comodit\u00e0? E la Santa Sede poteva forse immaginare qualcosa?<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>NUDI NEL GELO<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Da Jilava, dopo lunghi anni di profanazioni umane, fummo trasferiti, catene ai piedi, al carcere di massimo isolamento, chiamato Zarka, padiglione del terrore della prigione di Aiud. L\u2019accoglienza si svolse secondo lo stesso rituale sinistro, diabolico, di profanazione dell\u2019uomo creato dall\u2019amore di Dio. La stessa raspatura, gli stessi stivali tremendi che ci si ficcavano nelle costole, nella pancia e nei reni. Nonostante ci\u00f2, notammo una differenza: non eravamo pi\u00f9 sottoposti al regime di conserva in orine, sudori, condensa e carenza d\u2019ossigeno, ma fummo sottoposti a una intensa cura di ossigenazione a pelle nuda e nel gelo, bandito dopo bandito (da intendere ministri, generali, professori universitari, scienziati, poeti) compreso me, che non ero nulla tranne che un \u00abNon parlo!\u00bb gigante, una ferma e umile fiducia nella Grazia che mi avrebbe fatto superare la prova.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutti dovevamo sparire, come nemici del popolo. Altrimenti, come avrebbe potuto farsi avanti il tanto proclamato \u00abUomo nuovo sovietico\u00bb? La cella in cui ero stato introdotto non conteneva nulla: n\u00e9 letto, n\u00e9 coperta, n\u00e9 lenzuolo, n\u00e9 cuscino, n\u00e9 tavolo, n\u00e9 sedia, n\u00e9 stuoia e nemmeno finestre. Soltanto sbarre di acciaio e io, come tutti gli altri, da solo nella cella: mi meravigliavo di me stesso, vestito con la sola pelle e coperto dal freddo.<\/p>\n\n\n\n<p>Era la fine di novembre. Il freddo si faceva sempre pi\u00f9 penetrante, come uno scomodo compagno di cella. Dopo circa tre giorni, dalla porta violentemente sbattuta mi furono gettati dei pantaloni logori, una camicia con maniche corte, mutande, una divisa a strisce e un paio di scarponi consumati, senza lacci, senza calzini. Nulla da mettere in testa. E in pi\u00f9 una specie di latrina, un misero recipiente di circa quattro litri. Mi vestii come un razzo. Congelati, il quarto giorno ci contarono. Al posto del nome mi diedero un numero: K-1700, l\u2019anno in cui la Chiesa della Transilvania si riun\u00ec con Roma. All\u2019anagrafe, ero gi\u00e0 ucciso. Sopravvivevo solo come numero statistico.<\/p>\n\n\n\n<p>Arriv\u00f2 poi il brodo, servito con un mestolo da 125 grammi: un fluido allungato prodotto dalla bollitura di farina di mais. Come pranzo ci fu distribuita una minestra di fagioli, nella quale potei contare all\u2019incirca otto, nove chicchi, con parecchie bucce vuote, senza contenuto. Per la cena, ci portarono del te con una crosta di pane bruciato. Dopo una settimana, i fagioli furono sostituiti da un passato di crusche, nel quale contai quattordici chicchi. Di tanto in tanto, i fagioli si alternavano con il passato di crusche. Vivevamo con meno di quanto si d\u00e0 a una gallina.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>CAMMINARE O MORIRE<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Per sopravvivere al freddo, eravamo costretti a muoverci continuamente, a far ginnastica. Nel momento in cui cadevamo stremati dalla stanchezza e dalla fame, precipitavamo nel sonno; un sonno brevissimo, giacch\u00e9 il freddo era tagliente. Da un tale sonno mi svegli\u00f2 un giorno una voce proveniente dall\u2019altra parte del muro: \u00abQui professor Tomescu. Chi sei ?\u00bb. Era un ex ministro della sanit\u00e0 che, udito il mio nome, cos\u00ec prosegu\u00ec: \u00abHo sentito parlare di te. Ascoltami attentamente: siamo stati portati qui per essere sterminati. Non collaboreremo mai con loro. Ma chi non cammina muore, e quindi diventa un collaboratore. Trasmettilo agli altri: chi si ferma, muore. Camminare senza sosta!. Il padiglione, immerso nel silenzio lugubre della morte, risuonava sotto i nostri scarponi senza lacci.<\/p>\n\n\n\n<p>Eravamo animati dalla misteriosa volont\u00e0 di un popolo di rimanere nella storia e dalla vocazione della Chiesa di restare viva. Ci fermavamo dal camminare solamente intorno alle 12,30, per una mezz\u2019ora, quando il sole si fermava avaro per noi nell\u2019angolo della stanza. L\u00e0, rannicchiato col sole sul viso, rubavo un fiocco di sonno e un raggio di speranza. Quando il sole mi abbandonava anche lui, sentivo per\u00f2 di non essere abbandonato dalla Grazia. Sapevo di dover sopravvivere. Camminavo, dicendomi come in un ritornello, sillabando: \u00abNon voglio morire! Non voglio morire!\u00bb. E non sono morto! A ogni passo cadenzavo nella mente una preghiera, componevo litanie, recitavo versetti di salmi.<\/p>\n\n\n\n<p>Continuammo a camminare cos\u00ec, per non inciampare nella morte, diciassette settimane. Chi non aveva pi\u00f9 la forza o la volont\u00e0 di muoversi, moriva. Degli 80 uomini entrati nella Zarka, appena 30 sopravvissero. La sbarre di ferro, piano piano, si rivestivano di brina, formatasi dagli aliti di vita del nostro respiro, brillante abito di passaggio verso il cielo.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading has-text-align-center\"><strong>MA TUTTO \u00c8 GRAZIA<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Credetti fortemente, pi\u00f9 volte, che sarei arrivato fino ai margini della notte. Ma avevo ancora una lunga strada da percorrere. Arrivato poi, anni dopo, in ci\u00f2 che immaginavo dovesse essere la libert\u00e0, costatai che non era in realt\u00e0 che un nuovo modo di essere della notte, che il gelo tra la Chiesa greco-cattolica e la gerarchia della Chiesa sorella ortodossa non si lasciava sciogliere ancora; che le nostre chiese continuavano ad essere confiscate, e il gregge diminuiva sempre di pi\u00f9, ucciso dalle promesse. Ma anche Cristo Signore ha vinto soltanto quando ha potuto pronunciare con l\u2019ultimo respiro: \u00abConsummatum est\u00bb, tutto \u00e8 compiuto.<\/p>\n\n\n\n<p>Non ho scritto molto di queste mie drammatiche esperienze. Chi pu\u00f2 credere a ci\u00f2 che sembra incredibile? Chi pu\u00f2 credere che le leggi fisiche possono essere superate dalla volont\u00e0? E se dovessi raccontare i miracoli che ho vissuto? Non sarebbero considerati delle fantasmagorie? Sopporterei pi\u00f9 difficilmente questa incredulit\u00e0 che non altri anni di prigione. Ma nemmeno Ges\u00f9 \u00e8 stato creduto da tutti coloro che l\u2019hanno visto: \u00abDa allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano pi\u00f9 con lui\u00bb (Gv 6,66).<\/p>\n\n\n\n<p>Nulla avviene per caso nella vita. Ogni attimo che il Signore ci concede \u00e8 gravido della Grazia &#8211; impazienza benevola di Dio &#8211; e della nostra volont\u00e0 di rispondergli o di rifiutarlo. Spetta a ciascuno di noi non ridurre tutto a un semplice racconto duro, feroce, incredibile, e capire invece che la Grazia accolta non frena l\u2019uomo, ma lo porta oltre le sue aspettative e forze.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa testimonianza spero di cuore che apra una finestra di Cielo. Perch\u00e9 \u00e8 pi\u00f9 grande il Cielo sopra di noi che non la terra sotto i nostri piedi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tratto da Settimo Cielo blog di Sandro Magister La testimonianza \u00e8 di pochi giorni fa. \u00c8 stata letta in Vaticano da un prete greco-cattolico che \u00e8 stato sedici anni nelle prigioni comuniste. Ai limiti dell\u2019immaginabile di Sandro Magister<\/p><p><a class=\"more-link btn\" href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/arcipelago-gulag-in-romania-ci-che-nessuno-aveva-mai-raccontato\/\">Continua a leggere<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":27879,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[32,44,27],"tags":[547,1392],"class_list":["post-309","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-filosofia-del-comunismo","category-cristiani-perseguitati","category-socialismo-e-comunismo","tag-romania","tag-sacerdoti","item-wrap"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.5 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Arcipelago Gulag in Romania: ci&ograve; che nessuno aveva mai raccontato - Rassegna Stampa Cattolica<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Arcipelago Gulag in Romania: ci\u00f2 che nessuno aveva mai raccontato. 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