{"id":2655,"date":"2009-02-26T12:31:34","date_gmt":"2009-02-26T11:31:34","guid":{"rendered":""},"modified":"2015-01-27T12:05:59","modified_gmt":"2015-01-27T11:05:59","slug":"la-fine-dello-stato-veneziano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/la-fine-dello-stato-veneziano\/","title":{"rendered":"La fine dello Stato veneziano"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><strong><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2009\/02\/leone_S_Marco.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-17809\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2009\/02\/leone_S_Marco.jpg\" alt=\"leone_S_Marco\" width=\"250\" height=\"185\" \/><\/a>Studi Cattolici<\/strong> n.555 maggio 2007<\/div>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Gennaro Incarnato<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I fatti sono inconfutabili. Facciamo parlare un grande storico francese, certo non sospetto di simpatie per l&#8217;Antico Regime n\u00e9 imputabile, per ovvi motivi, di revisionismo, abile paravento a ideologie tradizionaliste, conservatrici, neoborboniche oggi in qualche maniera di moda. \u00abTocc\u00f2 all&#8217;armata francese sostenere il ruolo di provocatrice in tutto questo rivoltante affare della spartizione della Serenissima\u00bb. Cos\u00ec Jacques Godechot, <em>La grande nazione. L&#8217;espansione rivoluzionaria della Francia nel mondo, 1789-1799<\/em> (Laterza, Bari 1962, pp. 248-249).<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Eppure, trascorso giusto mezzo secolo dall&#8217;edizione originale di questo lavoro apparso in Francia nel 1956, i termini del problema restano invariati. \u00c8 il contrasto tra etica e politica; ne sottintende in realt\u00e0 altri ancora pi\u00f9 profondi, di cui si dovr\u00e0 discutere nella presentazione della recente fatica di Francesco Mario Agnoli, dedicata al tramonto della Repubblica di San Marco (<em>Napoleone e la fine di Venezia<\/em>, II Cerchio, Rimini 2006, pp. 212, euro 16,00).<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Meritoria, chiara nell&#8217;esposizione, coraggiosamente e umanamente partecipe, essa si innesta in un dibattito ancora vivo e attualissimo. Come scrive l&#8217;autore nella presentazione, prima di passare a una minuziosa, precisa, appassionata esposizione dei fatti, il lavoro corrisponde \u00aball&#8217;esigenza, vi-vissima tuttora nella coscienza popolare, ma oggi non sempre soddisfatta dalle scelte politiche dei legislatori e dai tecnicismi delle aule di giustizia, che il giudizio coincida con condivisi princ\u00ecpi morali\u00bb (p. 15).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 il giudizio della storia, quello al quale si riferisce Agnoli, ci\u00f2 che gli viene contestato in nome di una pretesa e durissima a morire \u00absecolarizzazione della politica\u00bb. La politica, riduttivamente e meschinamente conclusa nella cosiddetta \u00abarte del possibile\u00bb, giustifica tutto. Anche il sacrificio degli inermi, dei pi\u00f9 deboli e dei civili. A essa si opporrebbe il famoso \u00abspirito del mondo a cavallo\u00bb. \u00c8 il progresso civile, economico e sociale regalateci dalla immortale Rivoluzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Giovane, ma gi\u00e0 guasto<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">II cavallo sarebbe stato quello del giovane Napoleone. Giovane d&#8217;et\u00e0 era nel 1796\/97, ma gi\u00e0 vecchio e profondamente guasto nello spirito. Facciamo parlare un altro grande storico della Rivoluzione e dell&#8217;Impero: \u00e8 Georges Lefebvre, che dedic\u00f2 la vita allo studio delle cause, degli svolgimenti e degli esiti del processo rivoluzionario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ecco la Francia consegnata alla storia e a Napoleone, una conferma di quanto egli fosse gi\u00e0 vecchio nell&#8217;animo dopo un decennio di drammatici eventi: \u00abAl governo, ex nobili come Barras e Talleyrand, concussionari riconosciuti ed esperti in tradimenti, ostentavano a tale riguardo &#8211; cio\u00e8 dei sentimenti e della nuova cultura, quella del Romanticismo non priva anch&#8217;essa di pericolose deviazioni &#8211; un cinico disprezzo. Il bel mondo che frequentava i salotti alla moda, quelli di madame Tallien, di madame Hamelin o di madame R\u00e9camier, non pensava che ai piaceri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fatto pi\u00f9 grave: la giovent\u00f9, cresciuta in mezzo ai torbidi, non sapeva granch\u00e9 e non se ne affliggeva; per nulla idealisti, i giovani non pensavano che a far carriera; la guerra ne offriva il modo e bastava aver coraggio. Ma codesti realisti, se lasciavano fare a Bonaparte finch\u00e9 fu vittorioso, non desideravano affatto il ritorno all&#8217;Antico Regime: indifferenti alle idee, essi accettavano il fatto compiuto, ossia l&#8217;opera della Rivoluzione, secondo il maggiore o minore utile che ne ricavavano\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec il grande e certamente disilluso Georges Lefebvre (cfr <em>Napoleone<\/em>, Laterza, Bari 1960,p. 25). Si badi bene, l&#8217;opera era apparsa in Francia nel 1935. In quel medesimo torno di tempo erano state pubblicate le altre opere fondamentali dello studioso. Eppure, a distanza di tanti anni, le posizioni restano le stesse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La \u00absecolarizzazione della politica\u00bb reclama con arroganza le sue ragioni. Un&#8217;altra guerra mondiale non \u00e8 bastata. N\u00e9 sembra sia bastato il crollo dei muri e delle ideologie. Peggio ancora. Sembra che i valori \u00ablaici\u00bb e \u00absecolari\u00bb dominanti riabilitino quel mondo emerso sul finire della Rivoluzione, al quale Lefebvre, nei durissi-mi anni Trenta del XX secolo, aveva dedicato il suo lacerante e lacerato giudizio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con educazione, con garbo, con infinita pazienza aggiungerei, Agnoli, da magistrato consapevole dei vincoli ai quali il giurista \u00e8 sottoposto dalla rigida gabbia del diritto codificato, ha ascoltato le ragioni dei difensori della machiavellica \u00absecolarit\u00e0 della politica\u00bb. \u00c8 questa una lettura quasi certamente distorta dello stesso Machiavelli. Agnoli ha tuttavia rivendicato le ragioni superiori della morale, che non \u00e8 mai astratta come suppongono i cosiddetti realisti, e ha con rigore, come si diceva, ricostruito i fatti; in particolare le numerose, calcolate, ciniche provocazioni che portarono alla caduta della Serenissima Repubblica di Venezia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Era lo scontro tra due mondi, uno civilissimo al suo splendido tramonto e quindi logoro; l&#8217;altro quello cinico, spietato, giovanilmente arrogante, emerso dal dramma della Rivoluzione. Venezia e Napoleone. Venezia e il Direttorio. Anche per\u00f2 (il che Agnoli nella sua solida, mirata requisitoria contro i francesi mette in minor rilievo), Venezia e l&#8217;Austria. Un&#8217;alleanza tra Francia e Asburgo ai danni di Venezia non era certo cosa nuova.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il mondo dell&#8217;Antico Regime aveva covato in s\u00e9, da secoli, i sotterfugi, le doppiezze, le piccole astuzie propagandate dai soliti sapientoni laici come il senno e il succo della \u00abscienza politica\u00bb. La macchina poliziesca, il terrorismo di Stato non erano una novit\u00e0 della Rivoluzione. Questa aveva solo imposto un&#8217;accelerazione e una crescita, coinvolgendo nella lotta ceti nuovi e pi\u00f9 numerosi, da lunghi anni in attesa del loro momento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ai tempi di Luigi XII e del suo ministro Georges d&#8217;Amboise, pi\u00f9 noto come il \u00abcardinale di Roano\u00bb, si era giunti a un accordo con l&#8217;imperatore Massimiliano d&#8217;Austria. Allora, siamo nel 1509, Venezia era una potenza viva e nel pieno delle sue forze. \u00c8 una differenza di non poco conto rispetto alla spenta, guardinga politica di neutralit\u00e0 disarmata osservata ai tempi dell&#8217;ultimo doge, Ludovico Manin. \u00c8 proprio vero: di raffinata civilt\u00e0 si pu\u00f2 anche morire. Tutto ci\u00f2 \u00e8 messo nel dovuto risalto dal lavoro di Agnoli, senza cadere in nostalgici rimpianti. \u00c8, questa, una forma di stanco lamento dalla quale l&#8217;autore \u00e8 esente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Un esercito di sradicati<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli avidi francesi, entrati nel territorio della Serenissima per inseguire le truppe austriache di Wurmser sfruttando ai loro fini un accordo di utilizzo di una sorta di corridoio che permetteva alle truppe austriache di transitare in territorio veneto, erano e agivano fin dall&#8217;inizio come degli arricchiti penetrati nella casa di una vecchia famiglia patrizia in decadenza per portarne via, a basso o nullo costo, i preziosi e la mobilia di pregio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Napoleone possedeva uno strumento con cui avrebbero dovuto fare presto i conti anche i suoi impreparati, velleitari, quasi sempre altrettanto avidi, sostenitori italiani: \u00abTutti questi soldati francesi, con una certa ladra furtiva guardatura guardano dietro ad alcuni e alle botteghe, che sembra segnino fra s\u00e9 stessi, persone e luoghi\u00bb. \u00c8 un cronista del tempo opportunamente citato da Agnoli. Era l&#8217;esercito, l\u2019<em>Arm\u00e9e<\/em>, come orgogliosamente dicono i francesi. Non c&#8217;era per\u00f2 tanto da trame vanto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lasciamo di nuovo la parola allo storico Lefebvre, non sospetto di simpatie conservatrici o reazionarie. I soldati, egli dice, erano ormai diventati un esercito di mestiere, di sradicati; \u00aberano restati sotto le armi perch\u00e9 amavano la guerra e le avventure o perch\u00e9, lasciato il reggimento, non avrebbero saputo pi\u00f9 che cosa fare\u00bb (1).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quegli stessi uomini, al termine della prima fase dell&#8217;avventura napoleonica, sarebbero stati gli strumenti per il colpo di Stato di Fruttidoro (4 settembre 1797). Esso fu favorito dal mutato spirito animatore dell&#8217;esercito. Era, \u00e8 ancora Lefebvre a notarlo, avvenuto il cosiddetto \u00abamalgama\u00bb tra volontari, in parte ancora legati agli ideali della Rivoluzione, e soldati di leva fedeli ormai solo ai loro generali. Lontani dalla patria, erano legati solo alla fortuna dei capi. Con questo strumento la provocazione di Verona, l&#8217;ultima di una numerosa serie gi\u00e0 in passato studiata da Agnoli, non poteva non riuscire pienamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C&#8217;\u00e8 un aspetto non evidenziato in questa occasione dall&#8217;autore. \u00c8 bene ricordarlo. \u00c8 la cooperazione tra il soldataccio Augereau (sbolliti gli ardori\u00a0 giovanili sarebbe poi diventato il \u00abbuon maresciallo\u00bb) e Charles Killmaine, il regista dell&#8217;operazione, \u00abun cavalleggero mancato, ma ladro di talento\u00bb con ottimi addentellati politici a Parigi: \u00abAl suo arrivo la situazione si era ormai normalizzata, ma egli rinfocol\u00f2 subito la guerra civile tra i nuovi sudditi, pretendendo dagli abitanti il versamento di un&#8217;ingente somma a titolo di risarcimento per le perdite subite dai francesi. La situazione degener\u00f2; Augereau fu accusato di peculato nell&#8217;amministrazione della giustizia e si mise in gara come predatore con il generale Killmaine\u00bb (2).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Augereau non era affatto istruito; incapace di comprendere il valore di un&#8217;opera d&#8217;arte, riempiva i suoi carri di cornici d&#8217;oro e di gioielli. Cos\u00ec fece la soldataglia francese, allora e in seguito, scavandosi da sola la fossa nella ritirata rallentata dal peso del bottino (3). Qui, per\u00f2, Augereau ci interessa per un aspetto legato alla caduta definitiva di Venezia e non sottolineato da Agnoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo il colpo di Fruttidoro, il Direttorio si sbarazz\u00f2 dell&#8217;ingombrante e rapace Augereau ponendolo al comando dell&#8217;Armata del Reno, ove si dedic\u00f2 pi\u00f9 alla spoliazione dei conventi che alle operazioni militari. Messo al corrente della cosa, Napoleone si scoraggi\u00f2. Ritenendolo incapace di condurre un&#8217;azione vigorosa contro l&#8217;Austria, il Corso cominci\u00f2 a temere: \u00abAllora tutte le forze austriache mi piomberanno addosso\u00bb (4).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutto conferma l&#8217;accorta analisi di Agnoli. La situazione era sfuggita di mano al Direttorio. Napoleone comprendeva, per\u00f2, la voglia di rifarsi dei politici di Parigi. Aveva anche perfetta consapevolezza del carattere solo apparente del suo successo. Si era spinto troppo avanti in un territorio fedele all&#8217;Austria e in cui i suoi affamati e stanchi soldati avevano poco da razziare. Temendo di essere preceduto dal Direttorio affrett\u00f2 le trattative di Campoformido.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venezia fu sacrificata per un trattato che era solo una tregua e conteneva in s\u00e9 il germe di tutte le guerre future, cosa compresa subito dai cinici uomini del Direttorio. Tutti o quasi si erano formati durante il non rimpianto Antico Regime, conoscevano i trucchi e le riserve della diplomazia meglio dell&#8217;ambizioso generale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altri due aspetti studiati da Agnoli vanno sottolineati. Il primo concerne l\u2019<em>animus<\/em>, i fini e la consistenza dell&#8217;azione dei fiancheggiatori italiani dei francesi. Disprezzati, spesso umiliati anche pubblicamente, dai francesi essi avevano le loro radici (non salde n\u00e9 profondamente radicate) nel cosiddetto riformismo del 700, in special modo nella massoneria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con queste premesse \u00e8 naturale che agli attenti agenti del governo veneto venisse facile denunciare al doge: \u00abNei nobili, nel militare vi sono dei frammassoni, vi sono chi serv\u00ec, serve e servir\u00e0 i francesi\u00bb. Sapevano, e non era necessaria lunga indagine per apprenderlo, che \u00abtutta la forza dei francesi consiste nella base dei loro princ\u00ecpi, cio\u00e8 nei Franchi Muratori; di questi se ne trovano in tutte le citt\u00e0, e fatalmente nei gabinetti, nella truppa e quasi in ogni ceto di qualche educazione; essi facilitano le aderenze, il Maneggio, il Tradimento\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Nobili, militari &amp; massoni<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Agnoli riporta questi documenti. Accortamente ne aggiunge un altro estremamente illuminante e non contraddetto dalla storiografia ufficiale, mai sospetta di un minimo di comprensione per le ragioni dei vinti. \u00abFra gli abitanti della Terra Ferma che hanno preso gusto al regime dei francesi si trovano molti grandi proprietari terrieri, ricchissimi, alcuni anche titolati\u00bb.I documenti riportati dall&#8217;attento Agnoli sono confermati da storici recenti e certo non sospettabili, per la stessa tribuna sulla quale sono apparsi i loro scritti, di revisionismo ostile ai giacobini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pi\u00f9 difficile riesce all&#8217;autore il districarsi nella complicata \u00abnomenclatura\u00bb della diplomazia del Regno di Napoli. Qui, per citare un caso in cui si \u00e8 imbattuto Agnoli, sono presenti al tempo stesso un Alvaro Ruffo, ministro a Parigi, e un Fabrizio Ruffo principe di Castelcicala a Napoli, e tuttavia profondamente e direttamente invischiato nella politica estera e nelle faccende di Parigi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Filippo Ronchi, non citato dall&#8217;autore, scrive sulla schieratissima <em>Rassegna storica del Risorgimento<\/em>, organo dell&#8217;Istituto per la storia del Risorgimento italiano domiciliato <em>et pour cause<\/em> al Vittoriano, confermando in pieno il giudizio e soprattutto la documentazione portata da Agnoli anche sulla scorta del datato ma preciso \u00abpioniere\u00bb Carlo Zaghi anch&#8217;egli, si badi bene, e non sospetto di simpatie per l&#8217;Antico Regime: \u00abLa passione antitirannica &#8211; dei nobili\/proprietari terrieri \u2014 nella rielaborazione compiuta dai giovani di questa parte della nobilt\u00e0 locale, in opposizione al dominio\u00a0 veneziano non intende intaccare, per\u00f2, i rapporti sociali, di predominio sulle classi subalterne\u00bb (5).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venezia, umana con gli umili che le erano devoti, non piaceva al notabilato di Brescia e delle altre citt\u00e0 della Terra Ferma. Gli\u00a0 oligarchi di Brescia, Bergamo, Crema avevano un solo sogno, scalzare il controllo della Serenissima e della sua ormai decrepita oligarchia lagunare. Questa, a sua volta, si era trasformata in una classe di proprietari terrieri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una scelta, a dire il vero, non proprio infelice. La famiglia Manin, dalla quale proveniva l&#8217;ultimo doge, quel Ludovico Manin dal \u00ab<em>cor piccinin<\/em>\u00bb come argutamente lo defin\u00ec il popolo veneziano, era l&#8217;espressione del patriziato friulano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella splendida villa di Passariano furono in realt\u00e0 condotte le trattative di Campoformido. Era la dimora di campagna dell\u2019ultimo doge. La Repubblica veneta cadde. Come riferisce Agnoli in sostanza si suicid\u00f2. Non vi fu resistenza vera sulla Terra Ferma; la flotta, ancora potente, non oppose resistenza nella laguna. Napoleone, apparentemente vincitore, trasse il suo primo grande bottino politico. Non fu certo un\u2019impresa gloriosa. La migliore storiografia francese lo ammette con un senso dichiarato di vergogna. Pure la storiografia italiana resta ancorata al vecchio giudizio di Goethe. A detta di questi Napoleone \u00ab<em>ce fut la R\u00e9volution consomm\u00e9e dans qu &#8216;elle avait de raisonnable, de l\u00e9gitime, d\u2019Europ\u00e9en<\/em>\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 valido questo giudizio? Nell&#8217;ultimo e pi\u00f9 importante aspetto sempre presente nell&#8217;opera di Agnoli (ne \u00e8 anzi il vero filo conduttore), questo merito non venne mai riconosciuto a Napoleone da nessuna delle popolazioni una volta felicemente devote a Venezia. Erano genti miti. Non vi era in esse la ferocia e la partecipazione alla mischia degli spagnoli. E nemmeno vi fu la corale partecipazione dei russi e dei popoli del Regno di Napoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questi ultimi non cessarono mai di opporsi, a torto o a ragione, ai giacobini e ai francesi prima, ai napoleonidi poi, ai loro eredi e seguaci infine. \u00c8 questa una storia molto complessa, su cui si \u00e8 fatta molta retorica e si sono sollevate, non sempre in buona fede, molte nebbie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per fortuna il discreto Agnoli \u00e8 fatto per riportare l&#8217;intima, sofferta, difficile resistenza degli umili. L\u00ec \u00e8 al meglio di s\u00e9. In particolare, quando, quasi a conclusione della sua fatica, cita un brano dalle memorie del debole, ma dignitoso Ludovico Manin, ultimo doge di Venezia. incontrata in \u00abuna corticella a S. Marcuolo\u00bb una donna del popolo e da questa riconosciuto, Ludovico Manin si sente dire: \u00abAlmeno venisse la peste, che cos\u00ec moriressimo noi altre, ma morirebbero anche questi ricchi, che ci hanno venduti e che sono cagione che moriamo di freddo e di fame\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nobili le considerazioni, nonch\u00e9 il commento del Manin, riportato anch&#8217;esso da Agnoli; ne riscattano la figura e in qualche modo ne giustificano la resa ingloriosa. Per lo meno la vecchia oligarchia veneta non strumentalizz\u00f2 i suoi popoli, la loro atavica devozione al vecchio ordine per salvare il potere, e poi abbandonarli e tornare a trescare con gli stessi uomini che l&#8217;avevano tradita, come nel Regno di Napoli durante la Restaurazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Manin prosegue nelle sue memorie: \u00abMi fece intirizzire e che non scorder\u00f2 mai pi\u00f9&#8230; \u00c8 vero che in siti frequentati delle piazze avrei delle riverenze esterne che niente m&#8217;indicherebbero la sincerit\u00e0 dell&#8217;interno; negli altri luoghi mi insultano, ma in confronto dell&#8217;affetto che esprimono per il governo che avevamo e che pesa che sia loro terminato, obliando volentieri le ingiurie a me fatte, resto pieno di consolazione, e mi ravviva l&#8217;affetto della mia patria\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1)<\/strong> G. Lefebvre, <em>La Rivoluzione francese<\/em>, Einaudi, Torino 1987, p. 535.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2)<\/strong> J.R. Elting, \u00abII superbo masnadiere Augereau\u00bb, in <em>I marescialli di Napoleone<\/em>, a cura di D. G. Chandler, Bur, Milano 1999, pp. 66-67.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3)<\/strong> Ci\u00f2 avvenne con puntualit\u00e0 nella successiva invasione del Regno di Napoli, tra le gole di Antrodoco, in tutta la campagna di Spagna e nel corso della drammatica ritirata dalla Russia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4)<\/strong> J.R. Elting, op. cit., pp. 66-67. Questi attinge dalle memorie di A. M. de La Valette, aiutante di campo di Napoleone; che aveva seguito \u00abil superbo masnadiere\u00bb Augerau per controllarlo. Lo defin\u00ec: \u00abfuori di s\u00e9\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>5)<\/strong> Cos\u00ec F. Ronchi, \u00abII Bresciano alla vigilia della invasione napoleonica\u00bb, in <em>Rassegna storica del Risorgimento<\/em>, luglio-settembre 1999, p. 353.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">______________________<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Francesco Maria Agnoli<\/strong> <em>Napoleone e la fine di Venezia<\/em> \u2013 Il Cerchio, 2006 Pp 210<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong><a href=\"http:\/\/www.theseuslibri.it\/product.asp?Id=852\" target=\"_blank\">ACQUISTA<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Studi Cattolici n.555 maggio 2007 di Gennaro Incarnato I fatti sono inconfutabili. 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