{"id":2586,"date":"2009-01-23T00:00:00","date_gmt":"2009-01-22T23:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2015-01-23T10:19:13","modified_gmt":"2015-01-23T09:19:13","slug":"profondo-rosso-mao-fu-peggio-di-hitler-ma-il-suo-mito-persiste","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/profondo-rosso-mao-fu-peggio-di-hitler-ma-il-suo-mito-persiste\/","title":{"rendered":"Profondo Rosso. Mao fu peggio di Hitler, ma il suo mito persiste"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2009\/01\/cina_mao.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-17572\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2009\/01\/cina_mao.jpg\" alt=\"cina_mao\" width=\"250\" height=\"150\" \/><\/a>Tratto da <strong>Il Domenicale<\/strong> del 17 marzo 2007<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Mentre in Cina il culto della sua rivoluzione sanguinaria venne imposto con la forza, in Occidente il \u201cSole rosso\u201d fu l\u2019utopia del mondo nuovo, coccolata dai soliti intellettuali compiacenti. Mao, con 80 milioni di morti innocenti, ha fatto peggio di Hitler e Stalin messi insieme. I cinesi tacciono imbarazzati, gli occidentali ancora esitano a prendere le distanze. Per fortuna qualcuno comincia la triste conta degli eccidi e dei martiri.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Gerolamo Fazzini<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9 il maoismo resiste ancor oggi, almeno come mito se non come dottrina? Perch\u00e9 Hitler e Stalin sono sinonimo di tiranni, di dittatori sanguinari e Mao no? Me lo sono chiesto ripetutamente mentre nei mesi scorsi \u2013 insieme alla redazione di Mondo e Missione \u2013 lavoravo al <em>Libro rosso dei martiri cinesi<\/em> (San Paolo 2006), un volume che raccoglie testimonianze e resoconti autobiografici di persecuzione anti-cristiana, relativi al periodo che va dalla fine degli anni Quaranta ai primi anni Ottanta.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Me lo sono chiesto, toccando con mano la distanza tra i racconti dei testimoni oculari e le pagine sulla gloriosa rivoluzione maoista vergate da intellettuali occidentali obnubilati dall\u2019ideologia. Una distanza che definire sconcertante \u00e8 dir poco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa Rivoluzione culturale aveva fatto precipitare l\u2019intero Paese nel caos pi\u00f9 totale \u2013 scrive padre Li Chang, un prete cinese che ha provato sulla sua pelle brutalit\u00e0 e violenza delle Guardie rosse \u2013. Le persone erano trascinate a forza su dei palchi, dove subivano bordate di accuse e di ingiurie della folla. Non importava che le imputazioni fossero inconsistenti e infondate: erano ugualmente costretti a starsene l\u00e0, in piedi e immobili, mentre ogni dettaglio della loro vita privata veniva esibito e reso noto a tutti. Tra i molti che non erano in grado di sopportare la violenza di questo linciaggio morale, alcuni davano, in seguito, segni di squilibrio, altri si suicidavano. Non si \u00e8 lontani dal vero quando si afferma che, in quegli anni, il Paese era diventato un gigantesco manicomio\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Parole che pesano come macigni. Abissalmente lontane dall\u2019entusiastica descrizione che, come detto, della situazione cinese hanno offerto, per anni, ma\u00eetres \u00e0 penser di casa nostra, infatuati del Grande Timoniere e dell\u2019immane e azzardato esperimento sociale da questi condotto per decenni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un esempio? Maria Antonietta Macciocchi nel suo libro <em>Dalla Cina<\/em> (Feltrinelli, 1971) dipinge un quadro tanto idilliaco quanto falso: \u00abQuesta rivoluzione ha eliminato le \u00e9lite politiche e tecnocratiche, la burocrazia, le gerarchie e i privilegi. Ha riunificato il lavoro manuale e intellettuale, le citt\u00e0 e le campagne [\u2026]. L\u2019homo sapiens e l\u2019homo faber formano qui un essere completo, un uomo totale\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2009\/01\/cina-revolution1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-17573\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2009\/01\/cina-revolution1.jpg\" alt=\"cina revolution1\" width=\"200\" height=\"167\" \/><\/a>Ben diversa la testimonianza diretta di chi c\u2019era: \u00abNessuno pi\u00f9 lavorava. Giovani e vecchi, senza distinzione, passavano tutto il tempo fra \u201criunioni di massa\u201d e \u201csessioni di lotta\u201d\u00bb. E ancora: \u00abI comuni cittadini dovettero presto imparare a scegliere con attenzione le parole e a essere molto prudenti. Si cercava di nascondere i propri sentimenti persino ai parenti pi\u00f9 stretti. Nessuno osava prendere un\u2019iniziativa personale; tutti si limitavano a eseguire solo ci\u00f2 che era stato loro ordinato o permesso da chi aveva il potere. La Rivoluzione culturale diffuse un tale clima di sfiducia e sospetto che minacciava di soffocare del tutto quel tanto di bont\u00e0 naturale insito in ogni uomo\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9 cos\u00ec a lungo \u00e8 durato il silenzio sui crimini perpetrati dal Grande Timoniere? Il 30simo anniversario della morte di Mao, avvenuta il 9 settembre 1976, avrebbe potuto costituire un\u2019occasione di dibattito ben pi\u00f9 approfondito e severo delle polemiche a breve gittata scoppiate in quell\u2019occasione. Se ci\u00f2 non \u00e8 avvenuto, lo si deve ai residui di tossine ideologiche che a lungo hanno inquinato la lettura di un periodo cruciale della storia recente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In realt\u00e0, un processo di rilettura critica del maoismo, almeno in Occidente (non ancora in Cina), \u00e8 gi\u00e0 in atto. Nel 2003 l\u2019apparizione di <em>Mao. La storia sconosciuta<\/em> \u2013 monumentale biografia firmata da Jung Chang in coppia col marito John Halliday, storico \u2013 ha gettato il sasso nello stagno (dopo che gi\u00e0 nel 1994 Li Zhisui, medico personale del leader cinese, aveva dato alle stampe le sue memorie col titolo <em>La vita privata del presidente Mao<\/em>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Un lunghissimo silenzio<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Mao tratteggiato da Chang e Halliday \u00e8 un personaggio privo di idealit\u00e0, pragmatico fino al cinismo, che riesce a conquistare il potere grazie a una serie di complotti, avvelenamenti e ricatti. Quel libro \u2013 un vero e proprio caso editoriale internazionale \u2013 ha dato un contributo decisivo al processo di demitizzazione del Grande Timoniere. Sebbene non sia mancato chi ha accusato gli autori di parzialit\u00e0, l\u2019opera (926 pagine nell\u2019edizione italiana, oltre 200 delle quali dedicate alle referenze bibliografiche) colpisce per l\u2019imponente massa di documenti e di testimonianze dirette.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla serata di presentazione del volume italiano, lo ricordo bene, gli autori si difesero dagli attacchi sfoderando gli artigli: \u00abNon abbiamo inteso tracciare il ritratto di uno psicopatico. Abbiamo avviato il nostro lavoro a mente serena, cercando di esaminare le sue azioni politiche e di indagare nella sua infanzia, puntando a far emergere il Mao privato\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il mito di Mao \u2013 \u00e8 noto \u2013 aveva cominciato a prendere forma a fine anni Trenta, grazie a <em>Stella rossa sulla Cina<\/em>, un libro dai toni fortemente propagandistici del giornalista statunitense Edgar Snow, autore di una memorabile intervista al futuro leader cinese. Negli anni Cinquanta e Sessanta numerosi intellettuali occidentali renderanno la figura di Mao popolarissima in Europa. Fino a sfiorare l\u2019idolatria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ad aprire la strada \u00e8 Simone de Beauvoir, autrice di un viaggio in Cina che dar\u00e0 origine a <em>La longue marche. Essai sur la Chine<\/em> del 1955, nel giro di poco tempo un vero best-seller. Seguiranno molti altri viaggi e scritti entusiasti, da Moravia alla Macciocchi, passando per Parise&#8230; Il culmine del successo del maoismo al di l\u00e0 della \u00abcortina di bamb\u00f9\u00bb si avr\u00e0 col Sessantotto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non che negli anni precedenti non fossero filtrate all\u2019esterno denunce e testimonianze sugli orrori delle Guardie rosse, sulle tecniche di lavaggio del cervello, sulle deportazioni in massa nei <a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/?p=1794\" target=\"_blank\"><strong>laogai<\/strong><\/a>, i campi di lavoro dove i prigionieri lavoravano (e tuttora lavorano) in condizioni non dissimili da quelle dei gulag sovietici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma le voci critiche erano bollate come anti-rivoluzionarie e, in ultima analisi, giudicate inattendibili. Un destino del genere occorse a <em>Les habits neufs du Pr\u00e9sident Mao<\/em>, uscito in Francia nel 1971: un atto di denuncia contro i crimini del maoismo e i giochi di potere che lo sostenevano. L\u2019autore, il belga Pierre Ryckman \u2013 scrittore, saggista e critico letterario oltre che sinologo di vaglia \u2013 aveva dovuto ricorrere allo pseudonimo di Simon Leys per motivi di sicurezza. In Italia Gli abiti nuovi del presidente Mao uscir\u00e0 nel 1977 per i tipi delle sconosciute Edizioni Antistato. Di l\u00ec a pochi anni, sempre dello stesso autore, ecco un altro pamphlet, non meno duro: Ombre cinesi: il fenomeno totalitario in Cina (SugarCo, 1980).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Libretto &amp; moschetto<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nello stesso giro di anni appare l\u2019edizione italiana di <em>Prigioniero di Mao<\/em> di Jean Pasqualini, anch\u2019egli un sopravvissuto ai campi di lavoro cinesi. Cresciuto in Cina, imprigionato \u00abper crimini controrivoluzionari\u00bb, l\u2019autore, ottenuto il passaporto francese, nel 1964 si era rifugiato in Francia dove aveva preso a scrivere le sue vicissitudini in un laogai. Ma non fu creduto: \u00abintellettuali e sinologi francesi si coalizzarono contro di lui, sostenendo che era al soldo dei servizi segreti americani, un agente della Cia\u00bb, scrive Renata Pisu, che ne verg\u00f2 la prefazione all\u2019edizione italiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2009\/01\/cina-revolution-2.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-17574\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2009\/01\/cina-revolution-2.jpg\" alt=\"cina revolution 2\" width=\"250\" height=\"187\" \/><\/a>Il caso della Pisu \u00e8 molto interessante. Affascinata da Mao, come molti altri della sua generazione, la giornalista \u2013 esperta di Cina e firma di punta di <em>Repubblica<\/em> \u2013 a fine anni Settanta si \u00e8 dissociata dalla venerazione per il libretto rosso e la mitologia maoista. Lo racconta lei stessa, con grande coraggio. Nella prefazione a <em>L\u2019allodola e il drago<\/em> di Wang Xiaoling \u2013 autobiografia di una credente passata per i laogai, un libro che costitu\u00ec l\u2019ennesima picconata al totem di Mao \u2013 la Pisu scrive: \u00abOgni storia vera, ogni caso personale, disturba con la petulanza del vissuto. \u00c8 come se si ripetesse di continuo: \u201cSappiamo gi\u00e0 tutto, sappiamo gi\u00e0 tutto&#8230;\u201d. E invece non sappiamo niente. E abbiamo negato l\u2019ascolto, ancora lo neghiamo, a chi ci racconta la sua storia\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E continua: \u00abL\u2019autocritica vale per me personalmente, come vale per tutti coloro che qui da noi in Occidente per anni si sono detti e hanno raccontato bugie sulla Cina. Ma forse &#8211; e questo \u00e8 peggio alla luce del senno di oggi &#8211; molti sapevano che erano bugie, ma le consideravano \u201ca fine di bene\u201d. Costoro erano &#8211; eravamo? &#8211; i generici \u201camici del popolo cinese\u201d. Bella amicizia\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le recenti acquisizioni storiografiche permettono di giudicare in modo pi\u00f9 oggettivo la figura di Mao e il suo tempo, a cominciare dal documentatissimo volume di Jasper Becker <em>La rivoluzione della fame. Cina 1958-62: la carestia segreta<\/em> (Il Saggiatore, 1998). Alla luce di questa e altre opere, \u00e8 possibile affermare che il \u201cSole rosso\u201d sia responsabile \u2013 direttamente o meno \u2013 di crimini pari o addirittura superiori, per crudelt\u00e0, intensit\u00e0 e durata, a quelli di Stalin e dello stesso Hitler.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il F\u00fchrer rosso<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 un\u2019affermazione ad effetto: un ex gerarca maoista riparato all\u2019estero, Chen Yizi, afferma di aver visto un documento interno del Partito comunista che quantificava in 80 milioni il numero dei morti \u00abper cause non naturali\u00bb nel periodo del \u201cGrande balzo in avanti\u201d (1958-61).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abOggi il giudizio degli storici \u00e8 pressoch\u00e9 unanime nel considerare Mao responsabile di un bilancio immane di vittime, probabilmente fino a 70 milioni di morti\u00bb, concorda Federico Rampini, corrispondente da Pechino per <em>Repubblica,<\/em> ne <em>L\u2019ombra di Mao,<\/em> l\u2019ultimo libro (per ora) del prolifico giornalista-saggista. Al centro del volume \u2013 una raccolta di articoli recenti \u2013 c\u2019\u00e8 la figura Mao Zedong e il lascito di quello che Rampini definisce \u00abil gigante pi\u00f9 controverso del Novecento\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Del quale \u2013 nonostante i fiumi di inchiostro sparsi dalla propaganda ufficiale (o forse proprio per quello\u2026) \u2013 si sa ancora poco, troppo poco. Annota giustamente Rampini: \u00abLa conoscenza reale di Mao \u00e8 ancora estremamente limitata, sia fra i suoi connazionali, sia nell\u2019opinione pubblica straniera. In Occidente, al di fuori di una cerchia di specialisti e di appassionati, le informazioni che il grande pubblico ha su di lui sono vaghe, obsolete e spesso del tutto errate\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lasciamo agli storici il compito \u2013 arduo ancorch\u00e9 stimolante \u2013 di tracciare un bilancio compiuto del maoismo e della sua eredit\u00e0. Qui, pi\u00f9 semplicemente, vorremmo provare a capire come mai sulle storie delle vittime del maoismo si sa cos\u00ec poco in Occidente. Una semplice constatazione: solo in anni recenti il pubblico dei non addetti ai lavori ha potuto accedere alle testimonianze autobiografiche sui laogai, ossia i campi di lavoro forzato cinesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Penso a <em>Nubi nere s\u2019addensano<\/em> di Chen Ming, uscito in Italia nell\u2019estate 2006 da Marsilio (ma tuttora vietato in Cina). L\u2019autore vi ripercorre le sue vicende tribolate, che molto hanno in comune con quelle narrate nel <em>Libro rosso dei martiri cinesi.<\/em> Studente brillante, poi professore universitario vede la sua carriera frantumarsi per essere caduto in disgrazia negli ambienti politici. Per Chen Ming inizia un lungo calvario che dura 30 anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I famigerati laogai<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1951 viene spedito in un laogai. Liberato 5 anni dopo, gli viene proibito l\u2019insegnamento. Per sopravvivere \u00e8 costretto a lavori umilianti, sorvegliato quotidianamente e quindi obbligato a rendere una confessione pubblica. \u00c8 dopo la la morte di Mao e la fine del suo regime totalitario che Chen Ming ritrova finalmente la pace, alla veneranda et\u00e0 di 70 anni e pu\u00f2 affidare le sue memorie a una giovane giornalista francese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dei laogai e della terribile macchina di sofferenza e morte allestita dal regime per piegare i contro-rivoluzionari si sapeva da tempo. Da almeno una dozzina d\u2019anni Harry Wu, uno dei pi\u00f9 famosi dissidenti cinesi, con pubblicazioni e interventi, documenta numero, caratteristiche, funzionamento dei campi di lavoro\u2026 Anche se siamo ancora lontani dal conoscere nel dettaglio la vita nei campi di lavoro cinesi, cos\u00ec come \u2013 ad esempio \u2013 \u00e8 avvenuto per i gulag sovietici grazie a Solgenizin.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Resta il fatto che, da noi, il suo libro <em>Laogai<\/em> \u00e8 apparso pochi mesi fa per i tipi di una piccola casa editrice del Sud, L\u2019ancora del Mediterraneo. Non \u00e8 tutto: alla presentazione ufficiale, nel settembre 2006 a Roma (presente lo stesso Wu) si sono verificati tafferugli, provocati da affiliati a centri sociali. Il che la dice lunga sul clima culturale in cui ancora ci muoviamo (del resto, al \u201crevisionista\u201d della Resistenza Giampaolo Pansa tocca fare le presentazioni dei libri scortato dalla polizia).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da questo punto di vista, il citato <em>Libro rosso dei martiri cinesi<\/em> si offre al lettore come uno strumento prezioso per entrare nell\u2019universo cinese degli anni Cinquanta-Settanta senza i filtri dell\u2019ideologia. Il volume raccoglie le memorie di persone che hanno provato sulla loro pelle fino a che punto possa arrivare la violenza di un potere accecato dall\u2019ideologia, un potere che \u2013 dopo aver vinto la battaglia con il nemico armato (i nazionalisti di Chang Kai Shek) \u2013 aveva deciso di sterminare i \u00abnemici senza fucile\u00bb, come Mao ebbe ad apostrofare intellettuali, oppositori della societ\u00e0 civile e credenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sebbene non sia il suo scopo primario \u2013 che \u00e8 quello di presentare storie di fede vissuta, a prezzo della persecuzione &#8211; va detto che il Libro rosso dei martiri cinesi colma, in parte, il vuoto di notizie, informazioni e testimonianze sul \u00abmaoismo visto da vicino\u00bb. Un vuoto che \u2013 come abbiamo visto \u2013 ha precise origini politico-culturali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il martirio censurato<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quel che ci importa sottolineare qui \u00e8 che l\u2019ipoteca ideologica sulla storiografia e sulla pubblicistica nostrana in tema di Cina ha limitato pesantemente anche la possibilit\u00e0 di conoscere e far conoscere storie di persecuzione e martirio cristiano. Non che siano mancati i tentativi, beninteso. Nei primissimi anni Cinquanta uscirono una serie di testimonianze di prima mano di missionari espulsi dalla Cina. Due padri del Pime trascrissero le loro e altrui memorie. In <em>Criminali&#8230; o vittime?<\/em> (Pime, 1954), padre Giuseppe Strizoli raccolse testimonianze di vescovi e missionari del Pime, espulsi dalla Cina di Mao. A sua volta padre Carlo Suigo scrisse, nel 1948, K\u2019ou min: Povero popolo!&#8230; Diario di un prigioniero, e di l\u00ec a pochi anni, Nella terra di Mao-Tse-Tung (L\u2019Arnia, Roma 1951). Alcuni di questi scritti conobbero pi\u00f9 edizioni e, in un caso, furono tradotti persino in 5 lingue!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1956 usciva, per i tipi di Ancora, il <em>Libro rosso della Chiesa perseguitata<\/em> di Alberto Galter, dedicato ai Paesi comunisti, tra i quali, ovviamente, la Cina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In tempi pi\u00f9 recenti l\u2019Editrice missionaria italiana (Emi) ha pubblicato varie testimonianze dirette di persecuzione anti-cristiana in Cina. Ne ricordo alcune: <em>Nelle carceri di Mao. Diario di un vescovo<\/em>, di D. Tang (1990); <em>Io prigioniero del Signore Francesco Saverio Zhu Shude, sacerdote e martire cinese<\/em>, a cura di F. Grasselli e M. Marazzi(1991); G. Liao Shouji, <em>La mia vita nel gulag. Diario di un cattolico cinese<\/em> (1992). Alla vigilia del Giubileo, padre Giancarlo Politi, gi\u00e0 direttore di Mondo e Missione, in <em>Martiri in Cina. Noi non possiamo tacere<\/em>, (Emi, 1998) ha certosinamente stilato un elenco di vittime della repressione anti-cristiana, nell\u2019ultimo secolo (e non solo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>L\u2019Europa prona<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ancora una volta, non pu\u00f2 non colpire il fatto che, mentre in Europa il verbo del maoismo veniva propagandato come il \u201cvolto buono\u201d del comunismo, in Cina il culto del Grande timoniere era imposto con la forza per soggiogare coscienze e masse. Annota padre Giovanni Wong nella sua autobiografia (anch\u2019essa confluita nel <em>Libro rosso dei martiri cinesi<\/em>): \u00abDalla sveglia al mattino fino al riposo della sera, eravamo costretti a radunarci sette od otto volte al giorno, di fronte all\u2019immagine di Mao, e inchinarci molte volte in segno di venerazione. Era quasi un atto religioso! Davanti a questa immagine eravamo obbligati a chiedere perdono dei nostri crimini gridando: \u201cNoi siamo tutti colpevoli\u201d. E alzando le nostre teste davanti alla sua immagine dovevamo gridare tre volte: \u201cEvviva Mao!\u201d, augurandogli rispettosamente lunga vita. Pensandoci ora, c\u2019\u00e8 da ridere! Ma non allora, perch\u00e9 questa commedia aveva delle serie conseguenze politiche\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel <em>Libro rosso dei martiri cinesi<\/em> troviamo pure una documentazione fotografica inequivocabile: le gigantografie di Mao appese nella cattedrale di Guangzhou (Canton) al posto di Nostro Signore, le vignette della propaganda che scimmiottano i versetti dell\u2019Apocalisse dedicati ai \u00abcieli nuovi e terre nuove\u00bb, gli altari profanati dalle Guardie rosse, i missionari stranieri espulsi con l\u2019accusa di imperialismo\u2026 Documentazione imprescindibile per chi voglia farsi un\u2019idea il pi\u00f9 possibile veritiera della \u201cvita quotidiana\u201d ai tempi del maoismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se in Occidente si sta procedendo \u2013 seppur in ritardo e a fatica \u2013 ad una revisione critica del mito di Mao, non cos\u00ec avviene in Cina. Il mausoleo del Grande Timoniere su Piazza Tienanmen continua ad attirare folle da ogni angolo del Paese: file lunghissime di turisti-pellegrini attendono il loro turno, anche sotto una pioggia scrosciante, come pu\u00f2 testimoniare chi scrive. Secondo l\u2019ambasciatore Sergio Romano le autorit\u00e0 cinesi ben conoscono le malefatte di Mao; \u00abse le tacciono \u00e8 perch\u00e9, al contrario di quanto accaduto in Urss, vogliono evitare che una demitizzazione troppo rapida produca una spaccatura sociale e instabilit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sta di fatto che su Mao il Partito comunista \u00e8 estremamente restio ad avviare un percorso di revisione storiografica seria. Per ora il problema \u00e8 stato liquidato con la celebre frase di Deng Xiao Ping, il quale quantific\u00f2 in un 30% gli errori di Mao, a fronte di un 70% \u201cgiusto\u201d. Ma \u2013 come osserva Rampini \u2013 \u00abla nomenklatura ha congelato l\u2019immagine di Mao perch\u00e9 da lui trae ancora la sua legittimit\u00e0 originaria, non da un consenso popolare, n\u00e9 da libere elezioni\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tratto da Il Domenicale del 17 marzo 2007 Mentre in Cina il culto della sua rivoluzione sanguinaria venne imposto con la forza, in Occidente il \u201cSole rosso\u201d fu l\u2019utopia del mondo nuovo, coccolata dai soliti intellettuali compiacenti. Mao, con 80 milioni di morti innocenti, ha fatto peggio di Hitler e Stalin messi insieme. 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