{"id":25238,"date":"2015-05-28T00:00:12","date_gmt":"2015-05-27T22:00:12","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/?p=25238"},"modified":"2015-06-05T11:07:56","modified_gmt":"2015-06-05T09:07:56","slug":"italia-uneconomia-senza-mercato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/italia-uneconomia-senza-mercato\/","title":{"rendered":"Italia: un&#8217;economia senza mercato"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><strong><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/economia-socialista.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-25429 size-full\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/economia-socialista.png\" alt=\"economia socialista\" width=\"230\" height=\"188\" \/><\/a>Studi Cattolici<\/strong> n.651 Maggio 2015<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>In un ampio <\/em>excursus <em>storico sull&#8217;economia Italiana dal secondo dopoguerra a oggi, l&#8217;economista Roberto Giorni sfata il luogo comune secondo cui la crisi attuale sarebbe conseguenza del \u00abfallimento del mercato\u00bb. In realt\u00e0 la nostra economia negli ultimi decenni \u00e8 pi\u00f9 simile al socialismo reale che non all&#8217;economia di mercato, e solo recentemente la politica economica dell&#8217;Unione europea sembra avvedersi della necessit\u00e0 di contemperare il rigore finanziario con iniziative per lo sviluppo. Da noi, alcune misure del<\/em> Jobs act <em>del Governo Renzi sembrano avviate nella giusta direzione.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Roberto Giorni<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un vecchio luogo comune, ancora sostenuto in Italia da troppi politici e dalla Cgil attribuisce le cause della nostra crisi economica ai \u00abfallimenti del mercato\u00bb. Ma, a ben vedere, che cos&#8217;\u00e8 un mercato? Il sistema economico italiano costituisce un&#8217;economia di mercato? Tentiamo di rispondere alla prima domanda almeno secondo un approccio di prima approssimazione, dato che il processo di mercato, per la sua complessit\u00e0, non \u00e8 tra i pi\u00f9 facili da spiegare n\u00e9 da capire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel discorso pronunciato nel ricevere il Premio Nobel nel 1974, l&#8217;economista Friedrich A. von Hayek defin\u00ec il mercato \u00ab<em>un sistema di comunicazione<\/em> che finisce per essere un meccanismo per compendiare informazioni disperse pi\u00f9 efficace di qualsiasi altro deliberatamente progettato dall&#8217;uomo\u00bb. In un mercato funzionante, in altre parole, alla determinazione del <em>sistema di prezzi e salari<\/em> contribuiscono gli effetti delle informazioni particolari in possesso dei singoli partecipanti: una miriade di fatti che un osservatore scientifico, o qualsiasi altra singola mente, non pu\u00f2 conoscere nella sua totalit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abProprio qui\u00bb, come sottolineava Hayek nella medesima occasione, \u00ab\u00e8 la superiorit\u00e0 dell&#8217;ordinamento di mercato e il motivo per cui, quando i poteri dello Stato non lo sopprimono, esso finisce regolarmente col sostituirsi ad altri tipi di ordinamento\u00bb. In sostanza, il mercato consente di utilizzare conoscenze di fatti particolari in numero maggiore rispetto a quelle che chiunque possa avere. In tale contesto nemmeno gli economisti addetti ai lavori, con i loro modelli sofisticati, possono conoscere tutte le determinanti di un tale ordinamento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non bisogna poi dimenticare, per comprendere pienamente il pensiero di Hayek, i limiti del <em>metodo matematico dell&#8217;economia<\/em>. Esso consente di descri\u00advere, tramite le equazioni algebriche, il quadro generale di un modello anche laddove ignoriamo i valori numerici che ne caratterizzano la particolare manifestazione. Senza la tecnica matematica, in sostanza, difficilmente gli studiosi sarebbero riusciti a ottenere quel quadro globale delle interdipendenze reciproche dei vari fatti che si producono in un mercato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma tale tecnica &#8211; come in sostanza Hayek ribadisce ancora &#8211; ha anche fatto illudere non pochi economisti \u00abdi poterla usare per determinare e prevedere i valori numerici di quelle grandezze\u00bb. Eppure i fondatori dell&#8217;economia matematica moderna certamente non avevano queste illusioni. Vilfredo Pareto, uno dei padri della teoria, disse chiaramente, nel suo <em>Manuale di economia politica<\/em> (1906), che il fine non pu\u00f2 essere quello di \u00abgiungere a un calcolo numerico dei prezzi\u00bb, perch\u00e9 riteneva \u00abassurdo\u00bb presumere di poter accertare tutti i dati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 peraltro opportuno ricordare che, gi\u00e0 nel XVI secolo, i tardoscolastici della Scuola di Salamanca (Molina e altri) avevano posto in evidenza che il <em>pretium iustum matematicum<\/em>, il prezzo matematico, dipendeva da tante circostanze particolari da restare sconosciuto agli uomini e noto solo a Dio. Pertanto, non a caso Edmund Phelps (economista della Columbia University, Nobel 2006) ha potuto recentemente rilanciare la tesi secondo cui la teoria economica dominante \u00e8 invasa dal virus della presunzione di certezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il mercato fonte di egoismo?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nei mercati di libera e leale concorrenza, se osserviamo con attenzione, gli operatori tendono a soddisfare interessi, ma <em>interessi reciproci.<\/em> Infatti Ego (usiamo i termini efficaci di Lorenzo Infantino) valuta di pi\u00f9 ci\u00f2 che riceve da Alter rispetto a quel che d\u00e0 in cambio; e, a sua volta, Alter ritiene pi\u00f9 importante ci\u00f2 che ottiene da Ego rispetto a quel che egli invece cede. Diversamente, lo scambio non sarebbe possibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La concorrenza non \u00e8 lotta di tutti contro tutti, ma un processo in cui emergono i pi\u00f9 \u00absociali\u00bb, i pi\u00f9 capaci di soddisfare gli interessi reciproci. In tale \u00e0mbito <em>non si pu\u00f2 prendere qualcosa senza dare qualcos&#8217;altro in cambio<\/em>. Pertanto il motore dei mercati non pu\u00f2 essere l&#8217;egoismo. Certo si pu\u00f2 discutere se il prezzo \u00e8 \u00abgiusto\u00bb; Smith e Hayek infatti non ignorano questo problema.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il grossolano errore di considerare Smith uno dei padri della societ\u00e0 egoistica, anzich\u00e9 della societ\u00e0 solidale, ha nuociuto a lui e ai suoi continuatori. Mises e Hayek indicano la scienza che studia i fenomeni del mercato col nome di \u00abcatallassi\u00bb (dal verbo greco <em>Katallattein<\/em> o <em>Katallassein<\/em> che ha il significato di \u00abscambiare\u00bb e anche quello di \u00abammettere nella comunit\u00e0\u00bb). Ci\u00f2 consente di comprendere che, per Hayek, mercato e diritto procedono di pari passo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo stesso mercato \u00e8 una norma che vive dentro altre regole. E queste costituiscono l\u2019<em>habitat<\/em> normativo del mercato. \u00abUn <em>habitat<\/em>\u00bb, come sottolinea opportunamente Lorenzo Infantino, \u00abche coincide con lo Stato di diritto, cos\u00ec come esso si \u00e8 venuto evolutivamente affermando, e non nell&#8217;accezione positivistico-kelseniana del termine\u00bb (Hayek, <em>Liberalismo,<\/em> Ideazione, Roma 1996, <em>Prefazione,<\/em> p. 15). Hayek, infatti, prende di petto il positivismo giuridico di Hans Kelsen e ne indica i gravi pericoli per la libert\u00e0: \u00abSebbene io creda fermamente che il governo debba essere esercitato secondo princ\u00ecpi approvati dalla maggioranza del popolo\u00bb, scrive in <em>Legge, legislazione e libert\u00e0<\/em>, \u00abdevo ammettere francamente che se democrazia diviene sinonimo di governo della maggioranza dotata di potere illimitato, io non sono democratico\u00bb (il Saggiatore, Milano 1994, p. 413).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Hayek, economista e filosofo, dovrebbe essere divulgato fra i non specialisti in cerca di una buona cultura generale e tra gli studenti che studiano economia, a partire dalla scuola secondaria superiore. Ignorare il suo pensiero, come accade a troppi politici, significa ignorare l&#8217;essenza del liberalismo classico. E opportuno ricordare, tra l&#8217;altro, che Hayek si associa a Lord Acton nel considerare Tommaso d&#8217;Aquino il primo <em>whig<\/em> della storia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Italia, d&#8217;altra parte, \u00e8 assente un&#8217;autentica cultura liberale. Come sottolinea Dario Antiseri, \u00abla vittoria politica di Dossetti e La Pira port\u00f2 nel mondo cattolico alla sepoltura della luminosa tradizione del cattolicesimo liberale di Tocqueville, Rosmini, Lord Acton, R\u00f6pke e Sturzo. Costituisce, inoltre, un severo atto d&#8217;accusa contro le pi\u00f9 influenti case editrici il fatto che abbiano vietato e seguitato a proibire al pubblico pi\u00f9 ampio la conoscenza di opere di scienziati sociali del livello di Menger, Mises, Hayek, Kirzner\u00bb (<em>Corriere della sera,<\/em> 4.9.2003).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In proposito, il libro di Hayek La societ\u00e0 libera (Vallecchi, Firenze 1969), tradotto con nove anni di ritardo, anche per il silenzio della stampa pass\u00f2 direttamente dalla tipografia al macero. Tutti i temi che qui abbiamo toccato, peraltro, si possono ritrovare proprio ne La societ\u00e0 libera (Seam, Roma 1998), il fondamentale testo divulgativo di Hayek, con una notevole introduzione di Sergio Ricossa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La societ\u00e0 libera \u00e8 anche un buon antidoto per superare la mania di dividere l&#8217;universo politico in due met\u00e0 contrapposte: la sinistra e la destra, equivoca classificazione ereditata dai tempi della Rivoluzione francese. \u00abPer ragioni che in parte mi sfuggono\u00bb, scrive Sergio Ricossa nell&#8217;introduzione al libro, \u00ab\u00e8 spesso dato per certo che esiste una cultura di sinistra, e che anzi essa \u00e8 la sola &#8220;sociale&#8221;. Dell&#8217;esistenza di una cultura di destra talvolta si dubita. Se la si ammette, \u00e8 per relegarla in una posizione minore. Poich\u00e9 il fascismo venne giudicato un movimento di destra, la caduta del fascismo e la fondazione della nostra Repubblica sulla base della Costituzione antifascista del 1948 provocarono l&#8217;ostracismo di qualunque autore non piacesse alla sinistra. Se non che rimase indimostrato che il fascismo fosse davvero di destra. Mussolini, il creatore del fascismo, nacque socialista e mor\u00ec socialista. Chi dubita che Giuseppe Bottai sia stato un gerarca fascista? Eppure egli confess\u00f2 che lui era pi\u00f9 socialista dei bolscevichi\u00bb (p. 11).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per sfuggire ai Mussolini e agli Hitler dell&#8217;Europa continentale, l&#8217;austriaco Hayek scelse l&#8217;esilio in Inghilterra e negli Stati Uniti. Poich\u00e9 era pur sempre un avversario della sinistra (scrisse, tra l&#8217;altro, The Road to Serfdom, Chicago 1944 &#8211; dedicato ai socialisti di tutti partiti &#8211; trad. ital.: La via della schiavit\u00f9, Rusconi, Milano 1995; l&#8217;ultimo suo libro riguarda <em>The<\/em> Fatal Conceit: the Errors of Socialism, London 1988, trad. ital.: La presunzione fatale: gli errori del socia\u00adlismo, Rusconi, Milano 1997), gli intellettuali sinistrorsi lo incasellarono a destra. E poich\u00e9 la sinistra si definisce \u00abprogressista\u00bb, Hayek pass\u00f2 per un \u00abconservatore\u00bb. Nelle conclusioni de La societ\u00e0 libera, Hayek fornisce anche un significativo contributo alla chiarezza del linguaggio politico, spiegando tra l&#8217;altro perch\u00e9 non si ritiene un conservatore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il gran calderone della neonata Repubblica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cerchiamo ora di proporre fatti e opinioni, in una sintesi relativa alla nostra politica economica dalla caduta del fascismo ai nostri giorni, che consentano di far emergere gli elementi per rispondere alla seconda domanda: <em>l\u2019<\/em>Italia costituisce un &#8216;economia di mercato? Il primo passo riguarda i primi anni di vita della nostra Repubblica. Se il buon giorno si vede dal mattino, possono bastare alcuni significativi cenni sintomatici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Subito dopo la Liberazione Marcello Soleri, noto anche per le lotte sostenute nel 1921 per vincere l&#8217;ostilit\u00e0 dei socialisti contrari all&#8217;abolizione del prezzo po\u00adlitico del pane, era ministro del Tesoro del governo Patri (giugno-dicembre 1945). In tale molo, che ricopri per un periodo brevissimo (mor\u00ec il 23 luglio), continu\u00f2 a mettere in guardia dall&#8217;illusione che lo stampare carta moneta significasse distribuire beni, le sole cose che contano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il ministro della Finanze, il comunista Scoccimarro, invece proponeva il cambio della moneta associato a un&#8217;imposta patrimoniale sul circolante. Con l&#8217;inflazione in atto e con i bassi salari, tale provvedimento avrebbe penalizzato soprattutto i lavoratori meno abbienti perch\u00e9 chi aveva tratto vantaggi dall&#8217;inflazione, speculando sul \u00abmercato nero\u00bb, al primo annuncio della proposta si era liberato della moneta cartacea acquistando beni rifugio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;aumento della spirale dei prezzi raggiunse il suo culmine verso la met\u00e0 del &#8217;47. La speranza di salvare la lira sembrava perduta. Bast\u00f2 a quel punto la nomina del liberale Luigi Einaudi (che come tecnico non godeva la stima di Raffaele Mattioli, l&#8217;influente banchiere-umanista della Comit) a ministro del Bilancio per capovolgere la situazione. Infatti, attenuatesi le attese inflazionistiche, la crescita dei prezzi cominci\u00f2 a rallentare e da un&#8217;inflazione aperta si pass\u00f2 a un&#8217;inflazione strisciante. La moneta fu salva perch\u00e9 il salvatore era credibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D&#8217;altra parte, anche la recente Costituzione italiana creava problemi affermando che l&#8217;iniziativa privata \u00e8 libera, ma aggiungendo che non pu\u00f2 svolgersi in contrasto con l&#8217;utilit\u00e0 sociale (art. 41). In altre parole l&#8217;economia non solo era nelle mani dell&#8217; \u00abutilit\u00e0 sociale\u00bb imposta dai partiti, ma anche col rischio che il Pci potesse andare al governo. Su queste basi dove poteva trovare spazio l&#8217;iniziativa privata?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine &#8211; per completare il quadro &#8211; confinato Einaudi nei limiti dei poteri del ruolo di Presidente della Repubblica nel 1948, si cominci\u00f2 a dire che era necessaria una guida, che bisognava \u00abprogrammare\u00bb lo sviluppo. Einaudi, correttamente, rimase nell&#8217;\u00e0mbito del suo ruolo. Invece Gronchi, suo successore dal 1955, secondo quanto Vanoni raccont\u00f2 a Libero Lenti, \u00abtent\u00f2 in pi\u00f9 occasioni di presiedere il Consiglio dei ministri. Non ci riusc\u00ec perch\u00e9 Scelba e poi Segni, come presidenti del consiglio, gli fecero capire, senza mezzi termini, che il suo posto non era l\u00ec\u00bb (Le radici nel tempo, F. Angeli, Milano 1983, p. 228).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;ingerenza di Gronchi riguardava anche altri campi: con alcuni dirigenti di organi statali e parastatali concordava linee di condotta che competevano ad altri organi dello Stato; sosteneva l&#8217;idea che I\u2019Iri dovesse assumere iniziative di carattere sociale. In sostanza, come scrive Guido Carli, \u00abGronchi propendeva nettamente per un&#8217;economia amministrata, corporativa. Idee pasticcione. Un gran calderone che ben prefigurava ci\u00f2 che sarebbe accaduto negli anni a seguire\u00bb (Cinquant &#8216;anni di vita italiana, in collaborazione con P. Peluffo, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 44).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Mercato &amp; \u00abmiracolo economico\u00bb<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulla base dell&#8217;avvenuto risanamento della moneta, nel 1951 la coraggiosa scelta storica di Ugo La Malfa (ministro del Commercio estero del VII governo De Gasperi) di revocare i limiti quantitativi alle importazioni con riduzione dei dazi del 10 per cento, port\u00f2 nel 1953 a liberalizzare l&#8217;importazione di prodotti agricoli, di materie prime e di manufatti e semilavorati provenienti dai Paesi dell&#8217;Unione europea dei pagamenti. In altre parole, si passava da un regime protezionistico a un regime liberistico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Inoltre, mentre si continuava a parlare di \u00abprogrammazione\u00bb e a discuterne con riferimento al progetto di crescita noto come Schema Vanoni (1955-1964), il Paese si sviluppava da solo. Fino al 1963, infatti, lo sviluppo economico del Paese fu guidato principalmente da decisioni di tipo imprenditoriale e si parl\u00f2 di miracolo economico. Questa definizione si giustifica con i seguenti dati: un saggio d&#8217;incremento annuo del reddito nazionale lordo, in termini reali, pari al 5,8 per cento; un incremento annuo dei consumi del 4,7 per cento e degli investimenti del 9,8 per cento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In altre parole, come sottolinea Libero Lenti: \u00abUna piena occupazione delle forze di lavoro, un potere d&#8217;acquisto della moneta appena logorato da un&#8217;inflazione strisciante, un insieme equilibrato delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Un&#8217;eredit\u00e0, questa, dissipata in gran parte nei decenni successivi\u00bb (Le radici nel tempo, cit, p. 195). Manc\u00f2 in tale situazione proprio il ruolo specifico dello Stato. \u00abQuesta\u00bb, come dichiar\u00f2 Guido Carli nel 1977, \u00ab\u00e8 la critica e la colpa che mi faccio: avremmo dovuto, per ogni nuova impresa che nasceva, per ogni nuovo posto di lavoro che veniva creato, preoccuparci di costruire la scuola, le case, l&#8217;ospedale, i trasporti collettivi. E rifondare la pubblica amministrazione\u00bb (Intervista sul capitalismo italiano, a cura di E. Scalfari, Laterza, Roma-Bari 1977, p. 11).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non bisogna dimenticare, peraltro, le gi\u00e0 presenti iniziative stataliste. Infatti negli anni Cinquanta erano stati istituiti la Cassa per il Mezzogiorno (nata nel 1950 e soppressa nel 1984) e il ministero delle Partecipazioni statali (nato nel 1956 e abolito nel 1993). La prima costitu\u00ec l&#8217;artificioso tentativo di conseguire un duplice obiettivo a vantaggio del meridione: costituire opere di pubblico interesse e impiantare le grandi imprese a partecipazione pubblica, comprendendo finanziamenti anche per le imprese private. Sono noti i problemi creati da questo lungo esperimento e non \u00e8 il caso d&#8217;insistere sui connessi sprechi di ricchezza pubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La creazione del ministero delle Partecipazioni statali, per staccare le imprese a partecipazione statale dalla Confindustria, invece, fu un&#8217;evidente operazione di sottogoverno, approvata anche dai partiti di opposizione (comunisti e socialisti) che, prima o poi, ritenevano di poterne avere un tornaconto. Intanto emergeva con sicurezza, come imprenditore di Stato, Enrico Mattei. \u00abMattei con I&#8217;Eni\u00bb, scrive Lenti, \u00abvero Stato nello Stato, con una propria politica interna ed estera. Fu uno dei primi, se non il primo, a sussidiare con i denari dell&#8217;Eni tutti i partiti, purch\u00e9 in Parlamento votassero assieme le leggi che gli facevano comodo\u00bb (<em>Le radici<\/em>&#8230;, cit, p. 230).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Anni &#8217;60: prepotenza nazionalizzatrice<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">All&#8217;inizio degli anni Sessanta, come abbiamo visto, la nostra economia funzionava in regime di piena occupazione e l&#8217;industria, nel suo complesso, si autofinanziava; il <em>conto del Tesoro<\/em> aveva un&#8217;eccedenza di cassa. E\u2019 opportuno notare che il saldo di questo conto costituisce un significativo punto di osservazione perch\u00e9, in caso di disavanzo, tocca alla Banca centrale fornire i fondi necessari. Ma poich\u00e9 la Banca d&#8217;Italia non dispone di ricchezza propria, costituendo solo una \u00abstanza di compensazione\u00bb, dovr\u00e0 prelevarli da altri settori e canalizzarli verso la cassa pubblica (come fa il fisco attraverso il prelievo tributario).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">All&#8217;alba del nuovo decennio, pertanto, il saldo del Tesoro era positivo e non costringeva la Banca a distogliere quote di ricchezza nazionale dalle loro destinazioni naturali orientate dal mercato. Ma, nell&#8217;\u00e0mbito di questa rosea situazione, dal 1962 con rapidit\u00e0 si pongono le basi dell&#8217;era dei governi di centrosinistra, ossia dell&#8217;alleanza tra Dc e Psi. Si dice che l\u2019atto di nascita della politica di \u00abprogrammazione\u00bb sia rappresentato dalla \u00abNota aggiuntiva\u00bb alla Relazione generale sulla situazione del Paese nel 1961, che il ministro del Bilancio La Malfa (IV governo Fanfani) present\u00f2 al Parlamento nel maggio del 1992.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il testo esprime un maldestro dirigismo con cui La Malfa pensava di coinvolgere i sindacati nella gestione delle variabili macroeconomiche (consumi, risparmio, investimenti) del sistema, a cominciare dalla politica salariale. In tal modo la po\u00adlitica dei redditi, necessaria per un serio tentativo di programmazione, periva prima di nascere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel medesimo anno, dopo un serrato dibattito, si prepar\u00f2 e si realizz\u00f2 <em>la <\/em><em>nazionalizzazione dell&#8217;energia elettrica<\/em>. Il leader socialista Riccardo Lombardi, cantando vittoria per l&#8217;obiettivo raggiunto, disse esplicitamente che si voleva \u00abla rottura degli equilibri economici tradizionali\u00bb. Guido Carli, allora Governatore della Banca d&#8217;Italia, ricorda che nelle discussioni di Villa Madama che precedettero la nascita dell&#8217;Enel aveva visto all&#8217;opera \u00abla prepotenza nazionalizzatrice del centrosinistra\u00bb (<em>Cinquant &#8216;anni&#8230;,<\/em> cit., p. 269).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nello stesso tempo, la decisa contestazione dei lavoratori del Nord, favorita dal mutato quadro politico, otteneva un incremento dei salari che in un biennio raggiunse il 43 per cento. Da quel momento, che univa i due fatti &#8211; la nazio\u00adnalizzazione e lo squilibrato aumento dei salari -, al proposito dei governi di guidare dal centro lo sviluppo del sistema, le errate letture della realt\u00e0 e gli errori di politica economica non si contarono pi\u00f9. Innanzitutto la paura di nuove nazionalizzazioni provoc\u00f2 una consistente fuga di capitali all&#8217;estero; in secondo luogo, il finanziamento dell&#8217;Enel provoc\u00f2 l&#8217;emissione di una massa di obbligazioni di proporzioni inusitate che si associava ai nuovi disavanzi delle iniziative nel settore pubblico, senza contare la massa di crediti agevolati concessi dagli Istituti di credito speciale (Imi, ecc.).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al capitalismo imprenditoriale e produttivo, di cui nel nostro Paese esisteva qualche significativo esempio, si sostitu\u00ec velocemente il capitalismo assistito. E l&#8217;emissione di obbligazioni, tipico strumento per finanziare il capitalismo assistito, soppiant\u00f2 sul mercato il fisiologico \u00abcapitale di rischio\u00bb. \u00abQuesto\u00bb, secondo un commento di Carli, \u00ab\u00e8 uno dei capitoli pi\u00f9 eloquenti della decadenza economica del nostro Paese e andrebbe scritto perch\u00e9 tutti sappiano\u00bb (<em>Intervista sul capitalismo italiano<\/em>, cit., p. 84).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In secondo luogo, lo scompenso tra il forte incremento del costo del lavoro e quello assai minore della produttivit\u00e0 (prodotto per unit\u00e0 di lavoro) alimentava l&#8217;aumento dei costi e il conseguente aumento dei prezzi. Questa situazione non permetteva all&#8217;offerta interna, frenata dal rallentamento della produttivit\u00e0, di soddisfare la domanda di beni e servizi che via via si ampliava a causa dell&#8217;aumento dei salari. Di conseguenza, a un certo momento la domanda si rivolse all&#8217;offerta proveniente dal resto del mondo, anche perch\u00e9, in presenza di rapporti di cambio fissi tra le valute (dagli accordi di Bretton Woods del 1944), i prezzi dei beni importati erano pi\u00f9 bassi di quelli interni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nello stesso tempo i pi\u00f9 alti prezzi intemi frenavano le nostre esportazioni determinando un <em>disavanzo<\/em> di parte corrente (merci, servizi e pagamenti per trasferimenti) della bilancia dei pagamenti. Situazione che mise in allarme le nostre autorit\u00e0 monetarie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La politica dello \u00abstop and go\u00bb<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo modo incominciava la politica dello <em>stop and go<\/em>, del freno &amp; della spinta. In un sistema economico con presenza di spinte inflazionistiche, il contenimento degli strumenti monetari (\u00abstretta creditizia\u00bb) produce deflazione frenando i processi di produzione. Un colpo di freno di questo tipo fu attuato nel &#8217;64. Nel &#8217;65, cambiando marcia, ci si propose di incrementare la domanda rispetto all&#8217;offerta (colpo di acceleratore). Ci si affidava, in questo modo, alla teoria del moltiplicatore keynesiano che, accelerando la spesa pubblica, comportava la dilatazione del disavanzo statale. E cos\u00ec si giunse per la prima volta a emettere un prestito per finanziare le spese correnti (quelle elementari del normale funzionamento dei pubblici servizi). Poteva essere un&#8217;eccezione. Negli anni successivi, invece, sarebbe diventata una regola, intanto l&#8217;inflazione continuava a trottare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutto normale? Al tempo di Dante i falsari andavano all&#8217;Inferno. Non \u00e8 cos\u00ec ai nostri tempi. Quando un ministro del Tesoro chiede un&#8217;anticipazione alla Banca d&#8217;Italia, sa benissimo che essa serve per spese correnti e non per investimenti che permettono di restituire la somma. Il ministro quindi sa che l&#8217;operazione creer\u00e0 inflazione, ossia quel fenomeno che non \u00e8 diverso dall&#8217;alterazione dei pesi e delle misure.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1967, quando finalmente il Parlamento si decise ad approvare il Programma economico nazionale 1966\/70, il progetto preventivo costituiva quasi un consuntivo: un insieme di vaghe previsioni che fu subito indicato come il \u00ablibro dei sogni\u00bb. Se ne impost\u00f2 subito un altro per il periodo 1971\/75 che fin\u00ec con lo slittare al periodo 1973\/77. Infine, di ritardo in ritardo, fin\u00ec per assumere il nome di Progetto Ottanta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ancora una volta, scrive Libero Lenti con riferimento alla seconda met\u00e0 degli anni Sessanta, \u00abmentre si programmava a tutto spiano, almeno sulla carta, l&#8217;economia del nostro Paese procedeva per conto suo in modo abbastanza soddisfacente, poich\u00e9 tra il &#8217;65 e il &#8217;69, riequilibrati i saggi d&#8217;incremento del prodotto per unit\u00e0 di lavoro rispetto a quelli del costo, l\u2019inflazione torn\u00f2 a strisciare. Le perturbazioni economiche, fatto strutturale, avevano modificato durevolmente alcuni meccanismi del nostro sistema. Ma il timore d&#8217;un possibile rovesciamento della congiuntura, ritornata in quel momento favore\u00advole, consigliava a tutti di lavorare di pi\u00f9 e meglio, con benefiche ripercussioni sui costi e sui prezzi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non era ancora in vigore, \u00e8 opportuno ricordarlo, lo statuto dei lavoratori\u00bb (Le radici&#8230;, cit., p. 313). In questo contesto, il montante scetticismo a proposito dei piani del centrosinistra e la troppo breve durata dei governi provocarono una forma di vuoto di potere. Vuoto che, come dimostr\u00f2 l\u2019 \u00abautunno caldo\u00bb del &#8217;69, fu colmato dai sindacati confederali della Triplice (Cgil, Cisl e Uil). In virt\u00f9 dell&#8217;entrata in vigore dello statuto dei lavoratori (legge 20.5.1970, n. 300), la contrattazione permanente si trasform\u00f2 in una conflittualit\u00e0 permanente. La Tri\u00adplice, dopo il controllo dell&#8217;occupazione, mirava al controllo degli investimenti. Nel contempo la Cgil, che proclamava la sua indipendenza dai partiti, con scarso pudore metteva intoppi tra le ruote della governabilit\u00e0 per far emergere la necessit\u00e0 di associare il Pci al governo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;ultima linea di resistenza allo strapotere dei sindacati confederali poteva essere la Banca d&#8217;Italia, ma non lo f\u00f9 (questo, a volte, viene rimproverato al governatore Guido Carli). In sostanza, se le autorit\u00e0 monetarie non avessero aumentato il denaro in circolazione, le eccessive richieste dei sindacati sa\u00adrebbero fallite: sarebbe mancato il denaro per pagarle. Ma in tale atmosfera keynesiana l&#8217;occupazione doveva essere difesa a tutti costi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intanto il nostro tasso d&#8217;inflazione, nel 1970, gi\u00e0 superava il 5 per cento. D&#8217;altra parte, a un padronato carente di protezione da parte dell&#8217;autorit\u00e0 responsabile dell&#8217;ordine pubblico forse non si poteva chiedere un&#8217;eccessiva resistenza. Nel medesimo anno, quando Angelo Costa lasciava la presidenza della Confindustria, vari imprenditori videro con favore l&#8217;uscita di un \u00abduro\u00bb. Eppure, scrive in proposito Sergio Ricossa, \u00abalmeno Costa sapeva che il &#8220;fallimento&#8221; del mercato di concorrenza \u00e8 spesso dovuto al fatto che la concorrenza non c&#8217;\u00e8. Troppi lo dimenticano\u00bb (Come si manda in rovina un Paese, Rizzoli, Milano 1995, p. 223).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Inoltre, occorre arrivare al &#8217;74 per scoprire le magagne dell&#8217;industria pubblica, costituita dalle partecipazioni statali, e i danni che essa, gestita con criteri lontani da quelli di una responsabile gestione d&#8217;impresa, ha causato al Paese. Ci\u00f2 era la logica conseguenza del mancato rispetto delle regole dell&#8217;unicit\u00e0 del mercato e quindi dell&#8217;unicit\u00e0 dei prezzi e dei salari che sul mercato si formano. In queste condizioni la concorrenza nel mercato interno e soprattutto nei confronti degli altri Paesi risulta impossibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per resistere, sottolineava Guido Carli, \u00absi mettono allora in moto meccanismi compensativi, sovvenzioni pi\u00f9 o meno mascherate, accaparramento di quote di capitale attraverso il sistema bancario, crescenti legami politici tra gli imprenditori pubblici e la classe di governo. [Di conseguenza] il sistema si corrompe, l&#8217;efficienza cessa di essere il metro sul quale si misurano i programmi e i risultati. Tutto ci\u00f2 \u00e8 puntualmente accaduto\u00bb (Intervista sul capitalismo italiano, cit., p. 66).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Sovietizzazione dell&#8217;economia?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo contesto di strapotere sindacale, tra l&#8217;altro, Luciano Lama aveva enunciato l&#8217;assurda teoria del salario considerato come \u00abvariabile indipenden\u00adte\u00bb del sistema. In sostanza, il salario era visto come il risultato dell&#8217;opposto forza dei sindacati e degli imprenditori. Di fronte a questa sciocchezza gli economisti avevano perduto la voce, scantonavano; l&#8217;unica voce di dissenso fu quella di Sergio Ricossa (che confut\u00f2 anche sul piano scientifico la teoria di Sraffa, utilizzata per sostenere l&#8217;affermazione del leader della Cgil).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Finita la moda del pensiero sindacale, nel 1977 Lama stesso riconobbe che la trovata della variabile indipendente era una fandonia detta \u00aba fin di bene\u00bb (bene di chi?). Col senno di poi, lo ammisero tutti, perfino gli economisti del Cespe (Centro studi del Pci) fra cui Barca, Giolitti, Napolitano, Napoleoni, Ruffolo e Sylos-Labini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La follia della variabile indipendente non era l&#8217;unica perla della collana. Faceva parte del generale <em>misconoscimento della funzione dei prezzi di mercato<\/em>. I prezzi non erano pi\u00f9 i segnali di una realt\u00e0 oggettiva: la scarsit\u00e0, l&#8217;abbondanza, il costo, la produttivit\u00e0. Si credeva che fossero espressioni soggettive di volont\u00e0 politiche. Inoltre, secondo i princ\u00ecpi dell&#8217;economia di mercato, il lavoro e il capitale dovevano guadagnare il valore della loro produzione; secondo la politica, no.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La politica di arrendevolezza industriale culmin\u00f2 nel 1975 con l&#8217;accordo Lama-Agnelli sul punto unico della \u00abscala mobile\u00bb, che avrebbe portato verso il completo appiattimento delle retribuzioni. Connessa al punto unico di contingenza fu la legge, del medesimo anno, che istituiva il duplice aggancio delle pensioni, al costo della vita e alla dinamica contrattuale dei salari. Ci\u00f2 significa che si istituiva un meccanismo automatico di ampliamento della massa delle pensioni <em>in assenza di un equivalente amplia\u00admento della massa contributiva<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla fine del medesimo anno, si ebbe un&#8217;enorme creazione di liquidit\u00e0 monetaria (ricordiamo che l&#8217;inflazione era gi\u00e0 superiore al 16 per cento, come mostra il nostro grafico) che port\u00f2 a un profondo cedimento del cambio della lira nel 1976 (dal 1973 era stato abolito il regime di cambi fissi di Bretton Woods). \u00abI sindacati degli anni Settanta\u00bb, ha scritto Carli (che aveva lasciato la Banca d&#8217;Italia il 18 agosto &#8217;75 perch\u00e9 la tendenza dei Governi, che riteneva esiziale, era per lui \u00abdiventata irreversibile\u00bb), \u00abebbero il potere di espellere i lavoratori delle generazioni future dal godimento di quelle protezioni sociali di cui la loro generazione pot\u00e9 fruire\u00bb (<em>Cinquant&#8217;anni<\/em>&#8230;, cit., p. 341).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le malelingue del tempo parlarono di leggi che via via aggravavano il tasso di <em>sovietizzazione<\/em> della nostra economia. Il giudizio, purtroppo, trover\u00e0 una puntuale conferma. Infatti, tra l&#8217;altro, nel 1980 l&#8217;inflazione raggiunger\u00e0 il suo punto massimo pari al 21,1 per cento (il grafico mostra l&#8217;intera serie di valori dal 1970). Solo nel 1992, peraltro, si riuscir\u00e0 a sospendere l&#8217;aberrante meccanismo pensionistico; nel 1993 si abolir\u00e0 la scala <em>mobile<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel quadro della seconda met\u00e0 degli anni Settanta, dopo l&#8217;abolizione dei cambi fissi, di fronte a una crisi economica l&#8217;azione dei Governi e della Banca d&#8217;Italia seguiva uno schema fisso, senza prospettiva di riforme: introduzione di dosi massicce di moneta nell&#8217;economia; svalutazione esterna della moneta per favorire artificialmente le esportazioni; rinvio <em>sine die<\/em> delle necessarie ed evidenti riforme strutturali (liberalizzazione dell&#8217;economia, aumento della flessibilit\u00e0 di prezzi e salari, riduzione della spesa pubblica e dei connessi sprechi, smantellamento del cosiddetto Stato sociale). Ci\u00f2 significa che il regime di cambi fluttuanti permetteva ai responsabili della politica economica (Governi e Banca centrale) di <em>addossare al mercato quella che era una loro grave colpa<\/em>. La colpa di non avere il coraggio di realizzare una doverosa politica interna in grado di mantenere nel tempo i flussi monetari in accordo con i flussi reali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In altre parole, dal 1976 le politiche economiche dei nostri governi comportavano continue <em>svalutazioni competitive<\/em> della lira per fronteggiare la concorrenza internazionale, eufemisticamente definite \u00abriallineamenti\u00bb; poi per\u00f2 l&#8217;inflazione interna aumentava perch\u00e9 i prezzi in lire di tutti i beni importati crescevano. E cos\u00ec, dopo una breve spinta alle esportazioni causata dalla svalutazione della lira, il Paese incrementava la sua inflazione in un circolo vizioso senza fine. Lo stesso Keynes, in proposito, si era espresso con chiarezza: \u00abAttraverso un processo continuo d&#8217;inflazione, i governi possono confiscare, in modo segreto e inosservato, una parte importante della ricchezza dei loro cittadini. Ma confiscano arbitrariamente: mentre impoveriscono i pi\u00f9, arricchiscono alcuni\u00bb (<em>The Economic Consequences of the Peace<\/em>, New York 1920, cap. 6).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell&#8217;\u00e0mbito del vuoto di significative manovre economiche, ricordiamo la legge finan\u00adziaria del 1988: un insieme di norme, spesso contraddittorie, inidonee ad affrontare i nodi economici (le riforme strutturali) da tempo giunti al pettine. Ci\u00f2 era, ed \u00e8 ai nostri giorni, causato dal peso politico delle \u00e9lite dell&#8217;economia, delle professioni e della pubblica amministrazione. Nell&#8217;ampio quadro storico di cui parliamo, infatti, come sottolinea con sintesi efficace Emesto Galli della Loggia, \u00ablo status e i relativi privilegi grandi e piccoli di medici, avvocati, magistrati, alti dirigenti pubblici, professori universitari, giornalisti si sono costituiti in buona parte grazie per l&#8217;appunto alla protezione loro offerta dalla politica. Non parliamo dell&#8217;industria, della Banca, del commercio. Qui sostegno statale diretto, legislazioni favorevoli, limitazioni della concorrenza, regimi di volta in volta ad hoc nelle concessioni, negli appalti e nelle licenze &#8211; tutto dipendente dalla politica &#8211; hanno svolto e continuano a svolgere un molo decisivo\u00bb (<em>Corriere della sera<\/em>, 11.8.2014).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/inflazione-1970-2015.bmp\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-25483\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/inflazione-1970-2015-300x185.bmp\" alt=\"inflazione 1970-2015\" width=\"419\" height=\"259\" srcset=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/inflazione-1970-2015-300x185.bmp 300w, https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/inflazione-1970-2015-1024x632.bmp 1024w\" sizes=\"auto, (max-width: 419px) 100vw, 419px\" \/><\/a>Infine, a proposito dei signori del credito, come notava Massimo Giannini, \u00absiamo passati da &#8220;le banche sono nostre&#8221; di Andreotti e Craxi, all\u2019 \u201cabbiamo una banca&#8221; di Fassino e D&#8217;Alema al &#8220;ci prendiamo le banche&#8221; di Bossi e Zaia\u00bb (m.giannini@repubblica.it, 3.5.2010).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A questo punto, per tomare alla nostra domanda, il quadro tracciato ci sembra che non consenta dubbi: il sistema economico del nostro Paese &#8211; a eccezione della situazione del periodo che va dalla seconda met\u00e0 degli anni Cinquanta all&#8217;inizio degli anni Sessanta &#8211; non costituisce un&#8217;economia di mercato. La sua condizione fino ai nostri giorni, per definirla col suo vero nome, \u00e8 roba da autentico \u00absocialismo reale\u00bb. Dove sono i \u00abfallimenti del mercato\u00bb, di cui parlano troppi politici e la solita Cgil, se la concorrenza non c&#8217;\u00e8? Come meravigliarsi se il citato poderoso complesso d&#8217;interessi, spalleggiato dalla burocrazia statale, si oppone a reali cambiamen\u00adti? Infatti il nostro debito pubblico, per citare un dato incontestabile, pass\u00f2 dal 56,08 per cento del Pil nel 1980 al 121,84 per cento nel 1994. E la storia, come sappiamo, non si arrest\u00f2 l\u00ec.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Speculazioni alla nascita dell&#8217;euro<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel periodo 1992-1997, il quinquennio successivo al trattato di Maastricht, gli impegni europei e la crisi finanziaria del &#8217;92 (la lira usc\u00ec dal Sistema monetario europeo, vittima di una speculazione internazionale che la considerava &#8211; e a ragione &#8211; l&#8217;anello debole del sistema) portano a rilevanti manovre correttive e a un ulteriore aumento della pressione fiscale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra i criteri d&#8217;ingresso nell&#8217;euro, molto stringenti, spiccava un rapporto tra debito pubblico e Pil inferiore al 60 per cento. L&#8217;Italia, con un rapporto debito\/Pil al 120 per cento, non aveva speranza. Ma ci vennero in aiuto la Francia, preoccupata dalle nostre svalutazioni competitive fuori dall&#8217;euro, e la stessa Germania che, a causa delle spese per la riunificazione, presentava un deficit che violava i criteri. Infine, come sottolinea Luigi Zingales, \u00abci aiut\u00f2 non poco la mancanza di trasparenza nel modo in cui il nostro deficit (come tutti gli altri) fu ridotto per l&#8217;entrata nell&#8217;euro\u00bb (Europa o no, Rizzoli, Milano 2014, p. 71).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Riduzioni cosmetiche dei deficit? Sulle tesi dei politici statalisti antieuro di casa nostra, che cercano di addossare i nostri problemi economici al Governo della Signora Merkel, abbiamo gi\u00e0 espresso la nostra opinione su queste colonne (Con l&#8217;euro solido l&#8217;economia \u00e8 debole?, in Sc 643, settembre 2014, pp. 626-629). Per il nostro Paese invece, per indicare il problema col suo vero nome, \u00e8 fondamentale l&#8217;uscita dalla stagnante situazione di socialismo reale, anche per godere dei benefici dell&#8217;area dell&#8217;euro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 utile, in proposito, ricordare un buon esempio. La Germania, tra il 2001 e il 2005, fece registrare un deficit superiore alla soglia del 3 per cento del Pil (uno dei parametri di adesione all&#8217;euro). Fu questo il periodo delle \u00abriforme Hartz\u00bb (consulente del Governo Schr\u00f6der) che, trasformando il mercato del lavoro, bloccarono il declino dell&#8217;economia tedesca creando le premesse per la crescita nel decennio successivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo modo Berlino pose le basi per una riduzione strutturale della spesa pubblica che poi diminu\u00ec (al netto degli interessi) dal 44,5 al 40,7 del Pil, ossia di ben quattro punti. Il Governo Merkel, pertanto, si \u00e8 ben guardato dal toccare le riforme del suo predecessore. Inoltre, \u00e8 opportuno sottolineare che la Commissione europea incomincia a riconoscere che le regole sui conti pubblici devono in qualche modo tener conto della situazione dell&#8217;economia per aiutare i Governi a fare le riforme. E anche condivisibile la decisione che la maggiore flessibilit\u00e0 non si applichi agli investimenti, per evitare che i Governi si illudano che costruendo metropolitane e autostrade si rimetta in moto la crescita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Germania e i Paesi dell&#8217;Europa del Nord, com&#8217;\u00e8 noto, sono sempre stati poco propensi ad attenuare i vincoli fiscali e a consentire interventi da parte della Banca centrale europea, per il timore che i Paesi del Sud (Grecia, Italia, Spagna ecc.) ne approfittassero per rinviare i loro progetti di risanamento fiscale e strutturale. Timore peraltro confermato, tra l&#8217;altro, dai ritardi delle riforme in Italia e dalla gravit\u00e0 dell&#8217;attuale situazione della Grecia (tasso di disoccupazione 25 per cento; debito pubblico sul Pil oltre il 170 per cento), dopo la decisione della Bce di non accettare pi\u00f9 i titoli pubblici di Atene a garanzia dei prestiti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo contesto, tuttavia, insieme a una maggiore comprensione per la Grecia da parte dell&#8217;UE (anche se per l&#8217;autorizzazione al nuovo piano di aiuti per Atene bisogner\u00e0 attendere il voto dei Parlamenti di Germania, Finlandia, Olanda e Slovenia) emergono altre buone notizie. Dal 2007, per la prima volta, quasi tutti i Paesi dell&#8217;Unione europea presentano una moderata ripresa. Per quanto riguarda l&#8217;Italia, la lunga caduta della produzione industriale si \u00e8 arrestata in autunno in virt\u00f9 delle esportazioni che nel 2014 erano aumentate del 2,4 per cento rispetto al precedente anno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A questi dati positivi, si possono associare tre fattori di spinta: il Quantitative easing della Banca centrale europea, ossia l&#8217;iniezione di denaro liquido nei mercati, da marzo a settembre 2016, mediante acquisto di titoli di Stato (garantiti, in caso di mancato rimborso, solo per il 20 per cento dalla Bce), il sensibile calo del prezzo del petrolio e il deprezzamento dell&#8217;euro nei confronti delle altre maggiori valute, che favorisce le nostre esportazioni. Un altro elemento di rilievo \u00e8 costituito dalla domanda interna fatta di consumi e investimenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Qui si gioca la nostra partita. Negli ultimi tre anni gli investimenti privati per macchine e attrezzature sono diminuiti del 18 per cento. Senza rinnovo degli impianti le nostre aziende non saranno in grado di far fronte ai nuovi ordini intemi ed esteri. Questi investimenti sono indispensabili anche per il sostegno della domanda interna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo molti anni sembrano esserci le condizioni per la ripartenza della nostra economia. Purtroppo \u00e8 sempre presente il \u00abrischio Italia\u00bb: al primo miglioramento dei dati &#8211; come abbiamo visto nel nostro quadro storico &#8211; potrebbe svanire la spinta per le riforme.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Speranze nel \u00abJobs act\u00bb<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli ultimi tempi il Governo ha accelerato il passo sulle riforme economiche. Dalla fine di febbraio il Jobs act \u00e8 legge: l&#8217;abolizione dell&#8217;art. 18 dello statuto dei lavoratori coincide con l&#8217;entrata in vigore del contratto a tutele crescenti. Le nuove norme si applicano soltanto ai nuovi assunti e prevedono solo indennizzo e non il reintegro per i licenzi; menti collettivi e per quelli individuali, a patto che non siano discriminatori. Resta ancora aperto il problema del rafforzamento patrimoniale delle banche spesso sottocapitalizzate. Questo aspetto \u00e8 fondamentale per l&#8217;immediato ampliamento del credito necessario alle imprese, specialmente alle pi\u00f9 piccole.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intanto, si pu\u00f2 dire che il Jobs act ci ha aiutato per ottenere dalla Commissione europea il \u00abvia libera\u00bb per il piano di stabilit\u00e0 2015. Resta, in ogni caso, la richiesta dell&#8217;UE al Governo Renzi di continuare nella riduzione del debito pubblico salito fino al 132,2 per cento del Pil. Il disegno di legge sulla concorrenza, approvato 21 febbraio dal Consiglio dei ministri, purtroppo presenta segnali sconfortanti: la liberalizzazione non tocca le aziende pubbliche locali, un ampi feudo dei partiti (si tratta di circa 8.000 aziende propriet\u00e0 di Regioni, Comuni e Province con circa 19.000 consiglieri di amministrazione); vengono inoltre stralciate le norme sui porti (riguardano 23 enti nelle mani dei politici locali).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Resta anche monopolio delle farmacie per la vendita dei medicinali di fascia C (per patologie di \u00ablieve entit\u00e0\u00bb). L&#8217;altro grande tema ignorato dal Governo \u00e8 costituito dai tagli alla spesa pubblica: l&#8217;unica via per abbassare le imposte e far crescere i consumi, a partire dalle famiglie con reddito medio e medio bassi D&#8217;altra parte, per essere in grado di competere con la Germania sui mercati dobbiamo portare le nostre imposte sul lavoro almeno al livello tedesco. Non bisogna dimenticare infine il problema della carenza di innovazioni insieme al nanismo delle nostre imprese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I \u00abragazzi di Apple\u00bb, col loro interesse per l&#8217;innovazione tecnologica in un ambito di libert\u00e0 economica, com&#8217;\u00e8 noto, cominciarono da un garage, ma non ci rimasero. Non pochi nostri in prenditori, invece, sono pi\u00f9 abili a muoversi ni corridoi dei ministeri che nel campo delle innovazioni. Il messaggio di Michele Ferrer\u00f2 \u00e8 forse gi\u00e0 stato dimenticato? Eppure la sua figura dovrebbe evocare in questo momento l&#8217;Italia della ricostruzione, dove un laboratorio con prodotti originali (la Nutella, i Kinder, i Mon Ch\u00e9ri e altro) poteva diventare rapidamente una fabbrica e gli artigiani si trasformavano in industriali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per l&#8217;Italia, come mostra la situazione, c&#8217;\u00e8 uno spiraglio di possibilit\u00e0 per il 2015. Le barriere alla concorrenza danneggiano innanzitutto i giovani che non riescono a entrare nei mercati protetti dalla politica. Per uscire dal nostro stagnante socialismo reale conta, questo punto, anche la velocit\u00e0. Il Governo Renzi, a volte, pare se ne renda conto. La ripresa? Di fronte al nostro Pil, che toma a crescere nel primo trimestri possiamo sprecarla solo noi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Studi Cattolici n.651 Maggio 2015 In un ampio excursus storico sull&#8217;economia Italiana dal secondo dopoguerra a oggi, l&#8217;economista Roberto Giorni sfata il luogo comune secondo cui la crisi attuale sarebbe conseguenza del \u00abfallimento del mercato\u00bb. In realt\u00e0 la nostra economia negli ultimi decenni \u00e8 pi\u00f9 simile al socialismo reale che non all&#8217;economia di mercato, e &hellip; <\/p>\n<p><a class=\"more-link btn\" href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/italia-uneconomia-senza-mercato\/\">Continua a leggere<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":25429,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[13,96],"tags":[1251],"class_list":["post-25238","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-economia","category-storia-italiana","tag-italia","item-wrap"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.6 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Italia: un&#039;economia senza mercato - Rassegna Stampa Cattolica<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Rassegna Stampa Cattolica - Per una cultura che nasce dalla Rivelazione cristiana in conformit\u00e0 alla tradizione e al Magistero della Chiesa in opposizione ad ogni relativismo e totalitarismo\" \/>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/italia-uneconomia-senza-mercato\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Italia: un&#039;economia senza mercato - 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