{"id":2381,"date":"2006-12-14T11:44:16","date_gmt":"2006-12-14T10:44:16","guid":{"rendered":""},"modified":"2015-11-26T09:48:22","modified_gmt":"2015-11-26T08:48:22","slug":"fisco-libert-e-morale-sociale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/fisco-libert-e-morale-sociale\/","title":{"rendered":"Fisco, libert&agrave; e morale sociale"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><strong><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/12\/tasse.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-28015 size-full\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/12\/tasse.jpg\" alt=\"tasse\" width=\"225\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/12\/tasse.jpg 225w, https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/12\/tasse-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a>Cristianit\u00e0 <\/strong>n.105 gennaio 1984<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Da un articolo di pi\u00f9 di vent&#8217;anni fa si evince come la politica economica e fiscale dell&#8217;attuale sinistra in Italia sia affato mutata ma punta ancora alla trasformazione in senso socialista della societ\u00e0, attraverso la spesa pubblica e il prelievo forzoso, in nome di una fantomatica ridistribuzione delle risorse<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>* * *<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di fronte alla \u00abpersecuzione fiscale\u00bb e allo \u00abspreco di Stato\u00bb i principi della dottrina sociale della Chiesa come categorie per giudicare, affrontare e superare senza demagogia lo statalismo ipertrofico e invadente e la sua espressione fiscale.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Massimo Introvigne<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\"><strong>Premessa<br \/>\n<\/strong><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le dimensioni anomale della fiscalit\u00e0 italiana, sottolineate e aggravate dai pi\u00f9 recenti sviluppi della \u00abmanovra\u00bb tributaria, hanno determinato in vari settori del corpo sociale una situazione di grave disagio, che ha indotto molti &#8211; come ha scritto un economista pure culturalmente vicino ai promotori della \u00abmanovra\u00bb stessa, Mario Salvatorelli &#8211; a percepire la operazione come una vera e propria \u00abpersecuzione fiscale\u00bb (1). E\u2019 certamente deplorevole che disagi materiali e psicologici siano stati, come spessoaccade, \u00abgiocati\u00bb e strumentalizzati in chiave propagandistica, o talora &#8211; secondo la occasione &#8211; elettorale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il dibattito, non di rado inquinato dalla demogogia, ha variamente ruotato intorno a come trovare le elevate somme necessarie a coprire i pubblici disavanzi; \u00e8 mancata invece, in genere, un\u2019analisi del perch\u00e9 lo Stato si presenta a esigere tributi tanto elevati. Si \u00e8 dato per scontato, in altre parole, che lo Stato, nelle sue varie articolazioni, abbia bisogno di spendere una somma che si aggira fra i 150mila e i 200mila miliardi (2), e si \u00e8 cercato dove e da chi recuperarli ed esigerli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si \u00e8 fatto largo appello alle forze dell\u2019invidia e della delazione sociale, cercando di \u2018convincere ogni consociato che il suo problema fiscale sarebbe risolto se soltanto anche il vicino pagasse, secondo il noto slogan della campagna elettorale comunistica: \u00ab<em>La societ\u00e0 \u00e8 ingiusta: tu paghi, lui no<\/em>\u00bb. Si \u00e8 posto l\u2019accento, cos\u00ec, su ci\u00f2 che divide i consociati e li rende sospettosi e aggressivi gli uni verso gli altri; mentre si \u00e8 accuratamente evitato ogni elemento suscettibile di unire i contribuenti tra loro e di evocare responsabilit\u00e0 e anomalie non solo del comportamento dei singoli ma anche del comportamento dello Stato. Quasi mai ci si \u00e8 chiesti se \u00e8 proprio necessario che lo Stato spenda &#8211; e pertanto chieda ai consociati \u2013 una somma tanto elevata e se non sia invece possibile che questa somma sia drasticamente ridotta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La polemica fiscale offre statistiche con un ritmo quasi quotidiano, cos\u00ec che anche di fronte alle cifre pi\u00f9 allarmanti la opinione pubblica non reagisce pi\u00f9, ormai assuefatta a numeri di cui non sembra in grado di percepire la natura oggettivamente mostruosa. Tuttavia, fra le varie cifre disponibili, sembra almeno particolarmente rilevante quella relativa alla incidenza percentuale della spesa pubblica sul prodotto interno lordo, il Pil, figura tra le pi\u00f9 attendibili del reddito nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo dati presentati dal professore Franco Reviglio, ex ministro delle Finanze, a un convegno organizzato nel 1983 dalla Cassa di Risparmio di Torino, la previsione per l\u2019anno parlava di una spesa pubblica attestata intorno al 61,4 per cento del P\u00ecl, circa i 3\/5 del reddito nazionale. Questo significa che su ogni 5mila lire che si spendono complessivamente in Italia, circa 3mila sono spese dai vari settori della pubblica amministrazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella stessa relazione, Franco Reviglio ha fatto rilevare come l\u2019anomalia della espansione emerga dal dato storico: in 110 anni, dal 1861 al 1970, la incidenza della spesa pubblica sul Pil \u00e8 passata dal 18 al 36 per cento, con un incremento di 18 punti. In soli 13 anni, dal 1970 al 1983, si \u00e8 per contro registrato un ulteriore incremento di 35 punti, dal 36 al 61 per cento (3).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa situazione non \u00e8 normale: lo dimostra un confronto tra la evoluzione della spesa pubblica in Italia e, rispettivamente, negli altri paesi della CEE, dove pure sono state tentate o sono in corso esperienze di interventismo statale dichiaratamente socialistico. Negli altri paesi della Comunit\u00e0 la incidenza della spesa pubblica sul Pi1 resta costantemente al di sotto del 50 per cento e &#8211; in paesi come la Germania, il Belgio, la Francia &#8211; tende a rimanere intorno al 35-40 per cento (4).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo mostro in continua crescita, naturalmente, non pu\u00f2 che essere finanziato con un prelievo fiscale talora diverso nelle modalit\u00e0, ma sempre crescente nel suo valore aggregato e giunto a livelli &#8211; come ha commentato un giornalista presente al citato convegno promosso dalla Cassa di Risparmio di Torino &#8211; in cui \u00abnon si tratta pi\u00f9 di intervento dello Stato, ma. di saccheggio del Paese\u00bb (5).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019anomalia del caso italiano dimostra che il problema della giustizia fiscale non si riduce n\u00e9 alla questione della evasione n\u00e9 al dibattito sulla equit\u00e0 \u00abtecnica\u00bb delle varie forme di prelievo. La evasione e le tecniche riguardano il come lo Stato preleva; ma rimane, a monte, il problema fondamentale della imposizione fiscale, di quanto lo Stato pu\u00f2 e deve prelevare. Quest\u2019ultimo interrogativo \u00e8 strettamente connesso con una serie di problemi pi\u00f9 generali, che riguardano i rapporti tra Stato e consociati e l\u2019ambito e i limiti dell\u2019attivit\u00e0 statale; pi\u00f9 lo Stato fa, pi\u00f9 spende &#8211; pi\u00f9 spende, pi\u00f9 deve chiedere tributi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La questione fiscale appare, allora, non un terreno riservato ai tecnici, ma un problema di giustizia la cui soluzione \u00e8 condizionata da una serie di presupposti dottrinali. E proprio nel dibattito sui presupposti dottrinali della imposizione fiscale i cattolici possono e devono intervenire con elementi originali e importanti, alla luce di quel \u00abcorpo di principi di morale sociale cristiana, conosciuto oggi come Dottrina Sociale della Chiesa\u00bb, di cui Giovanni Paolo II\u00a0 ha ricordato la \u00abstabilit\u00e0 e la certezza nei principi e nelle norme fondamentali\u00bb e che \u00e8 \u00abparte integrante della concezione cristiana della vita\u00bb (6).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1. Fisco e valori<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>1. Il principio di solidariet\u00e0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019interesse &#8211; spontaneo o, come accennato, talora artificialmente promosso &#8211; che suscitano nella opinione pubblica alcuni aspetti del fenomeno della evasione fiscale ha spinto i filosofi e i cultori di morale sociale, in diversi ambiti culturali, a insistere vigorosamente sul valore della solidariet\u00e0 e sulla denuncia di quello che una certa filosofia sociale anglo-americana definisce <em>free-rider<\/em>: colui che \u00abcavalca da solo\u00bb e si sottrae a ogni responsabilit\u00e0 verso gli altri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La critica del <em>free-rider <\/em>si situa, in genere, all\u2019interno di modelli sociali che insistono sulla uguaglianza come fine e quindi sulla pressione fiscale come strumento ugualitario; tipico &#8211; al riguardo &#8211; \u00e8 il neocontrattualismo di John Rawls, al quale non a caso ha pi\u00f9 volte dichiarato di ispirarsi anche uno dei promotori della \u00abmanovra\u00bb tributaria italiana, Francesco Forte (7).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>free-rider<\/em> non offre certamente modelli di comportamento\u00a0 suscettibili di essere condivisi nel quadro della morale sociale cristiana. che &#8211; sulla scia di Aristotele &#8211; considera la socialit\u00e0 come una componente della stessa natura umana e propone il principio di solidariet\u00e0 come alternativa alla formula hobbesiana dell<em>\u2019homo hominis lupus<\/em> e alle sue inevitabili conseguenze totalitarie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019attuale contesto politico la posizione del ,<em>free-rider<\/em> sembra particolarmente pericolosa, in quanto l\u2019affermazione estrema dell\u2019individualismo gioca paradossalmente a favore dell\u2019avanzata statalistica, che procede senza reazioni e senza ostacoli proprio grazie al rifiuto del sociale, al \u00abriflusso\u00bb, al \u00abfarsi i fatti propri\u00bb che connotano la mentalit\u00e0 di fasce crescenti di cittadini. Sono sempre di pi\u00f9 quelli che \u00abnon si occupano di politica\u00bb. ignorando forse che la politica si occupa e si occuper\u00e0 di loro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo quadro, anche la evasione fiscale rischia di assumere le caratteristiche di una pericolosa fuga dalla realt\u00e0. La parola \u00abevasione\u00bb assume un significato analogo a quello che ha in espressioni come \u00abletteratura di evasione\u00bb, \u00abcultura di evasione\u00bb e simili: nasce una mentalit\u00e0 in cui non solo e non tanto si evadono le tasse, ma si finge di poter evadere dalle tasse, rifugiandosi in una immaginaria dimensione \u00abapolitica\u00bb dove la evasione fiscale, come mentalit\u00e0 e come costume, \u00e8 alternativa rispetto a una pi\u00f9 consapevole ed efficace \u00abprotesta fiscale\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel quadro di una analisi del problema della giustizia fiscale alla luce della dottrina sociale della Chiesa, il richiamo al principio di solidariet\u00e0 e la critica di chi ritiene di evadere dal problema fiscale rifugiandosi in un illusorio disimpegno hanno certamente un ruolo importante. Perch\u00e9, tuttavia, il richiamo non sia generico &#8211; come spesso avviene anche in tanta letteratura ecclesiastica -, \u00e8 necessario a mio avviso completarlo con almeno due osservazioni ulteriori sulla origine e sul ruolo della figura del <em>free-rider<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019individuo che si disimpegna dalla societ\u00e0 per \u00abcavalcare da solo\u00bb non \u00e8 comparso improvvisamente, ex machina, sulla scena della storia; piuttosto, \u00e8 il frutto inevitabile di una civilt\u00e0 e di un processo che hanno creato un individuo senza radici e senza memoria storica, infinitamente plastico e plasmabile, in bal\u00eca di ogni divenire e di ogni potere. Se \u00e8 vero che i processi storici hanno una valenza filosofica, rappresentano le idee incarnate nella storia, non si pu\u00f2 criticare il <em>free rider<\/em> contemporaneo senza chiedersi chi ha diffuso una cultura del dubbio e della incertezza, ha gettato il sospetto sui valori, ha creato generazioni di <em>d\u00e9racin\u00e9<\/em> senza religione, senza metafisica e senza morale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In secondo luogo, sembra opportuno osservare che il <em>free rider<\/em><em>&#8211;<\/em> figura tipica e per certi versi inevitabile della societ\u00e0 Post-illuministica e Post-marxistica &#8211; \u00e8 forse una conseguenza, ma non \u00e8 certamente la causa della \u00abpersecuzione fiscale\u00bb. Le calamit\u00e0 naturali, come la peste e i terremoti, comportano normalmente la poco edificante presenza di profittatori e di sciacalli; i profittatori, tuttavia, non sono la causa della peste e il loro arresto non contribuisce a fare cessare la epidemia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Presentare l\u2019evasore come causa della \u00abpersecuzione fiscale\u00bb &#8211; mentre ne \u00e8 normalmente una conseguenza &#8211; significa soltanto, con una operazione di propaganda maliziosa e immorale, distogliere l\u2019attenzione dalle vere cause del fenomeno e, insieme, aprire in modo irresponsabile il vaso di Pandora della invidia sociale, scatenando forze cieche e sordide che corrompono ulteriormente la pubblica moralit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>2. Il principio di moralit\u00e0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I ricorrenti scandali e la scoperta di sempre nuove malversazioni compiute da pubblici amministratori in ogni grado dell\u2019ordinamento statale hanno richiamato l\u2019attenzione sulla dimensione etica della politica, che sembrava per la verit\u00e0 dimenticata, e sulla rilevanza del principio di moralit\u00e0. La critica dell\u2019amministratore disonesto sembra ormai un luogo comune e un esercizio di retorica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si tratta, tuttavia, di un passaggio che \u00e8 difficile evitare a fronte di fenomeni anche quantitativamente di rilevanza notevole, come l\u2019impressionante insieme di addebiti mossi dalla magistratura a esponenti dell\u2019amministrazione socialcomunistica di Torino, che sembra offrire una immagine della vita amministrativa piemontese &#8211; la \u00abmela-rossa\u00bb, secondo la orgogliosa formula propagandistica del Partito Comunista Italiano che trova punti di riferimento e paragoni soltanto nelle ricostruzioni giornalistiche di certi regimi africani, dove la corruzione diventa industria quotidiana. I ladri, certamente, vi sono; ma anche la retorica della caccia al ladro non va esente da pericoli e da malintesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando la corruzione dilaga, la dottrina della Chiesa riafferma il principio di moralit\u00e0, la cui formulazione pi\u00f9 sintetica ed efficace \u00e8 forse quella recente di Giovanni Paolo II: \u00abIl crollo della moralit\u00e0 porta con s\u00e9 il crollo delle societ\u00e0\u00bb (8). Sembra, del resto, che la scoperta della dimensione morale della politica, il cui disprezzo ha offerto alla storia alcune delle sue pagine pi\u00f9 oscure, emerga puntualmente in ogni epoca di crisi sociale, secondo quel processo che Heinrich Rommen ha chiamato \u00abl\u2019eterno ritorno del diritto naturale\u00bb (9).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel momento, tuttavia, in cui &#8211; sotto la spinta degli eventi &#8211; un largo consenso riconosce che l\u2019attivit\u00e0 pubblica non pu\u00f2 prescindere dalla morale e dai valori, sembra opportuno non dimenticare le origini culturali della separazione tra politica e morale. Origini lontane, certo, che risalgono alla crisi del Medioevo e a Machiavelli; ma anche origini prossime in tutto l\u2019ambiente culturale laicistico e positivistico che proclamava il carattere \u00abavalutativo\u00bb delle attivit\u00e0 pubbliche dell\u2019uomo, come scienza, economia, politica e diritto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ancora non molti anni fa nell\u2019area della cosiddetta cultura laica sembrava una .sorta di dogma quello secondo cui i valori, se pure esistono, sono un fatto privato, e non vi sono valori pubblici. Questa tesi, nata all\u2019interno di un quadro positivistico e neo-positivistico ormai da pi\u00f9 anni abbandonato in quelle stesse aree culturali che lo avevano diffuso, sembra tuttora sopravvivere, per quanto stancamente, in Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La tesi riemerge ostinatamente ogni volta che la discussione verta sui valori religiosi, il cui carattere pubblico viene escluso per principio, senza avvedersi, in genere, che tale esclusione \u00e8 legata al vecchio mito del carattere avalutativo delle attivit\u00e0 pubbliche, ormai messo in crisi e screditato dalla cultura scientifica pi\u00f9 critica. Soltanto liberandosi definitivamente da questo mito, e riconoscendo che il ruolo di controllo dei valori si esercita anche sulla politica e sulle leggi, sar\u00e0 possibile pervenire a un ampio riconoscimento sociale del principio di moralit\u00e0, presupposto indispensabile per la moralizzazione della vita politica e amministrativa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per il principio di moralit\u00e0 vale tuttavia una considerazione gi\u00e0 accennata a proposito del principio di solidariet\u00e0. Il problema della moralit\u00e0 del comportamento di chi amministra le pubbliche finanze non esaurisce il problema della spesa pubblica e della entit\u00e0 del prelievo fiscale. Una considerazione banale, ma non falsa, ci ricorda che i ladri ci sono sempre stati, mentre il problema della \u00abpersecuzione fiscale\u00bb \u00e8 principalmente recente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma \u00e8 soprattutto la entit\u00e0 delle cifre in gioco a rendere inattendibile la ipotesi, che pure esercita una profonda suggestione sulla fantasia, sociale, secondo cui il loro sbocco privilegiato \u00e8 l\u2019appropriazione da parte di amministratori corrotti. E\u2019 difficile, infatti, immaginare che la voracit\u00e0 della classe politico-amministrativa italiana richieda o comunque sia in grado di assorbire una spesa pubblica che dai 150mila miliardi circa nel 1980 si avvia a tappe forzate al traguardo dei 200mila miliardi annui.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per riprendere un esempio gi\u00e0 accennato in tema di solidariet\u00e0 sociale, gli effetti delle pestilenze e dei terremoti sono normalmente aggravati dai politicanti corrotti che dovrebbero porvi rimedio, secondo modalit\u00e0 note in Italia dalla peste milanese descritta da Manzoni fino a episodi pi\u00f9 recenti. Ma la corruzione degli amministratori, per quanto gravi siano le loro responsabilit\u00e0, non ha causato il terremoto; e anche in questo caso la indignazione rischia di alterare il quadro, scambiando le cause con gli effetti &#8211; i ladri, infatti, prosperano tra l\u2019altro quando vi \u00e8 molto da rubare &#8211; e attribuendo ancora una volta a individui responsabilit\u00e0 che sono piuttosto dello Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questa prospettiva, al di l\u00e0 del principio di solidariet\u00e0 e del principio di moralit\u00e0, che indicano esigenze ai privati nei loro rapporti con lo Stato, emerge il ruolo centrale del principio di sussidiariet\u00e0, che indica le esigenze imprescindibili di cui lo Stato deve tenere conto nei suoi rapporti con i privati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>3. Il principio d\u00ec sussidiariet\u00e0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella dottrina sociale della Chiesa gli ambiti e i confini dello Stato rispetto alla sfera delle. autonomie private sono definiti dal principio di sussidiariet\u00e0, a cui tutte le societ\u00e0 &#8211; come ha ricordato Giovanni Paolo 11 nella esortazione apostolica <em>Familiaris <\/em><em>consortio<\/em> &#8211; sono \u00abgravemente obbligate ad attenersi\u00bb (10).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella sua formulazione pi\u00f9 sintetica, riportata nella enciclica <em>Quadragesimo <\/em><em>Anno<\/em> di Pio X1, del 1931, questo principio stabilisce che \u00abcome \u00e8 illecito togliere agli individui ci\u00f2 che essi possono compiere con le forze e l\u2019industria propria per darlo alla comunit\u00e0, cos\u00ec \u00e8 ingiusto rimettere ad una maggiore e pi\u00f9 alta societ\u00e0 quello che dalle minori e inf\u00e8riori comunit\u00e0 si pu\u00f2 fare\u00bb (11). Compito dello Stato \u00e8 fare quello che i privati, pure con i loro migliori sforzi, non. riescono a fare da soli: \u00e8 per organizzare operativamente questo \u00abdi pi\u00f9\u00bb che lo Stato ha diritto di esigere necessari e ragionevoli tributi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel mondo moderno, rilevava gi\u00e0 Pio X11 nel suo discorso del 2 ottobre 1948 a un congresso sulle pubbliche finanze, \u00abi bisogni finanziari di ogni nazione, grande o piccola, sono formidabilmente aumentati. La causa non \u00e8 da ricercarsi solo nelle isolate complicazioni e tensioni internazionali, ma anche. e pi\u00f9 ancora forse, nell\u2019estensione smisurata dell\u2019attivit\u00e0 dello Stato, dettata troppo spesso da ideologie false e malsane, che fa della politica finanziaria, particolarmente della politica fiscale, uno strumento al servizio delle preoccupazioni di un ordine affatto diverso\u00bb (12).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli Stati centralizzatori moderni fondano la loro politica fiscale su alcuni presupposti impliciti, tra i quali &#8211; come notava Enrico di Robilant al convegno torinese del 1980 su Fisco e libert\u00e0 &#8211; \u00abla tesi secondo cui lo Stato \u00e8 in grado di impiegare le risorse economiche della societ\u00e0 meglio di quanto non possano e non sappiano fare i privati\u00bb (13). Al principio di sussidiariet\u00e0 si contrappone cos\u00ec lo statalismo, la cui continua espansione dilata la spesa pubblica e, di conseguenza, la pressione fiscale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>II. \u00abPersecuzione fiscale\u00bb e statalismo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>1. Lo statalismo come processo<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La violazione del principio di sussidiariet\u00e0 comporta la dilatazione progressiva della sfera. delle attivit\u00e0 dello Stato, che deborda dalle sue classiche funzioni e si assume continuamente nuovi compiti. A mano a mano che la sfera del pubblico si allarga, la sfera del privato si comprime e si contrae, e con essa si comprime lo spazio della libert\u00e0 personale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La marcia inarrestabile dello Stato moderno presuppone la soppressione dei corpi intermedi, elemento essenziale di una prospettiva sociale basata sul principio di sussidiariet\u00e0 (14), che stanno tra la persona e lo Stato e che, come de Bonald diceva della nobilt\u00e0, proteggono la libert\u00e0 per il solo fatto di esistere. Resta, soppressi i corpi intermedi, una figura della persona disincarnata, diafana e astratta, a cui vengono sottratte libert\u00e0 e autonomia nei settori pi\u00f9 importanti della vita sociale, come la formazione, la produzione e l\u2019aggregazione. Proprio l\u2019esempio dell\u2019avanzata statalistica dell\u2019amministrazione pubblica italiana mostra come tutte queste funzioni vengano progressivamente sottratte ai privati e attribuite senz\u2019altro allo Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>a<\/em> <em>La statalizzazione della formazione<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 doveroso riconoscere che negli ultimi anni alcune delle critiche pi\u00f9 vigorose dello statalismo e della persecuzione fiscale necessaria per sostenerlo e alimentarlo sono venute dalla sponda della cultura di area liberale (15). Tuttavia, nel ricostruire la genesi storica dello statalismo italiano gli studiosi di area liberale indicano come punto di partenza il centro-sinistra e, al massimo, risalgono al fascismo; come i figli buoni di No\u00e9 cercano invece &#8211; comprensibilmente &#8211; di coprire le vergogne storiche dei loro padri in liberalismo, tacendo delle prime fondamentali mosse stataliste operate dallo Stato liberale uscito dal Risorgimento. Lo Stato risorgimentale, coerente con i suoi modelli francesi rivoluzionari e bonapartistici, combatte i corpi intermedi in nome della esaltazione dell\u2019individuo singolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019individuo, infatti, sembra per un momento giganteggiare:m a \u00e8 una illusione ottica, perch\u00e9 subito dopo lo Stato comprime la sfera individuale e occupa lo spazio lasciato libero dal venire meno delle realt\u00e0 intermedie. Lo Stato liberale si preoccupa soprattutto di impadronirsi della sfera della formazione. colpendo con una serie di misure la libert\u00e0 di associarsi, di insegnare, di creare e di gestire associazioni caritative e assistenziali: in una parola, di influenzare e di formare i <em>minores<\/em>, i pi\u00f9 piccoli e i pi\u00f9 deboli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo Stato liberale unitario incomincia a dilatare il suo apparato assorbendo realt\u00e0 e istituzioni nei settori della scuola, dell\u2019assistenza e della sanit\u00e0; anche se qualcosa riesce a sfuggire e a sopravvivere fino agli anni pi\u00f9 recenti, che vedono l\u2019attacco frontale all\u2019assistenza privata &#8211; in genere cattolica &#8211; e preoccupanti sintomi di lotta alla scuola e alla ospedalit\u00e0 non statali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019assorbimento della sfera della formazione, come ha mostrato Tina Tomasi per quanto riguarda la scuola (16), avviene sotto la pressione incalzante e quasi ossessiva della massoneria, preoccupata non solo di conformare l\u2019Italia al modello statalistico e centralizzato francese, ma soprattutto di impedire che nella formazione dei <em>minores<\/em> continuino a giocare un ruolo centrale le istituzioni da sempre pi\u00f9 efficienti e attrezzate in questo settore, cio\u00e8 le istituzioni cattoliche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ancora oggi non \u00e8 raro imbattersi in qualche storico liberale che, bench\u00e9 in linea di principio contrario allo statalismo, giustifica le tendenze statalistiche dello Stato. Post-unitario nel settore educativo e assistenziale con una presunta necessit\u00e0 inderogabile di sottrarre tali settori alla influenza dottrinale di una organizzazione estranea e potente, la Chiesa, che se ne sarebbe servita come di una testa di ponte per continuare un\u2019opera critica ed eversiva nei confronti dello Stato liberale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed \u00e8 veramente singolare come questi storici non si avvedano che si tratta, esattamente, delle stesse ragioni che il moderno socialismo invoca per giustificare l\u2019intervento dello Stato sulla economia, che oggi si dichiara di volere sottrarre a forze ostili e potenti &#8211; il capitalismo e la borghesia -, che facilmente si servirebbero del potere economico per mettere in crisi il potere politico dello Stato socialistico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Del resto, una volta avviato, il processo di statalizzazione non si arresta, e dall\u2019ambito della formazione tende a debordare immediatamente nella sfera della produzione e della economia. Gli stessi economisti del liberalismo classico, infatti, contribuiscono a risvegliare lo statalismo economico, richiedendo l\u2019intervento dello Stato per liquidare gli usi civili e sconvolgere quanto resta di una libera economia contadina, giudicata incompatibile &#8211; soprattutto, sembra, dal punto di vista simbolico &#8211; con i presupposti di una economia moderna, sempre pi\u00f9 sganciata dal riferimento a necessit\u00e0 e a valori (17).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>b, La statalizzazione della produzione<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulla base di una figura riduttiva della persona umana, in cui dalla persona viene scissa la libert\u00e0 economica, lo Stato centralizzatore pone mano ben presto alla statalizzazione delle attivit\u00e0 di produzione, attraverso la creazione progressiva di un grande numero di monopoli di diritto e di monopoli di fatto, e anche di oligopoli, in cui la \u00abpartecipazione\u00bb statale si inserisce in determinati settori produttivi come presenza non esclusiva, ma certamente egemone e condizionante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dai precedenti \u00abstorici\u00bb delle ferrovie e dei telefoni &#8211; peraltro non banali n\u00e9 scontati, giacch\u00e9 si tratta di attivit\u00e0 in cui rilevante \u00e8 la presenza privata in vari paesi occidentali a economia industriale avanzata &#8211; si passa, con il 1933, a quella che Salvatorelli ha definito la vera e propria \u00abnascita dello Stato imprenditore\u00bb (18), con la creazione dell\u2019IRI. Tipica istituzione italiana, \u00abnata con il carattere di provvisoriet\u00e0\u00bb (19) e di cui si \u00e8 invece celebrato il cinquantennio, l\u2019IRI era sorta, come \u00e8 noto, per rilevare da alcune grandi banche gli eccessivi pacchetti azionari di industrie in crisi, di cui gli istituti di credito disponevano, patendo nel contempo una crisi di liquidit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel giro di un anno, dal 1933 al 1934, lo Stato riusc\u00ec in realt\u00e0 non a salvare le banche in crisi, ma ad assorbirle, finch\u00e9 nel 1936 si determin\u00f2 con la nuova legge bancaria un controllo generale dello Stato sull\u2019attivit\u00e0 creditizia che \u00e8 un fenomeno unico in Occidente e, insieme, si rese l\u2019IRI da provvisorio definitivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Appena un cenno merita la legge del 1938 che sancisce e regola il monopolio statale del lotto; insieme alle norme che regolano la gestione delle varie case da gioco, questa normativa &#8211; al di l\u00e0 del dato economico concreto &#8211; sembra avere quasi un valore simbolico, a indicare la tendenziale onnipervadenza dello Stato, che non si accontenta di essere educatore, ferroviere, banchiere, imprenditore, ma si fa perfino biscazziere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Parallelamente, nel 1942, si regolano i monopoli fiscali del sale e dei tabacchi; monopoli anch\u2019essi \u00abprovvisori\u00bb, giustificati con ragioni belliche, che continuano naturalmente a tutt\u2019oggi. Dopo la guerra, la marcia dello statalismo nei settori produttivi &#8211; di cui qui si accenna soltanto qualche passaggio nodale &#8211; continua, e anzi si accresce, nonostante le critiche degli economisti liberali &#8211; non di rado cooptati nei governi &#8211; contro il centralismo economico fascistico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1946 la regolamentazione del traffico aereo sancisce un oligopolio e la egemonia di una societ\u00e0 di Stato in questo ulteriore settore delle comunicazioni, premessa all\u2019attuale monopolio di fatto. Nel 1953 viene creato l\u2019ENI, di cui la dottrina amministrativistica ha da tempo riconosciuto la natura di \u00abvero e proprio monopolio\u00bb (20) per tutta una serie di attivit\u00e0 legate a settori chiave della energia e degli idrocarburi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E tuttavia soprattutto dal 1956, con Ia Creazione del ministero delle Partecipazioni Statali, che lo Stato imprenditore comincia a dispiegare una vivacit\u00e0 prima sconosciuta, non soltanto creando nuovi monopoli ma soprattutto, con il gioco delle \u00abpartecipazioni\u00bb, entrando in modo meno evidente di settori dove, a poco a poco, perviene a esercitare un ruolo sostanzialmente oligopolistico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono ben noti gli autentici traumi per la economia italiana legati alla nazionalizzazione della energia elettrica, del 1962, e alla serie di interventi che, dal 1964 al 1977, stringono il settore delle telecomunicazioni in una rete di monopoli di fatto e di diritto che tolgono ogni spazio alla iniziativa privata. Meno evidente &#8211; e si tratta soltanto di un esempio &#8211; \u00e8 l\u2019ingresso dello Stato nel settore dolciario e alimentare, la cui portata non \u00e8 probabilmente neppure percepita dalla maggioranza della opinione pubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure, attraverso la Sme, il gruppo IRI controlla \u2013 soprattutto grazie a una serie di operazioni compiute tra il 1974 e i1 1975 &#8211; una buona met\u00e0 delle pi\u00f9 importanti societ\u00e0 dolciarie e alimentari nazionali, fra cui la Star, la Sidalm &#8211; nota al pubblico con i marchi Motta e Alemagna -, la Cirio, la Alivar, &#8211; che sfrutta fra l\u2019altro il marchio Pavesi &#8211; e la Tanara.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Esempi analoghi di statalizzazione oligopolistica &#8211; pericolosa proprio in quanto meno appariscente della creazione di nuovi monopoli, e quindi meno suscettibile di creare reazioni &#8211; si riscontrano nei settori della elettronica, dell\u2019aeronautica e anche della chimica, a prescindere dalla figura anomala della Montedison. Un riscontro anche dottrinale della lunga marcia delle partecipazioni statali verso una statalizzazione sempre pi\u00f9 massiccia della sfera della produzione in Italia pu\u00f2 essere reperito nella evoluzione delle annuali relazioni programmatiche del ministero delle Partecipazioni Statali, documenti il cui ruolo fondamentale \u00e8 sottolineato dalla legge 22 dicembre 1956, n. 1589.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come scrive Alberto Massera in un volume dedicato alla storia del sistema delle partecipazioni statali, \u00abdalla necessit\u00e0 di assicurare la \u201ccertezza\u201d dei rapporti fra iniziativa privata e iniziativa pubblica sostenuta dalle relazioni dei primi anni, si passa nel 1963 alla prudente affermazione che il rispetto di tale esigenza \u201cnon significa la fissazione di una rigida divisione di campi di operazione fra impresa privata e pubblica, poich\u00e9 l\u2019efficacia del piano sarebbe ridotta se non vi fossero possibilit\u00e0 &#8211; dell\u2019impresa pubblica di impegnarsi in nuove attivit\u00e0; per poi sostenere esplicitamente nel 1967 che \u201cnon esistono specifici campi operativi che debbono a priori essere sottratti ad ogni responsabilit\u00e0 di intervento imprenditoriale diretto dello Stato attraverso aziende controllate\u201d\u00bb (21).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019ultima affermazione, tratta dalia relazione programmatica dei 1967, merita di essere sottolineata: non esistono campi specifici sottratti all\u2019intervento diretto dello Stato, non esistono \u00absantuari\u00bb della iniziativa privata, ma lo Stato imprenditore si occupa tendenzialmente di tutto e di tutti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Potrebbero evidentemente moltiplicarsi gli esempi che mostrano il progressivo assorbimento della sfera della produzione da parte dello Stato, con conseguente sovraccarico fiscale, se \u00e8 vero che la maggioranza delle imprese statali \u00e8 oggi gestita in perdita; sembra, tuttavia, che non vi sia bisogno di esemplificazioni di fronte a una affermazione ufficiale, come quella della relazione del 1967, che dichiara in esplicito uno scopo che \u00e8 difficile non definire totalitario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>c. La statalizzazione della aggregazione<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Separata dalla formazione dei <em>minores<\/em> e dalla produzione economica, la sfera del privato conserva in tesi una serie di spazi di libert\u00e0 che la connotano in quanto privata e quasi ne fondano la esistenza. Secondo un pensiero pi\u00f9 volte sottolineato da Giovanni Paolo II, la \u00abnazione\u00bb, in quanto distinta dallo Stato, si caratterizza come autonomo centro di continua aggregazione, connotato da una cultura e animato da una memoria storica (22).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo Stato liberale, burocratico e centralizzatore, ispirato a una rigidit\u00e0 amministrativa di origine bonapartistica, non vede certamente con favore l\u2019autonomia dei centri di aggregazione e talora li sabota occultamente; tuttavia, \u00e8 soltanto il socialismo a proclamare apertamente che l\u2019aggregazione \u00e8 una funzione sociale che deve essere gestita non dai privati, ma dallo Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulla base di questo presupposto, dopo la riforma regionale, sono in Italia soprattutto le giunte socialcomunistiche delle \u00abregioni rosse\u00bbad assumersi il compito di statalizzare la cultura; l\u2019azione delle regioni d\u00e0 quindi impulso anche alle amministrazioni comunali, che gi\u00e0 da tempo avevano iniziato qualche esperimento in questo senso. Si tratta di una intrapresa tipica della sinistra italiana, che ha fra le sue premesse culturali la teoria gramsciana della egemonia e la \u00abrivoluzipne culturale\u00bb maoistica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sua portata complessiva costituisce un fenomeno di grande interesse che, bench\u00e9 ora tardivamente imitato nella Francia di Mitterrand, in realt\u00e0 non trova riscontri n\u00e9 precedenti fuori dal nostro paese. Gli stessi regimi del socialismo reale, infatti, sono impegnati in un\u2019opera di indottrinamento quotidiano del corpo sociale, che tuttavia si svolge in un regime di monopolio e non necessita, quindi, dell\u2019apparato pubblicitario e propagandistico indispensabile,in vece per chi operi in regime di concorrenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche dal punto di vista della \u00abpersecuzione fiscale\u00bb uno sguardo alla routine delle delibere comunali e regionali mostra il ruolo centrale della spesa \u00abculturale\u00bb nella costruzione quotidiana dello \u00abspreco di Stato\u00bb. Sul corpo sociale italiano viene continuamente rovesciata un\u2019autentica pioggia di mostre, esibizioni, spettacoli, concerti, cataloghi e pubblicazioni le cui reali dimensioni e il cui enorme costo rischiano di rimanere ignoti a chi non consideri la dimensione complessiva e nazionale del fenomeno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli ultimi anni, caratterizzati dalla predicazione della \u00abcultura dell\u2019effimero\u00bb lanciata a Roma dal comunista Nicolini, hanno offerto alcuni esempi particolarmente clamorosi, anche per il contrasto evidente con la \u00abausterit\u00e0\u00bb e i \u00absacrifici\u00bb contemporaneamente imposti e richiesti dai governi. Cosi, in una regione particolarmente segnata dalla crisi economica, le varie amministrazioni piemontesi hanno generosamente contribuito allo spettacolo torinese dei Rolling Stones, portatori fra l\u2019altro &#8211; almeno nei testi delle loro canzoni &#8211; di una cultura della droga e della violenza che nessuno Stato dovrebbe volere incoraggiare (23): ai membri del complesso inglese sono state offerte le chiavi della citt\u00e0 di Torino e, come da loro richiesta, Rolls Royce per il trasporto dall\u2019aereoporto allo stadio in cui si \u00e8 svolto lo spettacolo (24).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A Roma, fra una serie incredibile di delibere \u00abculturali\u00bb. ha destato giusta sensazione la cosiddetta \u00abporno delibera\u00bb del 30 novembre 1982, con cui il comune socialcomunistico. su proposta del solito assessore Nicolini, ha stanziato un certo numero di milioni (25) per un \u00abfistival del cinema erotico\u00bb organizzato dall\u2019Aiace, che ha proposto fra l\u2019altro pellicole come <em>Il supermaschio<\/em> e <em>Il fantasma<\/em> <em>del fallo<\/em>, certo pi\u00f9 note al pubblico dei cinema \u00aba luce rossa\u00bb che a quello delle rassegne culturali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La singolare delibera comprende sette milioni per la stampa di diecimila cataloghi della rassegna &#8211; di cui soltanto 780 venduti &#8211; e dieci milioni per due viaggi a New York di personale comunale &#8211; si \u00e8 parlato dello stesso assessore smanioso di documentarsi sul cinema erotico degli Stati Uniti. In consiglio comunale, Nicolini ha difeso la \u00abPorno-delibera\u00bb chiedendo \u00abcome pensate che si formi una cultura laica [&#8230;] se non si stimolano delle connessioni anche audaci\u00bb (26).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per citare un ultimo esempio, l\u2019amministrazione &#8211; anche qui socialcomunistica &#8211; di Reggio Emilia ha promosso dal 13 ottobre al 2 dicembre 1982 una manifestazione dal titolo <em>I <\/em><em>porci comodi<\/em> per indagare \u00absulla cultura del porco\u00bb. un tema di cui peraltro, secondo Ivanna Rossi, assessore alla cultura, \u00abin questo clima di contestazione all\u2019effimero ci sentiamo di dire che effimero non \u00e8 (27).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si parla nel complesso di centinaia di milioni per convegni, ricerche finanziate e tre mostre, dedicate rispettivamente a <em>L\u2019eccellenza e il trionfo del porco<\/em> &#8211; \u00abper seguire il filo rosso del porco nel tessuto della nostra civilt\u00e0 letteraria\u00bb -, a <em>Il porco di Venere<\/em> &#8211; sul significato simbolico, e antimorale, della immagine del maiale -, e a una serie di lavori di \u00abarte postale\u00bb per un progetto di monumento al porco. In questa occasione, la <em>mail art<\/em> era stata ribattezzata dai promotori della cultura comunale emiliana \u00abmai(A)lart\u00bb, con \u00abun gioco di parole che \u00e8 una freddura da vergognarsi a raccontarla in giro\u00bb, come ha giustamente commentato un giornalista (28).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E tutto questo, naturalmente, in funzione di un progetto culturale descritto dall\u2019assessore Ivanna Rossi come una lotta contro il \u00abmoralismo quaresimale\u00bb fondata sul valore simbolico del maiale, in quanto \u00abdire porco \u00e8 dire porcherie, spudoratezza, diavolo, materia\u00bb: su questa base, \u00abReggio Emilia assume con consapevolezza il suo diritto di condurre una riflessione culturale su questa informe materia. e il suo dovere di piantare un segnale per i frequentatori di riti cosmofagici\u00bb (29).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si \u00e8 calcolato che in Italia, per varie categorie, le tasse sono ormai circa il cinquanta per cento del reddito: si lavora solo sei mesi per s\u00e9 e gli altri sei mesi per lo Stato. Non \u00e8 di conforto pensare che almeno qualche ora di questi sei mesi, negli ultimi anni, \u00e8 servita a finanziare il trionfale ricevimento dei Rolling Stones a Torino, il festival del cinema erotico a Roma e la celebrazione del \u00abtrionfo del porco\u00bb a Reggio Emilia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questi esempi, tuttavia, non documentano soltanto alcuni dei casi pi\u00f9 clamorosi della industria dello \u00abspreco di Stato\u00bb; sono anche episodi &#8211; talora maldestri &#8211; di\u2019 un tentativo di statalizzazione dell\u2019aggregazione, che vorrebbe re-interpretare dall\u2019alto una \u00abcultura popolare\u00bb opportunamente riveduta e corretta. Il traguardo, chiaramente indicato per esempio nel <em>Projet socialiste pour la Frunce<\/em> di Mitterrand, \u00e8 una gestione unitaria di Stato per tutta la vita sociale, dove \u00abscompare la distinzione fra lavoro e tempo libero\u00bb, nel senso che anche il tempo libero \u00e8 gestito \u00absocialmente\u00bb (30).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2. Lo statalismo come ideologia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come si \u00e8 visto, il principio limite della imposizione pubblica nella dottrina sociale della Chiesa \u00e8 il principio di sussidiariet\u00e0, secondo cui lo Stato deve realizzare quello che i privati, pure con i loro migliori sforzi, non riuscirebbero a realizzare da soli. Lo Stato organizzato secondo il principio di sussidiariet\u00e0 circoscrive pertanto la sua attivit\u00e0 a alcuni settori ben determinati, intervenendo negli altri con le sole funzioni di sussidio e di supplenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per l\u2019opposta dottrina dello statalismo, invece, lo Stato \u00e8 capace di realizzare in modo perfetto molti obiettivi che i privati possono realizzare anche da soli: \u00e8 quindi giustificato che assorba e assuma un grande numero di attivit\u00e0 e di scopi, che pu\u00f2 perseguire in modo migliore di quanto non possano e non sappiano fare i privati. Giacch\u00e9, con l\u2019aumentare dell\u2019attivit\u00e0 dello Stato, aumenta parallelamente il carico dei tributi, tutto il problema della giustizia fiscale ruota intorno a questa alternativa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vi \u00e8 da chiedersi, a questo punto, quale sia la natura del presupposto secondo cui lo Stato potrebbe fare meglio anche molte cose che i privati possono fare da soli. Sembra, talora, che il presupposto debba avere natura empirica: ma in questo caso proprio la crisi italiana finisce per provarne la inesattezza. Nei compiti che non sono i suoi la macchina statale, infatti, normalmente fallisce, come dimostrano i dissesti delle imprese pubbliche e i vistosi sprechi della cultura di Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Qualche economista ha ritenuto di potere identificare una \u00abregola del due\u00bb (31), secondo cui ogni operazione economica gestita dallo Stato costa normalmente il doppio della stessa prestazione fornita da privati. Dal punto di vista empirico, dunque, la premessa \u00e8 facilmente falsificabile &#8211; nel senso popperiano di \u00abessere provata falsa\u00bb -: lo Stato \u00e8 in grado di svolgere molte attivit\u00e0 che possono svolgere anche i privati, ma in modo meno efficiente e meno produttivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altre volte, forse per la difficolt\u00e0 dell\u2019argomentazione empirica, il presupposto statalistico assume invece la configurazione di una vera e propria \u00abideologia\u00bb, nel senso &#8211; attribuito al termine soprattutto dalla meta-scienza sociale tedesca &#8211; di discorso fondato su premesse occulte di natura dogmatica e sottratte alla discussione (32). Nasce cos\u00ec, a sostegno della imposizione pubblica, quello che Enrico di Robilant ha proposto di chiamare \u00abgiustificazionismo sociale\u00bb. intendendo con questo termine la \u00abattribuzione di assolutezza ed esaustivit\u00e0 a soluzioni di problemi di tecnologia sociale, le quali, perci\u00f2, vengono considerate come giustificate, vale a dire provate giuste o comunque tali da dover essere accolte, mentre alla luce delle esigenze di severa criticit\u00e0 questa pretesa appare infondata e illusoria\u00bb (33).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Talora il giustiticazionismo metodologico porta alla costruzione d\u00ec teorie sociali il cui denominatore comune sembra essere quello che Karol Wojtyla ha chiamato, nel suo <em>Persona e atto<\/em>, \u00abtotalismo\u00bb. riferendosi a quella concezione che, sulla base del presupposto della estraneit\u00e0 del bene della persona al bene comune, persegue tale \u00abbene comune\u00bb nonostante e contro le esigenze e i diritti della persona (34).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Talora il presupposto totalistico \u00e8 teorizzato esplicitamente come tale, ipostatizzando una figura di Stato i cui diritti e le cui esigenze sarebbero \u00abessenzialmente\u00bbo \u00abontologicamente\u00bb superiori a quelle delle persone dei consociati (35). Questa figura dello Stato. che non tollera limiti e rende quindi inutile o irrilevante ogni discorso sui limiti della imposizione pubblica e in particolare della tassazione. si presenta in modo caratteristico nel socialismo marxistico: permane, tuttavia, sulla base di presupposti idealistici pi\u00f9 o meno esplicitati, anche in teorie e sistemi che vorrebbero essere assai lontani dal socialismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella cultura non marxistica. specialmente anglosassone, il totalismo e il giustificazionismo sociale sono di solito presenti in una forma pi\u00f9 raffinata che si ispira ai vari tipi di utilitarismo. Sono di questo tipo. in genere, le varie teorizzazioni dello Stato assistenziale ad alta fiscalit\u00e0. molto diffuse, almeno fino a qualche anno fa. in vari paesi. Non \u00e8 un caso che l\u2019utilitarismo, finora in Italia meno rilevante che nei paesi dell\u2019area angloamericana, sia stato di recente \u00abriscoperto\u00bb dalla rivista ufficiale del Partito Socialista (36). Spesso, poi. la tesi che lo Stato sia in grado. disponendo di adeguate risorse, di massimizzare la utilit\u00e0 sociale si confonde con quella secondo cui la utilit\u00e0 sociale assicurata dalla Stato \u00e8 anche \u00abgiusta\u00bb: cos\u00ec che, in concreto. pu\u00f2 essere difficile distinguere il giustificazionismo utilitaristico dal giustificazionismo \u00abdi giustizia\u00bb (37).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come ha notato fra gli altri Friedrich A. Hayek, anche la seconda forma di totalismo, che giustifica l\u2019assorbimento di risorse e di attivit\u00e0 nello Stato assegnando all\u2019apparato statale il compito di instaurare la giustizia sociale, \u00e8 in realt\u00e0 del tutto illusoria e fallace. Lo Stato, infatti, dovrebbe in questo caso conoscere a priori tutte le possibili situazioni sociali, prevedere ogni ipotesi, sapere che cosa \u00e8 \u00abgiusto\u00bb e \u00abutile\u00bb per ognuno in ogni occasione, stabilire premi e castighi; principio che, se da una parte implica la distruzione dei dinamismi pi\u00f9 tipici della libert\u00e0 della persona umana, dall\u2019altra \u00e8 evidentemente infondato in quanto attribuisce allo Stato caratteristiche conoscitive che non ha e non pu\u00f2 avere. Il totalismo utilitaristico, inoltre, \u00e8 suscettibile di critiche sul piano pratico, ampiamente articolare dalla scuola economica della <em>public choice<\/em> e recentemente da Gordon Tullock. In uno studio sulle teorie distributive, egli dimostra in modo persuasivo che il <em>Welfare State <\/em>in realt\u00e0 non \u00abridistribuisce\u00bb nulla, perch\u00e9 i poveri conoscono modeste variazioni della loro situazione e la presunta \u00abridistribuzione\u00bb avviene in genere tutta all\u2019interno della classe media, ovvero &#8211; pi\u00f9 spesso &#8211; si riduce al semplice prelievo dai consociati di ricchezze che servono a finanziare l\u2019apparato burocratico che dovrebbe ridistribuirle (38).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Merita un accenno, infine, una forma di giustificazionismo utilitaristico che \u00e8 stata spesso invocata nel dibattito politico sui vari provvedimenti fiscali e i cui effetti nefasti sulla situazione italiana sono stati di recente sottolineati da Caramelli. Si tratta della teoria, che corrisponde a una sorta di vulgata keynesiana, per cui la espansione della spesa pubblica \u00e8 utile alla collettivit\u00e0 perch\u00e9 si tratta di una spesa che crea la propria domanda e, a gioco lungo, rilancia la economia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ancora una volta, proprio il \u00abcaso Italia\u00bb ha dimostrato falso il \u00abkeynesismo ingenuo\u00bb, ormai abbandonato dalla maggiore parte degli economisti ma evidentemente comodo per molti politici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Italia, secondo l\u2019analisi di Caramelli che vale qui la pena di citare, .\u00e8 diventata tipica una sequenza di questo genere: \u00aball\u2019espansione della spesa privata e pubblica (nonch\u00e9 agli aumenti dei costi di produzione unitari) fa seguito un\u2019accelerazione dell\u2019inflazione e un deterioramento della bilancia dei pagamenti con emorragia di riserve valutarie; queste difficolt\u00e0 vengono fronteggiate con misure restrittive di politica monetaria e valutaria, alle quali fu seguito di regola una caduta dell\u2019investimento privato e una tendenza alla riduzione dell\u2019occupazione; quando questi fenomeni raggiungono valori critici, interviene l\u2019inasprimento fiscale come misura per garantire l\u2019almeno temporaneo successo della svalutazione e consentire il ripristino di condizioni creditizie meno severe per le imprese, e spesso con il provvedimento di aumento dei prelievo si decide anche un ulteriore aumento della spesa pubblica, di sostegno alle imprese, salvataggio industriale e agevolazione agli investimenti \u2013 il che rende possibile la presentazione di provvedimenti assai restrittivi quali \u201cmisure tributarie per il rilancio dell\u2019economia\u201d\u00bb (39).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Alcune conclusioni<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La storia, diceva Joseph de Maistre, \u00e8 politica sperimentale. Il \u00abcaso Italia\u00bb dimostra, come una lezione, le conseguenze drammatiche, su tutti i piani, della espansione dello statalismo e del totalismo e della violazione sistematica del principio di sussidiariet\u00e0. N\u00e9 consola la considerazione secondo cui gran parte dell\u2019Occidente si avvia, ove non intervengano o non proseguano salutari correttivi, a condizioni analoghe alle nostre, tanto che studiosi di diverso orientamento, da Sergio Ricossa a Vittorio Mathieu, hanno segnalato il pericolo che la civilt\u00e0 borghese crolli sotto il peso dei tributi (40).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di fronte a questa crisi, abbiamo assistito &#8211; soprattutto in Italia &#8211; a fenomeni di pessimismo dogmatico e all\u2019insistente riemergere della tesi secondo cui la crescita della spesa pubblica, e quindi del prelievo fiscale, \u00e8 ormai ingovernabile e, giacch\u00e9 \u00e8 impossibile spendere meno, ci si dovrebbe volgere piuttosto a cercare di spendere meglio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa prospettiva, spesso assunta in modo acritico, implica in realt\u00e0 la fine di una forma di Stato anche solo apparentemente \u00abliberale\u00bb e la instaurazione esplicita di uno degli Stati pi\u00f9 socialistici che sia possibile immaginare. Ha ricordato Francesco Mattei, a un convegno organizzato a Milano dalla Fondazione Einaudi: \u00abDeve essere possibile governare la spesa pubblica: se non si ritenesse di poter dare questa risposta, si dovrebbe concludere che non \u00e8 possibile governare il nostro Stato democratico con l\u2019attuale sistema\u00bb (41).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 necessario, dunque, che lo Stato si ritiri e lasci pi\u00f9 spazio a quella sfera del privato per lunghi anni umiliata e compressa. Perch\u00e9 questa esigenza, ormai largamente diffusa, diventi. progetto politico sar\u00e0 necessario percorrere con coraggio una strada lunga e in salita: \u00e8 pi\u00f9 difficile risparmiare che spendere, come sanno non solo gli economisti ma anche le massaie. In questa crisi, il cui spessore culturale va ben oltre il normale decorso della cronaca economica, la cultura cattolica si trova di fronte a una storica sfida.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I cattolici hanno oggi la possibilit\u00e0 di rispondere a domande e esigenze di larga diffusione &#8211; si pensi all\u2019interesse che ha. destato negli Stati Uniti la teoria dello \u00abStato minimo\u00bb di Nozick &#8211; , riproponendo insieme la lezione morale e la fecondit\u00e0 politico-sociale del principio di sussidiariet\u00e0, ricordando che la spesa pubblica pu\u00f2 diminuire solo se diminuisce lo statalismo, se lo Stato torna ad avere come misura e limite del suo operare le esigenze e le concrete libert\u00e0 della persona, secondo una felice formula della dottrina sociale cristiana: \u00abtanta libert\u00e0 quanta \u00e8 possibile, tanto Stato quanto \u00e8 necessario\u00bb (42).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se sapranno trarre <em>nova et vetera<\/em> dal patrimonio della dottrina sociale, rileggendo il principio di sussidiariet\u00e0 nel contesto della societ\u00e0 tecnologica e delle sue crisi, i cattolici potranno davvero mostrare al mondo, partendo da problemi urgenti e concreti, che \u00abil Cristianesimo non \u00e8 un\u2019esperienza storica superata da nuove ,forme di redenzione umana, ma \u00e8, resta e sar\u00e0 sempre la \u201cnovit\u00e0\u201d per eccellenza. ai di l\u00e0 di tutti i ritrovati che l\u2019uomo, con le sue soie forze, sapr\u00e0 escogitare nei corso della storia\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Viceversa, \u00abse cediamo alla tentazione di lasciare il Cristianesimo per le \u201cideologie\u201d di questo mondo, pensando di trovarle pi\u00f9 \u201cavanzate\u201d o pi\u00f9 efficaci, in realt\u00e0 non andiamo avanti, ma torniamo indietro. Questo dovrebbe insegnarci la recente storia europea, nella quale si pu\u00f2 costatare che l\u2019acconsentire a quella tentazione non \u00e8 stato senza rapporto con le catastrofi nelle quali essa \u00e8 precipitata, sperimentando forme di barbarie sconosciute agli stessi antichi pagani\u00bb (43).<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/?p=2382\" target=\"_blank\"><strong>vai alle note<\/strong><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cristianit\u00e0 n.105 gennaio 1984 Da un articolo di pi\u00f9 di vent&#8217;anni fa si evince come la politica economica e fiscale dell&#8217;attuale sinistra in Italia sia affato mutata ma punta ancora alla trasformazione in senso socialista della societ\u00e0, attraverso la spesa pubblica e il prelievo forzoso, in nome di una fantomatica ridistribuzione delle risorse * * &hellip; <\/p>\n<p><a class=\"more-link btn\" href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/fisco-libert-e-morale-sociale\/\">Continua a leggere<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":28015,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[13,58],"tags":[145,160],"class_list":["post-2381","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-economia","category-fisco","tag-fisco-2","tag-statalismo","item-wrap"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.6 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Fisco, libert&agrave; 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