{"id":1930,"date":"2006-03-10T14:52:00","date_gmt":"2006-03-10T13:52:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2015-12-03T16:24:58","modified_gmt":"2015-12-03T15:24:58","slug":"perch-litalia-non-pu-fondarsi-sul-mito-della-resistenza-comunis-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/perch-litalia-non-pu-fondarsi-sul-mito-della-resistenza-comunis-2\/","title":{"rendered":"Perch&eacute; l\u2019Italia non pu&ograve; fondarsi sul mito della resistenza comunista"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><strong><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/03\/resistenza.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-28599\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/03\/resistenza.jpg\" alt=\"resistenza\" width=\"250\" height=\"188\" \/><\/a>Il Domenicale<\/strong> 19 febbraio 2005<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Il motto tanto deprecato, dagli storici di sinistra post-gramsciani, \u201cmy country, right or wrong\u201d, sarebbe invece un primo passo per ricostruire una identit\u00e0 nazionale comune che possa fare fronte ai dilemmi secessionisti e a quelli della globalizzazione<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Revisionismo e consegna del silenzio<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Anche la democrazia censura gli intellettuali: il caso De Felice e le paure attuali degli storici che piegano la storia alla politica<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Eugenio Di Rienzo<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Tra dicembre 1987 e gennaio 1988, Renzo De Felice, rilasciava due interviste al <em>Corriere della Sera<\/em>, su antifascismo e costituzione repubblicana, che molto rumore e scandalo destarono tra le vestali del mondo politico e intellettuale italiano. In margine a quelle polemiche, il 22 febbraio 1988, il suo intervistatore, Giuliano Ferrara, scriveva allo storico:<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Mi faccio vivo al ritorno di un viaggio per esprimerle, sia pure in ritardo, un sentimento di stima e di viva gratitudine. <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Lei \u00e8 stato con me, da intervistato a intervistatore, di una correttezza assoluta ed esemplare. Ma molti, troppi, direi, l\u2019avevano invitata, sin dal primo momento, a correggere il tiro, a prendere qualche distanza, a non offrire pretesti per una risibile campagna di insinuazioni, a proposito delle \u201cindicazioni\u201d politiche del redattore del Corriere al quale aveva concesso il discusso colloquio. <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>La perfezione del suo comportamento e l\u2019eleganza della sua scelta di replicare ai critici con una seconda intervista mi hanno sbalordito. \u00c8 un caso di sicurezza di s\u00e9, di serenit\u00e0 d\u2019animo e di fiducia delle idee, di cui ormai, purtroppo, \u00e8 rarissimo trovare esempio nel mondo politico e in quello intellettuale. <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>La ringrazio e spero che i nostri colloqui professionali abbiano un seguito intellettuale e professionale<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di quella \u201cserenit\u00e0 d\u2019animo\u201d, di quella fiducia nelle proprie idee, ben altre prove aveva fornito De Felice per superare gli ostacoli \u2013 di natura editoriale ed istituzionale \u2013 che molti gli opposero anche solo per impedirgli di rendere di pubblico dominio la sua interpretazione della storia italiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Noto \u00e8 il linciaggio giornalistico che fece seguito all\u2019apparire dell\u2019<em>Intervista sul fascismo<\/em>, che provoc\u00f2 l\u2019indignata reazione di Rosario Romeo. Nota \u00e8 anche la resistenza portata avanti dagli ambienti azionisti della casa editrice Einaudi per ostacolare la pubblicazione del primo volume della biografia di Mussolini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Un caso di censura democratica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non ancora divulgato, invece, \u00e8 l\u2019episodio del suo rifiuto di collaborare ulteriormente alla stesura delle voci del Dizionario Biografico degli Italiani \u2013 di un\u2019opera quindi di carattere pubblico, destinata istituzionalmente a fornire all\u2019interno e fuori del nostro paese il sussidio scientifico primario e necessario ad ogni ricercatore \u2013 una volta accertato l\u2019intervento di carattere censorio da parte del responsabile della sezione di storia contemporanea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo caso, la classica goccia destinata a far traboccare il vaso fu la decisione redazionale di intervenire pesantemente con tagli, che nessuna ragione scientifica giustificava, sulla voce \u201cArturo Bocchini\u201d, redatta da Piero Melograni, dove erano riportati alcuni giudizi di esuli antifascisti sulla \u201ccorrettezza amministrativa\u201d del massimo responsabile dell\u2019apparato poliziesco del regime.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La voce, emendata d\u2019autorit\u00e0 dagli elementi ritenuti \u201cpoliticamente scorretti\u201d, sarebbe stata pubblicata in forma anonima, a causa del rifiuto di Melograni di apporre la sua firma al testo manomesso. Questo fatto provocava la ferma reazione di De Felice, nella lettera indirizzata al direttore dell\u2019opera Alberto Maria Ghisalberti il 19 dicembre 1969.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A riscontro della Sua del 14 corrente e facendo seguito alle nostre due ultime conversazioni, Le confermo la mia intenzione di redigere la voce \u201cBolgeni\u201d. Per le voci di storia contemporanea (e in particolare \u201cBombacci\u201d, \u201cBottai\u201d e \u201cBuffarini Guidi\u201d), come Le ho gi\u00e0 detto, devo invece rifiutarle a causa della impossibilit\u00e0 di conciliare le mie idee su come trattare i problemi di storia contemporanea con i criteri di giudizio che animano la redazione competente per questo genere di voci (criteri che ho potuto riscontrare in occasione della nota vicenda relativa alla voce \u201cBocchini\u201d redatta dal mio assistente dr. Melograni).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Credo che questo e altri documenti, relativi alla censura \u201cdemocratica\u201d della prima Repubblica, potrebbero essere utilmente messi sotto gli occhi di chi (Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro), nel dibattitto giornalistico della scorsa estate, ha capziosamente negato l\u2019esistenza di un\u2019egemonia fortemente radicata nel panorama culturale del nostro paese. Quell\u2019egemonia \u00e8 al contrario esistita e, a ben vedere, non fu monopolio della sola sinistra ma arriv\u00f2, in certi periodi e per certi argomenti, ad essere esercitata, con le dovute eccezioni, dall\u2019intero arco politico costituzionale, gi\u00e0 a partire dai primi anni del secondo dopoguerra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quell\u2019egemonia, inoltre, non fu soltanto il prodotto di un generalizzato consenso. Non di rado, essa venne mantenuta in vita forzosamente, per il quarantennio successivo alla sua nascita, utilizzando molto spesso non le sole \u201carmi della critica\u201d ma anche una \u201ccritica delle armi\u201d, limitatasi fortunatamente ad un occhiuto controllo sull\u2019ortodossia storiografica italiana, ancora oggi in piena attivit\u00e0 e che spesso \u00e8 esercitato dalle stesse personalit\u00e0, che furono attive in questo senso nella Prima Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Penso, in questo caso, all\u2019abbondante e recentissima letteratura \u201canti-revisionista\u201d, nel cui novero, un posto d\u2019onore va riservato al volumetto di Sergio Luzzatto, comparso presso l\u2019editore Einaudi, La crisi dell\u2019antifascismo, che proprio dalle interviste concesse da De Felice a Giuliano Ferrara prende le mosse, per stigmatizzare il nefasto \u201cassassinio\u201d della memoria politica dell\u2019antifascismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale passaggio d\u2019epoca, il maggiore storico del fascismo \u2013 Renzo De Felice \u2013 l\u2019aveva visto arrivare per tempo, prima ancora del fatidico 1989: come aveva testimoniato una sua doppia intervista dell\u2019anno prima sul <em>Corriere della Sera<\/em>, rilasciata a un neo-giornalista con tutto un passato da funzionario del Partito comunista italiano, Giuliano Ferrara.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si badi, aveva detto al <em>Corriere<\/em> l\u2019illustre biografo di Mussolini, che la \u201cvulgata\u201d antifascista, dominante nel discorso storico e politico almeno dal 1960, andr\u00e0 presto in soffitta, non foss\u2019altro per un motivo generazionale: appunto nel momento in cui si faranno cittadini coloro i cui genitori sono nati gi\u00e0 sotto la Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una generazione allo sguardo della quale il fascismo si sarebbe presentato come faccenda ormai lontana, esperienza defunta piuttosto che esperienza vissuta. Da allora \u2013 aveva ammonito De Felice, con malcelata soddisfazione \u2013 il paradigma antifascista sopra cui si era fondata la repubblica \u201cnata dalla Resistenza\u201d non avrebbe pi\u00f9 avuto ragione di essere riconosciuto come valido.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019autore di questa prosa (Sergio Luzzatto), ai cui argomenti lo stesso De Felice aveva gi\u00e0 ampiamente replicato, \u00e8 un reduce degli studi sulla rivoluzione francese, che di quel periodo storico, cui ha valorosamente dedicato la sua attenzione, pare aver soprattutto introiettato la tesi giacobina del \u201ccomplotto\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E cio\u00e8 l\u2019abitudine a leggere ogni avvenimento della storia passata o contemporanea come una macchinazione alla cui base devono essere rintracciati precisi responsabili e possibilmente un \u201cgrande Vecchio\u201d, ispiratore dell\u2019intera operazione. Procedendo di questo passo, Sergio Luzzatto vede nella rilettura \u201crevisionista\u201d del fascismo e della resistenza una sorta di congiura messa in opera da elementi francamente reazionari che intendono in questo modo spazzare via la carta costituzionale del 1948, per sostituire ad essa un nuovo assetto istituzionale destinato a provocare un\u2019immancabile involuzione autoritaria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra i foschi congiurati strettisi a patto per realizzare questo diabolico disegno, le massime cariche dello Stato, e uno stuolo sempre pi\u00f9 numeroso di storici intenzionati a delegittimare il passato glorioso dell\u2019antifascismo: tutti, con qualche eccezione, \u201cdiscesi per li rami\u201d dal magistero di Renzo De Felice, e tutti rei dell\u2019imperdonabile colpa di affrontare quotidianamente l\u2019ingrata fatica della ricerca archivistica, per diseppellire documenti inediti e in qualche caso \u201csegretati\u201d dal controllo della memoria che si \u00e8 instaurato in Italia immediatamente dopo il 1945.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I \u00abreducismi\u00bb e la \u00abmemoria divisa\u00bb<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma torniamo ai contenuti delle interviste al <em>Corriere della Sera<\/em>, che ancora tanto scandalo destano in Sergio Luzzatto, ma che non molto si discostavano dalla presa di posizione di Leo Valiani, in un carteggio della met\u00e0 degli anni \u201960, intrattenuto proprio con De Felice.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In quella corrispondenza, il vecchio dirigente azionista riconosceva l\u2019impossibilit\u00e0 di fare storia del recente passato, basandosi sulla memoria appassionata dei protagonisti, sostenendo, insomma, che come Salvemini, autore della durissima requisitoria contro l\u2019\u201cuomo di Dronero\u201d, non poteva essere storico attendibile dell\u2019et\u00e0 giolittiana, l\u2019interpretazione della guerra di liberazione non poteva fondarsi sulla visione mitologica elaborata da dirigenti partigiani e da reduci del regime di Sal\u00f2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da questo punto di vista, n\u00e9 il repubblichino Carlo Silvestri (Mussolini, Graziani e l\u2019antifascismo, Longanesi, 1949), autore di una delle pi\u00f9 famose storie fasciste della guerra civile, i cui contenuti sono stati recentemente sdoganati da Giampaolo Pansa, n\u00e9 il comunista Luigi Longo, estensore di un\u2019altrettanto faziosa storia della resistenza (Sulla via dell\u2019insurrezione nazionale, Roma, Editori Riuniti, 1974), n\u00e9 tantomeno l\u2019azionista Giorgio Bocca, potevano essere credibili analisti di quella stagione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come dire, che il \u201creducismo\u201d di una parte e dell\u2019altra, se era tutt\u2019al pi\u00f9 in grado di alimentare i fuochi fatui di una memoria divisa, alla quale Luzzatto tributa ancora oggi un nostalgico rimpianto, arrivando addirittura a tessere un neo-marinettiano \u201celogio della violenza\u201d, risultava invece estraneo alla possibilit\u00e0 di fare storia, che certo mai potr\u00e0 essere attivit\u00e0 bipartisan ma che deontologicamente si deve sforzare di temperare l\u2019ardore delle tendenze settarie nel bagno tonificante di una buona filologia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo questa indicazione, anche la stagione della resistenza andava ripensata a freddo, concettualizzata dal lavoro dello storico, scomposta nelle sue molte varianti, alcune da accettare, altre da rifiutare decisamente e questa volta sul piano politico e civile. Allo stesso modo, si parva licet magnis componere, una consapevole rilettura storiografica della Rivoluzione francese ha dimostrato che quell\u2019evento non poteva essere considerato come un \u201cblocco\u201d, secondo la famosa esortazione di Clemenceau, se veramente si voleva superarne una ricostruzione vulgata, strumentale e falsificante, unicamente spendibile sul piano della \u201cpolitique politicienne\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il che, mi pare, indicazione di buon metodo storiografico, ricca di un non disprezzabile plus-valore politico. Disaggregando la resistenza nelle sue diverse componenti, come benissimo aveva fatto Sergio Cotta in un volume di rara penetrazione che meriterebbe una rapida ristampa (La Resistenza come \u00e8 perch\u00e9, Roma, Bonacci, 1994) forse \u00e8 possibile meglio cogliere, fuori da boatos polemici, il significato dell\u2019esternazione del presidente del Senato Marcello Pera dello scorso dicembre, uno degli imputati eccellenti del libello di Luzzatto, che ha semplicemente sostenuto l\u2019impossibilit\u00e0 di basare il patto fondativo della Repubblica sull\u2019antifascismo comunista per le caratteristiche eminentemente totalitarie e antinazionali di quel movimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nello stesso modo, vorrei aggiungere, il riconoscimento condiviso dei valori della \u201cGrande Rivoluzione\u201d avvenne nella Francia della Terza Repubblica, tramite l\u2019esclusione dell\u2019episodio del Terrore, e quello delle Rivoluzioni del XVII secolo si configur\u00f2, in Inghilterra, come gi\u00e0 Guizot aveva messo in luce, grazie all\u2019accettazione dei contenuti liberali e di garanzia dell\u2019assetto proprietario del 1689 e non della fase anarchica ed eversiva degli ordinamenti sociali del 1648.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Un carteggio significativo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma di pi\u00f9 e meglio si potrebbe fare, per decontestualizzare l\u2019intervento di Pera da un quadro tendenziosamente polemico, paragonandone i contenuti con quelli che emergono dalla lettura del carteggio tra Salvemini ed Ernesto Rossi degli anni 1944-1957, ora disponibile nella sua integrit\u00e0, grazie all\u2019edizione curata da Mimmo Franzinelli (<em>Dall\u2019esilio alla Repubblica. Lettere, 1944-1957<\/em>, a cura di M. Franzinelli, Bollati Boringhieri, 2004), che sostituisce quella purgata, in ossequio ai dettami della \u201ccensura democratica\u201d, dal comunista Alberto Merola nel 1967.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E non voglio qui riferirmi alla critica liquidatoria di Rossi sulla resistenza e sull\u2019antifascismo posteriore al 25 luglio, forse parzialmente ingiusta ma tale da contenere alcuni incontrovertibili elementi di verit\u00e0, secondo la quale, la prima era stata composta nella gran massa da \u00abdisertori (fra i quali molte camicie nere, carabinieri, guardie carcerarie) o dagli operai che non volevano andare a lavorare in Germania\u00bb, e il secondo era stato smisuratamente ingrossato dai molti che avevano \u201cvoltato gabbana\u201d, poco prima del 25 aprile, \u00abproprio nelle ultime settimane quando la partita era ormai perduta e che si presentano ora come \u2018salvatori della patria\u2019\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi rifaccio, invece, ai giudizi sulla totale estraneit\u00e0 del comunismo, del socialismo di Nenni, dell\u2019azionismo radicale nei confronti di un normale decorso della vita democratica italiana dopo la fine del secondo conflitto. Quelle valutazioni toccano uno dei loro momenti pi\u00f9 significativi nella corrispondenza di Rossi del 13 febbraio 1945, dove era contenuta una violenta critica alla componente azionista del Cln, che aveva sostenuto, alla fine del 1944, il progetto di \u201cdemocrazia progressiva\u201d poi fatto proprio anche dal Pci.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I nostri amici si sono messi in una strada estremamente pericolosa accettando di allargare il Cnl (in cui sono rappresentati pariteticamente i cinque partiti) con rappresentanti delle \u201corganizzazioni di massa\u201d (delle officine, dei partigiani, delle donne, dei giovani, degli impiegati ecc.), in cui verranno facilmente sommersi dai comunisti, i quali faranno nascere come funghi tali organizzazioni, in gran parte bluffistiche, e soli hanno i quadri per dirigerli con una disciplina unitaria; tendono a quel \u201cdualismo di poteri\u201d che rappresenta la condizione pi\u00f9 favorevole per un\u2019azione rivoluzionaria alla quale soli i comunisti sono veramente preparati; molti sono anche disposti a far propria la formula \u201ctutto il potere ai Cnl\u201d, che corrisponde alla formula \u201ctutto il potere ai soviet\u201d dei comunisti russi nel 1917.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 questa una presa di posizione, che ritroviamo ampiamente ribadita nell\u2019intero carteggio, nel quale a pi\u00f9 riprese le forze di ispirazione marxista venivano considerate alla stregua di meri instrumenta regni dell\u2019imperialismo sovietico, e il Pci in particolare identificato \u00abcome un partito nazionalista straniero, inassimilabile nella democrazia dei nostri paesi\u00bb, a partire dall\u2019atteggiamento antitaliano e filoslavo di \u00abTogliatti e della banda stalinista italiana\u00bb sulla questione del confine orientale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il servile ossequio del capo comunista alla <em>Realpolitik<\/em> moscovita era vigorosamente denunciato da Salvemini, gi\u00e0 nel corso del 1944, e poi nel febbraio 1945, in replica ad un articolo comparso sull\u2019Unit\u00e0, smaccatamente favorevole all\u2019annessione jugoslava di Gorizia, Trieste e dell\u2019Istria occidentale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La soluzione del problema, secondo il giornale stalinista, deve essere \u201cconforme alla volont\u00e0 popolare\u201d e ai bisogni del nuovo Stato jugoslavo. \u201cVolont\u00e0 popolare\u201d di chi? Dei soli slavi? E da quando in qua i bisogni degli Stati nuovi o vecchi hanno acquistato il diritto di prevalere su la \u201cvolont\u00e0 popolare\u201d? I nazionalisti italiani dicevano che l\u2019Italia aveva \u201cbisogno\u201d della Dalmazia e volevano prendersela.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da quando in qua il diritto dei bisogni \u00e8 stato riconosciuto dalla Terza Internazionale? E che cosa avverr\u00e0 agli italiani dei territori misti? Gli agenti americani della macchina stalinista, messi di fronte a questo problema, rispondono che esso sar\u00e0 risolto col metodo di \u201ctrasferire\u201d le popolazioni. Non dicono neanche \u201cscambiare\u201d le popolazioni che sarebbe gi\u00e0 inumano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dicono \u201ctrasferire\u201d cio\u00e8 \u201csloggiare\u201d le popolazioni, deportarle in Siberia dalla Germania, buttarle a mare da Trieste. Sono anche capaci di dire \u201ctrasferirle con metodi umanitari\u201d, quasi che si possa mai trovare un metodo umanitario per costringere gente che sta in una casa, in una bottega, in una fabbrica, in un pezzo di terra, a spulezzare e andarsene a casa del diavolo. Signori stalinisti italiani, che cosa farete degli italiani che stanno da secoli nelle zone miste italo-slave, anche in quelle dove sono maggioranza? Propugnerete anche per essi il \u201ctrasferimento con metodi umanitari\u201d?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si trattava di affermazioni, che non venivano ad essere contraddette, come pure si \u00e8 voluto sostenere, dalla necessit\u00e0 politica di riservarle, a guerra terminata, mentre si accendevano i fuochi della competizione elettorale, ad una ristretta cerchia di amici politicamente affidabili, per evitare l\u2019instaurarsi in Italia di un\u2019altra \u00abrepubblica di Salazar, dominata dai preti\u00bb, secondo l\u2019indicazione di Salvemini in una lettera ad Ernesto Rossi del dicembre 1946.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dire la verit\u00e0 senza riguardi per nessuno\u201d, come tu dici, non sarebbe una buona politica. Bisogna oggi domandarsi a chi serve dire certe verit\u00e0. Se, ad esempio, dicessi quello che penso del regime e dei governi russi mi troverei senz\u2019altro dalla parte degli anticomunisti, mentre sono convinto che non \u00e8 possibile lavorare oggi per la democrazia senza andare d\u2019accordo con loro: bisogna fare come quei liberali italiani che, nel \u201948, facevano finta di credere nel liberalismo di Pio XI.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con queste parole si configurava un pericoloso atteggiamento mentale, destinato a radicarsi nella sinistra non comunista per l\u2019intero cinquantennio a venire e forse anche ora non del tutto scomparso, sul piano della tattica politica e pi\u00f9 ancora su quello della ricostruzione storiografica. Ragioni di opportunit\u00e0 di parte, e forse pure un\u2019inesausta, quanto malintesa e indifferenziata, \u201cvoglia di antifascismo\u201d, di cui Luzzatto appare oggi l\u2019attardato epigono, spingevano alla pratica diffusa di una \u201cdissimulazione\u201d spontanea ma certo non \u201conesta\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dall\u2019inizio degli anni \u201950, mentre alcuni intellettuali italiani ponevano le basi di un fermissimo \u201canticomunismo democratico\u201d \u2013 da Ignazio Silone, a Carlo Antoni, a Federico Chabod, a Vittorio De Caprariis\u2013 altri chierici, come Franco Venturi, reduce da un soggiorno nell\u2019Urss, dove gli era stato possibile apprezzare a pieno l\u2019orrore e insieme l\u2019insensatezza del sistema staliniano, preferivano tacere la loro testimonianza per tema di \u201cfare il gioco dei reazionari italiani\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dalla \u201cservit\u00f9 volontaria\u201d di questa consegna del silenzio, almeno Venturi si sarebbe sottratto, senza equivoci, rapidamente e a \u201cviso aperto\u201d, con la sua radicale condanna dei fatti d\u2019Ungheria, gi\u00e0 nel 1956.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ad essa, invece sarebbe restato pi\u00f9 a lungo \u2013 veramente troppo a lungo \u2013 fedele un altro esponente azionista, come Vittorio Foa, che solo molto recentemente ha trovato la forza di confessare le opacit\u00e0 e le rimozioni che contrassegnarono la livida stagione della guerra fredda, nella quale una colpevole astensione silenziosa sui crimini del comunismo internazionale apparve poter esser giustificata dalla \u00abpaura di essere occupato intellettualmente dagli americani\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altri, invece, mi pare, vorrebbero che questa consegna del silenzio venisse mantenuta, ancora oggi e <em>sine die<\/em>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Domenicale 19 febbraio 2005 Il motto tanto deprecato, dagli storici di sinistra post-gramsciani, \u201cmy country, right or wrong\u201d, sarebbe invece un primo passo per ricostruire una identit\u00e0 nazionale comune che possa fare fronte ai dilemmi secessionisti e a quelli della globalizzazione Revisionismo e consegna del silenzio Anche la democrazia censura gli intellettuali: il caso &hellip; 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