{"id":1927,"date":"2006-03-10T14:37:00","date_gmt":"2006-03-10T13:37:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2015-12-01T14:23:36","modified_gmt":"2015-12-01T13:23:36","slug":"25-aprile-una-data-strumentalizzata-che-non-pu-fondare-una-nazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/25-aprile-una-data-strumentalizzata-che-non-pu-fondare-una-nazione\/","title":{"rendered":"25 Aprile: una data strumentalizzata. Che non pu&ograve; fondare una nazione"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><strong><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/03\/25-aprile.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-28371\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/03\/25-aprile.jpg\" alt=\"25 aprile\" width=\"200\" height=\"154\" \/><\/a>Il Domenicale<\/strong> 9 aprile 2005<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Come e perch\u00e9 la Resistenza perse i connotati storici e assunse quelli liturgici di un fenomeno che doveva diventare il mito fondatore del nuovo Stato. Il ruolo politico del Partito Comunista e quello moralizzatore di Giustizia e Libert\u00e0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Giuseppe Parlato<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Prima di analizzare, per sommi capi e in termini assolutamente sintetici e divulgativi, la questione della Resistenza \u2013 dopo sessant\u2019anni, una sorta di \u201cnervo scoperto\u201d della cultura, della politica e della storia del Novecento italiano \u2013 analizzandone soprattutto l\u2019aspetto fattuale, senza potere e dovere dimenticare di corredare i fatti di una buona dose di spiegazione circa i motivi, le ragioni che hanno consentito che i medesimi si svolgessero in quei termini, occorre fare una puntualizzazione, insieme semantica e di merito, su alcuni aspetti preliminari alla questione.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si pu\u00f2 partire, nella interpretazione del fenomeno resistenziale, dalla riflessione di Claudio Pavone circa l\u2019esistenza di tre guerre tra il 1943 e il 1945: la guerra patriottica, combattuta dai partigiani per cacciare l\u2019invasore tedesco; la guerra civile che contrappose partigiani e fascisti, e infine la guerra sociale, quella combattuta dalle formazioni comuniste contro il fascismo e contro tutti coloro, anche partigiani, che in qualche modo erano ritenuti elementi reazionari e che in diversa misura avrebbero potuto impedire il radicale rinnovamento della societ\u00e0 italiana (1).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La lettura di Pavone \u00e8 interessante essenzialmente per due motivi. Da un lato \u00e8 il primo studioso, a sinistra, ad utilizzare il termine di \u201cguerra civile\u201d: \u00e8 noto infatti che la definizione di guerra civile \u2013 con la quale Pisan\u00f2 titol\u00f2 i tre volumi di una delle pi\u00f9 documentate e interessanti letture da destra della guerra civile (2) \u2013 risultava inaccettabile ad una interpretazione militante e mitica del fenomeno resistenziale, in quanto poteva indurre a porre in qualche modo sullo stesso piano, come combattenti e come italiani, sia fascisti che partigiani (3).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dall\u2019altro perch\u00e9 Pavone fa luce su uno dei tab\u00f9 pi\u00f9 radicati nell\u2019ambito della memorialistica partigiana: le vendette e gli scontri interni alla resistenza, spesso condotti per portare a termine un disegno ideologico di stampo comunista, sul quale altre correnti della resistenza (badogliani, cattolici, ecc.) non potevano essere certamente d\u2019accordo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un altro elemento sul quale andrebbe compiuta una riflessione \u00e8 la consueta e consolidata identit\u00e0 tra antifascismo e Resistenza, termini spesso sovrapposti e confusi. Vi sono, in realt\u00e0, elementi comuni e fattori di diversit\u00e0 fra i due momenti dell\u2019opposizione al fascismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019antifascismo \u00e8 molteplice e sostanzialmente equilibrato nella sua molteplicit\u00e0; nell\u2019antifascismo forte \u00e8 la componente prefascista, una componente per lo pi\u00f9 moderata, di tradizione liberale e democratica, legata al messaggio risorgimentale, con forti perplessit\u00e0 sugli obiettivi del Partito Comunista; anche nella emigrazione politica a Parigi, all\u2019interno della Concentrazione, i rapporti fra questo antifascismo e il Pci non furono mai idilliaci e soltanto con la guerra di Spagna si verific\u00f2 un avvicinamento tattico; lo stesso antifascismo democratico imputava al Pci la disinvoltura con la quale intratteneva rapporti con esponenti del fascismo di sinistra attraverso gli \u201cappelli ai fratelli in camicia nera\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Resistenza appare immediatamente un fenomeno diverso: \u00e8 un movimento organizzato, dotato di una forte struttura territoriale, anch\u2019esso composito tra le varie \u201canime\u201d politiche ma la prevalenza militare, organizzativa, ideologica e infine anche numerica delle Brigate Garibaldi sulle altre formazioni fu sempre e costantemente evidente e decisivo ai fini dell\u2019esito della guerra civile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se si possono individuare due elementi comuni \u2013 l\u2019assenza, in entrambi, di una comune base ideologica, prevalendo l\u2019elemento \u201canti\u201d su quello propositivo; il fatto di essere, entrambi, fenomeni di \u00e9lite, non avendo mai raggiunto, se non dopo il 25 aprile, le dimensioni di massa \u2013 un terzo elemento \u00e8, a nostro avviso, decisivo per stabilire una non sempre evidente continuit\u00e0 fra antifascismo e Resistenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se coloro che animarono l\u2019antifascismo, sia durante l\u2019avvento del regime di Mussolini, sia negli anni del fuoriuscitismo, erano, lo si \u00e8 gi\u00e0 detto, anagraficamente e culturalmente di formazione prefascista, coloro i quali, invece, parteciparono alla Resistenza erano in buona misura giovani di leva, per sfuggire alla quale si erano rifugiati sulle montagne. Costoro avevano avuto un\u2019educazione sostanzialmente fascista e i pi\u00f9 preparati di loro erano passati attraverso i Gruppi universitari fascisti (Guf), attraverso le Scuole di preparazione politica del Pnf o addirittura attraverso i corsi della Scuola di Mistica fascista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In altri termini, costoro si erano preparati alla politica attraverso le strutture fasciste negli anni successivi alla guerra di Etiopia e avevano percorso, ciascuno, il proprio \u201clungo viaggio\u201d attraverso il fascismo, viaggio che partiva, generalmente, dalle rive della sinistra fascista per giungere al Pci: ci\u00f2 che caratterizzava tale trasmigrazione considerata frettolosamente, da parte fascista, frutto di mero opportunismo e di calcolo, fu proprio la comune propensione per la svolta totalitaria che accomunava fascisti di sinistra e comunisti. Nonostante la guerra civile, fu la sinistra fascista \u2013 dopo e nonostante Sal\u00f2 \u2013 a fornire alla struttura organizzativa e culturale del Pci la maggior parte della classe dirigente (4).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questa essenziale e non trascurabile trasmutazione genetica dell\u2019antifascismo \u2013 da democratico a totalitario, con l\u2019immissione dei giovani ex fascisti \u2013 sta una delle chiavi di lettura della evoluzione della storia dell\u2019Italia postbellica, della centralit\u00e0 rivoluzionaria acquisita dalla Resistenza, interpretata sempre pi\u00f9 in chiave palingenetica e morale, e, infine, della questione circa la continuit\u00e0 o la discontinuit\u00e0 dello Stato italiano tra fascismo e postfascismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il ruolo della Resistenza<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vi sono alcuni dati che apparvero acquisiti nel cinquantennio repubblicano a proposito del rapporto fra l\u2019antifascismo e la caduta del regime. Significativa, a tale proposito, la funzione determinante, secondo molti storici a cominciare da Paolo Spriano (5), degli scioperi del 1943 per segnare e determinare la fine del regime. I fatti sono noti. A Torino e a Milano, tra il marzo e l\u2019aprile 1943, in molte fabbriche si determinarono interruzioni dal lavoro: un fatto certamente inusuale e clamoroso, perch\u00e9, come \u00e8 altrettanto noto, il regime proibiva sia lo sciopero che la serrata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pochi comunisti, organizzati in termini elementari ed embrionali, riuscirono a mettere in scacco quel che restava del sistema produttivo fascista e a costringere il regime a concedere quegli aumenti salariali che erano gi\u00e0 stati promessi dal regime alla fine del 1942, in occasione del Ventennale della Marcia su Roma. Questo episodio, enfatizzato dalla storiografia di scuola marxista, avrebbe determinato la stessa caduta del regime, trasformando l\u2019adesione allo sciopero in protesta attiva contro la guerra e il fascismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questa ricostruzione tuttavia qualcosa non funziona: intanto gli scioperi non si svolsero soltanto a Torino e a Milano ma si estesero a molte microaziende, da Palermo a Viareggio, dall\u2019Emilia al triangolo industriale (Novara, Vercelli, ecc.). Gli scioperi si verificarono, cio\u00e8, anche in zone diverse da quelle dove l\u2019attivismo comunista era operante, mentre in una citt\u00e0 dove i nuclei comunisti erano forti, Genova, grazie ad una politica di aumenti salariali operata dalla Ansaldo, l\u2019astensione dal lavoro non si verific\u00f2 (6).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In realt\u00e0, si tratt\u00f2 di scioperi di carattere essenzialmente economico che ebbero una importante valenza politica per almeno tre ragioni: perch\u00e9 mettevano in evidenza la crisi di struttura del regime, incapace di fare fronte allo stillicidio dei bombardamenti delle aziende e alla conseguente insicurezza dei lavoratori; perch\u00e9 furono i primi scioperi da vent\u2019anni, dopo che il regime aveva dimostrato che era possibile realizzare una certa dinamica sociale anche senza il ricorso allo sciopero; perch\u00e9 i nuclei comunisti si inserirono in questa situazione e la sfruttarono alla meglio per dimostrare come un pugno di uomini determinati fosse riuscito a \u201cpreparare\u201d la caduta del regime.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Evidentemente non riuscirono a trasformare quell\u2019episodio nella spallata finale al regime agonizzante, perch\u00e9 il crollo del fascismo si verific\u00f2 tre mesi pi\u00f9 tardi e del tutto indipendentemente dalle pressioni popolari, meno che mai riconducibili agli scioperi. Tuttavia, per molti anni, la tesi \u201cufficiale\u201d di buona parte della storiografia ha messo in stretta relazione le astensioni dal lavoro con la fine del regime, sottacendo \u2013 o riducendo di importanza \u2013 il ruolo dei militari, del Sovrano e degli ambienti di corte nella caduta di Mussolini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si ponevano cos\u00ec le basi, per la storiografia marxista, di un progetto di ricostruzione storica degli eventi finali del regime nel quale non gi\u00e0 il Palazzo con i militari e con il Re avevano fatto cadere il Duce, bens\u00ec la spinta popolare, la sollevazione della opinione pubblica, la nascita di un antifascismo preresistenziale che in realt\u00e0, avendo determinato la caduta del regime, poteva avanzare pretese e legittimazioni nel vedersi affidare il potere dopo la fine della guerra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Resistenza, cos\u00ec, non era pi\u00f9 un fatto isolato, ma si saldava con l\u2019antifascismo fuoriuscito e con quello che contrast\u00f2 il fascismo negli anni Venti, acquisendo piena giustificazione storica e morale. Nasceva, con l\u2019episodio degli scioperi, il modello al quale si sarebbe stati abituati nel dopoguerra, di una Resistenza, cio\u00e8, liturgica e completamente saldata con la storia precedente, tendenzialmente operaistica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La necessit\u00e0 di valorizzare oltre misura gli scioperi del 1943 dipendeva anche da un altro fattore: le modalit\u00e0 con cui cadde il fascismo. Nonostante il progressivo scollamento del fronte interno, nonostante l\u2019andamento sempre pi\u00f9 disastroso del conflitto, nonostante il distacco sempre pi\u00f9 evidente tra il regime e la popolazione, sottoposta a privazioni, a incursioni aeree, a mancanza di lavoro, il regime fascista non cadde su iniziativa popolare ma in seguito a una strategia seguita dagli ambienti militari e dalla corona finalizzata a liquidare Mussolini e fare uscire l\u2019Italia dal conflitto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Trovato un appiglio costituzionale (il Gran Consiglio), il Re riusc\u00ec a fare leva sul sincero atteggiamento costruttivo di Grandi e di altri gerarchi fascisti, i quali volevano un fascismo moderato, conservatore, in grado di lasciarsi presto alle spalle dittatura, stato totalitario e partito unico, per avere soprattutto un fascismo senza Mussolini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo la seduta del 24-25 luglio 1943, nella quale l\u2019ordine del giorno Grandi \u2013 che prevedeva il ripristino delle prerogative statutarie e il ritorno al Re del comando delle forze armate \u2013 il Re liquid\u00f2 Mussolini, facendolo arrestare a Villa Savoia, lo sostitu\u00ec con Badoglio e gett\u00f2, nei 45 giorni, le basi per la capitolazione dell\u20198 settembre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In tutto ci\u00f2, il popolo, l\u2019insurrezione popolare, lo sdegno di un popolo da vent\u2019anni in catene non ci furono. Ci furono il giorno dopo, quando la folla si rivers\u00f2 nelle strade per manifestare soddisfazione per la fine della dittatura, ma soprattutto certezza che la guerra fosse agli sgoccioli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La volont\u00e0 di pace si sommava alla sfiducia nel fascismo: che tuttavia quello del 25 luglio dovesse essere un passaggio costituzionale e non una camuffata insurrezione, era chiaro a Grandi che infatti si preoccup\u00f2 non poco e cap\u00ec che tutto era compromesso non appena gli giunsero le notizie delle prime manifestazioni di piazza e dei primi atti di giustizia sommaria nel confronti del fascisti (7).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La stessa scelta a favore della Resistenza da parte di molti giovani \u00e8 stata ampiamente mitizzata, sia in termini quantitativi che in termini qualitativi. Ai trecentomila, \u201cun popolo alla macchia\u201d come titolava enfaticamente Luigi Longo, dell\u2019aprile 1945, quando non era difficilissimo essere partigiano e ai cinquecentomila \u201cbrevettati\u201d partigiani nei mesi successivi la Liberazione, quando era opportuno essere stato partigiano, corrispondevano \u201csoltanto\u201d 30 mila uomini in montagna nel marzo 1944 a far la scelta della clandestinit\u00e0, quando, negli stessi mesi, erano arruolati nelle forze armate della Rsi 350 mila uomini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 impressionante considerare come in un mese, dal marzo all\u2019aprile, i partigiani aumentino a 44 mila, mentre un mese dopo ancora, i primi di maggio, sono gi\u00e0 diventati 82 mila (8). Tale vertiginoso aumento della forza partigiana fu determinato non tanto da un repentino e cospicuo mutar d\u2019orientamento da parte della pubblica opinione, quanto pi\u00f9 semplicemente dai bandi della Rsi e cio\u00e8 da quella leva obbligatoria che Mussolini e Graziani imposero come elemento essenziale per potere configurare la Rsi come uno Stato nazionale a tutti gli effetti, contraddicendo le ipotesi di chi (Pavolini fra tutti, ma anche Borghese) avrebbero preferito puntare su un esercito di volontari, politico o no.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 indubbio quindi che l\u2019ingrossamento delle formazioni partigiane dipese, in buona misura, dalla coscrizione obbligatoria imposta da Sal\u00f2. La tesi della \u201czona grigia\u201d, formulata da De Felice, attiene anche a questo specifico aspetto: fascisti e partigiani furono due minoranze contrapposte, rispetto ad una popolazione che non voleva pi\u00f9 saperne di combattere. Il Bando Graziani si abbatt\u00e8 sulla zona grigia, inducendo molti che non si erano ancora esposti o che non avevano fatto ancora una scelta chiara, a scegliere; e spesso furono proprio i bandi fascisti a determinare indicazioni di ordine etico-politico nella popolazione, soprattutto nei giovani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In termini qualitativi, va ricordato che la scelta di andare a Sal\u00f2 o in montagna, come lentamente inizia ad essere osservato da molti, dipese dai motivi pi\u00f9 vari, non sempre riconducibili a ragioni di carattere politico. Oltre alla storiografia (9), anche nella letteratura di parte resistenziale si trovano accenni alla casualit\u00e0 di molte scelte, partigiane o fasciste.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A tale proposito spesso viene citata solo una battuta di Calvino messa in bocca al partigiano Kim (\u201cbasta un nulla, un passo falso, un impennamento dell\u2019anima e ci si trova dall\u2019altra parte\u201d); tuttavia, ben pi\u00f9 significativo \u00e8 il pi\u00f9 lungo brano riportato all\u2019inizio del medesimo volume: \u201cPer molti miei coetanei era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere; per molti le parti tutt\u2019a un tratto si invertivano, da repubblicani diventavano partigiani e viceversa; da una parte e dall\u2019altra si sparavano e si facevano sparare; solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile\u201d (10).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E, d\u2019altra parte, non poteva essere diversamente se si pensa alla comune matrice politica della generazione della guerra civile \u2013 come gi\u00e0 si \u00e8 cercato di dimostrare \u2013 e se si pensa alla assoluta assenza di rapporti fra i primi fuorusciti che rientrano nel 1943 per provvedere alla costituzione di focolai di insurrezione e la base popolare, che della presenza di antifascisti operanti intorno e subito dopo il 25 luglio mai si era accorta, salvo i diretti interessati e le loro famiglie, ma non sempre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019assenza, poi, nell\u2019Italia settentrionale di strutture in qualche modo collegate col Regno del Sud rendeva particolarmente complessa la scelta tra andare in montagna con i partigiani o aderire ai bandi della Rsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per chi non avesse una personalit\u00e0 politica formata e strutturata o per chi non avesse avuto in casa un evento, un lutto politico che facesse pendere decisamente la scelta verso l\u2019una o l\u2019altra parte, si trattava comunque sempre di una scelta eversiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eversiva la scelta partigiana, per evidenti motivi anche logistici (l\u2019andare in montagna) e per altrettanto evidenti motivi politici: la scelta rivoluzionaria, spesso comunista, la volont\u00e0 di riedificare un\u2019Italia nuova che rompesse i rapporti non solo col fascismo ma con i conservatori e i moderati di ogni tipo; ma eversiva anche la scelta a favore della Rsi, soprattutto se si pensa che difficilmente la popolazione era in grado di cogliere quelle linee di continuit\u00e0 tra l\u2019Italia fino al 1943 e la Rsi, che oggi molti storici (ma non tutti) tendono a riconoscere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eversiva, poi, la scelta per il fascismo repubblicano, nella misura in cui, anche visibilmente, rappresentava una rottura istituzionale con la continuit\u00e0 della storia d\u2019Italia e della sua tradizione monarchica: si pensi, solo per fare qualche esempio significativo, alla sostituzione delle stellette con i gladi e alla dura polemica contro Vittorio Emanuele III e la casa \u201cSavoja\u201d (indicata cos\u00ec per sottolinearne in qualche modo l\u2019origine \u201cstraniera\u201d) o, nella versione pi\u00f9 offensiva, \u201cSaboia\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In sostanza, si pu\u00f2 dire che l\u2019unica scelta non eversiva, all\u2019interno del movimento di resistenza al fascismo e al nazismo, fu effettivamente costituita dalle centinaia di migliaia di soldati che, sorpresi l\u20198 settembre dall\u2019armistizio, scelsero di confermare, nonostante tutto, la scelta a favore della istituzione monarchica, in quanto continuit\u00e0 nella tradizione dello Stato: coloro che divennero IMI (Internati militari italiani) operarono, nel biennio della guerra civile, una resistenza della quale poco si \u00e8 sinora parlato che fu svolta in condizioni di assoluta difficolt\u00e0, nei campi di internamento tedesco, e che non \u00e8 mai stata considerata politicamente corretta perch\u00e9 non sostenuta dall\u2019ideologia che invece caratterizz\u00f2 la maggior parte degli aderenti al movimento partigiano (11).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Inoltre, forte era la diffidenza della Resistenza (pi\u00f9 quella azionista di Giustizia e Libert\u00e0, che quella comunista) nei confronti delle strutture del passato, a cominciare dall\u2019esercito: gerarchica e conservatrice, pesantemente collusa col fascismo, istituzionalmente legalitaria, necessariamente apolitica, la struttura militare impediva quella libera espressione delle volont\u00e0 politiche che GL poneva al centro dell\u2019 \u201cessere partigiano\u201d (12).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quindi, casualit\u00e0 della scelta, in molti casi. La scelta dell\u2019amico, la situazione territoriale nella quale chi doveva scegliere si veniva a trovare, l\u2019avere assistito a eventi di sangue particolarmente efferati, fecero in molti casi pendere la bilancia verso una o l\u2019altra soluzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E ci\u00f2 smentisce l\u2019idea \u2013 che tradizionalmente \u00e8 stata proposta \u2013 di un popolo compatto che non ha dubbi sulle scelte e che condanna, prima moralmente che politicamente, il fascismo per dare alla Resistenza in atto il senso di una rivolta rigeneratrice di tutta una popolazione, tesa a costruire un\u2019Italia nuova, ovviamente comunista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sicuramente, poi, la scelta della montagna fu determinata anche dalla forte struttura delle brigate Garibaldi, braccio armato del Pci, le quali meglio e pi\u00f9 delle altre formazioni seppero attirare consensi e militanza, mostrando una efficienza, una disciplina e una ferrea metodologia di azione che apparivano le condizioni ottimali \u2013 anche per chi, almeno all\u2019inizio, comunista non era \u2013 per giungere agli obiettivi che il movimento partigiano si era prefissato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9 quindi la storiografia marxista (ma non soltanto questa), per decenni ha accreditato un\u2019immagine diversa, monolitica, eroica, morale della Resistenza? Non soltanto per una necessit\u00e0 di partito: certamente, ebbe un ruolo anche l\u2019orgoglio del Pci di essere non soltanto l\u2019unico partito che seriamente era stato organizzato durante il regime, di essere il primo ad avere impostato un minimo tentativo (anche se fallito) di creare le condizioni per una insurrezione popolare, di essere, infine, il pi\u00f9 efficiente soggetto una volta costituite le organizzazioni partigiane; e, ancora, di essere il pi\u00f9 lucido progettualmente tra quelle forze politiche che avevano deciso di combattere il fascismo e il nazismo: perch\u00e9, anche questo va detto, pi\u00f9 o meno inconsapevolmente, le forze laiche (\u201cGiustizia e Libert\u00e0\u201d, in primo luogo, ma anche i cattolici e soprattutto i \u201cbadogliani\u201d) si resero rapidamente conto che l\u2019obiettivo, naturale e ovvio, di vincere la guerra civile poteva diventare in realt\u00e0 la vittoria del solo Pci.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In altri termini, abbastanza presto si pose il problema della unit\u00e0 delle forze della Resistenza che, reale \u2013 anche se con molte eccezioni \u2013 nella fase operativa della guerra civile, diventava problematica una volta che si dovesse stabilire chi avrebbe beneficiato politicamente della vittoria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tornando alla domanda posta poc\u2019anzi, la risposta va individuata anche e soprattutto dal punto di vista politico: l\u2019immagine coesa, unitaria, monolitica della Resistenza era indispensabile affinch\u00e9 il fenomeno partigiano non si esaurisse nel volgere, breve o lungo che fosse, corso della guerra civile stessa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se la Resistenza doveva diventare l\u2019anima del nuovo Stato, se l\u2019antifascismo come valore politico e morale doveva diventare il cemento col quale si poteva costruire la Nuova Italia, se il movimento partigiano non era soltanto sporadico ed occasionale soggetto combattente ma in realt\u00e0 la nuova aristocrazia sulla quale si doveva basare la nuova classe dirigente nata, appunto, dalla Resistenza, allora la Resistenza doveva a poco a poco perdere i propri connotati storici ed assumere quelli liturgici di un fenomeno che doveva diventare il mito fondante del nuovo Stato (13).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Tre esempi<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vi sono tre episodi, drammatici e spaventosi, che in qualche modo sono diventati \u2013 giustamente \u2013 simbolici e paradigmatici per la portata umana dell\u2019evento, per la tragicit\u00e0 dello svolgimento e, infine, per le conseguenze politiche che, in misura diversa, ebbero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019economia del testo che qui si presenta, impedisce che si proceda a un\u2019analisi dettagliata dei tre avvenimenti: ci si limita a presentarli e a discuterne le conclusioni alle quali la recente storiografia \u00e8 pervenuta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si tratta delle quattro giornate di Napoli (28 settembre \u2013 1\u00b0 ottobre 1943), dell\u2019attentato di Via Rasella a Roma, che, com\u2019\u00e8 noto, ebbe come conseguenza le Fosse Ardeatine (23 marzo 1944) e la strage di Sant\u2019Anna di Stazzema (12 agosto 1944). Se ne potrebbero prendere altri in considerazione, ma questi tre episodi rappresentano bene la costruzione del mito resistenziale, oltre e talvolta \u201ccontro\u201d il metodo storico d\u2019indagine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I tre eventi citati sono stati variamente interpretati dalla storiografia, e su questo torneremo, ma hanno un dato in comune: si tratta di eventi sui quali, sessant\u2019anni dopo, non si \u00e8 fatta ancora piena luce: contraddizioni, silenzi, difficolt\u00e0 di reperire fonti. E quando, pi\u00f9 sul versante giornalistico che da quello storico accademico, si \u00e8 tentato, con diversi risultati, di fare ulteriore luce sugli avvenimenti, su tali tentativi \u00e8 calata una spessa coltre di silenzio, quasi che di alcuni episodi non si possa ancora parlare appieno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ovviamente, di questi tre drammatici episodi, resta la versione pi\u00f9 o meno ufficiale, che comunque rientra nella logica della liturgizzazione della Resistenza, perch\u00e9 espunge tutti i nodi e tutte le difficolt\u00e0 interpretative che ogni episodio porta inevitabilmente con s\u00e9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ovviamente, questa, come gi\u00e0 si \u00e8 detto, non \u00e8 la sede per una discussione approfondita delle tre questioni: e neppure chi scrive dichiara di consentire con tutto ci\u00f2 che gli studi recenti su questi tre avvenimenti hanno fatto emergere, sia in termini di racconto storico, sia in termini interpretativi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Semplicemente, si vuole mettere in evidenza che talune tematiche appaiono coperte da una sorta di riserbo, per comprendere il quale basta fare riferimento, a mio avviso, alle modalit\u00e0 con le quali la Resistenza \u00e8 stata costruita come mito fondante la nuova societ\u00e0 (14). Ovviamente, \u00e8 inutile andare a cercare le problematiche controverse su questi temi in pubblicazioni a scopo didattico, dove forse sarebbe necessario dare indicazioni non definitive, bens\u00ec aperte e criticamente aggiornate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulle giornate napoletane dal 28 settembre al 1\u00b0 ottobre \u2013 giustamente celebrate come ricorrenze nazionali \u2013 il libro di Enzo Erra, Napoli 1943. Le quattro giornate che non ci furono, Longanesi, Milano 1993, rappresenta uno studio assai documentato che viene spesso citato, proprio a proposito delle sue parti documentarie, ma ne viene omessa curiosamente la tesi di fondo; la quale si pu\u00f2 cos\u00ec sintetizzare: gli scontri a Napoli contro i tedeschi iniziarono il pomeriggio del 28 settembre e si conclusero la sera del 29, perch\u00e9 i tedeschi iniziarono la ritirata gi\u00e0 dal 27 e il 28 erano rimasti a Napoli non pi\u00f9 di 200 \u2013 300 soldati tedeschi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il deflusso continu\u00f2 tra gli scontri, ma la mattina del 30 i tedeschi avevano gi\u00e0 lasciato la citt\u00e0. Per cui, il 30 e il 1\u00b0 ottobre \u2013 le ultime due giornate dell\u2019insurrezione \u2013 i napoletani non avevano pi\u00f9 da combattere contro i tedeschi, bens\u00ec contro i nuclei di fascisti contro i quali si accese una immediata caccia all\u2019uomo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 significativo, aggiunge l\u2019Autore, che nessun alto ufficiale tedesco, americano o inglese abbia mai parlato, nei propri memoriali, dell\u2019avvenimento, quasi che potesse passare inosservato. Ma l\u2019Autore aggiunge che anche i protagonisti non hanno mai avuto molta voglia di parlare dell\u2019accaduto: il numero dei partecipanti \u00e8 controverso, nelle fugaci testimonianze vi sono allarmanti errori di data, non esiste un diario degli avvenimenti (15).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo Erra, \u00e8 sintomatico che si siano celebrate le giornate di Napoli della fine settembre, che avrebbero portato alla fuga dei tedeschi gi\u00e0 in ritirata, mentre invece si \u00e8 rimosso, passandolo sotto silenzio, il comportamento dell\u2019esercito italiano che, regolarmente agli ordini dei propri comandanti, tra il 9 e l\u201911 settembre, tent\u00f2 di sbarrare la via ai tedeschi che stavano entrando in citt\u00e0 dopo la divulgazione della notizia dell\u2019armistizio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In quel caso, non fu la tanto sospirata \u201cinsurrezione popolare\u201d da mettere come suggello ad una Resistenza ipotizzata come momento insurrezionale di popolo, ma fu quell\u2019esercito italiano, regolare e fedele al Re, che pur in assenza di ordini specifici, aveva deciso di impedire l\u2019occupazione della citt\u00e0, reagendo, come il messaggio di Badoglio aveva chiarito, \u201cad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche se in quella circostanza la partecipazione dei civili all\u2019azione fu pressoch\u00e9 nulla e anche se, con ordini adeguati alla circostanza da parte degli alti comandi, si sarebbe potuto fare di pi\u00f9 per impedire ai tedeschi la rapida conquista della citt\u00e0, pure tre giorni di lotta ci furono. I tedeschi non si impadronirono di Napoli senza colpo ferire, come avvenne in molte altre citt\u00e0 italiane: per tre giorni i loro sforzi furono contenuti e bloccati. Il presidio di Napoli tenne la posizione e la teneva ancora quando, in tutto il resto d\u2019Italia, la situazione era gi\u00e0 abbondantemente compromessa (16).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Del resto, lo stesso Roberto Battaglia, che sulla Resistenza ha scritto un volume ormai classico ma anche abbondantemente superato nelle interpretazioni, afferma che \u00e8 praticamente impossibile ricostruire le giornate di Napoli nel dettaglio, a causa della estrema frammentariet\u00e0 delle operazioni, sottolineando per altro l\u2019esiguit\u00e0 del presidio superstite tedesco fin dal primo giorno dell\u2019insurrezione (17).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Consegnato alla leggenda, ma non ancora alla storia, l\u2019episodio napoletano fu immediatamente considerato come il primo esempio di quello che poi accadde in altre parti d\u2019Italia, sintomo e segno di un popolo che, dopo vent\u2019anni di dittatura, solleva la testa e insorge contro l\u2019odiato nemico. Funzionale, quindi, alla ricostruzione politica che se ne fece, secondo la quale il fascismo non era stato battuto essenzialmente dalle armi straniere ma dal popolo italiano (18).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il secondo episodio, sul quale non tanto la storia, quanto il cinema e i tribunali, si sono soffermati a lungo, \u00e8 quello di Via Rasella a Roma. I fatti, in parte, sono noti: il 23 marzo 1944, XXV anniversario della fondazione a Milano dei fasci di combattimento, una delle feste \u201cstoriche\u201d del fascismo, una carica di esplosivo viene collocata in un carretto per l\u2019immondizia, lasciata in via Rasella, nel centro di Roma, e fatta esplodere nell\u2019imminenza del passaggio, per quella via, di una colonna del Battaglione Bozen, formato da soldati italiani altoatesini, richiamati alle armi, al comando di ufficiali tedeschi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Muoiono 42 persone, di cui una trentina soldati e gli altri civili romani che casualmente si trovavano nei pressi della deflagrazione. 105 sono i feriti, alcuni dei quali moriranno, tempo dopo, per le ferite riportate. L\u2019azione partigiana risult\u00f2 essere un \u201cripiego\u201d rispetto al progetto originario, che era quello di \u201cricordare\u201d la ricorrenza fascista mettendo una bomba davanti all\u2019uscita del cinema Adriano, in Piazza Cavour, dove si celebrava un comizio in ricordo dell\u2019evento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale ipotesi fu quindi scartata a causa dell\u2019imponente servizio d\u2019ordine e pertanto si decise per un\u2019azione dimostrativa che avrebbe provocato un\u2019immediata reazione tedesca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo scopo politico di tale azione era evidente: creare un clima di guerra civile e provocare la prevedibile rappresaglia. In effetti, nonostante che fin dal 18 ottobre 1943, con l\u2019uccisione del primo fascista nella capitale, la resistenza avesse tentato di creare un clima di tensione, la citt\u00e0 era rimasta sostanzialmente estranea alla violenza che invece caratterizzava altre citt\u00e0 del nord: anzi, proprio queste sporadiche azioni di guerra civile contro il singolo fascista finivano col danneggiare lo stesso movimento partigiano perch\u00e9 suscitavano nei romani soprattutto un senso di fastidio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Cln romano, ad esempio, diviso e incerto, non riusciva a prendere l\u2019iniziativa politica nella citt\u00e0 (19). In questo quadro, va poi tenuto presente il ruolo assolutamente minoritario del Pci. Il vario panorama della Resistenza romana presentava la componente monarchico-badogliana come la pi\u00f9 forte politicamente, poi veniva quella azionista e infine quella legata al gruppo di Bandiera Rossa, un gruppo fortemente contrario all\u2019egemonia del Pci a sinistra e molto ben strutturato sul territorio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019azione ideata da Amendola ed eseguita dalla Capponi e da Bencivenga aveva quindi lo scopo di alzare il livello della tensione a Roma e, contemporaneamente, qualificare il Pci come una delle forze determinanti della Resistenza romana; indubbiamente lo scopo fu ampiamente raggiunto. Tuttavia, su questa azione, che fu il preludio alla orrenda strage delle Fosse Ardeatine, molte cose sono, dopo quasi sessant\u2019anni, ancora stranamente oscure.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intanto quante e chi furono le vittime civili dell\u2019azione partigiana; il numero esatto e i nomi dei partecipanti dei Gap all\u2019azione; il vero ruolo di Giorgio Amendola; come mor\u00ec l\u2019uomo di Pietro Secchia, Tito Rezza, il cui nome \u00e8 stato cancellato dall\u2019albo d\u2019oro della Resistenza. Inoltre, secondo alcune ipotesi, non si sono mai chiarite le collusioni tra la sinistra \u2013 soprattutto i socialisti \u2013 e gli ambienti della questura romana durante la Rsi (in particolare con il vicequestore Carretta, oggetto del linciaggio a liberazione di Roma avvenuta, e con la famigerata banda Koch, specializzata nella cattura degli azionisti) (20).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oltre a ci\u00f2 risulterebbe interessante sapere qual \u00e8 stato il ruolo del gruppo di Bandiera Rossa in tutta la vicenda; non \u00e8 molto chiaro se vi fu connivenza o fu invece una sorta di trappola. Sta di fatto che il gruppo estremista romano pag\u00f2 il prezzo pi\u00f9 alto alle Fosse Ardeatine, in quanto ben 68 dei 335 massacrati nelle cave appartenevano a Bandiera Rossa, mentre 52 appartenevano al Partito d\u2019Azione e 30 al Centro militare clandestino di orientamento monarchico (21).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 indubbio che la rappresaglia tedesca mut\u00f2 radicalmente il volto della Resistenza romana. Il Pci non soltanto si liber\u00f2 di una pericolosa forza alla propria sinistra, che avrebbe potuto condizionarlo, ma si liber\u00f2 contemporaneamente sia della forte componente azionista che ambiva a diventare il perno dell\u2019antifascismo romano \u2013 con un forte legame col Risorgimento e sicuramente in posizione nettamente antimarxista \u2013 sia di quella badogliana, che aveva in Cordero di Montezemolo (anch\u2019egli caduto alle Fosse Ardeatine) il personaggio pi\u00f9 rilevante in assoluto, in grado di mantenere i rapporti con il Regno del Sud e soprattutto in grado di provvedere al coordinamento delle forze della resistenza a Roma non gi\u00e0 sotto il controllo del Pci, bens\u00ec sotto quello del governo italiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 significativo che, dopo quasi sessant\u2019anni dagli avvenimenti, un evento cos\u00ec rilevante come la strage di via Rasella abbia ancora una serie cos\u00ec evidente di problemi, di dubbi e di contraddizioni. Ed \u00e8 ancora pi\u00f9 significativo che tali questioni non vengano che raramente affrontate in termini storici ma semplicemente sollevate da giornalisti che realizzano inchieste, pi\u00f9 o meno esatte dal punto di vista della ricostruzione storica, e successivamente cadano nel silenzio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il terzo ed ultimo caso \u00e8 quello dell\u2019eccidio di Sant\u2019Anna di Stazzema. Anche in questo episodio emerge la ottusa e sanguinaria follia di chi volle e realizz\u00f2 la rappresaglia verso una popolazione inerme; ma, anche in questo caso, soltanto una ricostruzione puntuale realizzata a 54 anni dagli avvenimenti, spiega in maniera dettagliata le modalit\u00e0 dell\u2019evento, indicando altres\u00ec i veri colpevoli (22). Ma, oltre a ci\u00f2, il lavoro di Paoletti d\u00e0 una serie di informazioni inedite, che spostano i termini del giudizio che precedentemente si era costruito sulla strage e rendono, anche in questo caso, pi\u00f9 complessa e articolata la verit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In primo luogo l\u2019Autore smentisce il primo caposaldo dalla interpretazione ufficiale della strage: la volont\u00e0 tedesca di effettuare realmente terra bruciata attorno alla zona di Sant\u2019Anna. Secondo Paoletti, i tedeschi non erano preparati per una strage di dimensioni enormi quale quella effettivamente realizzata, ma piuttosto di effettuare un ridispiegamento di forze nelle retrovie; e la conferma a ci\u00f2 sarebbe data dal tipo di unit\u00e0 impiegate nell\u2019azione e soprattutto nel tipo di armamento e di equipaggiamento, assolutamente inadatto per un\u2019azione cos\u00ec complessa (23).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In secondo luogo, Paoletti mette in rilievo il ruolo del movimento partigiano locale, il quale avrebbe coperto i manifesti con i quali i tedeschi invitavano la popolazione ad evacuare la zona con altri manifesti che incitavano la popolazione a restare nelle proprie case certi della difesa che ad essi avrebbero dato i partigiani stessi (24).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il massacro sarebbe avvenuto a causa di un accidentale colpo di fucile sparato da un civile e non per un piano programmato da Reder. La documentazione che Paoletti porta a conforto della propria tesi (che, tra l\u2019altro, fu la prima ipotesi presa in considerazione \u201ca caldo\u201d, poi abbandonata per ragioni di carattere essenzialmente politico) \u00e8 vasta e puntuale (25).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E la conclusione \u00e8 netta: \u201cAllo scenario accreditato da tutti gli storici, per il quale l\u2019eccidio \u00e8 il risultato di un piano terroristico programmato dai vertici militari germanici ed eseguito dal maggiore Walter Reder, ne dobbiamo sostituire un altro, dove \u00e8 il fato a segnare la sorte degli abitanti del villaggio di Sant\u2019Anna e delle sue borgate\u201d (26).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche il \u2013 purtroppo marginale \u2013 conteggio dei morti a Sant\u2019Anna pone dei problemi: la cifra di 560, ufficialmente proposta e universalmente acquisita, \u00e8 in realt\u00e0 difficilmente accettabile. Paoletti propone, invece, un nuovo conteggio delle vittime, sulla base di un raffronto fra i cadaveri e i nomi: 362 a Sant\u2019Anna, 8 a Capezzano, 6 a La Mulina e 13 a Valdicastello (27). Infine l\u2019Autore propone anche i nomi dei veri responsabili dell\u2019eccidio, due ufficiali che, a causa della piega presa dalle inchieste, sono riusciti a sfuggire alla giustizia e sono morti tranquillamente nel proprio letto (28).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La tesi prevalente ed ufficiale \u00e8 stata quindi quella di scaricare su Reder l\u2019intera responsabilit\u00e0 della vicenda; \u00e8 chiaro che Paoletti non intende sminuire la responsabilit\u00e0 tedesca nella strage: la strage ci fu e fu spaventosa. Tuttavia, ci\u00f2 che interessa ai fini del nostro discorso \u00e8 che \u201cda quel lontano 1945 sulla rappresaglia decisa a caldo \u00e8 calato uno strano, inquietante silenzio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo la verit\u00e0 costruita dagli organi di informazione e ripresa dalle autorit\u00e0 comunali e dall\u2019opinione pubblica toscana e italiana c\u2019era un solo colpevole, cos\u00ec sfuggente da essere scampato anche dalla giustizia militare. Riproporre la tesi del ferimento del soldato tedesco come scintilla per l\u2019esplosione della rappresaglia \u00e8 un fastidioso incomodo per la teoria di moda, quella di un Reder esecutore di ordini studiati a tavolino\u201d (29).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con questi tre esempi di storia controversa non si vuole gettare fango sulla Resistenza, ma semplicemente ricordare quanti sono i casi nei quali la ricerca storica \u00e8 carente. E\u2019 evidente che uno Stato appena nato voglia legittimarsi agli occhi degli intellettuali e dei partiti e quindi si ponga in termini molto ideologizzati: e non voglia approfondire talune tematiche che, se risolte e scoperte, potrebbero gettare nuova luce e trasformare le ipotesi in elementi veritieri. Tuttavia, l\u2019impressione \u00e8 che dopo diversi decenni, tali preoccupazioni dovrebbero lasciare il posto ad una pi\u00f9 serena e scientifica metodologia di approccio a momenti tra i pi\u00f9 spaventosi che l\u2019Italia abbia vissuto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quale Resistenza?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La lettura azionista della Resistenza ha comprensibili responsabilit\u00e0 sulla sua \u201cliturgizzazione\u201d. E ci\u00f2 perch\u00e9, mentre il Pci inizia gi\u00e0 dalla fine del 1945 ad \u201caprire\u201d ai fascisti, compresi quelli che erano andati a Sal\u00f2, e, in particolare, ai sindacalisti fascisti, allo scopo evidente di costituire una forte classe dirigente con quegli elementi che l\u2019avevano rappresentata nel ventennio precedente, \u201cGiustizia e Libert\u00e0\u201d ha l\u2019incarico di difendere il messaggio pi\u00f9 profondo della Resistenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per fare questo \u00e8 disposta a rischiare anche la emarginazione politica, tanto \u00e8 forte il messaggio, morale prima che politico, che essa vuole dare per la nuova Italia. Ci\u00f2 era gi\u00e0 evidente nell\u2019autunno del 1944, quando Giorgio Agosti scriveva a Livio Bianco una lunga lettera, nella quale, tra l\u2019altro, evidenziava le priorit\u00e0 strategiche del momento: \u201cLo scopo della impostazione politica della nostra guerra partigiana \u00e8 la liquidazione, prima che del nazismo e dello stesso fascismo, di tutto quello sporco ammasso di interessi reazionari che sappiamo. I quali interessi cercano oggi disperatamente appigli in campo conservatore angloamericano e certo ne troveranno.\u00a0A noi restano due cose: 1) creare il maggior numero possibile di fatti compiuti (liquidazione spietata di fascisti e di collaborazionisti, e liquidazione radicale di istituzioni e di posizioni); 2) non disarmare nell\u2019immancabile fraterno abbraccio democratico della vittoria, ma tenere pronti gli animi e gli uomini e le armi. Questa \u00e8 la grande carta che non avevamo il 26 luglio: sono questi dodici mesi di guerra partigiana, sono i nostri caduti, sono i contadini, gli operai, gli studenti che si sono affratellati e maturati nella lotta armata e in citt\u00e0 e sui monti, sono le armi che abbiamo cos\u00ec stentatamente raccolte e cos\u00ec affettuosamente difeso e cos\u00ec strenuamente impiegate. Queste armi non dobbiamo lasciarcele togliere domani in nome di nessun immortale principio, n\u00e9 di destra n\u00e9 di sinistra: e non dobbiamo lasciare arrugginire quell\u2019arma anche pi\u00f9 forte che \u00e8 la coscienza della forza popolare nata nella lotta partigiana\u201d (30).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una difesa, dunque, che partiva dalla netta distinzione tra bene e male che era propria dell\u2019insegnamento gobettiano e che anim\u00f2 tutta l\u2019esperienza del Partito d\u2019Azione. Fascismo e nazismo come male assoluto, come fine dell\u2019umanit\u00e0; quindi necessit\u00e0 che dalla lotta che gli azionisti avevano portato contro le due facce del male assoluto (comincia qui a diffondersi la categoria del \u201cnazifascismo\u201d) potesse emergere un\u2019Italia nuova, completamente slegata da quei compromessi di potere che avevano dato implicitamente o esplicitamente vita al regime: la scelta tra conservazione e rivoluzione era morale prima che politica ed era anche inevitabile (31).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non a caso, proprio dalla parte politica che rivendicava la maggiore limpidezza nella lotta antifascista, emergevano i punti cardine dell\u2019azione futura, che ci paiono fondamentali per comprendere l\u2019evoluzione mitica e liturgica del fenomeno resistenziale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In primo luogo, emerge l\u2019importanza della storia, quindi della conservazione della documentazione della Resistenza, affinch\u00e9 le forze reazionarie non potessero modificare ci\u00f2 che era avvenuto: la storia, quindi, come momento fondamentale e pedagogico per la costruzione politica, affinch\u00e9 la Resistenza fosse inserita stabilmente nella storia d\u2019Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una storia che deve diventare tutt\u2019uno con l\u2019etica e con l\u2019impegno morale assunto dal movimento partigiano nella trasformazione della societ\u00e0 italiana; una storia, infine, che deve porsi in piena sintonia con la \u201ccoscienza civile\u201d e che prepari quelle trasformazioni radicali necessarie alla nuova societ\u00e0 italiana per chiudere i conti con il passato, dal Risorgimento dei compromessi al fascismo: una sorta di anno zero della politica e della storia italiane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In secondo luogo, occorreva che la storia del movimento partigiano chiarisse bene che esso non era nato dalla casualit\u00e0 ma un forte impegno civile: \u201cL\u20198 settembre avvenne proprio cos\u00ec: i soldati, cio\u00e8 i partigiani uscivano da ogni parte, perch\u00e9 qualcuno aveva battuto col piede la terra: ma non era stato un sovrano, re o principe che fosse, bens\u00ec una forza pi\u00f9 alta e maestosa, quella che si chiama la coscienza civile (\u2026) quella essenziale virt\u00f9 insomma che, magari sotterranea e invisibile per lungo volgere di anni, erompe nei momenti decisivi e spinge un popolo a non mancare nell\u2019ora del dovere storico\u201d (32).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In terzo luogo era indispensabile che nella ricostruzione storica della Resistenza emergesse chiara la frattura e non la continuit\u00e0 tra l\u2019Italia fascista e l\u2019Italia democratica. Una frattura, sancita dalla guerra civile, non solo nelle istituzioni e negli uomini, ma soprattutto \u201cnelle teste\u201d, nella mentalit\u00e0, nell\u2019animo, nel modo di intendere la politica e la societ\u00e0; la nuova unit\u00e0 antifascista di ceti diversi, realizzatasi nei mesi della Resistenza, stava a significare che la lotta contro la reazione e contro tedeschi e fascisti aveva creato qualcosa di diverso rispetto al passato: era, in sostanza, una variante della tesi di Gentile secondo la quale il fascismo prosegue, ampliandolo ed inverandolo, il Risorgimento, permettendo la partecipazione al processo unitario di tutte le classi della societ\u00e0 e cos\u00ec facendo realizza una \u201crivoluzione\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale tesi viene applicata, con segno diverso, al postfascismo. Il problema, gobettiano e vociano, della rigenerazione morale della nazione, passa ora attraverso il mito dell\u2019unit\u00e0 antifascista, l\u2019unico in grado di unificare interessi e realt\u00e0 sociali diverse; in questo modo, tuttavia, non solo unifica il paese in nome di valori diversi dal passato, ma soprattutto tende ad una riforma radicale della societ\u00e0. In questo senso l\u2019azionismo mostrava volont\u00e0 etica, desiderio di organicit\u00e0 nella societ\u00e0 e soprattutto finalit\u00e0 pedagogiche di derivazione illuministico-giacobina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia, sar\u00e0 proprio la categoria del totalitarismo, intesa come chiave interpretativa del dilemma tra democrazia e regimi totalitari, ad essere espunta dal panorama azionista (e di conseguenza dal panorama complessivo delle forze che alla Resistenza si richiamano) proprio perch\u00e9, accettandola, si sarebbero messi da una stessa parte nazismo, fascismo e comunismo, mentre dall\u2019altra parte sarebbero rimaste le forze antitotalitarie liberali, cattoliche e socialiste.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poich\u00e9 nei confronti del fascismo e del nazismo il giudizio morale e politico \u00e8, per gli azionisti, assai pi\u00f9 severo che non quello nei confronti del comunismo, come conseguenza, si avr\u00e0 necessariamente la creazione della categoria del \u201cnazifascismo\u201d come simbolo e mito del male nella storia. Come ricordava Norberto Bobbio alcuni anni or sono, nell\u2019ambito di una polemica con De Felice che coinvolse anche alcuni aspetti della Resistenza, pur essendo gli azionisti ideologicamente lontani dal comunismo, non sarebbero mai diventati \u201canticomunisti\u201d per non confondere la loro posizione nettamente democratica con quella di chi, con il pretesto dell\u2019anticomunismo, avrebbe sostenuto tesi reazionarie o neofasciste (33).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine, come quarto punto sul quale si andava formando la memoria e la gestione della Resistenza (e anche la sua eredit\u00e0), emergeva il rifiuto del pregiudizio anticomunista. In un clima pervaso dallo scontro comunismo \u2013 anticomunismo, l\u2019azionismo sceglieva, pur non accettando la logica e la metodologia del Pci, di non avere nemici a sinistra e di fare della Resistenza il punto di incontro di diverse culture senza discriminare l\u2019apporto della componente comunista. Questa linea, che non sar\u00e0 propria di tutto l\u2019azionismo, condizioner\u00e0 tuttavia l\u2019immagine della Resistenza, nella quale il peso organizzativo e numerico del partito comunista finiva col diventare determinante (34).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo complesso e articolato quadro di riferimento, la Resistenza \u201cdoveva\u201d necessariamente perdere progressivamente le proprie caratteristiche storiche per assumere, in maniera sempre pi\u00f9 rilevante, aspetti mitici e liturgici. Doveva apparire un \u201cblocco\u201d e quindi doveva nascondere la portata e l\u2019ampiezza delle divisioni interne; doveva apparire sempre \u201cmorale\u201d e positiva e quindi diventava necessario sorvolare sugli \u201cincidenti di percorso\u201d, e cio\u00e8 su quella violenza gratuita e feroce che, come in tutti i movimenti rivoluzionari, non \u00e8 stata assente neppure dalle file del movimento partigiano; doveva apparire infine un progetto politico compiuto, in grado di redimere l\u2019Italia dopo secoli di reazione e di \u201ctrasformismo\u201d immorale e conservatore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se poi questo progetto politico fall\u00ec con la fine del governo Parri, e ancora di pi\u00f9 fall\u00ec con la fine del Partito d\u2019Azione come forza autonoma, allora occorreva rifarsi alla \u201cResistenza tradita\u201d, al mito negativo in grado per\u00f2 di diventare la coscienza critica per l\u2019Italia successiva, pronto ad essere agitato ogni volta che appariva imminente un \u201crigurgito neofascista\u201d, reale o immaginario che fosse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se questo \u00e8 l\u2019uso della Resistenza del quale ha avuto bisogno la politica italiana (e ne ha avuto bisogno), \u00e8 chiaro che non \u00e8 certamente alla Resistenza come fatto storico che si guarda, bens\u00ec alla Resistenza come apologia e come mito. Come ha affermato, ormai parecchi anni fa, Sergio Cotta in un volume che allora fece scalpore per le tesi tutt\u2019altro che politicamente corrette, applicare alla Resistenza il modello del Cln, il quale cessa di essere un fatto storico per diventare un mito, significa far diventare anche la Resistenza un \u201cmito\u201d: \u201cIn questa linea \u2013 aggiungeva Cotta \u2013 \u00e8 inevitabile che si assolutizzi un\u2019immagine ideale, o piuttosto ideologica, della Resistenza, foggiata sulla base delle proprie istanze politiche \u2018attuali\u2019. Che se ne respingano o disconoscano aspetti non concordanti con tali istanze. Che, infine, la si presenti come \u2018mancata\u2019 o, meglio ancora, come \u2018tradita\u2019. Ci\u00f2 significa cadere nell\u2019errore (dal punto di vista storico), da cui metteva in guardia Garosci, di \u2018vedere prefigurata nella Resistenza la futura societ\u00e0 italiana\u2019 e, aggiungo io, gi\u00e0 risolti in essa i problemi della societ\u00e0 in sviluppo. Fermo restando il suo valore di \u2018archetipo\u2019, la Resistenza si sottrae allora al \u2018mito dell\u2019origine\u2019, finalizzato a legittimare l\u2019ordine esistente per sua diretta filiazione da essa, ma per cadere nell\u2019ambito del \u2018mito dell\u2019innovamento\u2019, finalizzato a legittimare la rivoluzione, o, almeno, il mutamento radicale dell\u2019ordine vigente, considerato frutto del \u2018tradimento\u2019. Ben diversi sono dunque il significato e l\u2019indirizzo politici di questi due tipi di miti, ma ai fini storiografici il risultato \u00e8 il medesimo. Entrambi ci offrono un\u2019immagine della Resistenza come modello socio-politico e ideologico perfetto che non consente verace opera storiografica\u201d (35).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E questo \u00e8 dunque il punto: la possibilit\u00e0 di poter fare, di potere costruire la storia della Resistenza senza obiettivi estranei alla ricerca storiografica che possano inficiare l\u2019attendibilit\u00e0 delle interpretazioni. Fare la storia della Resistenza significa affrontare intanto il problema della \u201cunicit\u00e0\u201d della lotta armata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cotta, non a caso, ha molto insistito sulle Resistenze: da quella che si svolse nel Nord Italia, a quella che si svolse nel Regno del Sud, all\u2019interno delle strutture statuali e militari istituzionali, a quella che si svolse nei Balcani da parte di reparti dell\u2019esercito che, dopo l\u20198 settembre, prendono le armi contro i Tedeschi, a quella, infine, che si svolse nei campi di concentramento degli Internati Militari Italiani, che rifiutarono le lusinghe di aderire alla Rsi per potere tornare a casa e decisero di restare nei campi di prigionia per mantenere fede ad un giuramento (36).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pertanto la Resistenza \u00e8 molteplice territorialmente parlando, cos\u00ec come \u00e8 molteplice dal punto di vista ideologico: tale molteplicit\u00e0 diventa difficilmente spendibile allorquando si tende a porre la Resistenza come mito fondante il nuovo Stato, appunto perch\u00e9 si tratta di una sorta di \u201ccoalizione\u201d strutturata, in alcuni territori, al solo fine della vittoria contro i fascisti e i tedeschi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come ha rilevato Rusconi, proprio il dopoguerra ha posto in crisi il mito della unicit\u00e0 della Resistenza, allorch\u00e9 i vincoli di appartenenza partitici hanno inevitabilmente avuto il sopravvento rispetto al momento combattente, dove, anche se non in termini assoluti, l\u2019elemento unificante era dato dalla lotta in corso. \u201cPer uscire da questo impasse \u2013 sempre secondo Rusconi \u2013 inizia pi\u00f9 o meno inconsciamente in molti (azionisti, soprattutto) un processo di depoliticizzazione o trasfigurazione etico-culturale del movimento resistenziale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Resistenza diventa un evento carico di vissuto morale contrapposto alla politica\u201d(37).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine, fare la storia della Resistenza significa anche non avere pudori nell\u2019affrontare pagine imbarazzanti, come oggi si incomincia a fare, sulle violenze operate dal movimento partigiano durante, ma soprattutto dopo la conclusione del conflitto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non esistono praticamente notizie certe sul numero degli assassinati (fascisti e non) dopo il 25 aprile, cos\u00ec come non si \u00e8 fatta luce su molti episodi che hanno scandito i mesi successivi la Liberazione (38); sembra quasi che trattare tali argomenti significhi immediatamente mettere in discussione i valori portanti della Resistenza: atteggiamento tipico di \u201cleso mito\u201d, mentre invece sarebbe tempo, passati quasi sessant\u2019anni, di restituire la Resistenza ai canoni della storia e al rigore scientifico, sempre che si intenda la storia non come un giudice, bens\u00ec come un modo per comprendere i fatti del passato.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/?p=1928\" target=\"_blank\"><strong>vai alle note<\/strong><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Domenicale 9 aprile 2005 Come e perch\u00e9 la Resistenza perse i connotati storici e assunse quelli liturgici di un fenomeno che doveva diventare il mito fondatore del nuovo Stato. Il ruolo politico del Partito Comunista e quello moralizzatore di Giustizia e Libert\u00e0 di Giuseppe Parlato<\/p><p><a class=\"more-link btn\" href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/25-aprile-una-data-strumentalizzata-che-non-pu-fondare-una-nazione\/\">Continua a leggere<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":28371,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[82,20,100,96],"tags":[1233],"class_list":["post-1927","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-comunismo-in-italia","category-politica-nazionale","category-resistenza","category-storia-italiana","tag-25-aprile","item-wrap"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.6 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>25 Aprile: una data strumentalizzata. 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