{"id":1822,"date":"2006-01-27T00:00:00","date_gmt":"2006-01-26T23:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2016-04-30T11:34:21","modified_gmt":"2016-04-30T09:34:21","slug":"per-una-cultura-etica-del-lavoro-dieci-regole-per-il-buon-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/per-una-cultura-etica-del-lavoro-dieci-regole-per-il-buon-lavoro\/","title":{"rendered":"Per una cultura etica del lavoro. Dieci regole per il buon lavoro"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-33798\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2006\/01\/Tygodnik-powszechny.jpg\" alt=\"Tygodnik powszechny\" width=\"153\" height=\"200\" \/>da <strong>CSEO Documentazione<\/strong> n.184\u00a0 anno<\/div>\n<div style=\"text-align: center;\">17 novembre-dicembre 1983<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Stefan Wilkanowicz, direttore del mensile \u00abZnak\u00bb (II segno), ha pubblicato sul settimanale cattolico di Cracovia, \u00abTygodnik powszechny\u00bb, un suo intervento sul tema dell&#8217;etica del lavoro. Wilkanowicz tiene conto delle nuove problematiche suscitate dall&#8217;introduzione delle nuove tecnologie nei sistemi di produzione e delle conseguenze sociali e morati che ne derivano. L&#8217;interesse maggiore dell&#8217;articolo sta per\u00f2 nel fatto che l&#8217;etica del lavoro \u00e8 qui vista non unilateralmente, ma nella reciprocit\u00e0 di responsabilit\u00e0 etica sia degli uomini del lavoro che dei datori di lavoro.<\/em>[articolo tratto da:\u00a0<strong>Tygodnik Powszechny<\/strong> (Cracovia) n. 50, 11 dicembre 1983]<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Stefan Wilkanowicz<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Del lavoro buono si parla fino alla noia. Ma non bisogna arrendersi alla noia, essa infatti toglie perspicacia, provoca come reazione sentimenti negativi e persino la tendenza a rigettare tutta la problematica connessa al lavoro. Nonostante ci\u00f2, il problema \u2014 se non la tragedia \u2014 esiste, non si pu\u00f2 ignorarlo. Non ci si deve far condizionare da quanti rendono un cattivo servizio alla cultura del lavoro, occorre piuttosto adoperarsi per creare un pensiero realmente indipendente, per una trasformazione concreta \u2014 nella misura del possibile \u2014 delle idee a questo proposito.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Esistono di solito due rischi: parlare del lavoro o da un punto di vista puramente empirico o da un punto di vista puramente normativo. Il primo rischio minaccia pi\u00f9 spesso i laici, il secondo i sacerdoti. I laici il pi\u00f9 delle volte sono cos\u00ec oppressi dal peso della quotidianit\u00e0 del lavoro che si contentano di sterili lamentele; i sacerdoti, non avendo l&#8217;esperienza dei laici, sentendo il dovere di predicare i principi morali anche in questa sfera, scivolano facilmente in un moralismo astratto, sentito da chi li ascolta come un insegnamento calato dall&#8217;alto o come un catalogo di nobili indicazioni che non hanno applicazione pratica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C&#8217;\u00e8 dunque bisogno di una riflessione che comprenda tanto una descrizione brutale della realt\u00e0, quanto di un ideale cristiano nettamente definito; \u00e8 necessario inoltre un metodo per approssimarsi, per quanto lentamente, a tale ideale. Un metodo che tenga conto tanto dei condizionamenti sociali quanto delle complicazioni psicologiche di quanti lavorano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il lavoro buono \u00e8 necessario non solo alla societ\u00e0, ma, e soprattutto, alla persona, che tramite esso cresce. Il lavoro cattivo avvelena tanto i rapporti sociali quanto l&#8217;uomo stesso che lavora, si riflette su tutta la sua vita. Un sano istinto di autoconservazione gli impone di prendere misure per difendersi da tale pericolo. Come fare perch\u00e9 siano efficaci? Vi sono scarse possibilit\u00e0 che ciascuno si impegni in un duello di questa portata. \u00c8 necessaria una riflessione comune, occorre cercare delle soluzioni confrontando punti di vista diversi, esperienze diverse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una discussione di questo tipo realmente feconda mi capit\u00f2 anni fa nel corso di alcuni incontri con un gruppo di seminaristi della Slesia che avevano appunto compiuto un&#8217;esperienza di lavoro durata dieci mesi. Mi era stato chiesto di fare una relazione sul tema del lavoro; volli dunque compiere una piccola indagine tra persone che avevano affrontato il lavoro con un&#8217;attrezzatura teologica e una particolare sensibilit\u00e0 morale. Essi mi fecero partecipe delle loro osservazioni ed esperienze, cercarono di rispondere alla domanda: come parlare del lavoro, specialmente ai giovani?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La discussione divag\u00f2 in diverse direzioni, finch\u00e9 qualcuno disse: \u00abpenso che quando si parla del lavoro occorra avere in una mano il Vangelo e nell&#8217;altra il Codice del lavoro\u00bb. Perch\u00e9? Egli spieg\u00f2 che il Vangelo rappresenta un certo ideale, un&#8217;esigenza, mentre il Codice del lavoro \u00e8 uno strumento di difesa dei diritti dei lavoratori (uno strumento di difesa non troppo buono, ma che comunque esiste).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si pu\u00f2 dunque essere ascoltati solo quando si parla contemporaneamente dei diritti e dei doveri dell&#8217;uomo. Si possono affermare delle esigenze se ci si adopera per tutelare il lavoratore, per aiutarlo ad essere in grado di difendere i suoi diritti. Solo allora parlare del lavoro non sar\u00e0 falso moralmente e potr\u00e0 per questo essere accettato. Questa semplice argomentazione, sorprendente per la sua evidenza, mi si scolp\u00ec nella memoria. Ritengo che oggi abbia ancor pi\u00f9 importanza che allora.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su un altro piano il lavoro deve essere considerato sia da un punto di vista soggettivo che oggettivo, vale a dire dal punto di vista dell&#8217;uomo che lavora e dal punto di vista della tecnica, dell&#8217;organizzazione e delle condizioni di lavoro. Dal punto di vista dell&#8217;azione che questo esercita sull&#8217;uomo che lavora e dal punto di vista delle sue conseguenze economiche e sociali. Il lavoro veramente buono \u00e8 dunque buono da tutti i punti di vista, soggettivo e oggettivo. Delineato cos\u00ec il campo di riflessione proceder\u00f2 al tentativo di enumerare le caratteristiche del lavoro buono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1<\/strong>. Il lavoro buono deve essere utile. Questa banale affermazione nella pratica invece non \u00e8 affatto ovvia. Esiste in tutti i lavori un&#8217;onesta utilit\u00e0? Certamente no. Durante la pratica estiva capit\u00f2 una volta ad un gruppo di studenti di dover incollare etichette nuove su conserve gi\u00e0 scadute. Nuove, vale a dire con una data di scadenza nuova. Qual era l&#8217;utilit\u00e0 di quel lavoro? Adempiere al piano e un eventuale premio per l&#8217;azienda, ma nel contempo voleva dire probabili malattie e sprechi economici per il consumatore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E il duro lavoro dei produttori degli spacciatori di droga? Ai tossicomani in certo senso \u00e8 necessario, ma anche tragicamente nocivo. Vi sono dunque bisogni diversi. Il fatto che un certo prodotto si trovi in sovrabbondanza sul mercato non significa che sia necessario nel senso pi\u00f9 profondo della parola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ne deriva la conclusione che la scelta del tipo di produzione non \u00e8 indifferente dal punto di vista morale. Ci\u00f2 riguarda del resto non solo la produzione, ma anche la sfera dei servizi e dell&#8217;amministrazione in senso lato. Anche qui si possono trovare esempi di lavori inutili e persino nocivi. I lavori il cui risultato \u00e8 chiaramente nocivo sono pi\u00f9 rari, mentre invece \u00e8 una vera e propria piaga il lavoro la cui utilit\u00e0 \u00e8 scarsa se non addirittura nulla (ma \u00e8 molto difficile accorgersene).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 male prendere soldi per niente, ma l&#8217;esecuzione di lavori privi di senso non \u00e8 certo migliore. Indubbiamente la massima occupazione \u00e8 una buona cosa, cancellare ogni differenza tra compenso per il lavoro, sussidio di disoccupazione e presalario \u00e8 per\u00f2 nocivo sia dal punto di vista morale che economico. L&#8217;utilit\u00e0 o il danno pu\u00f2 essere inoltre considerato da un altro punto di vista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un&#8217;azienda pu\u00f2 vendere con profitto prodotti che funzionano ottimamente, se per\u00f2 le tecnologie impiegate inquinano l&#8217;ambiente naturale pu\u00f2 avvenire che le perdite sociali siano molto maggiori degli utili dell&#8217;azienda. Questa \u00e8 infatti un parassita che sfrutta gli altri, i loro soldi e la loro salute.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A questo punto si pone il problema: in quale misura il lavoratore \u00e8 responsabile del prodotto del suo lavoro? Ha realmente il diritto di codecidere della sua utilizzazione? Occorre indubbiamente respingere la tesi secondo cui il lavoratore ha diritto ad un&#8217;equa retribuzione mentre il resto non lo riguarda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vale la pena qui citare un breve brano della Costituzione pastorale <em>Gaudium et spes:<\/em> \u00abNelle imprese economiche si uniscono delle persone, cio\u00e8 uomini liberi autonomi, creati ad immagine di Dio. Perci\u00f2, avuto riguardo ai compiti di ciascuno &#8211; sia proprietari, sia imprenditori, sia dirigenti, sia lavoratori \u2014 e salva la necessaria unit\u00e0 di direzione dell&#8217;impresa, va promossa, in forme da determinare in modo adegua l&#8217;attiva partecipazione di tutti alla vita dell&#8217;impresa.\u00a0Poich\u00e9, tuttavia, in molti casi non a livello dell&#8217;impresa, ma a livello superiore in istituzioni di ordine pi\u00f9 elevato che prendono le decisioni sulle condizioni generali economiche e sociali, da cui dipende l&#8217;avvenire dei lavoratori e dei loro figli, bisogna che essi siano parte attiva anche in scelte, direttamente o per mezzo di rappresentanti liberamente eletti\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da queste parole emerge inequivocabilmente che i lavoratori hanno diritto alla codecisione sia per quanto riguarda le questioni concernenti il tipo di produzione, sia per quanto riguarda l&#8217;ulteriore destinazione dei prodotti. Essi hanno anche il dovere di realizzare tali decisioni, nella misura del possibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2.<\/strong> Il lavoro buono deve essere accurato. Conforme cio\u00e8 ad un buon modello o un buon progetto, ed anche bene eseguito. Ovviamente, per noi \u00e8 male comprare oggetti che non sono quello che dovrebbero, li strapaghiamo e poi abbiamo dei problemi con loro. Tuttavia, le nostre perdite non consistono solo in questo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C&#8217;\u00e8 un male ancor pi\u00f9 sottile e forse pi\u00f9 pericoloso. Un prodotto che non ha la qualit\u00e0 che dovrebbe avere \u00e8 in certo senso <em>falso<\/em>. Non \u00e8 ci\u00f2 che dovrebbe essere, si spaccia solo per esso. V\u2019\u00e8 una intrinseca menzogna. Quali sono i risultati di tale menzogna? La mancanza di fiducia. Se il fenomeno della cattiva qualit\u00e0 del lavoro \u00e8 molto diffuso, ci abituiamo ad una situazione in cui tutti truffano tutti (pur non volendolo) e nessuno pu\u00f2 fidarsi di nessuno. Insieme alla menzogna contenuta negli oggetti (o nei servizi) si diffonde tra gli uomini un senso di reciproco inganno. \u00c8 questo un male che gradualmente infetta e distrugge la societ\u00e0 poich\u00e9 distrugge i vincoli tra gli uomini, la fiducia, il senso di solidariet\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma non \u00e8 ancora tutto. L&#8217;uomo truffato si ribella non soltanto contro il fatto che gli vengano sottratti un po&#8217; di soldi, egli sente anche tutto ci\u00f2 come una violazione della sua dignit\u00e0, come una privazione dei suoi diritti. In definitiva ciascuno sente di aver diritto alla verit\u00e0 e alla giustizia. E proprio l&#8217;impotenza di fronte a questo male\u00a0 fa crescere la frustrazione che si scarica poi in aggressivit\u00e0 o in quell&#8217;\u00abostilit\u00e0 disinteressata\u00bb che avvelena la nostra vita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3<\/strong>. Il lavoro deve essere <em>efficiente<\/em>. Deve sfruttare proficuamente tempo, risorse, strumenti, macchine. Ci\u00f2 \u00e8 possibile quando i lavoratori hanno una adeguata cultura del lavoro, vale a dire competenza ed attitudine al lavoro, e quando l&#8217;organizzazione del lavoro nell&#8217;impresa \u00e8 buona. E non solo nell&#8217;impresa: ci\u00f2 riguarda tutto il complesso dell&#8217;organizzazione della vita economica. Nessun&#8217;impresa pu\u00f2 lavorare bene se, ad esempio, non ha continuit\u00e0 di rifornimenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con le incessanti insufficienze che non \u00e8 possibile prevedere, qualsiasi organizzazione del lavoro crolla e la pianificazione diventa finzione. Ci\u00f2 \u00e8 importante tanto su scala aziendale che su scala nazionale. Anche qui non si pu\u00f2 porre rimedio efficace n\u00e9 prevedere la durata e la qualit\u00e0 della ripresa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una cattiva organizzazione distrugge in primo luogo la cultura del lavoro e la sua efficienza. Il male maggiore non sono tanto le immediate perdite economiche, quanto la deformazione del lavoratore che dopo un certo tempo diventa inabile ad un lavoro efficiente, inabile ad organizzare il proprio lavoro. E viceversa: quanti sono incapaci di organizzare il lavoro diventano incapaci di lavorare insieme e di svolgere funzioni organizzare il lavoro diventano incapaci di lavorare insieme e di svolgere funzioni direttive. Questo <em>feed-back<\/em> negativo ha profonde conseguenze economiche e morali: distrugge l&#8217;efficienza della vita dell&#8217;uomo, il suo contributo pi\u00f9 profondo al patrimonio materiale e spirituale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4<\/strong>. II lavoro deve essere <em>economico<\/em>. Intendiamo normalmente con questo l&#8217;economia di materie prime, di energia o di tempo nel processo stesso di produzione. Ci preoccupiamo meno, per\u00f2, che il prodotto sia economico quando viene sfruttato, il che spesso \u00e8 molto pi\u00f9 importante. Infine, una cosa che quasi non consideriamo affatto, questo prodotto non deve inquinare l&#8217;ambiente tanto nel corso della sua utilizzazione quanto dopo, una volta diventato rifiuto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci siamo gi\u00e0 un po&#8217; sensibilizzati al processo di produzione, alle tecnologie \u00absporche\u00bb, ma ancora troppo poco alle conseguenze ultime o intermedie della nostra attivit\u00e0 economica. Occorre dunque intendere l&#8217;economia in senso pieno, non solo come economia sui costi di produzione, ma anche come economia della salute umana e tutela dell&#8217;ambiente naturale in quanto riserva di materie prime e spazio in cui l&#8217;uomo pu\u00f2 vivere in condizioni accettabili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Evidentemente, in questo senso far quadrare i conti \u00e8 notevolmente pi\u00f9 difficile, a volte impossibile. Nondimeno \u00e8 necessario, se possibile, poich\u00e9 spesso accade che l&#8217;economia in un campo comporti sprechi incommensurabilmente pi\u00f9 gravi in un altro, l&#8217;economia perci\u00f2 si rivela sperpero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>5.<\/strong> Il lavoro deve inoltre essere adeguatamente <em>retribuito<\/em>. Una questione complessa questa, diversi infatti sono i fattori che contribuiscono ad una retribuzione equa. Va naturalmente tenuto conto della quantit\u00e0 di lavoro necessaria all&#8217;esecuzione di un certo prodotto o di un certo servizio. Va tenuto anche conto della quantit\u00e0 di lavoro necessaria per apprendere una professione e acquisire un&#8217;esperienza adeguata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 rilevante inoltre il valore sociale, e non solo economico di un dato lavoro, ad esempio il valore del lavoro dell&#8217;insegnante. La remunerazione deve tenere conto delle necessit\u00e0 della persona e quindi della famiglia. La remunerazione deve dunque permettere di mantenere una famiglia. Gli assegni famigliari devono quindi avere una consistenza reale e non solo simbolica, devono realmente ridurre le differenze di livello di vita tra famiglie che non hanno figli o solo uno e famiglie che ne hanno diversi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una questione veramente importante questa, tanto che ad esempio in una delibera dell&#8217;ultimo sinodo di Cracovia si propone di ovviare a tali sperequazioni avvalendosi di fondi sociali, ad esempio parrocchiali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una retribuzione equa deve tenere conto dello stato dell&#8217;economia nazionale: un livello retributivo troppo alto eccita la spirale inflativa o frena gli investimenti necessari, un livello retributivo troppo basso provoca conseguenze socio-morali catastrofiche come il fenomeno della delinquenza, il crearsi di un&#8217;economia illegale e del mercato nero. Quindi l&#8217;abbassamento artificioso degli stipendi per incrementare gli investimenti (quali?) pu\u00f2 spezzare tanto l&#8217;economia quanto il livello di vita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rilevante a questo punto \u00e8 la questione della relazione tra le retribuzioni nelle diverse imprese, nei diversi settori dell&#8217;economia, nelle diverse regioni del paese. Il principio della parit\u00e0 retributiva per lavori dello stesso tipo \u00e8 giusto, ma una sua applicazione meccanica pu\u00f2 portare a ingiustizie di fatto o a perdite economiche. D&#8217;altra parte, occorre respingere la tentazione di diversi gruppi che premono per estorcere aumenti per il loro settore, di solito a scapito degli altri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La politica retributiva \u00e8 difficile. Perch\u00e9 possa essere socialmente accetta e possa diventare un fattore di promozione e non di distruzione della cultura del lavoro deve essere innanzitutto chiara e ben giustificata. Tanto su scala ridotta che su scala generale la rete delle retribuzioni deve essere nota e facilmente confrontabile, le tariffe per quanto possibile precise e le necessarie variazioni (determinate ad esempio dalla fluttuazione dei quadri) giustificate e non tenute nascoste.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>6.<\/strong> Il lavoro deve essere anche adeguatamente <em>rispettato<\/em>. Rispettare il lavoro significa innanzitutto non sprecarlo. Il lavoro non \u00e8 meramente una merce che si vende e si compera, bens\u00ec un&#8217;espressione dell&#8217;attivit\u00e0 dell&#8217;uomo che \u00e8 imitatore di Dio. Lo spreco dei risultati del lavoro dell&#8217;uomo \u00e8 dunque una forma di disprezzo per la sua fatica e di negazione del significato dei suoi sforzi. \u00c8 anche un rifiuto del suo amore, se egli aveva lavorato pensando ai bisogni del prossimo o al bene della societ\u00e0. Ogni spreco \u00e8 dunque in sostanza un oltraggio, non solo antieconomico, ma anche antiumano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">II diritto morale del lavoratore al prodotto del suo lavoro non cessa con l&#8217;atto di ricevere la retribuzione, egli ha il diritto di esigere che tale prodotto venga usato conformemente agli scopi fondamentali del lavoro: vale a dire che sia non soltanto un mezzo per procurarsi il necessario per vivere, ma anche che serva realmente agli altri e contribuisca a nobilitare la societ\u00e0 e la natura. La distruzione del prodotto del lavoro o il suo uso ai danni della societ\u00e0 o della natura \u00e8 dunque una violazione del senso del lavoro e dei diritti del lavoratore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il rispetto per il lavoro \u00e8 rispetto per il lavoratore. Ne consegue un&#8217;adeguata valutazione della sua qualifica e il riconoscimento del diritto a codecidere l&#8217;organizzazione sociale del lavoro e l&#8217;utilizzazione dei suoi prodotti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>7<\/strong>. Il lavoro inoltre deve essere <em>svolto in condizioni degne dell&#8217;uomo<\/em>. Ci\u00f2 concerne tanto le condizioni fisiche che quelle sociali. Il lavoro deve essere per quanto possibile sicuro, non dannoso per la salute e non eccessivamente gravoso. Ma forse ancor pi\u00f9 importanti sono le condizioni sociali nell&#8217;ambiente di lavoro. Il lavoratore ha diritto a che la sua dignit\u00e0 sia riconosciuta tanto dai colleghi che dai subordinati e dai superiori. Non deve essere trattato come un ingranaggio della macchina n\u00e9 come una sua appendice.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un&#8217;atmosfera d\u00ec cameratismo e cordialit\u00e0 \u00e8 quindi necessaria. La si ottiene grazie al comportamento delle persone, sono per\u00f2 necessarie anche garanzie giuridiche che sostengano il formarsi di tali comportamenti. Sono perci\u00f2 necessarie istituzioni realmente indipendenti \u2014 che di solito prendono forma di rappresentanze di lavoratori \u2014 che possano in virt\u00f9 della legge tutelare il lavoratore da ingiustizie o maltrattamenti, esigere la creazione di adeguate condizioni di lavoro e contribuirvi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>8. <\/strong>Il lavoro deve <em>sviluppare e valorizzare il lavoratore<\/em>. \u00abL&#8217;uomo, infatti, quando lavora, non soltanto modifica le cose e la societ\u00e0, ma anche perfeziona se stesso\u00bb (<em>Gaudium et Spes<\/em>, 35). Tramite il lavoro l&#8217;uomo impara, sviluppa le sue capacit\u00e0, acquista abilit\u00e0. \u00abIn certo senso &#8220;diventa pi\u00f9 uomo&#8221;\u00bb (<em>Laborem Exercens<\/em>, 9). Ma \u00e8 sempre vero? Vi sono lavori diversi, interessanti e meno interessanti, vari e monotoni, che stimolano o che instupidiscono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo la vecchia teoria di Taylor occorre scomporre il lavoro nei suoi elementi pi\u00f9 semplici e mirare a che ciascun lavoratore compia solo un&#8217;attivit\u00e0, allora la produttivit\u00e0 del lavoro sar\u00e0 massima. Con questo sistema l&#8217;uomo \u00e8 ridotto ad un puro e semplice robot che non deve pensare. Per fortuna lo sviluppo della tecnica e dell&#8217;organizzazione del lavoro hanno dimostrato che questo non \u00e8 la via migliore per ottenere un accrescimento costante della produttivit\u00e0 del lavoro; \u00e8 meglio sostituire sistemi automatizzati ai \u00abrobot vivi\u00bb e permettere agli uomini di organizzarsi il lavoro secondo le loro possibilit\u00e0 e necessit\u00e0 personali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;automazione e la computerizzazione offrono grosse possibilit\u00e0. Ma anche laddove non sono ancora applicate esistono possibilit\u00e0 di organizzare il lavoro in modo tale da servire meglio allo sviluppo dell&#8217;uomo. Occorre inoltre ricordare che ci\u00f2 concerne anche, e spesso soprattutto, l&#8217;ambiente di lavoro, certe categorie di lavoratori. Certi tipi di lavoro, monotoni e faticosi, non possono essere cambiati tanto celermente, invece lo sviluppo del lavoratore pu\u00f2 essere realizzato grazie al suo ruolo sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di qui l&#8217;importanza di ogni tipo di autogestione (a cominciare dalle pi\u00f9 piccole associazioni di lavoratori), e di sindacato, di ogni tipo di lavoro sociale connesso con l&#8217;ambiente di lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>9.<\/strong> Il lavoro deve <em>nobilitare la natura e la societ\u00e0<\/em>. L&#8217;universo, in quanto opera di Dio, \u00e8 degno di ammirazione e rispetto. L&#8217;uomo deve dominare la natura, trasformarla cio\u00e8 in modo tale da adattarla meglio ai suoi bisogni umani. Ci\u00f2 significa che l&#8217;uomo deve trasformarla con prudenza, senza distruggerne l&#8217;equilibrio interno e la bellezza, ma anzi tutelarla dall&#8217;impoverimento dandole nuova bellezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non si tratta qui dunque solo di economizzare rare materie prime e di non inquinare acqua, terra e aria, ma anche, ad esempio, di salvaguardare la bellezza del paesaggio trasformato o creato dall&#8217;uomo. \u00c8 questo un dovere che tocca tutti gli uomini, ognuno dunque ha il diritto e il dovere di interessarsi attivamente alle conseguenze del suo lavoro in questa sfera, di avere cura che il lavoro contribuisca ad una trasformazione razionale della natura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo stesso vale per la societ\u00e0. Il lavoro deve influire sull&#8217;evoluzione della societ\u00e0, sul miglioramento dei rapporti interumani, sullo sviluppo della cultura in senso lato. Deve contribuire ad una maggiore giustizia e fraternit\u00e0. Da questo punto di vista non \u00e8 indifferente n\u00e9 l&#8217;organizzazione stessa del lavoro, n\u00e9 lo sfruttamento dei suoi prodotti, che pu\u00f2 essere per la societ\u00e0 utile o dannoso. Anche qui non basta considerare il lavoro solo dal punto di vista economico, \u00e8 necessario vederlo nelle sue piene conseguenze umane. Le conseguenze del lavoro di ciascuno e per ciascuno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>10<\/strong>. Il lavoro deve <em>unire l&#8217;uomo a Cristo<\/em>. Realizzando il compito di trasformare tramite il lavoro se stesso, la societ\u00e0 e la natura, l&#8217;uomo si unisce a Dio nella sua opera di creazione. Egli deve unirsi anche all&#8217;opera di redenzione di Cristo. Nell&#8217;enciclica <em>Laborem Exercens<\/em> leggiamo: \u00abII sudore e la fatica, che il lavoro necessariamente comporta nella condizione presente dell&#8217;umanit\u00e0, offrono al cristiano e ad ogni uomo, che \u00e8 chiamato a seguire Cristo, la possibilit\u00e0 di partecipare all&#8217;opera che il Cristo \u00e8 venuto a compiere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quest&#8217;opera di salvezza \u00e8 avvenuta per mezzo della sofferenza e della morte di croce. Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l&#8217;uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell&#8217;umanit\u00e0. Egli si dimostra vero discepolo di Ges\u00f9, portando a sua volta la croce ogni giorno nell&#8217;attivit\u00e0 che \u00e8 chiamato a compiere\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 questa un&#8217;interpretazione profonda dell&#8217;antico motto \u00abora et labora\u00bb, cos\u00ec saldamente legato alla tradizione cristiana; un principio che indica il lavoro come il fattore indispensabile dello sviluppo dell&#8217;uomo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;uomo che lavora \u00e8 l&#8217;immagine del Dio-Creatore, e assumendo la fatica e il dolore connessi con il lavoro egli diventa collaboratore di Cristo e in tal modo da significato pi\u00f9 profondo al suo lavoro. Un significato che niente e nessuno possono sottrargli. Nelle condizioni pi\u00f9 amare, nelle situazioni pi\u00f9 dure, tale senso pu\u00f2 essere dato al proprio lavoro, nobilitandolo cos\u00ec in modo straordinario. Qualsiasi lavoro infatti diventa cos\u00ec creativo, e ci\u00f2 nella sfera pi\u00f9 importante per l&#8217;uomo; esso trasforma infatti lo spirito di chi lavora e contribuisce alla salvezza degli altri.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da CSEO Documentazione n.184\u00a0 anno 17 novembre-dicembre 1983 Stefan Wilkanowicz, direttore del mensile \u00abZnak\u00bb (II segno), ha pubblicato sul settimanale cattolico di Cracovia, \u00abTygodnik powszechny\u00bb, un suo intervento sul tema dell&#8217;etica del lavoro. 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