{"id":1737,"date":"2005-12-07T10:55:21","date_gmt":"2005-12-07T09:55:21","guid":{"rendered":""},"modified":"2016-04-22T11:56:27","modified_gmt":"2016-04-22T09:56:27","slug":"il-ritorno-dei-re","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/il-ritorno-dei-re\/","title":{"rendered":"&laquo;Il ritorno dei re&raquo;"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-33358 alignleft\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/12\/ritorno_Re.jpg\" alt=\"ritorno_Re\" width=\"168\" height=\"180\" \/>Pubblicato su <strong>Cristianit\u00e0<\/strong> n. 66 (1980)<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Nel 1793, nel periodo di pi\u00f9 acceso e aperto anticristianesimo della Rivoluzione francese, la Convenzione trov\u00f2 pi\u00f9 volte il tempo di accanirsi contro le statue di Notre-Dame. Il gesto distruttore permette di comprendere, nella sua intima essenza \u2014 che \u00e8 essenza di odio \u2014 la Rivoluzione francese, la quale, a buon diritto, voleva essere, ed \u00e8 considerata, la Grande Rivoluzione, la Rivoluzione per eccellenza, salto di qualit\u00e0 rispetto alle rivolte del passato e madre feconda di tutte le rivoluzioni a venire.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Marco Tangheroni<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Nel 1793, nel periodo di pi\u00f9 acceso e aperto anticristianesimo della Rivoluzione francese, la Convenzione trov\u00f2 pi\u00f9 volte il tempo di accanirsi contro le statue di Notre-Dame e, in particolare, contro le ventotto grandi statue, di circa tre metri e mezzo l\u2019una, che riempivano la galleria tesa sopra i portali della facciata (della Vergine, di Sant\u2019Anna e del Giudizio Universale): esse rappresentavano i ventotto re di Giuda, da Jesse a Giuseppe.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">In un primo tempo ci si accontent\u00f2 di far scalpellare, a Bazin, i fioroni delle loro corone: poi, si decise di abbatterle e decapitarle, cos\u00ec come era stato decapitato, dalla \u00absanta ghigliottina\u00bb, Luigi XVI (1). Abbandonato il progetto \u2014 concepito da David, mediocre pittore e infaticabile organizzatore di feste \u00abpopolari\u00bb, giacobino coi giacobini, bonapartista sotto Napoleone \u2014, di utilizzare i frammenti come base per un monumento che trasmettesse <em>\u00aballa posterit\u00e0 il ricordo del trionfo del popolo francese sul despotismo e la superstizione\u00bb<\/em> (2), essi furono venduti come materiale da costruzione. Ebbene, nel 1977, durante i lavori per l\u2019ampliamento della Banca Francese per il Commercio Estero, furono ritrovate, allineate e ordinate <em>\u00abper una volont\u00e0 di conservazione\u00bb<\/em> (3), ventuno delle ventotto teste, insieme ad altri frammenti scultorei.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo materiale \u00e8 stato esposto, dall\u201911 aprile al 10 luglio di quest\u2019anno, nei chiostri di santa Maria Novella a Firenze, sotto il titolo: <em>Notre-Dame de Paris. Il ritorno dei re<\/em>. Ben al di l\u00e0 del puro interesse specialistico, cui in qualche modo si \u00e8 cercato di ricondurla (4), questa mostra offre lo spunto per alcune brevi considerazioni non prive d\u2019interesse, credo, in ordine, soprattutto, a due temi su cui si \u00e8 accanita, in modo particolare e non casuale, la nebbia concettuale e linguistica di matrice rivoluzionaria: il Medioevo e la Rivoluzione francese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Occorre, innanzi tutto, rimarcare che non si tratt\u00f2 di un gesto distruttore privo di grande significato, come si potrebbe credere, se paragonato agli orrori e al sangue di quel terribile periodo. Se cosi fosse, occupandosene, si rischierebbe di far la stessa meschina figura di chi \u00e8 pronto a levare alte grida per qualche danno al patrimonio storico-artistico o ecologico e poi tace di front; al massacro di centinaia di migliaia di innocenti, uccisi dall\u2019Armata Rossa in Afghanistan o, nel ventre materno, grazie alle leggi repubblicane in Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma cosi non \u00e8. Il gesto distruttore permette di comprendere, nella sua intima essenza \u2014 che \u00e8 essenza di odio \u2014 la Rivoluzione francese, la quale, a buon diritto, voleva essere, ed \u00e8 considerata, la Grande Rivoluzione, la Rivoluzione per eccellenza, salto di qualit\u00e0 rispetto alle rivolte del passato e madre feconda di tutte le rivoluzioni a venire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non fu un gesto casuale. Non fu il frutto di agitazioni popolari; non fu l\u2019effetto di quei tumulti che, per il fatto di essere formalmente anonimi, sembrano quasi non potersi imputare a nessuno: anzi; non essere affatto colpevoli. Fu l\u2019esecuzione di una precisa e burocratica decisione parlamentare (5).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non fu un gesto isolato. Preceduto nel tempo da qualche azione distruttrice dei protestanti all\u2019epoca delle guerre di religione cinquecentesche, ebbe valore esemplare per i rivoluzionari di tutta la Francia, e in tutta Parigi fu imitato l\u2019esempio di Notre-Dame e in tutta la Francia fu imitato l\u2019esempio di Parigi; e cos\u00ec accadde nelle terre europee raggiunte dalle armate rivoluzionarie e napoleoniche (6). N\u00e9 mancheranno singolari riprese di quest\u2019abitudine rivoluzionaria anche nell\u2019epoca del Risorgimento italiano (7).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fu, dunque, un gesto significativo. Esso \u2014 riproposto dal ritrovamento e dalla esposizione \u2014 ci parla: dobbiamo cercare di intenderlo, almeno nei suoi significati essenziali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>In odio al cattolicesimo e alla regalit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In primo luogo, una tale furia distruttrice \u00e8, senza dubbio alcuno, l\u2019espressione di un odio che non conosce limiti. Ma odio di che cosa?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono i rivoluzionari stessi a spiegarcelo, con i loro giornali, i loro scritti, i loro discorsi al parlamento o nelle quotidiane assemblee delle societ\u00e0 di pensiero. Fu odio per la tradizione nazionale e religiosa della Francia; fu odio per il cattolicesimo, per il sacro, per la regalit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si ascolti David, nel suo discorso del 17 brumaio 1793, di cui gi\u00e0 ho citato un\u2019espressione. Egli disse, parlando alla tribuna della Convenzione: <em>\u00abCittadini, voi avete decretato che sar\u00e0 eretto un monumento per trasmettere alla posterit\u00e0 il ricordo del trionfo del\u00a0 popolo francese sul despotismo e la superstizione. Voi avete approvato l\u2019idea di dare per base a questo monumento il cumulo dei frammenti della doppia<\/em> tirannia dei re e dei sacerdoti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Quando vi ho riferito che \u00e8 stata abbattuta dall\u2019alto della cattedrale, divenuta il tempio della Ragione, questa lunga fila di re di tutte le razze che<\/em> sembravano ancora regnare sulla Francia<em>, voi avete pensato con il vostro Comitato di istruzione pubblica che questi degni predecessori di Capeto \u2014 tutti fino a questo momento sfuggiti alla legge con la quale voi avete colpito la regalit\u00e0 \u2014 dovevano subire nella loro effige il giudizio terribile e rivoluzionario della posterit\u00e0\u00bb<\/em> (8).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci si ingannerebbe pensando a un\u2019ingenua confusione tra i re di Francia e i re dell\u2019Antico Testamento; in realt\u00e0, veramente, i re di Francia avevano inteso modellarsi sui re biblici. David non si ingannava affatto, nella sostanza. Come \u00e8 stato felicemente scritto <em>\u00abi re di Giuda-Francia ebbero allora, come il loro ultimo sventurato rampollo, il loro Calvario negli anni pi\u00f9 oscuri della Rivoluzione\u00bb<\/em> (9).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec, non si ingannava affatto Viollet-le-Duc, il grande restauratore dell\u2019Ottocento, quando, sintetizzando le motivazioni dei rivoluzionari, poneva in bocca al protagonista di un suo romanzo \u2014 sulla base di quelle che furono, realmente, le tesi allora sostenute \u2014 queste affermazioni: <em>\u00abNon dobbiamo lasciare allo sguardo del popolo, ormai liberato dalla tirannia e dalla superstizione, gli emblemi che gli ricordano la schiavit\u00f9 sotto la quale ha tanto a lungo gemuto<\/em> [&#8230;]<em>. Il popolo intende sfigurare tutto ci\u00f2 che gli rammenta un passato esecrabile, e vuole che i suoi figli si trovino dinnanzi soltanto oggetti degni di formare l\u2019anima dei repubblicani. Finch\u00e9 resteranno in piedi un castello e una chiesa, i nobili e i preti avranno la speranza di riprendere il possesso di questi covi dell\u2019oppressione. Finch\u00e9 rester\u00e0 un\u2019immagine dei re di prima, o dei santi di prima, rester\u00e0 una traccia della loro infame dominazione<\/em> [&#8230;]<em>. La nazione deve dimenticare i re e i preti, questa vergogna dell\u2019umanit\u00e0 <\/em>[&#8230;]<em>\u00bb<\/em> (10).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Erano quelli i giorni dell\u2019autunno del 1793 in cui l\u2019essenza anticristiana della Rivoluzione si mostrava nelle sue forme pi\u00f9 estreme: viene modificato il calendario; a Parigi e in provincia si succedono le feste pi\u00f9 varie e pi\u00f9 laiche; vengono proibite le cerimonie religiose pubbliche: funerali e cimiteri sono laicizzati; cerimonie empie e processioni carnevalesche sono incoraggiate; finalmente, il 24 ottobre, la Comune di Parigi decide la chiusura delle chiese. Fouch\u00e9 \u2014 un ex-frate, che sar\u00e0 poi ministro di polizia di Napoleone \u2014 inaugura a Nevers, il 22 settembre, la moda del culto di Bruto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A Parigi, per festeggiare la rinuncia del vescovo Gobel e dei suoi vicari a ogni funzione (11), viene celebrata, in Notre-Dame, la festa della Ragione, impersonata da una mima, <em>mademoiselle<\/em> Maillard (12).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo senso possiamo ben dire che, nonostante tutto il suo gran parlare di nazione, la Rivoluzione francese fu profondamente ed essenzialmente antinazionale, in quanto avversaria, non contingente, non casuale, delle realt\u00e0, cio\u00e8 la Chiesa cattolica e la monarchia, che avevano dato vita alla nazione francese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>In odio al passato in quanto tale<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se l\u2019odio verso la regalit\u00e0 e la Chiesa cattolica appaiono tratti abbastanza scontati della Rivoluzione francese, tanto che \u00e8 stato sufficiente richiamarli senza moltiplicare le citazioni e gli esempi, ci si pu\u00f2, per\u00f2, spingere oltre. La Rivoluzione non odia soltanto un determinato e concreto passato, ma odia <em>tutto<\/em> il passato, cio\u00e8 la memoria storica dei popoli. Si potrebbe, anzi, dire che parte dell\u2019odio che colpisce la Chiesa e la monarchia nasce proprio dal fatto che queste due realt\u00e0 sono strettamente radicate nella storia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La distruzione delle memorie visibili del passato nasce dall\u2019assurdo e tragico desiderio di far <em>tabula rasa<\/em>; e ne \u00e8, insieme, un concreto esempio. Si tratta di un desiderio assolutamente coessenziale all\u2019utopismo rivoluzionario che, tendendo alla creazione di un mondo nuovo e di un uomo nuovo, deve necessariamente tentare di partire da zero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come \u00e8 stato molto di recente nuovamente sottolineato da Fran\u00e7ois Furet (13), tanto i rivoluzionari dell\u2019epoca, quanto gli storici che appartengono alla tradizione giacobina (che si \u00e8 colorata nel nostro secolo di marxismo) videro, hanno visto e seguitano a vedere nella Rivoluzione francese <em>\u00abun avvento, come un tempo di un\u2019altra natura, omogeneo come un tessuto nuovo\u00bb<\/em> (14). Il concetto d\u2019inizio della storia, \u00e8, dunque, una delle chiavi di lettura fondamentali del periodo, ed \u00e8 significativo che esso ritorni largamente nella letteratura della e sulla rivoluzione comunista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si dir\u00e0 che una storiografia pi\u00f9 serena pu\u00f2 cogliere sia le radici secolari dell\u2019esplosione apparentemente improvvisa (15), sia il lavoro di preparazione compiuto nei decenni immediatamente precedenti (16). Si dir\u00e0, anche, che in fondo siamo di fronte a miti pi\u00f9 che a realt\u00e0; e certamente l\u2019eterogenesi dei miti rispetto alle realizzazioni \u00e8 una delle costanti che la \u00absociologia della rivoluzione\u00bb pu\u00f2 individuare (17). Ma il punto \u00e8 proprio questo: i miti non sono un aspetto accessorio e trascurabile della Rivoluzione; ne costituiscono, invece, una forza trainante e caratterizzante (18).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La distruzione deliberata \u2014 nel senso letterale del termine \u2014 e sistematica delle vestigia del passato appare, allora, un fatto significante in modo pieno l\u2019essenza del fenomeno storico. D\u2019altronde, non fu un aspetto isolato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Basti ricordare, per esempio, la creazione del nuovo calendario: soppresse le domeniche, mutati i nomi dei mesi, iniziato ex novo, dal 1792, il computo degli anni. Una tessera di elettore alla Convenzione reca questa data interessante: <em>\u00abanno 4\u00b0 della libert\u00e0, 1\u00b0 dell\u2019uguaglianza\u00bb<\/em> (19). Perch\u00e9 \u00e8 l\u2019uguaglianza degli uomini \u2014 non in dignit\u00e0, ma come oggetti della manipolazione \u2014 a costituire insieme il fine principale perseguito e la base solennemente proclamata del regno dell\u2019opinione, del trionfo della \u00abdemocrazia\u00bb diretta di stampo rousseuiano, della vittoria del giacobinismo (20).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il 10 giugno 1793, in ricordo della giornata rivoluzionaria dell\u2019anno precedente, si tenne in Parigi una grande festa in piazza della Rivoluzione, nel corso della quale, secondo i pomposi e squallidi rituali delle feste rivoluzionarie, furono bruciati davanti alla statua della libert\u00e0 gli emblemi della tirannide (21). \u00c8 interessante ricordare il nome di questa festa: <em>\u00abfesta della rigenerazione\u00bb<\/em>; e <em>\u00abfontana della rigenerazione\u00bb<\/em> fu chiamata quella innalzata, in stile egizio, sulle rovine della Bastiglia (22).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le citt\u00e0 colpevoli di essersi opposte alla Rivoluzione e le popolazioni sollevatesi devono scomparire, fisicamente e nel ricordo. E <em>\u00abTutto ci\u00f2 che resiste e non vuole entrare nella macina repubblicana \u00e8 condannato a scomparire\u00bb<\/em> (23). Si pensa alla deportazione in massa della eroica popolazione vandeana (24); ancora nella fase termidoriana, o di assestamento, si ricorrer\u00e0 alla deportazione di centinaia di preti (25).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tolone fu rasa al suolo. Per Lione la Convenzione emise solennemente un decreto che, oltre a incitare la strage di migliaia di abitanti, stabiliva: <em>\u00ab<\/em>(art. 3) <em>la citt\u00e0 di Lione sar\u00e0 distrutta<\/em> [&#8230;]<em>;<\/em> (art. 4) <em>il nome di Lione scomparir\u00e0 <\/em>[&#8230;] <em>l\u2019insieme delle case conservate avr\u00e0 il nome di<\/em> ville affranchie [&#8230;]<em>; <\/em>(art. 5) <em>sar\u00e0 innalzata sulle rovine di Lione una colonna <\/em>[&#8230;] <em>con quest\u2019iscrizione: Lione fece la guerra alla libert\u00e0, Lione non esiste pi\u00f9\u00bb<\/em> (26).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altra parte, \u00e8 da ricordare che, proprio nel periodo della Rivoluzione francese e nell\u2019immediata vigilia, si manifestarono, come \u00e8 stato magistralmente rilevato (27), quei tratti specifici della rivoluzione dell\u2019arte moderna che presuppongono un\u2019analoga, totale, rottura col passato: l\u2019aspirazione alla purezza, il riconoscimento del dominio della ragione geometrica e tecnica, l\u2019esaltazione sfrenata della libert\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 proprio vero ci\u00f2 che scriveva gi\u00e0 nel 1790, nelle sue <em>Riflessioni sulla Rivoluzione francese<\/em>, uno tra i pi\u00f9 pronti osservatori di ci\u00f2 che accadeva, Edmund Burke: <em>\u00ab<\/em>[&#8230;] <em>avete preferito agire come se non aveste mai conosciuto la societ\u00e0 civile, come se doveste ricominciare tutto dai primi elementi\u00bb<\/em> (28).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u00abRigenerazione\u00bb e Terrore<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019idea di una incontaminata nascita della storia \u00e8 comune ai rivoluzionari francesi del secolo XVIII e a quelli russi del 1917. Di pi\u00f9: essa \u00e8 comune agli storici e agli interpreti delle due rivoluzioni. Certo, si \u00e8 poi in qualche modo costretti a riconoscere che ci si \u00e8 molto allontanati \u2014 e presto! \u2014 dalla purezza delle origini, ma il momento magico iniziale viene salvaguardato: si parla, allora, di \u00abrivoluzione tradita\u00bb, e poco importa che i tradimenti costituiscano, sulla base di una secolare esperienza storica, una regola che non conosce eccezioni, mentre ha conosciuto decine di verifiche sperimentali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma, di fronte alla continua riproposizione di un modello mitico-utopico, l\u2019insegnamento della storia non pu\u00f2 avere, evidentemente, nessuna pretesa che non sia quella di costituire un richiamo alla realt\u00e0 che tematicamente \u00e8 rifiutata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bisogna, invece, ribadire che proprio l\u2019idea di una rigenerazione storica dell\u2019umanit\u00e0 contiene il germe del processo che inevitabilmente termina nel Terrore. Molto pertinentemente Fran\u00e7ois Furet ha osservato: <em>\u00ab<\/em>[&#8230;] <em>Il fenomeno staliniano si \u00e8 radicato in una tradizione giacobina semplicemente spostata (riproiettando sul fenomeno sovietico il duplice concetto di inizio della storia e di nazione-pilota) <\/em>[&#8230;] <em>per un lungo periodo ancora ben lontano dall\u2019essersi concluso la nozione di<\/em> deviazione <em>rispetto a una origine incontaminata ha consentito di salvare il valore supremo dell\u2019idea di Rivoluzione. Questa duplice difesa ha cominciato a vacillare in primo luogo perch\u00e9, diventando il riferimento storico fondamentale dell\u2019esperienza sovietica, l\u2019opera di Sol<\/em>\u017e<em>enitzyn ha posto ovunque il problema del Gulag al centro del disegno rivoluzionario, ed \u00e8 quindi inevitabile che l\u2019esempio russo rimbalzi, come un boomerang, a colpire la propria \u201corigine\u201d francese\u00bb<\/em> (29).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella documentazione relativa al Terrore francese ritornano continuamente parole come <em>\u00abpurgare\u00bb<\/em>, <em>\u00abpurificare\u00bb<\/em>. Secondo Robespierre \u2014 il \u00abpuro\u00bb della mitologia storiografica rivoluzionaria \u2014 occorreva assolutamente far scomparire <em>\u00abl\u2019orda impura\u00bb<\/em> degli <em>\u00abuomini perversi e corruttori\u00bb<\/em> (30).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ha scritto Bonald: <em>\u00abIl potere, una volta allontanatosi dal suo principio, che \u00e8 l\u2019unit\u00e0, ha una tendenza irresistibile a ripartirsi tra tutti i membri della societ\u00e0: e, una volta pervenuto al punto estremo della sua divisione, a ritornare al suo principio; ci\u00f2 significa che, allorch\u00e9 non esiste pi\u00f9 un potere generale nella societ\u00e0, ogni membro della societ\u00e0 tende ad esercitare il suo potere particolare\u00bb<\/em>. Ma il processo non pu\u00f2 arrestarsi; un potere generale tende a ricostituirsi. <em>\u00abMa qual potere, gran Dio! quale Costituzione! Ha un potere unico e generale, la morte&#8230; Ha un rappresentante, lo strumento dei supplizi; questo monarca ha i suoi ministri, e sono i carnefici; ha i suoi sudditi, e sono le sue vittime. Niente di simile era ancora apparso sulla terra\u00bb<\/em> (31).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 l\u2019inesorabile fine totalitaria del liberalismo anticristiano, a commento della quale mi permetto di fare un\u2019ulteriore citazione, di Augustin Cochin: <em>\u00abIl popolo, servo sotto il re nel 1789, libero con la legge nel 1791, diventa padrone nel 1793 e, giacch\u00e9 \u00e8 lui che governa, sopprime le libert\u00e0 pubbliche che erano solo delle garanzie a suo favore contro coloro che governavano. Sono sospesi il diritto di voto perch\u00e9 \u00e8 il popolo che regna; il diritto di difesa, perch\u00e9 \u00e8 il popolo che giudica: la libert\u00e0 di stampa, perch\u00e9 \u00e8 il popolo che scrive: la libert\u00e0 di opinione, perch\u00e9 \u00e8 il popolo che parla; limpida dottrina di cui i proclami e le leggi del Terrore sono soltanto un lungo commentario\u00bb<\/em> (32).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poich\u00e9 chi tenta di realizzare il progetto utopico-rivoluzionario non pu\u00f2 riconoscere <em>\u00abostacoli obbiettivi, ma solo avversari\u00bb<\/em> (33), la ghigliottina diviene lo strumento che separa i buoni dai cattivi, i rigenerati o rigenerabili dai non rieducabili, gli amici del popolo dai traditori. Di qui l\u2019inevitabile invenzione del complotto, anzi dei complotti in rapida successione. Come ha commentato de Viguerie, <em>\u00abi complotti contro il popolo sono comodi; \u00e8 pi\u00f9 facile ghigliottinare un nemico del popolo che un nemico di Robespierre o un avversario della nuova filosofia\u00bb<\/em> (34).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed ecco che anche le statue dei re, sicuramente non rieducabili, sono degne della ghigliottina!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Perch\u00e9 la cattedrale?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un\u2019ultima domanda. Perch\u00e9 tanto odio proprio contro le cattedrali? Certo, in primo luogo perch\u00e9 sono il centro di quel culto cristiano che \u00e8 sentito come potentissimo ostacolo alla Rivoluzione. Ma ci si pu\u00f2 forse spingere oltre. La cattedrale \u00e8 anche il segno dell\u2019unit\u00e0 perduta del corpo sociale intorno alla Verit\u00e0 cristiana e alle istituzioni cristiane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Opportunamente uno dei testi della mostra fiorentina \u2014 non riportato nel catalogo \u2014 cos\u00ec chiariva cos\u2019era e cosa rappresentava un cantiere per la costruzione di una cattedrale come Notre-Dame: <em>\u00abLa realizzazione di una struttura architettonicamente complessa qual\u2019era la Cattedrale presupponeva l\u2019esistenza di una organizzazione altamente specializzata: il cantiere gotico. Centinaia di operai e decine di artigiani-artisti cooperano in stretta unit\u00e0 di intenti, sotto la direzione del potere politico o religioso di cui i capomastri o gli architetti, laici o ecclesiastici che fossero, erano l\u2019espressione pi\u00f9 diretta. Manovali, muratori, carpentieri, fabbri, scalpellini, intagliatori di legname, maestri vetrai, scultori, orefici, pittori, tessitori e cosi via offrivano un paradigma di quel sistema corporativo e gerarchico che caratterizzava l\u2019intera struttura della civilt\u00e0 del Medio Evo, in cui si integravano armonicamente precisi vincoli religiosi e sociali e una innegabile libert\u00e0 individuale\u00bb<\/em> (35).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma, per non fare ingiustizie nei confronti del romanico, mi pare opportuno riportare anche le conclusioni cui \u00e8 arrivato Sanpaolesi studiando il duomo di Pisa: <em>\u00abNella formazione di un edificio di grande complessit\u00e0 come \u00e8 la cattedrale di Pisa si attua la fusione e l\u2019avvicinamento di tutte quelle attivit\u00e0 umane che vi partecipano<\/em> [\u2026]<em>. Un\u2019occasione di tanto prestigio consente che le distanze si riducano e che le diverse attivit\u00e0 si confrontino pi\u00f9 apertamente e direttamente tra loro. Qui una intera civilt\u00e0 ha collaborato, senza esclusione di gruppi e di classi, a dar vita ad una testimonianza collettiva, seppur differenziata, del grado altissimo di se stessa, testimonianza che per esser compiuta e totale non poteva essere che un\u2019architettura, dove dall\u2019ideazione concettuale eppoi da quella formale si passa alla predisposizione dei mezzi legislativi e finanziarii, alla scelta dei capi, alla traduzione pratica che impegna tutte le attivit\u00e0 cittadine. L\u2019ideatore e lo sterratore, il contabile ed il marinaio, lo scalpellino ed il fabbro, il vescovo e l\u2019architetto si confrontano senza schemi cerimoniali\u00bb<\/em> (36).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La verit\u00e0 \u00e8 che Notre-Dame era <em>\u00abla metafora splendida di una societ\u00e0 articolata e vitale, in cui monarchia, nobilt\u00e0 feudale, clero, borghesia artigiana e mercantile stavano realizzando un corpo, una struttura statuale armoniosa\u00bb<\/em> (37).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Specchio di una societ\u00e0, ma anche specchio di una concezione ordinata e armoniosa del mondo. <em>\u00abEcco perch\u00e9, forse, ogni tentativo di inserire la facciata di Notre-Dame in un rigido schema geometrico,<\/em> ad circulum <em>o <\/em>ad quadratum <em>che fosse, \u00e8 miseramente fallito: l\u2019equilibrio dorato delle sue proporzioni \u00e8 celato non in qualche pitagorica sezione aurea, ma nel nuovo senso dell\u2019armonia dell\u2019universo che la coeva filosofia medievale veniva scoprendo, di un tutto in cui le leggi armoniche non sono che velate, allegoriche manifestazioni della compiutezza dell\u2019Essere, e che si rifletteva in questa freschissima geometria, per cos\u00ec dire intuita di slancio\u00bb<\/em> (38).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ecco: l\u2019odio per l\u2019ordine della societ\u00e0 e per l\u2019ordine del creato spiegano l\u2019odio decapitatore e demolitore della Rivoluzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Caso o Provvidenza?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si \u00e8 parlato, a proposito dei recenti ritrovamenti, di un fortunato caso. Ora, per quanto si possa essere coscienti che \u00e8 temerario cercare di decifrare i disegni della Provvidenza \u2014 che, come dice un proverbio portoghese, scrive diritto per linee storte \u2014, la speranza ci \u00e8 consentita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 vero, certo, il commento di chi ha notato che <em>\u00abResta, comunque, un amaro insegnamento. Come pi\u00f9 tardi avrebbe fatto la \u201crivoluzione culturale\u201d cinese distruggendo sistematicamente in Tibet i simboli e le memorie del culto buddista senza arretrare neppure dinanzi al loro valore artistico<\/em> [&#8230;] <em>gli uomini del 1793 avviarono, con l\u2019irragionevole barbarie della \u201cRagione\u201d, un discorso culturale e politico di radicale importanza. Questo discorso, anche se ormai ha imparato a vestir panni civili, continua oggi: l\u2019Occidente non \u00e8 mai riuscito a liberarsene. Andate quindi a visitare l\u2019esposizione dei re, e prendete atto dell\u2019innominabile orrore che sta alla sua radice. Il ventre che l\u2019ha partorito \u00e8 ancora fecondo\u00bb<\/em> (39).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E, tuttavia, la speranza \u00e8 lecita. Cio\u00e8: che il ritorno dei re sia non un caso legato alla espansione di una banca, ma il presagio provvidenziale di una restaurazione cristiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Cfr. Alain Erlande-Brandenburg, <em>Le sculture di Notre-Dame di Parigi<\/em>, in <em>Notre-Dame de Paris. Il ritorno dei re<\/em>, Vallecchi, Firenze 1980, in particolare p. 26.<\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">(2) Il discorso \u00e8 parzialmente riportato in Fran\u00e7ois Giscard D\u2019Estaing, <em>Il significato della scoperta<\/em>, in <em>Notre-Dame de Paris. Il ritorno dei re<\/em>, cit., p. 13.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(3) In realt\u00e0 F. Giscard D\u2019Estaing, <em>op. cit.<\/em>, <em>ibid.<\/em>, scrive <em>\u00abquasi per una volont\u00e0 di conservazione\u00bb<\/em>; ma non esiste altra ragionevole spiegazione, come dimostrano le fotografie scattate al momento del ritrovamento: esse suggeriscono con evidenza un atto di <em>pietas<\/em>.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(4) Si veda, per esempio, la presentazione del volume-catalogo <em>Notre-Dame de Paris. Il ritorno dei re<\/em>, cit., scritta dal sindaco, comunista, di Firenze, Elia Gabbuggiani, il quale parla \u2014 semplicemente, ma con tormento \u2014 di <em>\u00abun\u2019importanza assunta dall\u2019iniziativa nel quadro della maggiore conoscenza di un periodo cos\u00ec significativo della storia dell\u2019arte in Francia e in Europa e nel quadro di una doverosa politica di amicizia e di intensi rapporti culturali tra i popoli\u00bb<\/em> (p. 9).<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(5) Nella mostra \u2014 della quale si deve lodare il chiaro accompagnamento di immagini e testi \u2014 erano riportate copie di discorsi e deliberazioni; si veda, nel citato catalogo, le foto dei preventivi per l\u2019abbattimento delle statue e il processo verbale di aggiudicazione delle <em>\u00abpietre statuarie\u00bb<\/em> (p. 14).<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(6) Per non andare molto lontano da dove vivo e per citare volutamente un\u2019area marginale, penso alle molteplici distruzioni ancora visibili in Lunigiana. Manca \u2014 almeno che io sappia \u2014 un\u2019opera d\u2019insieme sull\u2019argomento.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(7) Nel 1866 l\u2019architetto Pardini, sostituendo alcuni deteriorati capitelli di San Michele a Lucca, vi scolp\u00ec non delle figure in stile neogotico, bens\u00ec le immagini (ancora visibili) di Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II (cfr. Pirro Scavizzi, <em>Elena Guerra apostola dello Spirito Santo<\/em>, Istituto di Santa Zita, Lucca 1939, p. 126).<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(8) <em>Notre-Dame de Paris. <\/em><em>Il ritorno dei re<\/em>, cit., p. 13. Le sottolineature sono mie.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(9) Franco Cardini, <em>Caddero i re sotto la ghigliottina<\/em>, in <em>Il Settimanale<\/em>, anno VII, n. 26, l-7-1980, p. 77.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(10) Il testo \u00e8 citato da Cristina Acidini Luchinat, <em>Viollet-le-Duc e la dialettica della Rivoluzione<\/em>, in <em>Notre-Dame de Paris. Il ritorno dei re<\/em>, cit., pp. 67-68.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(11) Essa avvenne, davanti alla Convenzione, il 7 novembre 1793. La festa fu allora decisa dalla Comune per il 10 novembre, onde celebrare la <em>\u00abvittoria della filosofa sulla superstizione\u00bb<\/em>. Segn\u00f2 il fallimento del tentativo \u00abprotestantico\u00bb di una chiesa filorivoluzionaria.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(12) Un\u2019ampia descrizione in C. Bessonet-Favre, <em>Les F\u00eates r\u00e9publicaines depuis 1789 jusqu\u2019\u00e0 nos jours, d\u2019apr\u00e8s des documents authentiques<\/em>, Parigi 1909, pp. 57-62. Un riassunto in Fernando Mastropasqua, <em>Le feste della Rivoluzione Francese. 1790-1794<\/em>, Mursia, Milano 1976, pp. 64-66.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(13) Fran\u00e7ois Furet, <em>Critica della Rivoluzione Francese<\/em>, Laterza, Bari 1980.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(14) <em>Ibid.<\/em>, p. 13.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(15) In questa direzione \u00e8, del resto, la lettura contro-rivoluzionaria di Plinio Corr\u00eaa de Oliveira, in <em>Rivoluzione e Contro-Rivoluzione<\/em>, 3<sup>a<\/sup> ed. it. accresciuta, Cristianit\u00e0, Piacenza 1977, pp. 73-74.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(16) Fondamentale \u00e8 Augustin Cochin, <em>Meccanica della Rivoluzione<\/em>, trad. it., Rusconi, Milano 1971.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(17) Cfr., per esempio, Jules Monnerot, <em>Sociologie de la r\u00e9volution<\/em>, Favard, Parigi 1970, pp. 175-183.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(18) Nonostante una certa farraginosit\u00e0, \u00e8 interessante, a questo proposito, la lettura di JAcques Ellui, <em>Autopsia della rivoluzione<\/em>, trad. it., SEI, Torino 1974.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(19) Philippe Sagnac e Jean Robiquet, <em>La rivoluzione del 1789<\/em>, 2<sup>a<\/sup> ed. it., Mondadori, 1954, vol. II, p. 100.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(20) Sul giacobinismo e sul \u00abpretesto dell\u2019eguaglianza\u00bb pu\u00f2 essere utile la lettura di Vittorio Mathieu, <em>Cancro in Occidente. Le rovine del giacobinismo<\/em>, Editoriale Nuova, Milano 1980.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(21) Si veda il quadro del Demachy riprodotto in P. Sagnac e J. Robiquet, <em>La rivoluzione del 1789<\/em>, cit., p. 217.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(22) Da una stampa riprodotta, <em>ibid.<\/em>, p. 219.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(23) Jean de Viguerie, <em>Origines et processus des terreurs r\u00e9volutionaires<\/em>, in AA. VV., <em>Force et Violence<\/em>, Parigi 1972, p. 70.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(24) <em>Ibidem<\/em>.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(25) Cfr. Albert Mathiez e Georges Lefebvre, <em>La Rivoluzione francese<\/em>, trad. it., Einaudi, Torino 1960, vol. II, pp. 411-419.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(16) Riprodotto fotograficamente in P. Sagnac e J. Robiquet, <em>op. cit.<\/em>, p. 297.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(30).Cfr. Hans Sedlmayr, <em>La rivoluzione dell\u2019arte moderna<\/em>, trad. it., Garzanti, Milano 1960.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(28) Edmund Burke, <em>Riflessioni sulla Rivoluzione francese<\/em>, in Idem, <em>Scritti politici<\/em>, a cura di Anna Martelloni, trad. it., Utet Torino 1963, p. 195.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(29) F. Furet, <em>op. cit.<\/em>, pp. 16-17.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(30) Cit. in J. de Viguerie, <em>op. cit.<\/em>, p. 70.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(31) Citato (dalla <em>Th\u00e9orie du pouvoir civil et religeux<\/em>, L. IV) in J. de Viguerie, <em>op. cit.<\/em>, p. 71.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(32) A. Cochin, <em>op. cit.<\/em>, p. 333.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(33) F. Furet, <em>op. cit.<\/em>, p. 62, commentando e riprendendo considerazioni di Cochin.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(34) J. de Viguerie, <em>op. cit.<\/em>, p. 66.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(35) Ho trascritto qui il testo di un pannello della mostra, intitolato <em>Il cantiere<\/em>.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(36) Piero Sanpaolesi, <em>Il Duomo di Pisa e l\u2019architettura romanica toscana delle origini<\/em>, Nistri Lischi, Pisa 1975, pp. 324-325.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(37) Gabriele Marolli, <em>Scheda per Notre-Dame<\/em>, in <em>Notre-Dame de Paris. Il ritorno dei re<\/em>, cit., p. 48.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(38) <em>Ibid.<\/em>, p. 55.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">(39) F. Cardini,<em> art. cit.<\/em>, p. 77.<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pubblicato su Cristianit\u00e0 n. 66 (1980) Nel 1793, nel periodo di pi\u00f9 acceso e aperto anticristianesimo della Rivoluzione francese, la Convenzione trov\u00f2 pi\u00f9 volte il tempo di accanirsi contro le statue di Notre-Dame. 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