{"id":1458,"date":"2005-09-22T15:13:05","date_gmt":"2005-09-22T13:13:05","guid":{"rendered":""},"modified":"2016-04-11T09:45:53","modified_gmt":"2016-04-11T07:45:53","slug":"i-moti-popolari-contro-i-francesi-alla-fine-del-secolo-xviii-1796-1800","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/i-moti-popolari-contro-i-francesi-alla-fine-del-secolo-xviii-1796-1800\/","title":{"rendered":"I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800)"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-32556\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/09\/insorgenze-1.jpg\" alt=\"insorgenze\" width=\"240\" height=\"200\" \/>Giacomo Lumbroso<\/strong>, con una premessa di Oscar Sanguinetti,<\/div>\n<div style=\"text-align: center;\">Minchella, Milano 1997, pp. 224, \u00a3. 32.000<\/div>\n<p style=\"text-align: center;\">di<strong> Paolo Martinucci<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">La figura umana e culturale di Giacomo Lumbroso \u00e8 a tutt\u2019oggi poco nota. Nato a Firenze nel 1897, giornalista, storico di scuola nazionalistica &#8211; suoi maestri furono Niccol\u00f2 Rodolico (1873-1969) e Gioacchino Volpe (1876-1971) -, fascista convinto negli anni dello squadrismo, assume un atteggiamento critico nei confronti del partito fascista quando questo diventa regime e ne viene emarginato.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dedicatosi con passione alla storia &#8211; con particolare talento per la divulgazione -, scrive numerosi volumi e saggi. Di origine ebraica, si converte al cattolicesimo al momento delle nozze e vive a Roma. Muore ancor giovane a Firenze nel 1944, all\u2019indomani della liberazione della citt\u00e0, poco dopo il suo ritorno nella citt\u00e0 natale al seguito degli Alleati. Il suo studio sull\u2019insorgenza contro-rivoluzionaria italiana <em>I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800)<\/em>, risale al 1932.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per fornirne il necessario inquadramento storiografico, il testo nella nuova edizione \u00e8 preceduto da una premessa critica (pp. 5-28) di Oscar Sanguinetti, direttore dell\u2019Istituto per la Storia delle Insorgenze, curatore della riedizione. In tale premessa si sottolinea il nesso dell\u2019Insorgenza con il processo di modernizzazione politica, che in Italia &#8211; a differenza delle trasformazioni economico-sociali avvenute gradualmente &#8211; si afferma, dopo la fase gradualistica del dispotismo illuminato, come &#8220;rivolgimento globale&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale modalit\u00e0 genera al suo inizio, soprattutto negli anni dal 1796 al 1814, una forte tensione civile e fa s\u00ec che l\u2019opposizione a essa prenda la forma di reazione violenta, non di rado con caratteri di guerra civile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le rivolte popolari contro il feroce utopismo dei giacobini durante gli anni 1796-1799 sono da mettere in relazione con la consapevolezza popolare, pi\u00f9 o meno esplicita, di trovarsi di fronte a una svolta epocale, con la prospettiva della radicale demolizione di un assetto socio-politico secolare, che induce incertezza negli orizzonti personali, familiari e sociali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I nobili e il clero, intrisi di cultura illuministica e scettica, diffusa dalla massoneria e dal giansenismo, sono invece favorevoli all\u2019occupazione modernizzatrice, e sostanzialmente estranei in generale, quando non avversi, all\u2019Insorgenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Passando rapidamente in rassegna la storiografia sull\u2019Insorgenza, Sanguinetti rileva il sorprendente silenzio, o quantomeno la noncuranza, che la maggior parte degli storici ostenta a riguardo, e la spiega con il fatto che la storia dell\u2019Insorgenza \u00e8 storia di vinti, sia sul piano dei fatti che su quello della cultura che l\u2019ha espressa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Riscoprire questa vicenda e questa cultura da parte degli storici ottocenteschi postunitari non era per nulla funzionale alla formazione del nuovo &#8220;cittadino&#8221; italiano allora in atto. Solo la storiografia nazionalistica dei primi decenni del Novecento &#8211; con Ettore Rota (1883-1958), Volpe e Rodolico &#8211; si occupa dell\u2019Insorgenza, soprattutto nell\u2019Italia Meridionale, in quanto crede di vedere in questa prima manifestazione di lotta contro la presenza straniera nella Penisola le origini del Risorgimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una linea di maggior equilibrio \u00e8 inaugurata da Jacques Godechot (1907-1994) &#8211; la cui opera di sintesi <em>La contre-r\u00e9volution, doctrine et action (1789-1804) <\/em>\u00e8 pubblicata la prima volta nel 1961 e significativamente edita in Italia soltanto nel 1988 -, che approfondisce temi gi\u00e0 affrontati dalla storiografia francese e riporta l\u2019attenzione degli storici sul fenomeno dell\u2019Insorgenza italiana. Il bicentenario dell\u2019Ottantanove, infine, segna una ripresa d\u2019interesse anche sull\u2019esportazione della Rivoluzione in Europa, interesse sfociato in numerosi contributi di diverso valore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019oggetto della ricerca di Lumbroso \u00e8 la prima fase &#8211; quella degli anni 1796-1800, in coincidenza con il Triennio Giacobino -, che ha convenzionalmente i suoi esordi nella primavera del 1796, quando il generale Napoleone Bonaparte (1769-1821), comandante dell\u2019Armata franco-repubblicana d\u2019Italia, sconfitti gli imperiali, entra in Milano e, proclamandosi amico dei discendenti dei Bruto e degli Scipioni, inizia la sottomissione della Penisola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Singolare amicizia, quella repubblicana! Per pagare i soldati gli occupanti attuano fin da subito spoliazioni e ruberie sistematiche; tollerano le violenze dei soldati; impongono pesantissime contribuzioni, confische di armi, di bestiame, di viveri, di opere d\u2019arte e dei pegni dei Monti di Piet\u00e0. E questo triste rituale si ripete poi in tutte le citt\u00e0 della Penisola che i francesi andavano via via occupando.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La reazione popolare dei lombardi &#8211; ne tratta il capitolo <em>Bonaparte a Milano. Prime insurrezioni: Pavia, Binasco, Arquata Scrivia <\/em>(pp. 37-57) &#8211; non si fa attendere. Gi\u00e0 il 23 maggio, dopo un prodromo a Milano, nel quartiere di Porta Ticinese &#8211; che causa la fucilazione di un popolano e di un delegato di polizia -, a Pavia, migliaia di contadini, operai, artigiani riempiono le strade della citt\u00e0 prendendone il controllo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Abbattuto l\u2019albero della libert\u00e0, al grido di &#8220;Viva l\u2019Imperatore!&#8221;, danno poi la caccia ai francesi del presidio e ai rivoluzionari. Binasco, a met\u00e0 strada fra Milano e Pavia, \u00e8 incendiata per rappresaglia dal corpo di repressione inviato da Bonaparte, che fa cento vittime. A Pavia i contadini insorti decidono di resistere ma, al momento dell\u2019attacco francese, sbandano e ripiegano, disperdendosi nelle campagne. I caduti sono decine, mentre l\u2019esercito francese, schiacciata l\u2019insurrezione, si abbandona al saccheggio della citt\u00e0 con inaudita violenza e con ulteriori vittime.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I capi della rivolta sono fucilati, mentre duecento notabili cittadini vengono condotti come ostaggi in Francia. Anche a Como e a Varese vi sono tumulti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo la Lombardia, \u00e8 il turno delle Legazioni Pontificie, argomento del capitolo <em>Invasione degli stati pontifici. Rivolta e sacco di Lugo <\/em>(pp. 59-74). Mentre le truppe pontificie all\u2019arrivo delle armate francesi si arrendono quasi senza sparare, subendo un armistizio dalle pesantissime condizioni, a Lugo di Romagna, dove i commissari francesi avevano razziato oro e denaro e proceduto alla requisizione anche del busto argenteo di sant\u2019Ilaro, patrono locale, il 30 giugno 1796 scoppia una violenta rivolta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mentre l\u2019alto clero invita ad arrendersi, duecento insorti tendono un\u2019imboscata a una colonna di soldati francesi nei pressi di Barbiano. Poi, lungo le rive del fiume Santerno, ad Argenta, attaccano ancora i francesi e li sconfiggono. Ma la defezione di un gruppo di abitanti di Castelbolognese d\u00e0 via libera alle colonne nemiche, che possono attaccare la citt\u00e0 insorta. I morti lughesi negli scontri sono circa un migliaio, mentre cadono duecento francesi: la citt\u00e0 subisce il saccheggio, che non risparmia neppure il ghetto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venezia, in piena decadenza militare e politica, non si oppone all\u2019occupazione napoleonica, dichiarandosi neutrale, ma non pu\u00f2 arrestare la propria fine: ne tratta il capitolo <em>La Cispadana -I francesi nel Veneto. Le Pasque Veronesi. Caduta della repubblica di Venezia <\/em>(pp. 75-99). Il 7 agosto 1796, i francesi occupano Verona.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le confische e le prepotenze a non finire ivi perpetrate dagli occupanti e il tentativo di &#8220;democratizzare&#8221; il governo veneto creano nel veronese un forte malcontento che diventa ben presto rivolta. Dopo che alle forze degli occupanti si sono uniti i giacobini di Bergamo e di Brescia, nel frattempo insorte, e le truppe lombarde del generale milanese di origini spagnole Giuseppe Lahoz Ortiz (1773-1799), in aprile Verona insorge. Il 17, vicino alla chiesa di San Bartolomeo, avvengono le prime scaramucce, con l\u2019uccisione di alcuni soldati francesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo che agli artiglieri di stanza nel Castello di San Pietro viene dato l\u2019ordine di sparare sulla citt\u00e0, l\u2019insurrezione si fa generale e il suono delle campane a stormo segna l\u2019inizio delle cosiddette Pasque Veronesi. I giacobini e i soldati francesi, che non sono riusciti a ritirarsi nelle fortezze, vengono assaliti e massacrati a colpi di pugnale o gettati nell\u2019Adige.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le forze francesi accorse dalla piazzaforte gi\u00e0 austriaca di Mantova cominciano a bombardare la citt\u00e0 anche da fuori le mura, e ben presto essa capitola. A Verona \u00e8 risparmiato il saccheggio, ma le condizioni che le vengono imposte dal vincitore sono pesantissime e alcuni nobili che avevano capeggiato i moti sono fucilati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche nella Repubblica di Genova, vicina della Francia, che gi\u00e0 occupava da anni la Liguria di Ponente, fra l\u2019ottobre del 1796 e il maggio del 1797 incuba la rivolta: \u00e8 l\u2019argomento del capitolo <em>Genova sotto il regime democratico. Moti popolari contro i &#8220;Giacobini&#8221; <\/em>(pp. 101-110). Il 22 maggio 1797 il popolo, stanco dei soprusi francesi, si scatena per le vie alla caccia dei giacobini e dei francesi; facchini, carbonai, bettolieri, dopo aver saccheggiato l\u2019armeria, attaccano l\u2019Arsenale, facendo strage di rivoluzionari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mentre il Senato, spaventato, intavola trattative, dalla valle del fiume Bisagno migliaia di contadini, richiamati dal suono delle campane, raggiungono il colle di Alb\u00e0ro, che domina Genova, dove vengono dispersi dalle truppe del generale Mathieu Leonard Duphot (1769-1797).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cinquemila insorti della Val Polcevera, assieme ai superstiti della valle del Bisagno, si schierano al forte dello Sperone. Respinti i tentativi dell\u2019arcivescovo per far rientrare la sommossa, il 6 settembre inizia la battaglia decisiva, vinta dai francesi. Negli stessi giorni, a Chiavari, i contadini, guidati da Paolo Bacigalupo, dopo aver occupato la cittadina, marciano verso Genova e si ritirano solo alla notizia della repressione francese di Alb\u00e0ro; altre sommosse si registrano nel Ponente e nel contado della Spezia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dei cinquecento prigionieri &#8211; tutti uomini delle classi pi\u00f9 umili &#8211; alcuni salgono sulla forca, mentre altri sono condannati al remo. L\u2019uccisione del generale Duphot, che era stato inviato con incarichi diplomatici a Roma, fornisce alla Francia il pretesto per invadere i territori del Pontefice e per proclamare la Repubblica nella capitale: ne tratta il capitolo <em>La repubblica romana. Effimero trionfo e fuga precipitosa di Ferdinando IV <\/em>(pp. 111-117).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mentre Papa Pio VI (1775-1799) si rifugia in Toscana, a Trastevere, il 27 febbraio, si leva il grido di &#8220;Viva Maria!&#8221;, inizio di un\u2019insorgenza che infiamma il Lazio e l\u2019Umbria. Ad Albano, a Frosinone, a Terracina, nell\u2019alta valle del Tevere e a Citt\u00e0 di Castello, i rivoltosi oppongono una fiera resistenza agli attacchi dei francesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ferdinando IV (1751-1825), re di Napoli, invia in territorio pontificio i suoi soldati e pu\u00f2 entrare trionfalmente in Roma nel mese di novembre, ma per poco. Incalzato delle truppe del generale Jean \u00c9tienne Championnet (1762-1800), Ferdinando IV &#8211; \u00e8 argomento del capitolo <em>Resistenza dell\u2019Italia meridionale agli invasori. La Repubblica partenopea. Il moto reazionario <\/em>(pp. 119-147) &#8211; deve ripiegare con il proprio esercito verso Napoli, che poi abbandona, con la regina Maria Carolina (1752-1814), per raggiungere Palermo su una nave dell\u2019alleato inglese. Mentre le milizie regie cedono facilmente all\u2019avanzare delle schiere nemiche, i montanari abruzzesi oppongono invece allo straniero invasore un\u2019eroica difesa e in Terra di Lavoro, coraggioso e feroce in quest\u2019agguerrita resistenza, si segnala il colonnello borbonico Michele Pezza (1771-1806), detto Fra\u2019 Diavolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A Napoli il popolo s\u2019impossessa delle armi dei soldati in rotta e i &#8220;lazzaroni&#8221; &#8211; i popolani napoletani -, unitisi ai resti dell\u2019esercito, occupano i forti della citt\u00e0. Mentre il governo provvisorio nominato dal re cerca di trattare con il generale Championnet, un gruppo di giacobini occupa il castello di Sant\u2019Elmo sulle alture della citt\u00e0 e da l\u00ec inizia a bombardare gl\u2019insorti. Il popolo grida allora al tradimento e si d\u00e0 alle peggiori violenze contro i filo-francesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019avanzata francese verso Napoli \u00e8 difficilissima; infatti ha di fronte un esercito di disperati che si difende via per via, casa per casa: le fonti parlano di quaranta o di sessantamila &#8220;lazzaroni&#8221; armati in qualche modo. Il generale Championnet resta ammirato della combattivit\u00e0 dei &#8220;lazzaroni&#8221; e definisce nelle sue memorie <em>&#8220;intrepides&#8221; <\/em>i loro comandanti. La sera del 23 gennaio 1799 tutta la citt\u00e0 \u00e8 per\u00f2 in mano francese. Nasce la Repubblica Napoletana, guidata da un\u2019Assemblea di venticinque persone scelte dalle autorit\u00e0 militari occupanti, che non controlla totalmente le province.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Abruzzo, ancora in armi, agiscono le bande di Giambattista Pronio e di Giuseppe Rodio; nella Terra di Lavoro, Pezza attacca le guarnigioni francesi; in Puglia quattro avventurieri c\u00f2rsi incitano gli animi alla ribellione; in Basilicata il popolo trucida il vescovo di Potenza, Giovanni Andrea Serrao (1731-1799), ritenuto simpatizzante della Repubblica; in Calabria, forte \u00e8 l\u2019odio verso i francesi, destinato a riesplodere al momento della loro seconda invasione nel 1806.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo contesto matura la spedizione del cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827). In meno di cinque mesi, a partire dal 7 febbraio 1799, l\u2019Armata Cristiana da lui guidata, partendo dalla Calabria, riconquista i territori del Regno e li restituisce a Ferdinando IV. Nonostante il cardinale avesse garantito, durante le trattative della resa di Napoli, clemenza e moderazione verso gli sconfitti, il re, istigato dagli inglesi e dalla regina Maria Carolina, non rispetta i patti e, nonostante le proteste di mons. Ruffo, la sua vendetta anti-giacobina \u00e8 implacabile, con circa cento condanne a morte, mentre la plebe cittadina si abbandona a ogni eccesso contro i repubblicani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Granducato di Toscana, dopo l\u2019occupazione del porto di Livorno da parte dei francesi nel giugno del 1796, pu\u00f2 godere, per alcuni anni, dell\u2019autonomia: \u00e8 argomento del capitolo <em>I francesi in Toscana. Il &#8220;Viva Maria!&#8221;. Vittorie Austro-Russe. Marengo. Estrema resistenza degli aretini <\/em>(pp. 149-184). Ma il Direttorio francese attende solo un pretesto per impossessarsi anche di questi territori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il 23 marzo 1799 Ferdinando III di Lorena (1769-1824) deve abbandonare la Toscana. Le solite confische e requisizioni &#8211; sono saccheggiate la galleria di Palazzo Pitti e la biblioteca mediceo-laurenziana &#8211; e le richieste di contributi in denaro esasperano anche qui in breve la popolazione. La scintilla della rivolta parte per\u00f2 da Arezzo, dove il fervore religioso si \u00e8 accresciuto in quegli anni per un preteso miracolo della Madonna detta del Conforto e dove l\u2019attaccamento alla dinastia \u00e8 fortissimo<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">.L\u2019estensione ai preti dell\u2019obbligo di arruolarsi nella Guardia Nazionale sembra poi agli aretini un sacrilegio. L\u2019insurrezione nasce spontaneamente. Il 6 maggio 1799, una moltitudine di contadini, armati di fucili, di roncole e di forconi, entra in Arezzo al suono delle campane a stormo, cui si unisce il grido di raccolta degl\u2019insorgenti, che d\u00e0 il nome alla rivolta, &#8220;Viva Maria!&#8221;. Cortona e le popolazioni del Casentino impugnano anch\u2019esse le armi e cacciano gli stranieri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli aretini occupano, in Valdarno, Montevarchi, San Giovanni, Incisa fino a San Donato, giungendo al colle che domina Firenze; riescono poi a raggiungere il Senese, penetrano in Umbria ed entrano a Citt\u00e0 di Castello. In ogni centro si formano municipalit\u00e0 dipendenti dalla Suprema Deputazione Aretina. Ma l\u2019armata aretina, presa dall\u2019entusiasmo e anche a causa della cortezza della sua visuale municipalistica, presto si disunisce; cresce l\u2019indisciplina nelle compagnie e non si eseguono pi\u00f9 gli ordini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel disordine i pi\u00f9 facinorosi si scatenano, abbandonandosi alla caccia all\u2019uomo e ai saccheggi. A Siena non viene risparmiata nemmeno la sinagoga: tredici ebrei, fra cui tre donne e due fanciulli, sono massacrati dal popolo e i loro corpi bruciati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sebbene anche ad Arezzo la comunit\u00e0 israelitica si fosse mostrata assai favorevole ai francesi, gl\u2019insorgenti, pur avendo arrestato degli ebrei perch\u00e9 erano filofrancesi, non usano loro violenza n\u00e9 li giustiziano. Il 7 luglio, tremila insorti entrano in Firenze. Le truppe austriache, giunte nella citt\u00e0, incorporano gl\u2019irregolari di Firenze, di Pisa e di Livorno, con i quali, nel mese di agosto, liberano anche Perugia. Altri aretini liberano Todi, Assisi, Foligno, Spoleto e Orvieto ma, giunti nelle vicinanze di Roma, a seguito di un decreto del Granduca, vengono richiamati per essere disarmati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli abitanti di Arezzo, nel mese di ottobre del 1800, quando le sorti della guerra ritornano a volgere a favore dei francesi, rimasti soli di fronte al ritorno del nemico, danno un\u2019ulteriore prova di coraggio e di eroismo, quando tutta la popolazione s\u2019impegna nella difesa della citt\u00e0. Il poderoso attacco francese, preceduto da un violento bombardamento, causa la morte di circa sessanta persone, fra cui donne e bambini. Il saccheggio che segue non risparmia n\u00e9 le chiese, n\u00e9 i conventi; \u00e8 rasa al suolo la fortezza e vengono demolite alcune porte cittadine; s\u2019impone alla citt\u00e0 un forte contributo straordinario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con la pace di Lun\u00e9ville, del 1801, e il ritorno dei francesi in Italia si chiude la fase dell\u2019Insorgenza presa in considerazione dallo studio di Lumbroso. Tuttavia nella Penisola gruppi di contadini armati continuano a errare per le montagne e la loro azione spesso prende le forme del brigantaggio. Una nuova fase si aprir\u00e0 negli anni 1805 e 1806. Dopo un capitolo di conclusioni (pp. 185-194), Lumbroso presenta come <em>Appendice di documenti inediti <\/em>(pp. 195-208) una serie di documenti, frutto del suo pregevole lavoro archivistico, taluni anche preziosi e inediti, che integrano le numerose note dell\u2019opera, completata da una nutrita bibliografia (pp. 209-221).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I meriti della ricerca di Lumbroso, come scrive il curatore nella premessa, stanno soprattutto nella riscoperta e nella narrazione sintetica &#8211; l\u2019unica finora apparsa &#8211; di una pagina di storia ancora pressoch\u00e9 sconosciuta. Inoltre dall&#8217;opera emerge la conferma di come l\u2019unit\u00e0 della nazione italiana, alla fine del Settecento, fosse gi\u00e0 una realt\u00e0 sul piano dei costumi, delle credenze, delle mentalit\u00e0 e dei valori religiosi. Pure assai acuta risulta l\u2019individuazione del nesso di continuit\u00e0 esistente fra l\u2019opposizione popolare alle riforme dei pr\u00ecncipi illuminati e l\u2019insorgenza antigiacobina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Certo, l\u2019opera di Lumbroso \u00e8 datata e non \u00e8 esente da limiti, pur spiegabili con l\u2019intento divulgativo del testo, il che non va comunque a discapito di una ricerca d\u2019archivio di buona profondit\u00e0 ed estensione. Per esempio, si sofferma solo sulle insorgenze del Triennio Giacobino, omettendo <em>in toto <\/em>il secondo e importantissimo periodo dell\u2019Insorgenza, quello dal 1805 al 1814.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel triennio 1796-1799 egli tralascia altres\u00ec ogni riferimento alla Guerra delle Alpi, combattuta splendidamente dall&#8217;esercito e dalle milizie popolari del Regno di Sardegna contro la Francia fra il 1792 e il 1796, come pure alle rivolte in Valtellina e nelle valli bergamasche e bresciane. Anche l\u2019attribuzione di un presunto spirito anti-austriaco all&#8217;Insorgenza nella sua fase culminante sembra un po\u2019 forzata: non si registrano rivolte popolari contro il &#8220;dominatore austriaco&#8221;, come invece vorrebbe lasciare intendere Lumbroso, n\u00e9 allora vi \u00e8 mai un comune sentimento di ostilit\u00e0 verso l&#8217;Austria, ancora intesa come sopravvivenza del Sacro Impero, fenomeno che si verificher\u00e0 invece pi\u00f9 tardi, con momento culminante nel periodo dal 1848 al 1859.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se pregevole \u00e8 la critica di Lumbroso all\u2019interpretazione &#8220;liberale&#8221; e &#8220;ufficiale&#8221; del Risorgimento &#8211; che tendeva ad allargare esageratamente la base popolare del processo di unificazione politica dell\u2019Italia -, nel vedere le classi popolari di allora come proto-artefici del processo di unificazione politica dell\u2019Italia, a causa della sua ottica proto-nazionalistica, lo studioso fiorentino incappa per\u00f2 senza ombra di dubbio in un\u2019errata valutazione storica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Testimonianza di uno sforzo onesto di comprendere, influenzato dalle tendenze culturali dell\u2019epoca, pur con i limiti descritti, l\u2019opera di Lumbroso va segnalata soprattutto come pietra miliare in un campo di studi che il problema dell\u2019identit\u00e0 nazionale e scadenze non poco significative del futuro della nazione italiana rendono necessario e urgente riprendere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giacomo Lumbroso, con una premessa di Oscar Sanguinetti, Minchella, Milano 1997, pp. 224, \u00a3. 32.000 di Paolo Martinucci<\/p><p><a class=\"more-link btn\" href=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/i-moti-popolari-contro-i-francesi-alla-fine-del-secolo-xviii-1796-1800\/\">Continua a leggere<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":32556,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[99,96],"tags":[1051],"class_list":["post-1458","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-insorgenze","category-storia-italiana","tag-insorgenze-2","item-wrap"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.9 - 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