{"id":1214,"date":"2005-08-23T13:38:37","date_gmt":"2005-08-23T11:38:37","guid":{"rendered":""},"modified":"2016-04-29T12:28:11","modified_gmt":"2016-04-29T10:28:11","slug":"la-cultura-del-pappagallo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/la-cultura-del-pappagallo\/","title":{"rendered":"La cultura del pappagallo"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-33776\" src=\"https:\/\/www.rassegnastampa-totustuus.it\/cattolica\/wp-content\/uploads\/2005\/08\/editori_sinistra.jpg\" alt=\"editori_sinistra\" width=\"219\" height=\"200\" \/>Pubblicato su <strong>La Stampa <\/strong>del 18 aprile 1990<\/div>\n<p style=\"text-align: center;\"><em>La polemica sull\u2019editoria di sinistra in Italia. Il giudizio di Galli della Loggia<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Ernesto Galli della Loggia<\/strong><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">Una gran parte della cultura e dell\u2019opinione pubblica italiana ha quasi connaturato il dono dell\u2019oblio. Dimentica con grande facilit\u00e0, e se anni dopo, per caso, qualcuno le ricorda ci\u00f2 che essa si \u00e8 gettata dietro le spalle con disinvoltura, allora fa mostra della pi\u00f9 profonda meraviglia, magari condita degli sdegni di circostanza.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi dispiace &#8211; per l\u2019amicizia e la stima che ho per lui &#8211; che anche Beniamino Placido si sia adeguato a questo modello di comportamento, dando sulla voce (per giunta con qualche sarcasmo) a Nicola Matteucci, reo di aver parlato di una \u00abdittatura\u00bb che la cultura marxista avrebbe esercitato sull\u2019editoria italiana per almeno un paio di decenni del dopoguerra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non so se il termine dittatura sia davvero il pi\u00f9 esatto. Sono convinto per\u00f2 che i fatti diano nel complesso ragione a Matteucci, e qui ne vorrei illustrare per l\u2019appunto un piccolo spezzone, tirando fuori dal cassetto vecchi appunti presi per tutt\u2019altre ragioni alcuni anni fa . Si tratta dell\u2019esame sommario condotto sul catalogo storico della casa editrice Einaudi, (<em>Cinquant\u2019anni di un editore. Le edizioni Einaudi negli anni 1933-1983<\/em>), dei titoli concernenti l\u2019Unione Sovietica e gli Stati Uniti pubblicati nel periodo 1945-1968.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che i titoli siffatti rappresentino una cartina tornasole tra le pi\u00f9 significative \u00e8 evidente. Naturalmente bisogna tenere nel debito conto che la casa editrice Einaudi \u00e8 sempre stata una casa editrice di sinistra, orgogliosa di esserlo, e che dunque \u00e8 scontata (oltre che essere un suo pieno diritto) la preferenza per certi temi o autori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Essa per\u00f2 ha sempre avuto anche l\u2019ambizione di essere una casa editrice comunque di alta cultura, di pubblicare comunque testi di indiscutibile rango intellettuale.Proprio la somma di queste due caratteristiche consente di valutare nel modo migliore &#8211; perch\u00e9 in un punto alto, forse nel pi\u00f9 alto &#8211; un primo fatto importante, e cio\u00e8 quali siano stati &#8211; se \u00abdittatoriali\u00bb o meno &#8211; i metodi di esercizio dell\u2019egemonia della cultura \u00abmarxista\u00bb (meglio definirla comunista, del pci) l\u00e0 dove, come all\u2019Einaudi di allora, quell\u2019egemonia in complesso c\u2019\u00e8 senz\u2019altro stata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Certo, il campo d\u2019osservazione essendo quello della storia e dell\u2019attualit\u00e0 politico-sociale contemporanei, cio\u00e8 un campo d\u2019immediata e altissima crucialit\u00e0 politica, tende inevitabilmente a sovrarappresentare la politicit\u00e0 delle scelte, a provare troppo, per cos\u00ec dire. Ma, pure con questa riserva, le prove meritano di essere esaminate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal punto di vista numerico nei ventitr\u00e9 anni considerati, i titoli sull\u2019Urss e sugli Usa pi\u00f9 o meno si equivalgono: 40 per la prima, 36 per i secondi; dei quali 8 di storia generale e ottocentesca nel caso sovietico, 7 nel caso dell\u2019America. Gi\u00e0 su questi titoli si possono cominciare a fare, per\u00f2, alcune osservazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A parte infatti i due libri di Venturi sul populismo e sul moto decabrista, quello di Berti sui rapporti tra la Russia e gli Stati italiani dell\u2019800, nonch\u00e9 il volume di Lionel Kochran sulla Russia fino al 1917, i soli tre titoli sulla Rivoluzione che compaiono nel catalogo Einaudi corrispondono in sostanza ad altrettanti ritratti puramente encomiastici dell\u2019evento (si tratta dell\u2019immarcescibile <em>I 10 giorni che sconvolsero il mondo <\/em>di John Reed, uscito nel 1946, di <em>Lenin e la rivoluzione russa<\/em>, di Christopher Hill, del 1954, e dell\u2019<em>Anno primo della Rivoluzione russa <\/em>di Victor Serge, pubblicato nel 1967).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il quarto non \u00e8 certo assimilabile a questi, ma sta di fatto che anche la monumentale <em>Storia della Russia sovietica<\/em> di E.H. Carr (che cominci\u00f2 ad uscire nel 1964) appare fortemente ispirata &#8211; con tipico vezzo di radicalismo anglosassone &#8211; ad una opzione genericamente e pregiudizialmente giustificatoria della linea bolscevico-staliniana, solo in parte corretta nel successivo: 1917. <em>Illusioni e realt\u00e0 della rivoluzione russa<\/em> (1970).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come c\u2019era da aspettarsi, viceversa, qualsiasi tono apologetico \u00e8 assente nei titoli \u00abgenerali\u00bb americani che sono tutti di storia sei-ottocentesca &#8211; si va dall\u2019America dei Padri Pellegrini alla guerra civile &#8211; ad esclusione dell\u2019opera di sintesi di Nevins e Commager, <em>Storia degli Stati Uniti<\/em>, pubblicata per la prima volta nel 1947 con il titolo <em>America<\/em> ed il sottotitolo \u00abStoria di un popolo libero\u00bb che gli sar\u00e0 doverosamente tolto nelle successive numerose edizioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In complesso, l\u2019elemento pi\u00f9 sorprendente dell\u2019elenco dei titoli dedicati dalla casa editrice Einaudi agli Usa \u00e8 la sua discontinuit\u00e0 cronologica. Sono ben otto, infatti, i volumi pubblicati dal \u201945 al \u201947, tra cui spiccano ben tre libri di Walter Lippmann e il celeberrimo <em>Ragazzo negro <\/em>di Richard Wright (che pubblicato a partire dal 1969 nella collana \u00abLibri per la scuola media\u00bb avr\u00e0 in questa collana, fino all\u201983, la bellezza di 19 edizioni contribuendo forse la sua parte a radicare in generazioni e generazioni di giovani italiani l\u2019idea che il razzismo sia una malattia esclusivamente made in Usa).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma dopo il 1947, per ben dieci anni, dalla casa editrice di Torino, non esce nulla, assolutamente nulla, sulla storia, la societ\u00e0, la politica o l\u2019economia americana. Unica, solitaria &#8211; e quanto mai significativa &#8211; eccezione \u00e8, nel \u201953, <em>Il gangsterismo in America<\/em> di Kefauver. In una sorprendente continuit\u00e0 con il provincialismo fascista, per un lungo decennio, insomma, la pi\u00f9 prestigiosa casa editrice italiana, roccaforte della pi\u00f9 agguerrita e spregiudicata intellighentsia, non trova opportuno far conoscere nulla al pubblico italiano del Paese e della societ\u00e0 che si avviavano penetrare di s\u00e9 il modo di vivere e di pensare, l\u2019esistenza, di tutto il pianeta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 difficile credere sia alla casualit\u00e0, sia ad una supposta ovviet\u00e0 di una simile scelta culturale. La cosa pi\u00f9 probabile \u00e8 che i consulenti della Einaudi ed i funzionari editoriali di via Biancamano, stretti per un verso dalla necessit\u00e0 (da essi sentita come tale) di non spiacere alle forsennatezze settarie del pci in un campo delicatissimo, e per l\u2019alro dall\u2019esigenza di salvare il proprio onore non diventando ei puri megafoni dello stalinismo, abbiano scelto la soluzione \u00abitalianissima\u00bb el silenzio. Di non pubblicare nulla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con l\u2019Urss, invece, evidentemente ci si poteva non fare altrettanti problemi, e infatti il catalogo lo dimostra. Dal 1946 al 1953 sono almeno una decina i titoli d\u2019impronta schiettamente apologetica che Einaudi fa uscire, sui quali campeggia &#8211; per l\u2019indubbia autorevolezza dell\u2019autore &#8211; <em>Il marxismo e la questione nazionale e coloniale<\/em> (1948) di Josif Stalin.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si va da <em>La ricostruzione edilizia nell\u2019Urss <\/em>(1948) di Nikolaj Voronin, o <em>Il sistema finanziario dell\u2019Urss<\/em> (1947) di Bogolepov a <em>La propriet\u00e0 socialista dello Stato<\/em> (1953) di Anatolij Venediktov. Una menzione particolare, anche per il titolo, dal suono ogi decisamente macabro-sarcastico, merita la pubblicazione, nel 1950, de <em>Il comunismo sovietico: una nuova civilt\u00e0<\/em>, dei coniugi Webb: una silloge di pii, anche se spudorati vaneggiamenti che ha l\u2019onore di comparire nientemeno che insieme a Marx, a Kelsen e a von Gierke nella prestigiosa \u00abBiblioteca di cultura politica e giuridica\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pur senza l\u2019entusiasmo prodigato in precedenza, anche dopo il \u201953 e per tutti gli anni di Krusciov &#8211; del quale non si manca di pubblicare nel 1964 <em>I problemi della pace<\/em> &#8211; Einaudi non fa venire meno le pi\u00f9 ampie aperture di credito all\u2019Unione Sovietica. Di contro un paio di libri tra cronaca e storia dedicati agli avvenimenti del \u201956 (per la verit\u00e0 specificamente all\u2019Ungheria) e ad un problematico Isaac Deutscher <em>Dove va l\u2019Unione Sovietica<\/em>, si susseguono dal 1958 al 1964.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Progresso sovietico contro iniziativa americana<\/em> (una raccolta di testi statunitensi intrisi di una profonda sfiducia sulle possibilit\u00e0 dell\u2019America di rispondere efficacemente alla sfida kruscioviana) <em>Sviluppo economico e decentramento in Urss<\/em>, di Silvio Leopardi; <em>Viaggio di un tecnico curioso<\/em> <em>nella civilt\u00e0 sovietica<\/em>, di Luigi Morandi, <em>Il passaggio dal socialismo al comunismo e le prospettive dell\u2019economia sovietica <\/em>di Strumilin.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ho gi\u00e0 detto si Deutscher. In precedenza &#8211; nel 1959 &#8211; Einaudi aveva pubblicato di Livio <em>Maitan Trotsky<\/em> oggi. Ora si fa coraggio e pubblica direttamente le opere del grande eretico: prima una raccolta di scritti del \u201962, poi, nel \u201967, <em>La Rivoluzione permanente<\/em>. Si delinea cos\u00ec una caratteristica politico-culturale che la casa editrice fa propria almeno fino ai primi Anni 70: di fronte al progressivo sfacelo dell\u2019universo comunista, evitare accuratamente di spingere l\u2019indagine alle origini della Cosa, bens\u00ec teorizzarne la \u00abdegenerazione\u00bb, e predicarne una uscita \u00abda sinistra\u00bb, secondo il modello che tutto il goscismo, a cominciare dal gruppo del <em>Manifesto<\/em>, cerca nello stesso periodo di fare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Inutile dire il destino miserando che &#8211; oggi possiamo dirlo &#8211; la storia ha assegnato a simili escamotages. Pi\u00f9 importante osservare che per muoversi su questa linea l\u2019Einaudi sar\u00e0 costretta da un lato a mantenere assolutamente nascosta la portata effettiva e concreta di quella \u00abdegenerazione\u00bb (non un libro esce da via Biancamano su ci\u00f2 che \u00e8 realmente successo in Russia dalla morte di Lenin fino a Breznev) e dall\u2019altra ad abbracciare tutte le \u00aberesie\u00bb, gli scavalcamenti, le fantasie e i terzomondismi che servono per l\u2019appunto a mantenere in vita fino al limite del possibile il mito del ritorno alla purezza del marxismo rivoluzionario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di questa scelta, chi \u00e8 chiamato elettivamente a fare le spese sono naturalmente gli Stati Uniti. Parallelamente alla parabola sui indicata, infatti, terminato il decennio del grande silenzio, gli Usa diventano un bersaglio fisso, una specie di predestinato punching ball di tuta la produzione storico-politico-sociale contemporanea dell\u2019Einaudi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sull\u2019impero sovietico e sui suoi meccanismi di dominio via Biancamano non ha pubblicato n\u00e9 pubblicher\u00e0 mai nulla. Ecco invece rovesciarsi sugli Usa, dal \u201962 al \u201968 le apocalittiche e cervellotiche analisi-previsioni di Sweezy e Huberman (non se ne realizzer\u00e0 neppure una), pomposamente qualificate <em>Teoria della politica estera americana<\/em> (1962) e <em>La controrivoluzione globale<\/em> (1968), <em>La strategia dell\u2019 annientamento<\/em> (1963) di Lapp, la prima delle tendenziosissime ricostruzioni che i coniugi Kolko dedicano alla societ\u00e0 ed alla politica estera del loro Paese, il libro di Alperovitz <em>La diplomazia atomica americana<\/em>, e poi <em>Crisi in bianco e nero<\/em> di Silberman, tutto Packard, i <em>Colletti bianchi<\/em> di Wright Mills, gli <em>Ultimi discorsi<\/em> di Malcom X, e ancora Fanon,. Edgard Snow, Chomsky e Galbraith, Tutino, Masi Collotti, Pischel, Myrdal: tutti libri che anche quando &#8211; come Packard o Wright Mills &#8211; non erano caratterizzati da partigianeria ideologica spinta all\u2019inverosimile o da un portentoso disprezzo per i fatti, di sicuro componevano, nel complesso, un quadro nerissimo se non francamente demonizzato, dell\u2019universo sociale e politico americano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il risultato \u00e8 che se uno oggi vuol capire qualcosa di quanto \u00e8 davvero accaduto nel mondo (per esempio nel Terzo mondo) dal 1945 al 1975, il catalogo Einaudi coevo non serve praticamente a nulla o quasi. E pi\u00f9 o meno la stessa cosa pu\u00f2 dirsi per quello di Laterza o Feltrinelli, per i quali valgono caratteristiche sostanzialmente simili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Almeno nel settore della letteratura storica e politico-sociale contemporanea esiste dunque un riscontro preciso della dittatura culturale che la sinistra ha esercitato nelle case editrici di cultura. E\u2019 il fatto che quelle case editrici hanno sistematicamente escluso, per decenni, i titolo che in qualunque modo potessero contraddire la visione o la versione delle cose proprie della parte politico-ideologica con cui avevano deciso di stare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il bando comminato al crocianesimo, di cui ha parlato Matteucci, \u00e8 perci\u00f2 solo un aspetto &#8211; e direi neppure il pi\u00f9 importante &#8211; di un fenomeno pi\u00f9 vasto, il quale ha anche le sue eccezioni che per\u00f2 non fanno che confermare la regola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Beninteso, anche in quegli anni le leggi garantivano a chiunque il diritto di esercitare a proprio modo l\u2019attivit\u00e0 editoriale, o per esempio di fondare nuove case editrici (che infatti furono fondate, tra l\u2019altro proprio per rispondere al settarismo delle scelte prevalenti: si pensi a <em>Comunit\u00e0 <\/em>e al <em>Mulino<\/em>) ma ci\u00f2 non basta davvero a far venire meno l\u2019elemento \u00abdittatoriale\u00bb della presenza che la cultura di sinistra ebbe allora nell\u2019editoria italiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non si tatt\u00f2 solo di non pubblicare neppure un rigo di Aron o Tocqueville, di Orwell, Silone, Popper, Berlin o del Solgenitsin non romanziere, ma della costruzione &#8211; a presuntuosa conferma dell\u2019interdetto e della esattezza luminosa delle proprie certezze &#8211; di una rete a maglie strettissime, fatta di recensioni, idee correnti, convegni, pettegolezzi, collaborazioni, stilemi accreditati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come ha scritto per l\u2019appunto Orwell \u00abgli intellettuali abitualmente non temono l\u2019opinione delle masse. Ci\u00f2 da cui sono spaventati \u00e8 l\u2019opinione prevalente all\u2019interno del loro proprio gruppo. C\u2019\u00e8 sempre, in un momento dato, un\u2019ortodossia, un grido di pappagallo che deve essere ripetuto\u00bb: ebbene, perch\u00e9 non ammettere che per almeno una trentina d\u2019anni quel grido di pappagallo \u00e8 stato un grido di sinistra?<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">* \u00a0* \u00a0*<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">Pubblicato su <strong>La Stampa<\/strong> del 1 maggio 1990<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">Galli della Loggia: l\u2019\u00abegemonia\u00bb della cultura comunista e le complicit\u00e0 degli intellettuali<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>EDITORIA DI SINISTRA: DOV&#8217;ERA IL TRADIMENTO\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><em>I buoni libro non riscattano silenzi e omissioni<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">di <strong>Ernesto Galli della Loggia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 dal 1960 &#8211; ormai dunque sono la bellezza di trent\u2019anni &#8211; che ogni mese, pi\u00f9 o meno puntualmente, qualcuno si presenta a casa mia a ritirare l\u2019importo della rata di un conto per l\u2019acquisto di libri della casa editrice Einaudi, conto aperto per l\u2019appunto in quel tempo lontano e da allora mai chiuso. Di libri Einaudi ho perci\u00f2 pieni, e continuo a riempire, gli scaffali della libreria; e credo di non conoscere il catalogo di nessun\u2019altra casa editrice meglio &#8211; quasi a memoria, direi &#8211; di quello della casa editrice torinese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come molti altri italiani nati negli Anni \u201940, insomma, la mia formazione intellettuale, e dunque politica, si \u00e8 svolta grazie, e in compagnia, di quel catalogo. E, va da se, si \u00e8 trattato di una formazione \u00abdi sinistra\u00bb, della quale non mi dispaccio affatto, anche se non penso &#8211; a differenza di quanto invece sembra pensare Valentino Parlato &#8211; che essa da sola possa valermi l\u2019iscrizione d\u2019ufficio ad una eletta schiera di benemeriti del Paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma a molti italiani di sinistra della mia generazione, alla met\u00e0 egli Anni 60, per ragioni che non sto a dire, venne voglia di saperne di pi\u00f9 &#8211; molto di pi\u00f9 di quanto gli fosse stato fino ad allora permesso di sapere dai loro mentori editorial-culturali &#8211; sulla storia del comunismo, dell\u2019Urss, della III Internazionale, dell\u2019Europa dell\u2019Est.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cominci\u00f2 allora una rincorsa affannosa (e per certi aspetti, lo confesso, forse anche quasi maniacale, tra bancarelle e librerie, a titoli di autori nuovi e antichi. Voglio ricordarne qualcuno alla rinfusa: Solzenicyn, Ulam, Malia, Souvarine, Orwell, Katkov, Medvedev, Besan\u00e7on, Silone, Grossman, Berdjaev, Nadezda, Mandelstam, Conquest, Fejto, Aron, Gilas, la Arendt e per finire &#8211; perch\u00e9 no? &#8211; anche Kravcenko, s\u00ec quel povero Kravcenko che aveva scelto davvero la libert\u00e0, e che diceva la verit\u00e0, nonostante quel che ne pensassero, tra un sorriso di compatimento e l\u2019altro, tanti intellettuali dell\u2019epoca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il \u00abcomunismo reale\u00bb<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Autori e libri come si vede diversissimi, spesso su sponde ideologiche anche opposte, ma a accomunati da una caratteristica: nessuno di essi \u00e8 stato pubblicato dalle case editrici di cultura del nostro Paese in cui \u00e8 stata particolarmente forte l\u2019influenza della sinistra vicina al partito comunista (\u00abegemonia\u00bb?, \u00abdittatura\u00bb? lasciamo perdere, \u00e8 questione di sostanza, non di parole, e la sostanza di ci\u00f2 che si vuole dire \u00e8 chiarissima). E dunque nessuno di essi \u00e8 mai stato pubblicato dall\u2019Einaudi, da me presa unicamente come l\u2019esempio pi\u00f9 significativo del tutto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dimenticavo un\u2019altra caratteristica comune a quegli autori e libri: naturalmente essi sono tutti assai critici verso il \u00abcomunismo reale\u00bb ed i suoi padri, a cominciare da Lenin. C\u2019\u00e8 bisogno di ricordare che per almeno trent\u2019anni, nel caso dei libri sugli Stati Uniti, un approccio critico &#8211; unilateralmente, partigianamente critico &#8211; sembrerebbe essere stato, viceversa, la condizione necessaria, indispensabile, per essere pubblicati dalle suddette case editrici, prima fra tutte, ancora, l\u2019Einaudi?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su questo risultato di faziosit\u00e0 ideologico-storico-politica che inficia gravemente tutta la produzione contemporaneistica dell\u2019editoria di sinistra fino agli Anni \u201970 io ho richiamato l\u2019attenzione in un mio precedente articolo sulla <em>Stampa<\/em>. Senza aggiungere punto, n\u00e9 che quell\u2019editoria era per intero da mandare al rogo (come scioccamente mi ha accusato di voler fare <em>l\u2019Unit\u00e0<\/em>, con una rozzezza da Anni 50 che non le fa onore), n\u00e9 tantomeno che tutti i libri usciti dai suoi torchi fossero \u00abmarxisti\u00bb; il che solo una persona di assoluta ignoranza avrebbe potuto dire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Simili obiezioni dunque non valgono: cos\u00ec come vale poco, ben poco, obiettare che tuttavia l\u2019editoria di sinistra, ed Einaudi in specie, hanno pubblicato moltissimi ottimi libri (in campi diversi da quello da me tirato in ballo): perch\u00e9 semmai ci\u00f2 rende le sue colpe ancora maggiori. Se una casa editrice, infatti, dimostra di sapere in generale ascoltare i dettami della qualit\u00e0 e della cultura, non \u00e8 forse pi\u00f9 grave (e sospetto) se in uno specifico ambito, viceversa, tradisce platealmente quei dettami e inclina a trasformarsi nell\u2019altoparlante di una rozza ideologia di partito?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Obiettare realmente comporterebbe poter dimostrare che tradimento non c\u2019\u00e8 stato &#8211; che dunque, per esempio, i libri pubblicati sull\u2019Urss e sugli Usa erano libri ottimi, equilibrati ed onesti: ma sfortunatamente proprio ci\u00f2 \u00e8 impossibile. O bisognerebbe poter dimostrare che quel tradimento \u00e8 stato tutto sommato insignificante, o comunque non troppo significativo al confronto con i meriti acquisiti in generale da quell\u2019editoria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 questa, nella sostanza, la tesi di Norberto Bobbio, il quale, infatti, per ricordarci i suddetti meriti, si diffonde in un lungo elenco di buoni o eccellenti libri usciti da Einaudi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma, per sostenersi, la tesi di Bobbio avrebbe bisogno di un ulteriore e decisivo elemento, del quale invece non c\u2019\u00e8 traccia. Se infatti si vuole dimostrare, come egli vuole, il carattere tutto sommato poco significativo delle concessioni fatte dalla casa editrice torinese alle posizioni del pci in alcuni campi, si \u00e8 nell\u2019obbligo logico di fare anche proprie entrambe queste premesse: e cio\u00e8, sia che tali campi &#8211; in particolare il \u00abcomunismo reale\u00bb e l\u2019Urss &#8211; non hanno occupato un posto di assoluto rilievo tra i fenomeni destinati a disegnare il volto del nostro secolo, sia che in essi nulla c\u2019era che mettesse immediatamente in gioco i principi pi\u00f9 elementari del bene e del male.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono questi i due punti davvero dirimenti. Ed \u00e8 dalla posizione che si assume rispetto ad essi che dipende tutto il resto, a cominciare, per l\u2019appunto, dal giudizio sull\u2019editoria di sinistra nel dopoguerra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A chi &#8211; ad esempio -, come chi scrive, la parabola storica del comunismo, a cominciare dall\u2019esperimento sovietico, appare come uno dei casi pi\u00f9 straordinari e spaventosi di esercizio brutale del potere, mischiato ad un uso quasi diabolico della menzogna ideologica &#8211; secondo per importanza solo al nazismo -, non pu\u00f2 apparire certo poco significativo che una cultura che si vuole e si voleva democratica abbia mantenuto una sostanziale complicit\u00e0 con quei fatti che invece richiedevano la sua condanna pi\u00f9 ferma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E invece cos\u2019altro \u00e8 stato se non complicit\u00e0, nel momento in cui si ha una casa editrice, pubblicare immancabilmente sempre e soltanto libri favorevoli alla violenza e alla bugia leninista-staliniana e mai, neppure una volta, qualcosa di diverso?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per capire la portata di ci\u00f2 che qui \u00e8 in gioco vale la pena di ricordare come di recente, di fronte ad episodi o cose improvvisamente verificatisi o irrefutabilmente avvenuti alla luce in Cina, in Romania, o altrove, si sia usato da qualche osservatore il termine fascismo. A mio giudizio l\u2019uso di un termine del genere, per quelle situazioni e quei Paesi, \u00e8 sbagliato e distorcente, ma esso vale comunque a dare la misura della ripugnanza che quegli episodi e cose ispirano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vorrei allora chiedere a Bobbio: quando di tali episodi e cose si gettavano le premesse, negli Anni 40 o 50 o anche dopo, ovvero quando si verificavano episodi o cose in tutto simili a quelli di oggi, cosa faceva la cultura di sinistra? Cosa pubblicava l\u2019editore Einaudi mentre a qualche centinaia di chilometri da via Umberto Biancamano Stalin scatenava persecuzioni contro gli ebrei, mentre l\u2019Nkvd deportava interi popoli, mentre in Urss prosperava il pi\u00f9 grande sistema concentrazionario di tutti i tempi, mentre centinaia d\u2019infelici, da Praga a Sofia, affrontavano in solitudine il capestro o il plotone d\u2019esecuzione? Ci si pu\u00f2 consolare oggi &#8211; e pensare di far rtornare i conti &#8211; dicendo: si, va bene, per\u00f2 pubblichiamo un sacco di bei libri di Braudel e di Danilo Dolci?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 accaduto cos\u00ec che per conoscer quello che realmente aveva voluto dire uno dei massimi sconvolgimenti di questo secolo, nelle cui spire si erano dibattuti, e si andavano ancora dibattendo centinaia di milioni di esseri umani, un italiano di sinistra della mia generazione non abbia potuto in nessun modo contare sulle \u00absue\u00bb &#8211; anzi della \u00absua\u00bb &#8211; casa editrice. E\u2019 in questo modo, <em>anche<\/em> in questo modo, che sono nati i disappunti poi diventati disamori, hanno preso forma sospetti d\u2019ipocrisia, sono venute meno consolidate certezze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ancora oggi non cesso ingenuamente di stupirmi del numero piccolissimo di persone di sinistra che ha letto <em>Arcipelago Gulag<\/em>, uno dei vertici della saggistica di tutti i tempi. Ma come non supporre che se quel libro l\u2019avesse pubblicato una casa editrice come Einaudi, invece della \u00abcommerciale\u00bb Mondatori, il loro numero sarebbe molto maggiore? Il numero cio\u00e8 di coloro che conoscono la verit\u00e0? E non \u00e8 questo forse che la cultura per definizione deve sempre proporsi? Come vedi, caro Valentino Parlato, non \u00e8 affatto cos\u00ec ovvio da che parte davvero stiano i chierici che hanno tradito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il fatto \u00e8 che una certa cultura democratica non marxista &#8211; in Italia perlopi\u00f9 di matrice gobettiana e azionista &#8211; \u00e8 portata tutt\u2019ora a disfarsi in silenzio, a rimuovere e dimenticare, e comunque ancora oggi a non vedere nei suoi esatti termini il fardello in certo senso per lei insopportabile che \u00e8 rappresentato dalla vera natura storico-ideologica del comunismo reale e dunque non poterne tenere conto nelle sue valutazioni del mondo<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fraintendimenti clamorosi<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prendere atto di quella natura comporterebbe infatti riconoscere il fraintendimento clamoroso in cui essa incorse nel dopoguerra (in Francia, Inghilterra e Stati Uniti gi\u00e0 durante gli Anni 30), allorch\u00e9, per repulsa del fascismo, &#8211; di cui essa in quanto \u00abborghese\u00bb, si sentiva in qualche modo corresponsabile &#8211; dedusse con meccanica deduzione che poich\u00e9 i fascisti erano stati anticomunisti, da parte dei democratici non si potesse pi\u00f9 esserlo a nessun costo, mai; e chi per caso si ostinasse ad esserlo (Truman, Scelba, Churchill, Silone) si apparentasse virtualmente ai fascisti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Essere anticomunisti era vietato ideologicamente. Il guaio \u00e8 che da ci\u00f2 discendeva un corollario che aveva nascosta in s\u00e9 una trappola mortale, una vera e propria perdita dell\u2019anima. Non essere anticomunisti, infatti, imponeva di non essere neppure contro Stalin e il suo sistema, perlomeno di non esserlo in modo pubblico aperto, per esempio pubblicando libri sgraditi ai suoi seguaci. Non essere anticomunisti imponeva cio\u00e8, perlomeno in pubblico &#8211; nelle proprie azioni pubbliche &#8211; di apparire, con il proprio silenzio, complice oggettivo del male. Di un male che era costato &#8211; e stava costando &#8211; la vita a milioni di innocenti, esattamente come il nazionalsocialismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019editoria di sinistra, la casa editrice Einaudi, furono prese per l\u2019appunto a questo laccio. E cedendo ad una predisposizione tipica degli intellettuali s\u2019illusero &#8211; come gi\u00e0 ci si era illusi sotto Mussolini &#8211; che a bilanciare o riscattare le bugie e il male fosse sufficiente l\u2019intelligenza, che mettendogli vicini molti bei libri, i pi\u00f9 belli, quelli brutti sarebbero divenuti meno brutti e meno bugiardi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quel che stupisce \u00e8 che anche oggi, a distanza di tanto tempo, sembri non esserci lo spazio per alcun ripensamento, per alcun meditato e sofferto riandare a quelle vicende lontane. Ancora oggi tocca invece sentire, ad esempio per bocca di Furio Diaz, il vecchio ritornello: \u00abGi\u00e0! Ma gli altri? Dove li mettiamo gli altri che erano maccartisti, portavano in giro la Madonna Pellegrina, e mandavano la Celere contro gli operai?\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come se tra i due ordini di fenomeni, come se tra Kolyma e Melissa, tra Donald Trombo e Slansky, o tra padre Lombardi e Beria, ci fosse un qualche paragone possibile. Ma tant\u2019\u00e8. Nella sinistra emersa il tono della musica \u00e8 ancora questo, eterno, sicuro di s\u00e9, e immutabile fino alla fine dei secoli; quella sommersa, invece, osserva un prudente silenzio; e si prepara a diventare consigliere comunale<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pubblicato su La Stampa del 18 aprile 1990 La polemica sull\u2019editoria di sinistra in Italia. 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