Juan Donoso Cortés

Juan Donoso CortésArticolo pubblicato su Il Timone – n. 23
Gennaio/Febbraio 2003

Cattolico, lucido pensatore, capace di denunciare i limiti dell’ideologia liberale e di quella social-comunista che si stavano affermando nell’Europa dell’Ottocento. Solo nel cattolicesimo sì trova l’ordine voluto da Dio.

di Maurizio Schoepflin

Lo spagnolo Juan Donoso Cortés (1809-1853) è stato uno dei più aspri critici della modernità e, in particolare, dei sui riflessi nell’ambito della teoria e della prassi politiche. In realtà, eg1i, al tempo degli studi universitari condotti a Salarnanca e a Siviglia, aveva maturato idee di stampo liberale e progressista, leggendo le opere di autori come Locke, Condillac; Rousseau e Voltaire.

Tuttavia, in breve tempo, il suo liberalisrno si attenuò, finché negli anni 1847-48, in concomitanza con vicende strettamente personaii (la coerente testimonianza di un amico cattolico e la pia morte di un fratello) ed esperienze politiche (le rivoluzioni esplose in tutta Europa, di cui egli poté valutare di persona gli effetti in qualità di ministro plenipotenziario della Spagna a Berlino), si convinse dell’erroneità dette dottrine moderne e dell’unica e piena verità del cattolicesimo

Da quel momento, Donoso dedicò tutte le sue energie a denunciare gli errori del pensiero moderno e ad affermare l’insostituibile ruolo del cattolicesimo al fine di preservare l’Europa dal Caos e dalla tirannide. La testimonianza più completa delle sue concezioni, improntate a un rigido tradizionalismo cattolico, è la Lettera da lui inviata nel 1852 al cardinal Fornari che gli aveva chiesto un giudizio sui principali errori filosofici e teologici dell’epoca: tale scritto, che verrà utilizzato da Pio IX al momento della redazione del Sillabo, sì presenta come un testo logicamente rigoroso e assai penetrante, capace di cogliere con grande lucidità i gravi limiti dell’ideologia liberale e di quella socialcomunista che si stavano affermando in Europa.

Donoso Cortés fu un uomo di successo, deputato, oratore forbito, consigliere di re e regine, diplomatico, filosofo, le sue opere si diffusero rapidamente e interessarono uomini del calibro di Ranke e Schelling. Tutto ciò non lo distolse dall’impegno di vivere profondamente e seriamente la fede cristiana, mediante la preghiera, l’ascesi e la carità, finché la morte lo colse appena quarantaquattrenne a Parigi il 3 maggio del 1853.

Donoso Cortés appare dominato da un’unica ansia, quella dì rendere testimonianza alla verità senza cedimenti e accomodamenti, e ciò, più volte, lo spinge a sposare posizioni estreme; ma sicuramente non gli mancano ottime capacità di analisi e di comprensione della realtà, che lo fanno apparire quasi un profeta in grado di prevedere gli sviluppi della storia e della cultura europee incamminate sulla strada dell’ateismo e della secolarizzazione.

Seguace di Sant’Agostino, Donoso giudica pessimisticamente la natura umana e critica con durezza l’ottimismo razionalistico che crede nella bontà innata dell’uomo, nella rettitudine degli istinti, nella positiva autosufficienza della ragione, nel progresso illimitato.

Al centro delle riflessioni donosiane sta il concetto di ordine divino, considerato il fondamento sia del creato che della Storia; la natura e l’umanità sono sorrette a un complesso di leggi che le governano e il cui sovvertimento è causa dei mali che affliggono il mondo: secondo Donoso, l’erroneità delle ideologie liberali, socialiste e comuniste deriva proprio dal tatto che esse non riconoscono e non rispettano tale ordine, che invece il cattolicesimo accetta e incrementa, affermandosi così come l’unica dottrina autenticamente valida e apportatrice di salvezza.

Donoso sottolinea il grande valore della libertà umana, che raggiunge la pienezza quando si conforma ai comandi divini mentre si perverte nel momento In cui compie il male: il peccato originale, che per primo alterò l’ordine voluto da Dio, continua a condizionare negativamente i singoli uomini e la storia nella sua interezza; coloro che non si rendono conto di tale drammatica evidenza e che negano la terribile forza del peccato non sono in grado di capire né l’uomo né le vicende storiche che, agli occhi del pensatore spagnolo, sono caratterizzate da un titanico scontro tra bene e male.

Figlie del peccato sono le rivoluzioni, che infrangono l’ordine politico, come il peccato infrange l’ordine etico; figlio del bene è l’ordine, che dunque deve essere restaurato perché ciò è nei piani stessi di Dio: “Quest’ordine – scrive Donoso – consiste nella superiorità gerarchica della fede sulla ragione, della grazia sul libero arbitrio, della Provvidenza divina sulla libertà umana, della Chiesa sullo Stato; e, per dirla tutta in una sola volta, nella supremazia di Dio sull’uomo. Solamente nella restaurazione di codesti eterni principi nell’ambito religioso e dell’ordine politico e sociale dipende la salvezza delle società umane. Questi principi non possono essere riattivati se non da chi li conosce, e nessuno li conosce se non la Chiesa cattolica”.

Muovendosi in questo contesto, Donoso difende a spada tratta l’istituto farniliare, la struttura gerarchica della società, il potere e l’autorità che lo esercita, ecerca sempre le profonde motivazioni teologiche che sorreggono queste sue certezze politiche, convinto com’è che gli errori dei moderni derivino dal misconoscimento delle basilari verità religiose predicate dal cattolicesimo. Non immune da qualche esagerazione e viziato da un eccesso dì radicalismo, il pensiero di Donoso Cortés trova una chiara giustificazione nella situazione storica in cui si colloca, ovvero quella di un’Europa che si sta scristianizzando e che viene travolta dalle rivoluzioni. Innegabili restano peraltro l’autenticità della passione religiosa di Donoso e la sua notevole acutezza nell’analizzare la realtà sociale e politica.

Ricorda “Se nell’ordine fissato inizialmente da Dio risiede ogni bellezza, e se la bellezza, la giustizia e la bontà sono una stessa cosa considerata da diversi punti di vista, ne consegue che al di fuori dell’ordine stabilito da Dio non esiste bontà, né bellezza, né giustizia: e poiché queste tre cose costituiscono il bene supremo, l’ordine che tulle le contiene è il bene supremo.

Dato che non esiste alcuna specie di bene al di fuori dell’ordine, ciò che esiste al di fuori dell’ordine non può essere che male, né esiste alcuna specie di male che non consista nel porsi al di fuori dell’ordine; per questo motivo, come l’ordine è il bene supremo, così il disordine è il male per eccellenza”. (Juan Donoso Cortés, Saggio sul cattolicesimo, li liberalismo e il socialismo, Rusconi, Milano 1972, p. 204).

Bibliografia

Juan Donoso Cortés,Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo, Rusconi, Milano 1972.
Juan Donoso Cortés,
Il potere cristiano, a cura di Lucrezia Cipriani Panunzio, Morcelliana, Brescia 1964.
Rino Cammilleri,
Juan Donoso Cortés – il Padre del Sillabo, Marietti, Milano 1998.

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JUAN DONOSO CORTÉS (1809-1853): lo studio profondo delle Rivoluzioni

Juan Donoso Cortés (1) nasce il 6 maggio 1809 a Valle de la Serena, in Estremadura, dove la sua famiglia si è rifugiata a causa dell’invasione napoleonica (1808-1814). Inizia gli studi nella vicina Don Benito, proseguendoli poi a Salamanca (1820), Cáceres (1821) e Sevilla (1823), nella cui Università frequenta i corsi di legge. Fin da giovanissimo mostra una non comune attenzione alle letture di carattere storico (2) le quali, senza trascurare altre discipline, sono tuttavia svolte in un ambiente imbevuto del liberalismo ispirato dalla Rivoluzione francese (1789-1814).

Nel 1829, avendo un decreto Reale creato il Collegio di Cáceres, è chiamato a ricoprirvi la cattedra di Letteratura e pronunciarvi il discorso d’apertura. L’anno successivo prende moglie, ma resterà vedovo – dopo aver perso la bambina nata dal matrimonio – nel 1835, senza più risposarsi. Nel 1832, trasferitosi a Madrid, scrive la Memoria sobre la Monarquía, che consolida il “golpe” liberale detto de La Granja – col quale Re Fernando VII (1784-1833) aveva abrogato per la seconda volta la secolare legge salica che avrebbe portato al trono suo fratello, il reazionario Don Carlos María Isidro de Borbón (1788-1855) – e gli ottiene un primo incarico al Ministero di Grazia e Giustizia delle Indie. E’ il suo primo scritto politico, che lo fa conoscere alla nazione come un liberale moderato.

Dopo la morte di Fernando VII abbraccia decisamente la causa della regina liberale María Cristina (1806-1878) e, quindi, della di lei figlia Isabel II (1830-1904), cosa che gli ottiene la nomina a segretario del Consiglio dei Ministri, la collaborazione a numerosi periodici e riviste letterarie, l’insegnamento in un corso di Diritto Politico all’Ateneo di Madrid e l’accesso ai più esclusivi salotti letterari della capitale. Eletto deputato per Badajoz alle Cortes nel 1836, viste le violenze perpetrate dal precedente governo liberale, aderisce al partito moderato.

Di fronte a quegli eccessi e alle rivoluzioni in genere, l’interesse di Donoso per la storia aumenta e, conseguentemente, la sua visione del mondo muta. Così, negli anni successivi, rivede il giudizio sulla Rivoluzione francese – circa la quale scrive che “non è possibile oltrepassarne i deliri” (3) -, i contro-rivoluzionari francesi – De Bonald è autore di “espressioni belle e profonde […] grandi profezie” (4)- e ad esprimere addirittura un giudizio benevolo verso il Carlismo (5), il movimento politico tradizionalista sorto in opposizione proprio a Fernando VII e María Cristina.

Nel luglio del 1840, previo permesso del Ministero e delle Cortes, si trasferisce in Francia, dove riceve la regina Maria Cristina quando i moti del settembre la obbligano a uscire dalla Spagna: il Manifiesto che questa indirizza alla nazione da Marsiglia è ispirato, se non redatto, da Donoso, divenutone segretario particolare (6).

Nel 1843, torna a Madrid dalla Francia, riannodando la sua vita politica e letteraria; rieletto deputato alle Cortes del 1843 per Badajoz, difende con successo la proclamazione della maggiore età per Isabel II, della quale pure diverrà segretario particolare: il suo prestigio ed influenza nel partito moderato sono ogni volta maggiori, fino ad esserne l’eminenza grigia del periodo (7).

Trascorre il 1844 occupato nel progetto di riforma costituzionale – che sfocerà nella Costituzione del 1845 -, in qualità di segretario della Commissione che se ne occupa, redigendola e facendone l’esposizione e difesa alle Cortes. L’anno seguente prende posizione circa il matrimonio di Isabel II, schierandosi a difesa delle decisioni della sovrana e a scapito della dinastia carlista: il 25 ottobre 1846, otto giorni dopo le nozze reali, è creato Visconte del Valle e Marchese di Valdegamas (8).

Nella primavera del 1847 muore suo fratello Pedro, militante nell’esercito carlista (9), cui Donoso era affezionatissimo, mentre nel 1848 scoppia la rivoluzione di febbraio in Francia: sono fatti che lo inducono a definitivi ripensamenti, espressi nell’Advertencia alla prima edizione delle sue Obras escogidas, che gli valgono l’elezione a Presidente delle sezione di Scienze Morali e Politiche dell’Università di Madrid: “Deciso, d’altra parte, a seguire d’ora in poi nuovi sentieri negli studi sociali e politici, [l’A.] ha creduto che questa raccolta potesse servire a segnare contemporaneamente la fine di un’epoca importantissima della sua vita e l’inizio di un’altra che non lo sarà meno” (10).

Con la successiva fuga del Papa a Gaeta e la caduta del Ministro degli esteri della Casa d’Austria, Klemens Fürst von Metternich (1773-1859), giunge l’ora di fare conoscere al mondo il “nuovo” Donoso, che il 4 gennaio 1849 pronuncia alle Cortes un discorso di difesa del gabinetto presieduto da Ramón María Narvaez (1800-1868), nel quale emerge con chiarezza la sua visione della storia e della politica: “Dovunque ho ammirato la deplorevole leggerezza con la quale si discute delle profonde cause delle rivoluzioni (11); a chi sostiene che per evitare le rivoluzioni basta dare “da mangiare agli affamati“, risponde: “Questa teoria è contraria, totalmente contraria alla Storia. […] Le rivoluzioni sono malattie dei popoli ricchi, dei popoli liberi (12).

Ben altra è la causa da ricercare: “E sarete come i ricchi“, ecco la formula delle rivoluzioni socialiste contro le classi medie. “E sarete come i nobili“, ecco la formula delle rivoluzioni delle classi nobili contro i re. Infine, signori, “e sarete come Dio“, ecco la formula della prima ribellione del primo uomo contro Dio” (13). Donoso mette a fuoco la differenza ormai incolmabile tra le sue attuali posizioni e quelle dei progressisti: “Voi credete che la civiltà ed il mondo avanzino, quando invece sia l’una che l’altro retrocedono. Il mondo cammina con passi rapidissimi alla costituzione di un dispotismo, il più gigantesco ed assoluto che sia mai esistito a memoria d’uomo.

Questo discorso, noto come Discurso sobre la Dictadura, ha altissima risonanza e si diffonde per tutta l’Europa nelle traduzioni pubblicate dai giornali francesi e tedeschi. Il 6 novembre 1848 è nominato ambasciatore a Berlino, dove avrà occasione di incontrare il Re di Prussia Federico Guglielmo IV Hohenzollern (1795-1861). Così commenterà l’esperienza diretta della politica di uno dei maggiori Stati europei: “Senza i moderati la rivoluzione non vivrebbe in nessun posto. I moderati sono stati causa dell’universale rovina e perdizione!” (14).

Di ritorno da Berlino, a Parigi fa conoscenza con colui che diventerà il suo più grande amico, il pubblicista Louis Veuillot (1813-1883), direttore del periodico ultramontano L’Univers. Rientrato a Madrid, il 30 gennaio 1850 Donoso pronuncia alle Cortes un altro grande discorso, noto come Discurso sobre Europa, in cui fa le sue celebri “profezie” sulla futura espansione della Russia e la fine dell’impero inglese.

Anche in esso ritorna il tema della Rivoluzione e del socialismo – “la vera causa del male grave e profondo che corrode l’Europa è che è venuta meno l’idea dell’autorità divina e umana” (15) -, rispetto ai quali “il rimedio radicale […] non è che il cattolicesimo, perché questo è l’unica dottrina che sia la contraddizione assoluta di quell’altra” (16).

Pubblicato su L’Univers in febbraio, stampata la traduzione in un foglietto (14.000 copie rapidamente esaurite), trascritto in italiano e in tedesco, il discorso fu letto dal Re di Francia, Carlo Luigi Napoleone III (1808-1873), da quello di Prussia, commentato da Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775-1854) e da Leopold von Ranke (1795-1886), ed elogiato da Metternich: il nome di Donoso è ancora una volta, per mesi, in primo piano in Europa.

Nel discorso che pronuncia il 30 dicembre – il cosiddetto Discurso sobre la situación de España – Donoso rompe definitivamente col partito moderato, rivolge una decisiva critica al Governo presieduto da Narvàez (1800-1868) provocandone le immediate dimissioni (17) e si stacca dalla casa regnante rifiutando la carica di Consigliere Reale (18).

Il discorso di Donoso contiene una brillante esposizione del ruolo dei corpi intermedi, alveo e barriera dell’essere umano verso lo Stato, e rappresenta l’apice della consapevolezza del proprio ruolo: “Io non rappresento solamente i due o trecento elettori del mio distretto né la nazione solamente […]. Io rappresento la tradizione, per la quale le nazioni sono quello che sono in tutta la durata dei secoli. Se la mia voce, o signori, ha qualche autorità, non è già perché essa è mia, ma perché è la voce dei padri vostri” (19).

Nel 1851 è ambasciatore a Parigi, dove diverrà intimo del sovrano e futuro imperatore di Francia Luigi Napoleone III, nonché fautore e testimone alle nozze di questi con la cattolica Eugenia María de Montijo, contessa di Teba (1826-1920). Verso la metà dell’anno appare la maggiore delle sue opere, l’Ensayo sobre el catolicismo, el liberalismo y el socialismo (20), pubblicato in contemporanea a Parigi e a Madrid.

Il Saggio si apre con un capitolo dal titolo eloquente, “Ogni grande questione politica dipende da una fondamentale questione teologica“, ed è un’appassionata ma sistematica esposizione delle ragioni per cui i due principali movimenti politici di allora, il liberalismo e il socialismo, costituiscano una soluzione erronea al necessario ordine tra gli uomini.

A tali soluzioni si rivolge la conclusione dell’opera: “Il mondo ha visto e vedrà sempre che ogni qual volta l’uomo fugge dall’ordine per la porta del peccato è costretto poi a rientrarvi per la porta del castigo, questo messaggero di Dio che tutti raggiunge con le sue ambasciate“. Il Saggio è fatto bersaglio di aspre critiche da parte dei cattolici liberali di tutta Europa, risolte grazie a un intervento – attribuibile a P. Luigi Taparelli d’Azeglio (1793-1862) – dell’allora autorevole rivista La Civiltà Cattolica, preceduto da una risposta personale di Papa Pio IX (1792-1878). Dei suoi scritti posteriori il principale è, forse, la Carta al cardenal Fornari, del luglio 1852, scritta in vista della stesura del Syllabus (21), il Sommario dei principali errori dell’età nostra emanato da Pio IX l’8 dicembre 1864.

Nella lettera Donoso attira l’attenzione su “questioni […] che, sebbene teologiche nella loro origine e nella loro essenza, si sono mutate, in virtù di trasformazioni lente e successive, in questioni politiche e sociali” (22).

Il suo scopo è dimostrare come, anche da un punto di vista meramente logico e razionale, da “due negazioni supreme: […] che Dio abbia cura delle sue creature e che l’uomo sia concepito nel peccato“, derivi “che la vita temporale ci è stata data per elevarci con i nostri propri sforzi, attraverso un progresso indefinito, alle più alte perfezioni; che il mondo […] può e deve essere radicalmente trasformato dall’uomo; che la volontà umana […] non ha bisogno di essere rettificata” (23). Così, “supposto l’immacolato concepimento dell’uomo […] alcuni hanno chiesto a se stessi: perché […] ci devono essere cosa sottratte alla sua [della discussione] sovrana giurisdizione? […] perché la libertà di pensiero, di volere e di operare non deve essere assoluta“? (24).

Perciò, “è assolutamente impossibile, quando si è relegata la Chiesa nel santuario e Dio nel cielo, impedire il propagarsi delle rivoluzioni e l’avvento della tirannide” (25). Ma vi è un errore ancora “più grave degli altri per le sue conseguenze: cioè credere, come molti fanno, che questi errori non nascano necessariamente ed inevitabilmente dagli altri” (26).

La lettera si conclude con una lucida messa in guardia, utile agli uomini politici di ogni tempo: “la negazione di uno solo degli attributi divini porta il disordine in tutte le sfere e mette in pericolo di morte le società umane” (27).

Pochi mesi dopo, il 3 marzo 1853, l’ambasciatore di Spagna alla cancelleria più importante d’Europa muore malato, povero – non riusciva più a negare nulla ai bisognosi – e sul suo corpo viene ritrovato un cilicio.

Poco prima, rispondendo ad un calunniatore, aveva così tracciato il bilancio della propria vita: “Giammai gli uomini hanno presenziato a così grandi mutamenti e rovesci […]. Nel vedere tutto ciò ho chiesto a me stesso se tutta questa confusione, e questo sconvolgimento, e questo disordine, non provengano per caso dall’oblio in cui sono caduti quei principi fondamentali del mondo morale, dei quasi è pacifica depositaria ed unica posseditrice la Chiesa di Gesù Cristo. Il mio dubbio si è convertito in certezza nell’osservare che solo la Chiesa […] è feconda di grandi cittadini, che sanno vivere da santi e morire da martiri” (28). David Botti 16 aprile 2000, Festa di S. M. Bernardetta Soubirous

Per approfondire Obras Completas, 2 voll., a cura di Carlos Valverde, Biblioteca di Autores Cristianos, Madrid 1970; Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo, con una introduzione di Giovanni Allegra, Rusconi, Milano 1972; Il potere cristiano, Morcelliana, Brescia 1964. Su Donoso Cortés, cfr. Carl Schmidt, Donoso Cortés interpretato in una prospettiva paneuropea, Adelphi, Milano 1996; Rino Cammilleri, Juan Donoso Cortés. Il padre del Sillabo, Marietti, Genova 1998; Rino Cammilleri, Tesi di laurea, sinora inedita ed ora fruibile in: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=50.

Note

1 Notizie biografiche tratte da: Sac. Ireneo Daniele, Voce Donoso Cortés, in Enciclopedia Cattolica, vol. IV, Città del Vaticano 1950; Federico Suárez, Voce relativa della Gran Enciclopedía Rialp, Ediciones Rialp, Madrid 1989, vol. VIII; s.a., Voce relativa della Enciclopedía Universal Ilustrada Europeo-Americana, vol. XVIII, Espasa-Calpe, s.d.1984-1986; Carlos Valverde, Introducción a Obras Completas, 2 voll., Biblioteca di Autores Cristianos, Madrid 1970 (solo vol. I); Giovanni Allegra, Introduzione al Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo, Rusconi, Milano 1972; RINO CAMMILLERI, Juan Donoso Cortés. Il padre del Sillabo, Marietti, Genova 1998.
2 Cfr. C. Valverde, op. cit., vol. I, p. 35; Primo Siena, Donoso Cortés, Volpe, Roma 1966, p. 7.
3 Sulla Revista de Madrid nel 1838: España desde 1834, in Obras completas, op. cit., vol. I, p. 519
4 Su El Piloto agosto-settembre 1839: Antecedentes para la inteligencia de la cuestión de Oriente, in Obras completas, op. cit., vol. I, p. 693.
5 Sulla Revista de Madrid nel 1839 lo definisce “in buona fede“. Cfr. Proyecto de ley sobre estados excepcionales presentado a las ultimas cortes por el ministerio de diciembre, in Obras completas, op. cit., vol. I, p. 707.
6 Tornato in Spagna per difendere, durante la reggenza di Baldomero Espartero (1793-1879), gli interessi di María Cristina, specialmente in riferimento alla tutela delle sue figlie, fallito l’incarico scrive una Relación histórica sulle vicissitudini della sua gestione.
7 Cfr. C. Valverde, op. cit., pp. 47-51.
8 In ogni caso, e grazie alla continua riflessione sulla storia, la sua visione del mondo è ormai cambiata. Così parlerà di questo periodo al conte di Montalembert (1810-1870): “La mia conversione ai buoni principi si deve, in primo luogo, alla misericordia divina, e poi allo studio profondo delle rivoluzioni“; cfr. Lettera al conte di Montalembert del 26 maggio 1849, in Il potere cristiano, Morcelliana, Brescia 1964, p. 65.
9 Ho trovato poche notizie su Pedro: l’attributo di “Carlista” è dato come certo da Cristianità, n. 71, marzo 1981; Gabriel Alférez Callejón nella sua Historia del Carlismo, Editorial Actas, Madrid 1995, p. 111.
10 Cit. in R. Cammilleri, op. cit., p. 76.
11 Discuso sobre la Dictadura, in Il potere cristiano, op. cit., p. 41.
12 Ibid., p. 42.
13 Ibid., p. 43.
14 Lettera al Conte Raczynski del 13-8-1849, in Obras Completas, vol. II, p. 932 (cit. in Obras completas, vol. I, p. 143).
15 Discuso sobre la situación general del Europa, in Il potere cristiano, op. cit., p. 89.
16 Ibid., p. 98.
17 Cfr. Valverde, op. cit., p. 63.
18 Cfr. Cammilleri, op. cit., nota a p. 104.
19 Cit. in Cammilleri, op. cit., p. 104. Ricordo che non ho il vol. II del Valverde.
20 Edizione italiana citata. Testo originale in spagnolo ora fruibile in: http://www.cervantesvirtual.com/FichaAutor.html?Ref=260
21 Cfr. Valverde, op. cit., vol. I, p. 73.
22 Lettera al cardinale Fornari sugli errori del nostro tempo del 19-6-1852, in Il potere cristiano, op. cit., p. 122.
23 Ibid., p. 123-24.
24 Ibid., pp. 131-132.
25 Ibid., p. 128.
26 Ibid., p. 132.
27 Ibid., p. 145.
28 Risposta al signor de Broglie del 15-11-1852, in Il potere cristiano, op. cit., p. 149-150.

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Gli scritti di Donoso Cortés