Alla ricerca della speranza tra ì cristiani iracheni

cristianiVita e Pensiero n.5 settembre-ottobre 2015

Il racconto drammatico della visita fra le comunità di Baghdad e di Erbil. La testimonianza della violenza dell’lsis, i tradimenti degli ex amici e vicini, la voglia di emigrare e una richiesta: dire la verità di ciò che sta accadendo.

 Brian Pierce e Timothy Radcliffe

(Traduzione di Mario Mansuelli)

Su invito di padre Amir Jaje, vicario del Vicariato arabo della Provincia di Francia, abbiamo compiuto una visita in Iraq, dall’8 al 16 gennaio 2015. Siamo ben consapevoli di quanto sia superficiale la nostra comprensione di quel complesso e bellissimo Paese e della sua sofferenza, ma desideriamo condividere ciò che abbiamo udito e visto, la speranza che i nostri fratelli e sorelle si mantengano saldi, e le possibili iniziative per sostenerli.

I nostri fratelli e sorelle appartengono a una delle più antiche comunità cristiane del mondo, risalente quasi al tempo di Cristo. Sono i nostri parenti più anziani e quindi dobbiamo essere con loro in questo momento terribile. La sofferenza dell’Iraq è uno dei sintomi della crisi del mondo intero. L’Isis – o Da’esh come viene più comunemente chiamato in Iraq – è un figlio dei nostri tempi. La sua violenza deriva, almeno in parte, dalla violenza della cultura occidentale, con il suo amore per le armi da fuoco. Ai jihadisti piace guardare i nostri film pieni di sparatorie e omicidi. Siamo complici di ciò che sta accadendo qui. Le nostre invasioni hanno innescato la crisi che il popolo iracheno ora subisce.

Abbiamo iniziato da Baghdad. Un sito di viaggi consigliava di non andarci affatto, ma se proprio ci si doveva andare, di restare all’interno della Green Zone fortificata dove si rifugiano quasi tutti gli stranieri. Se si viaggia al di fuori di quella fortezza, i mezzi di trasporto consigliati sono l’elicottero o l’auto blindata. Né i frati né le suore, ovviamente, possiedono mezzi del genere. Girando in auto per Baghdad con il nostro fratello Amir, non abbiamo mai avvertito alcuna tensione o minaccia. Ovunque siamo stati accolti con una generosità strabiliante, visto il ruolo che i nostri Paesi hanno avuto nell’esplosione che sta lacerando l’Iraq.

Naturalmente non c’è una sicurezza totale: ci sono state azioni suicide e rapimenti anche mentre eravamo lì. Ma l’arma più potente del terrorismo è il terrore. Se lasciamo che il terrore ci impedisca di visitare questa città, o che ci tenga imprigionati dietro le alte mura di una fortezza inespugnabile, i terroristi hanno vinto. Gli iracheni si sentono dimenticati e traditi, ma per chi va a trovare i nostri fratelli e sorelle in Iraq, l’accoglienza supera qualunque descrizione. Poi da Baghdad abbiamo preso l’aereo per Erbil, dove ci siamo uniti a una delegazione di tre suore domenicane, Dusty Farnan, Marcelline Koch e Arlene Flaherty, che andavano a visitare i campi profughi in Kurdistan. Abbiamo goduto dell’indimenticabile ospitalità di suor Maria Hanna, priora generale, e della sua splendida comunità di suore

Che cosa abbiamo visto

I numeri e le statistiche sono paralizzanti. Ai primi di agosto del 2014, cinquecentomila cristiani e yazidi, assieme a molti musulmani, sono fuggiti dall’antica città di Mosul mentre l’Isis devastava la piana di Ninive. Qualche giorno dopo, i villaggi a maggioranza cristiana di Qaraqosh e Bartola si sono svuotati dei loro cristiani nel giro di poche ore, mentre le forze dell’Isis marciavano verso queste due comunità. «Non avendo il tempo di prepararsi per il tragico esodo, la gente del posto è fuggita portando con sé quello che poteva tenere sulle braccia, dirigendosi in auto o a piedi verso la regione curda dell’Iraq.

In uno dei campi profughi abbiamo incontrato una coppia la cui figlia di pochi anni è stata strappata dalle braccia della madre da un militante dell’Isis mentre lasciavano Qaraqosh su un autobus. Non si sa dove sia finita la bambina. Un prete cattolico che ora dirige uno dei campi profughi ad Ankawa (il “campo” non è altro che l’umida struttura portante di calcestruzzo di un centro commerciale non finito) ci ha detto che, delle quattro chiese dove svolgeva il suo ministero a Mosul, una è stata trasformata in deposito di armi, mentre le altre tre sono utilizzate come carceri e luoghi di tortura.

Abbiamo ascoltato storie di crudeli tradimenti da parte di vecchi vicini di casa e amici musulmani nelle ore in cui l’Isis assumeva il controllo di queste città e quartieri a maggioranza cristiana. Alcuni vicini musulmani hanno addirittura telefonato ai loro ex vicini cristiani per schernirli, dicendo: «Ora siamo nelle vostre case e vendiamo la merce che avete lasciato nei vostri negozi». Anche se abbiamo incontrato molte persone che sperano ancora di poter tornare, altri dicono che il tradimento da parte degli ex amici e vicini ha aperto una ferita che non si può rimarginare.

Uno dei vescovi in Kurdistan ci ha detto che, a causa della violenza e dell’assenza di aiuto concreto da parte del governo iracheno, ogni mese circa 1800 cristiani lasciano l’Iraq. Alcuni si stanno reinsediando, almeno temporaneamente, nei Paesi circostanti (in particolare Li­bano e Giordania), mentre altri vanno in Europa, Australia e Nord America. Spesso a espatriare sono le persone con i titoli di studio più elevati. Per molti è l’inizio di una vita in esilio, rassegnati alla prospettiva di non rivedere mai più la loro patria.

Alcuni cristiani dicono che devono partire per il bene dei loro figli. Quelli che restano sono i più poveri, benché alcuni cristiani e musulmani che avrebbero i mezzi per andarsene abbiano scelto di rimanere, per impegnarsi nel difficile compito di contribuire alla costruzione di un nuovo Iraq. Il coraggio delle nostre suore e dei nostri frati domenicani che pure sono rimasti per costruire il futuro con il loro popolo è una testimonianza forte della loro fede nella grazia e nella misericordia di Dio.

Ci è stato riferito che le autorità locali curde hanno cominciato a chiudere le frontiere dinanzi alle nuove ondate di profughi, lasciandoli senza un posto dove chiedere asilo e sicurezza. Ci sono circa 120.000 rifugiati ad Ankawa (un sobborgo cristiano di Erbil, nel Kurdistan iracheno) che oggi vivono in baracche di una camera (chiamate caravan) delle dimensioni di una roulotte. In molti centri di accoglienza ogni due caravan c’è un bagno in comune, mentre in altri ci sono solo bagni e docce pubblici. Molte persone si sono ammalate a causa dell’inverno insolitamente freddo di quest’anno e della precarietà delle condizioni di vita. Alcuni caravan ospitano famiglie di 8-12 membri, e in uno ci hanno detto che vivono 26 persone provenienti da una sola famiglia allargata: una situazione quasi insopportabile.

Il più grande campo – l’Ankawa Mail – ospita 400 famiglie, circa 1700 persone. Con creatività si sono riservati uno spazio e vi hanno allestito una sorta di caffè dove le persone possono svagarsi un poco giocando a domino (noi due siamo stati sonoramente sconfitti!). Le suore domenicane di Santa Caterina lavorano con due sacerdoti e un frate di un’altra congregazione in un nuovo quartiere alla periferia di Erbil, dove 200 case di nuova costruzione vengono date in affitto per ospitare famiglie di rifugiati. Purtroppo i rifugiati non sono completamente liberi dal pericolo della violenza nel loro nuovo ambiente.

Qualche settimana fa un attentatore suicida, un musulmano integralista curdo, si è fatto esplodere nel centro di Erbil, diffondendo tra i rifugiati la paura di non essere totalmente al sicuro neppure nella loro “nuova casa”. Si stima che circa il 18% dei musulmani faccia parte di una setta fondamentalista.

L’incertezza del futuro provoca in questi profughi una sofferenza psicologica e mentale che desta preoccupazione. In un campo abbiamo visto una quarantina di disperati che protestavano con uno dei sacerdoti responsabili, chiedendogli di risolvere i loro problemi. Il sacerdote si era presentato davanti a loro con pazienza e ascoltava attentamente quelle grida disperate di aiuto, pur avendo poche risposte da dare a tante richieste angosciate. Il dolore più acuto è nell’essere spogliati della propria dignità umana. Le necessità di questi rifugiati sono soverchianti. L’eroismo degli operatori umanitari, dei volontari medici, infermieri e farmacisti, dei preti e delle suore, molti dei quali sono anch’essi rifugiati, è davvero toccante in simili circostanze.

I rifugiati yazidi, molti dei quali sono assistiti da organizzazioni ecclesiali, portano un peso aggiuntivo: la nomea, diffusa tra i loro vicini, di essere adoratori del demonio. La Chiesa ha invitato i leader musulmani a denunciare più esplicitamente l’uso della religione come pretesto per la violenza. Mentre alcuni sostengono che l’islam è una religione di pace, altri dicono che si tratta di una religione nata nella violenza e che non si fermerà fino a quando tutti i “miscredenti” non saranno convertiti o distrutti.

I musulmani moderati, tuttavia, hanno resistito coraggiosamente a fianco dei loro vicini cristiani e yazidi, condividendo le loro lotte e offrendo aiuto ai rifugiati.

Gli iracheni in generale non hanno fiducia nelle nazioni occidentali e chiedono che esse si assumano le proprie responsabilità di fronte a questa crisi, anche se i giochi di guerra per il controllo delle vaste riserve petrolifere della regione continuano. Il fondamentalismo islamico, sostenuto dal denaro proveniente dall’Arabia Saudita e dal Qatar, approfitta dell’avidità e della voracità economica dell’Occidente per realizzare con la violenza i propri obiettivi.

Ci è capitato di essere in Iraq proprio nel giorno della brutale strage nella redazione di «Charlie Hebdo» a Parigi. La campagna «Io sono Charlie» si è riverberata in tutto l’Iraq e nei Paesi limitrofi. Un fatto che porterà solo altra violenza. Una suora domenicana irachena ha commentato con noi: «Mentre a Parigi marciano per la libertà di espressione, qui ci ammazzano per ritorsione a causa delle vignette». I frati domenicani ad Ankawa hanno fatto una veglia di preghiera di due ore per solidarietà con le vittime della strage di Parigi, mentre echeggiava l’appello di papa Francesco alla moderazione e alla prudenza. La libertà di espressione non è un “diritto” scollegato dalla giustizia sociale, dalla nonviolenza e dalla responsabilità etica. Reagire all’offesa con l’offesa farà aumentare la violenza. Noi cristiani dobbiamo mostrare che la nonviolenza ha la forza di cambiare il mondo, e iniziare una nuova era di pace.

Molti hanno parlato di occidentali che si stanno unendo all’Isis e ad altri gruppi “jihadisti” internazionali. Anche se a volte non è possibile impedire ai giovani radicalizzati di partire per il Medio Oriente, non sembra costruttivo punire o arrestare coloro che, delusi dalle espressioni violente ed estremiste dell’islam, tornano in Occidente. Dobbiamo riaccogliere a casa questi giovani e aiutarli a guarire dalle ferite della guerra. Solo l’educazione e la ricerca della giustizia sconfiggeranno il fondamentalismo. In definitiva, coloro che ritornano disillusi dalla violenza dell’Isis possono essere i migliori dissuasori nei confronti di altri giovani che sono tentati di unirsi a tali gruppi violenti.

L’accesso alla scuola e all’università è uno dei passi necessari e urgenti per contenere l’aumento del fondamentalismo violento. Un vescovo nel Kurdistan iracheno ha detto che, se si vuole arginare l’espatrio di tutti gli iracheni perseguitati, bisogna assolutamente costruire trenta o quaranta università e molti ospedali.

Quali speranze si possono immaginare?

Durante la nostra visita, una domanda ci perseguitava costantemente: come possono i nostri fratelli e sorelle in Iraq mantenere viva la speranza? Spesso ci è stato risposto che in arabo esistono due parole per speranza. Amal è l’ottimismo quotidiano, la fiducia che le cose andranno bene. Raja è una speranza più profonda, basata sulla nostra fiducia in qualcuno, prima di tutto Dio. La maggior parte di questi cristiani ha perso ogni amal. Non vede davanti a sé nessun futuro, eccetto il triste esilio in terre straniere. Un vescovo ci ha detto che persino i bambini nel grembo materno vogliono andarsene.

Ma ci sono segni della speranza più profonda, raja, anche se non è chiaro come possa concretizzarsi. Restare in Iraq è già un segno di speranza. Un insegnante di chimica ha detto a una delle nostre suore: «Perché siete ancora qui? La Francia può accogliervi». Quando molti dei discepoli si tirarono indietro e non andavano più con Gesù, questi chiese a Pietro: «Forse anche voi volete andarvene?» (Gv 6,67). Ma Pietro rimase. Gesù dimora con noi, e restare è un segno forte di speranza quando tanti vanno via. Chissà che cosa faremmo noi in una situazione simile? Se avessimo figli, oseremmo restare mettendo a rischio il loro futuro? Non sta a noi esortare i membri di questa antichissima comunità cristiana a rimanere per mantenere viva la loro tradizione unica. Ma abbiamo sperato che qualcuno rimanesse. Il nostro fratello Atisha è un meraviglioso esempio di questa testimonianza.

È una sorgente di speranza il fatto che alcuni musulmani dicano: «Se i cristiani se ne vanno, l’Iraq che amiamo sarà finito». La relazione tra credenti di fedi diverse è stata il nucleo dell’identità irachena. In un ristorante musulmano di Baghdad che offriva «pollo stufato», «pecora ripiena di riso» e «sottosopra di pollo» [maqluba, piatto tipico mediorientale, NdT], era esposta un’immagine dell’Ultima Cena di Cristo con i suoi discepoli, e un lumino splendeva davanti a un’icona della Vergine col Bambino. Sempre a Baghdad abbiamo tenuto una conferenza pubblica alla quale hanno partecipato quasi trecento persone, di cui il 70% erano musulmani. Essi chiedevano ai cristiani di rimanere. Un giovane ha detto: «Perché discutere se i cristiani devono restare o andarsene? Erano qui prima che arrivassimo noi musulmani!».

È un segno di speranza che il cristianesimo sia talvolta riconosciuto dai musulmani come una religione di pace. Alcuni soldati che andavano alla ricerca di armi a Baghdad sono entrati da una famiglia cristiana, ma non appena hanno visto il presepio, hanno detto: «Voi siete Gesù. Non ci sono armi qui», e sono usciti immediatamente. Sembra che siano stati soprattutto i cristiani ad accogliere gli yazidi e a collaborare con loro. I cristiani hanno qualcosa di essenziale da offrire affinché la società irachena trovi una nuova unità.

Ci hanno detto che quest’anno molti musulmani hanno acquistato alberi di Natale. In parte ciò può essere dovuto all’influsso mediático del mondo occidentale, con la sua immagine del Natale. Ma per molti musulmani, soprattutto per gli sciiti, si trattava di una forma di devo­zione comune: musulmani e cristiani si mettono in piedi insieme davanti all’albero per esprimere un desiderio, onorando il profeta Gesù.

La speranza fa capolino attraverso la semplice decisione di alzarsi ogni mattina e fare ciò che si deve fare in quel giorno. Uno dei nostri fratelli, Nouiran, ha detto: «La speranza vuol dire che vivo ora, qualunque cosa possa accadere domani». La speranza traspare nell’impe­gno cristiano di continuare a prendersi cura degli altri, anche quando il nostro futuro è incerto. In una clinica di un misero campo profughi abbiamo incontrato una donna che è stata proprietaria di tre farmacie fino alla terribile notte in cui è arrivato l’Isis. Ora lavora come volontaria, dispensando le poche medicine disponibili. Ha detto: «Ho perso tutto, ma ho imparato la gratitudine per quel poco che rimane. Ecco perché continuo a venire qui».

A Baghdad ci ha particolarmente colpito la visita a due case. Le Suore di Madre Teresa gestiscono una casa per bambini di tutte le fedi, abbandonati perché disabili. Come dimenticare il viso dolce e intelligente di Nora, nata senza braccia né gambe, che dà da mangiare ai bambini più piccoli con un cucchiaio tenuto tra i denti? Nell’altro istituto, due vergini consacrate accolgono 60 donne anziane senza casa, di tutte le fedi. Con loro abbiamo riso e pregato. La gioia in questi luoghi rappresenta la speranza di un mondo nuovo.

Abbiamo visitato due centri per i rifugiati, costruiti dai frati e denominati «La Vite» e «Speranza». I nostri fratelli Najeeb e Sarmad ci hanno spiegato che è importante che ogni famiglia abbia una casa con una finestra e una porta. C’è bisogno di poter guardare fuori, ma la dignità umana richiede anche uno spazio per la privacy. Qui i rifugiati stessi sono coinvolti nella costruzione di caravan e altri alloggi di emergenza, un impiego che assicura loro un certo reddito, ma soprattutto dignità.

La memoria sostiene la speranza. Si può a stento immaginare quanta speranza abbia dato alle persone che soggiornano in uno di questi campi uno squillo di telefono alla vigilia di Natale. Era papa Francesco che chiamava i rifugiati per dire loro che non erano dimenticati. Ricordiamoli anche noi, dunque, per essere segni del nostro Dio che non dimentica mai nessuno: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me» (Is 49,15-16).

La memoria del passato può essere un segno di speranza nel futuro. La situazione non resterà necessariamente uguale a come è oggi. Il nostro fratello Najeeb è riuscito a prendere i documenti degli archivi del Vicariato, antichi di secoli, sotto il naso dell’Isis e a portarli in esilio, mantenendo viva la memoria del passato. Quei documenti aiutano a ricordare che in passato siamo sopravvissuti ad altre crisi.

Il più affascinante segno di speranza è l’impegno nell’educazione. Se l’Isis verrà sconfitto solo militarmente, rinascerà in un’altra forma. Il vero nemico è il fondamentalismo cieco che alimenta la sua violenza. Nel 2012 il padre domenicano Yousif Tomas Mirkis, ora arcivescovo di Kirkuk, ha fondato l’Accademia di Scienze Umane di Baghdad. All’ateneo sono iscritti 500 studenti, per lo più musulmani. Studiano filosofia, sociologia, antropologia, oltre che inglese e francese, fino a conseguire il titolo certificato dalla Domuni, la nostra università via internet.

È forse follia frequentare lezioni su Wittgenstein mentre l’Isis ista sta decapitando esseri umani? Eppure, in questa violenta tempesta la Chiesa deve aggrapparsi alla sua fede nella ragione. Il logo dell’Accademia è lo scudo domenicano, con una matita al centro, che sostiene un grande punto interrogativo. Monsignor Mirkis ci ha detto: «Abbiamo bisogno di luoghi dove le persone possano respirare l’ossigeno del dibattito». La Chiesa mantiene viva la fede nella ragione mentre molti altri guardano solo alla forza. L’intelligenza può sfondare i muri del pregiudizio e della stupidità.

La nostra rivista «Pensée Chrétienne», a cura di padre Philippe, è acquistata anche da molti musulmani che vogliono pensare e dialogare con noi. Non ha lo scopo di diffondere idee cristiane, ma di contribuire, con la tradizione cristiana della riflessione, ad aprire uno spazio di dialogo.

Ottocento anni fa, nell’antica Baghdad, i sapienti cristiani, musulmani ed ebrei studiavano insieme. L’impegno di padre Amir Jaje nel dialogo con gli studiosi sciiti nel sud dell’Iraq, a Najef, è una testimonianza di speranza. Uno di noi ha partecipato a un summit dei leader cristiani e musulmani a Roma nel mese di dicembre, in cui molti sciiti hanno parlato dell’operato di padre Amir con affetto e rispetto.

Ad Ankawa, nel nord, abbiamo visitato il Babel College, dove insegnano molti nostri frati e suore. Due delle nostre sorelle hanno conseguito il dottorato in Sacra Scrittura, rispettivamente a Oxford e a Notre Dame. Che magnifica e lungimirante espressione di speranza formare studiosi in circostanze così terribili! Tre professori di questo collegio cristiano sono musulmani. Ci sono 120 laici iscritti al corso per i laici.

Anche la bellezza rende visibile la speranza di fronte alla bruttezza della violenza. A Baghdad la visita alla chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso ci ha profondamente commossi. Il 31 ottobre 2010, quarantasette laici e due sacerdoti furono massacrati, insieme con i cinque kamikaze che si fecero esplodere dopo essere entrati in chiesa durante la celebrazione eucaristica. In quella chiesa abbiamo incontrato una donna che rimase ferita nel corso dell’attacco, perdendo il bambino che aveva nel grembo.

La nuova chiesa, splendidamente ricostruita con preziosi intarsi di legno e con i nomi dei morti scolpiti sulle pareti, è un segno della vittoria della risurrezione, quando il legno morto e sterile della croce fiorisce come farà in Iraq. Noi crediamo che il sangue dei martiri sarà fecondo.

Infine, nei campi, ci sono molti bambini le cui risate giocose ci hanno donato speranza. Abbiamo visitato due ospedali a Baghdad, fondati e gestiti dalle suore domenicane della Presentazione e di Santa Caterina, ognuno dei quali ha un reparto maternità. Qui nascono i futuri cittadini dell’Iraq, musulmani e cristiani fianco a fianco. Una suora che fa la levatrice è stata definita in nostra presenza «la madre dell’Iraq».

Quando abbiamo visitato i campi nel nord, i bambini si accalcavano per incontrare questi stranieri con l’abito bianco. Sono stati trascinati fuori dalle loro case, hanno dovuto fuggire per salvarsi la vita, e ora vivono miseramente, ma dimostrano una spontaneità fiduciosa che non è sempre altrettanto evidente nei bambini occidentali. Poco prima della comunione nel rito caldeo cattolico, due bambini sono venuti all’altare per ricevere il segno della pace dal sacerdote e trasmetterlo alla congregazione. Forse questi ragazzini sono i messaggeri di speranza del futuro, anche se ora non possiamo immaginare quale forma assumerà.

Che cosa possiamo fare in Occidente?

Questa è una domanda che abbiamo posto spesso ai nostri fratelli e sorelle. E una risposta frequente era: «Dire alla gente la verità su ciò che sta accadendo qui». È il nostro motto: Veritas. La verità è che questa è una enorme catastrofe umanitaria, che sta schiacciando milioni di vite. La verità è che questo disastro è stato in gran parte provocato dal confuso intervento che l’Occidente ha attuato nella regione, perseguendo principalmente i propri interessi. La verità è che il conflitto con l’Isis è sintomatico di una crisi che affligge l’intera umanità all’inizio del XXI secolo, e che vede le culture tradizionali confrontarsi con la modernità. La verità è che la violenza dell’Isis è in parte un aspro frutto della violenza di un sistema economico globale che sta creando sempre maggiori disuguaglianze tra le nazioni e all’interno delle nazioni. Dobbiamo informare i nostri politici, invitarli a visitare l’Iraq e a lavorare per trovare una soluzione a questa catastrofe.

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Brian J. Pierce, padre domenicano della Provincia di S. Martin de Porres (Usa), ha operato in Honduras e in Perù, quindi a Roma in qualità di Promotore delle monache domenicane. Attualmente svolge il suo ministero in Texas.

Timothy Radcliffe, padre domenicano, già Maestro generale dell’Ordine, predica e insegna in numerosi Paesi. Risiede a Oxford, dove dirige il Las Casas Institute of Blackfriars, un istituto di studi su giustizia sociale e diritti umani. Recentemente è stato nominato da papa Francesco consultore del Pontifìcio Consiglio per la Giustizia e la Pace.