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Lug 15

1914-1918 la fine di un mondo (dossier)

Prima_GuerraTradizione Famiglia proprietà

n.61 Giugno 2014

 Il 28 luglio 1914, l’impero austro-ungarico dichiarava guerra alla Serbia in seguito all’assassinio dell’erede al trono. L’arciduca Francesco Ferdinando. Il gioco delle alleanze trascinò nel conflitto quasi tutte le nazioni europee, gli Stati Uniti d’America e il Giappone. La lotta armata infurierà per ben quattro anni, lasciando sul campo oltre 25 milioni di morti. Quella del ’14-18 non fu solo una guerra ma anche, e soprattutto, una rivoluzione, una delle più devastanti della storia. Se non fu la fine del mondo, fu certamente la fine di un mondo.

Il conflitto inghiottì tre imperi, Austria, Germania e Russia, per non parlare anche del crollo dell’impero ottomano. Pose le condizioni per l’ascesa dei totalitarismi che funesteranno il secolo XX. In particolare, determinò la presa del potere dei bolscevichi in Russia, punto di partenza dell’impero comunista, vero flagello dell’umanità.

I cambiamenti più decisivi, però, furono a livello sociale e culturale. Il conflitto demolì la Bèlle Epoque, segnando la fine dell’egemonia della Vecchia Europa, e avviando pari passu il declino finale della Civiltà cristiana. Diede un colpo mortale allo spirito aristocratico e tradizionale, diffondendo invece quello egualitario e liberale, aprendo in questo modo la via alla rivoluzione culturale che culminerà nel Maggio ’68.

Nato nel 1908, Plinio Corrêa de Oliveira modellò il suo spirito e il suo pensiero nel fervido scontro tra i resti di civiltà cristiana presenti nella Bèlle Epoque – nella quale scorgeva echi dell’Ancien Règime, a sua volta riflesso del Medioevo cristiano – e l’irrompere del cataclisma rivoluzionario rappresentato, da una parte, dal bolscevismo e, dall’altra, da un certo americanismo diffuso soprattutto dal cinema, dai nuovi ritmi musicali e dalle mode, col quale egli si trovò in rotta di collisione.

Nel centenario di questo immane avvenimento, presentiamo un dossier che tratta non tanto gli aspetti storici e storico-politici della Prima guerra mondiale, quanto piuttosto il suo carattere di Rivoluzione, nel senso che Plinio Corrêa de Oliveira attribuiva a questo vocabolo nel libro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione».

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L’IMPERO ASBURGICO D’AUSTRIA COME BERSAGLIO PRINCIPALE

DELLE FORZE DISTRUTTRICI

di Don Marc Hausmann

La prima Guerra mondiale segna la fine del vecchio ordine temporale in Europa, costruito lungo due millenni nello spirito del Cristianesimo, sotto l’influsso della Chiesa di Roma, la quale, sin dall’antichità, aveva formato la società europea attraverso la sua opera missionaria ed evangelizzatrice. La Chiesa ha cristianizzato e plasmato la cultura dell’Impero romano e poi quella dei popoli germanici, soprattutto attraverso l’ordine benedettino, che ha contribuito in larga misura alla Civitas christiana.

A seguito dell’opera politica di Carlo Magno (748-814), si profilò, nel Medioevo, un nuovo Impero occidentale. Per merito di una “translatio imperii“, si generò un Sacro Romano Impero ormai direttamente consacrato dai Papi, persino attraverso un rito liturgico di incoronazione ecclesiastica. La vecchia Europa, dunque, ha tratto il suo carattere politico e sociale da due elementi: dall’idea di un impero romano ed europeo, e dal Cattolicesimo. Due elementi uniti intrinsecamente in una sola concezione della civiltà cristiana in terra.

Il vecchio ordine europeo, rappresentato in modo imperfetto ma reale da tre grandi potenze a carattere monarchico, Russia, Germania e Impero austriaco, era incarnato soprattutto da quest’ultimo, visto che esso solo riuniva quelle due componenti centrali: l’idea (ed anche la provenienza storica in senso giuridico e politico) dell’Impero di Carlo Magno e la Fede cattolica professata effettivamente. La dinastia regnante, la casa degli Asburgo (o Asburgo-Lorena), originaria dal Sud dell’Impero romano-tedesco, continuò la tradizione inaugurata da Carlo Magno di rappresentare e attuare l’unità politica e religiosa dell’Europa.

Gli Asburgo hanno svolto con grande coscienza quel compito religioso e politico che è definito “Reichsidee“, “l’idea dell’Impero”, il mandato cioè di salvaguardare la purezza della Fede, di difendere la Chiesa e di propagare l’unità politica dell’Occidente cristiano. Sin dall’assunzione alla dignità di Re di Germania e di Imperatori romani, la Casa d’Asburgo si è insediata in Austria, paese con il quale sarà per sempre identificata e che diventerà pertanto anche il sinonimo per quella che si potrà chiamare la “missione” del casato d’Asburgo: incarnare e promuovere una visione internazionale del corpo politico, cioè un ordine temporale oltre i confini nazionali, il cui unico criterio doveva essere la Fede degli Apostoli.

L’identificazione dell’Austria con la vocazione imperiale e cattolica della dinastia d’Asburgo sarà potenziata lungo i secoli dall’opera efficace prestata dagli stessi Asburgo all’Europa cristiana in occasione delle minacce più drammatiche contro l’unità politica e religiosa dell’Occidente, come, ad esempio, il nascente nazionalismo. La tipica politica internazionale asburgica dei matrimoni valeva l’acquisto di regni interi in maniera pacifica; in tal modo, la congiunzione politica fra questi regni tramite legami dinastici realizzava la formazione dell’ordine internazionale preordinato dall’idea dell’Impero.

La stessa “missione imperiale” si palesava nella politica asburgica di difesa dell’Occidente nei confronti dell’invasione musulmana e culminava con la lotta contro l’eresia protestante. Allo stesso tempo, gli Asburgo resero un servizio senza paragone alla diffusione della religione cristiana con la scoperta e la cristianizzazione dell’America e di altri continenti. Saranno sempre gli Asburgo, come imperatori, ad opporsi con veemenza alle tendenze volte a sciogliere la tradizionale concezione romana e cattolica dell’Europa. Essi si manifestarono ancor più avanti nella storia, a seguito della Rivoluzione francese, quali veri e propri campioni di quella causa che ormai si poteva chiamare il “partito antirivoluzionario d’Europa”, prestando il loro alto patronato all’attività politica del cancelliere dell’Impero austriaco, il principe Mettermeli (1773-1859), il maggiore avversario, nell’Ottocento, di ogni mossa rivoluzionaria e della massoneria.

All’alba della prima Guerra mondiale, l’Austria non deve più confrontarsi con la minaccia musulmana né con il protestantesimo, bensì con una nuova forma di liberalismo e di egalitarismo che, pilotato dalle logge massoniche, vede nell’istituzione politica della monarchia in genere, e nell’Impero austriaco in particolare, il maggiore nemico del loro progetto politico e ideologico per l’Europa, radicalmente democratico e laicista.

Si può dire che, sebbene le tre grandi potenze monarchiche fossero il bersaglio dei rivoluzionari, il nemico par excellence era l’Impero austriaco e la dinastia d’Asburgo. Di fronte al socialismo e al comunismo, che imponevano, al pari del nazionalismo, l’esaltazione dello Stato, del potere astratto e totalitario, l’Austria si presentava come l’erede più autentico del vecchio ideale di società cristiana. Scriveva, a questo proposito, il dottor Plinio Corrêa de Oliveira: “Maturava in me l’idea che l’Austria fosse il paese d’Europa ad avere conservato più resti della società organica, più spontaneità, meno dominio dello Stato e, in una parola, più anima. […] Essa [l’Austria] era ancora il sacro Impero romano-tedesco, e mi si presentava come nazione princeps nell’Ordine politico-religioso “.

E, nella stessa pagina: “Nei paesi governati dagli Asburgo, l’Ordine politico e sociale vigente mi pareva aver attinto la sua piena espressione religiosa, in una sacralità molto marcante, inerente al potere temporale, che io non ho trovato in altre nazioni nella stessa misura e nello stesso significato. Non conosco una cerimonia ufficiale di nessun paese, dove i signori e le signore, andando per strada durante un corteo funebre, in un certo momento si scambiassero segni di reverenza e si salutassero. Mi sembrava che questo bagliore di civiltà cristiana, animata dalla Fede, splendesse in Austria in maniera straordinaria come in nessun altro paese, compressa la Spagna “.

La prima Guerra mondiale scoppiò proprio a causa delle provocazioni rivolte contro la dinastia asburgica, culminante nell’assassinio terrorista dell’erede al trono Francesco Ferdinando nel 1914 da parte di gruppi nazionalisti serbi. La guerra si concluse con la caduta della medesima dinastia, voluta ed orchestrata in maniera sistematica da varie istituzioni, animate dall’odio contro l’idea dell’Impero rappresentata dalla Casa d’Austria. Infatti, non solo il presidente americano Wilson (1856-1924), noto massone, era determinato ad eliminare la tradizionale potenza cattolica del centro Europa, ma anche il primo ministro francese Clemenceau (1841-1929) si distinse per la medesima insistenza, essendo anch’egli membro della massoneria, della sua frangia più radicale, il Grande Oriente francese.

Potrebbe sorprendere tale accanimento contro la monarchia austro-ungarica, dato che essa aveva perso già da tempo il vigore dei suoi principi cattolici e l’idea dell’Impero romano, tali quali erano pervenuti sin dal Medioevo. Gli stessi Asburgo non erano più la dinastia più reazionaria d’Europa; lo erano piuttosto le famiglie borboniche della vecchia Italia, ormai decadute dal potere, quali i Duchi di Parma o i Reali di Sicilia, oppure i Carlisti spagnoli, che si contraddistinguevano per la loro mentalità fortemente antirivoluzionaria.

Gli Asburgo d’Austria, invece, per il semplice fatto di aver mantenuto il potere lungo il XIX secolo, così tormentato politicamente ed ideologicamente, hanno assunto una mentalità di compromesso e di cedimento nei confronti dei tempi moderni, per mantenere in contraccambio la continuità sul trono. Il loro Impero si può paragonare, fino a un certo punto, con le monarchie che fino ad oggi mantengono il potere al prezzo di transigere sui principi morali e la dissoluzione della cultura cristiana. Basti pensare alla monarchia inglese la quale, nonostante abbia conservato il suo cerimoniale tradizionale, ha capitolato in larga misura nei confronti della rivoluzione sociale e morale dell’Europa.

Sebbene la casa regnante d’Austria non abbia, certo, mai mostrato cedimenti in tal misura, dall’estinzione della dinastia asburgica vera e propria e dal successivo avvento della nuova dinastia di Lorena, creata dal matrimonio dell’ultima discendente di Casa d’Asburgo Maria Teresa (1717-1780) con il duca Francesco Stefano di Lorena (1708-1765), noto frammassone, aveva ormai largamente abdicato alla missione di difendere e promuovere il regno di Cristo sotto la guida della Chiesa di Roma (fede asburgica nota nella storia come “pietas austriaca”), a profitto di una mentalità più pragmatica e ridotta alla fattibilità “razionale”, tipica dell’illuminismo settecentesco che riduceva il profilo religioso alla pietà privata dei membri di casa d’Austria.

Nonostante ci sia stata, a seguito della Rivoluzione francese, la ripresa di una coscienza di reazione contro la modernità, essa già non era altro che una immediata resistenza e repressione dei movimenti più preoccupanti, senza il sostegno di una vera e propria base ideologica. Non proveniva più da una profonda convinzione spirituale e da una vera visione teorica del proprio ufficio politico.

Tale perdita progressiva del proprio carisma tradizionale si accentuò nel periodo antecedente la prima Guerra mondiale, sotto Francesco Giuseppe (1830-1916), salito al trono nel 1848. Nonostante la personalità credente ed essenzialmente conservatrice di Francesco Giuseppe, l’Impero e i valori che esso rappresentava si avviavano al declino. Già all’inizio del suo regno, nel 1854, il giovane imperatore rifiutò di partecipare alla guerra contro gli Ottomani nel conflitto di Crimea (1853-56), rifiuto che pesò doppiamente. La Russia, come seconda grande potenza autocratica e antirivoluzionaria, perseguiva lo smembramento dell’impero musulmano in Europa, storico nemico del Cristianesimo. E aveva pure contribuito in larga misura alla salvezza della monarchia austriaca nella rivoluzione del 1848 contro le agitazioni in Ungheria.

Nel rifiuto di Francesco Giuseppe di contraccambiare l’aiuto russo si può individuare la radice della prima Guerra mondiale. La Russia si dichiarò nemica dell’Austria, portando il suo sostegno alle forze nazionaliste serbe. Infine, l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando fece scoppiare la guerra nella quale si videro, in effetti, nemiche le due grande potenze della reazione antiliberale in Europa.

Inoltre, dopo aver perso le guerre contro i nazionalisti in Germania e in Italia, Francesco Giuseppe dovette rivolgersi alla nuova classe industriale austriaca per ottenere il risanamento delle finanze dell’impero, compromesse a causa dei costi bellici. Non solo, dovette pure in cambio approvare la formazione di un nuovo governo sotto la guida del ministro Schmerling (1805-1893), rappresentante del filone liberale e borghese, il cui governo tosto procedette all’abolizione del concordato con Pio IX (con il pretesto che la santa Sede, a seguito del dogma dell’infallibilità papale, aveva “cambiato identità costituzionale”), cercando così di liberarsi dall’influsso della Chiesa cattolica nel settore educativo e sanitario.

Schmerling introdusse altresì la forma costituzionale nella monarchia con il sistema parlamentare, ormai dettato dal profilo ideologico dei nuovi partiti socialisti, liberali e nazionalisti. Francesco Giuseppe dovette, inoltre, accettare la divisione interna del suo Impero fra la parte ungherese, ormai indipendente da Vienna, e la parte austriaca, in lotta anch’essa contro le tendenze separatiste delle sue varie nazionalità.

L’esaurimento spirituale del vecchio Impero austriaco si concluse nell’ultimo periodo del regno di Francesco Giuseppe, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, segnato, a causa dell’industrializzazione, da un arricchimento e pertanto da una laicizzazione e mondanizzazione crescente della società, sempre meno pervasa dagli ideali della Chiesa cattolica. Quest’ultima fu, nonostante gli onori ad essa pubblicamente attribuiti da parte della Casa imperiale, ridotta ad una istituzione privata in mezzo alle altre religioni e anche apertamente attaccata e perseguitata da parte di intellettuali di stampo massonico. Lo stato non poté intervenire in tali conflitti vista la sua neutralità confessionale. Lo stesso imperatore insistette alla vigilia della Grande guerra che fossero nominati, e anche retribuiti ufficialmente da parte del ministero della guerra dell’Impero, gli imam per essere, a pari titolo delle cappellanie cattoliche, curati d’anime dei soldati di religione musulmana nell’esercito di sua Maestà.

Ci si chiede perché mai le forze della modernità, dagli Stati Uniti fino alla carboneria italiana, si siano ostinate nello sterminare proprio la monarchia austriaca. La ragione potrebbe essere che, nonostante quei fatti incontestabili di una decadenza spirituale degli ideali imperiali, la monarchia asburgica conteneva ancora tanta sostanza della sua eredità passata. Non solo i principi dell’Occidente cristiano permeavano grandi ceti della società, sia in campagna sia a Vienna, ma l’Impero in quanto Impero, non il suo “nimbo”, la sua “leggenda”, ma la sua potenza reale dimostrava ancora un gigantesco edificio di forza europea della Tradizione.

Lo si può paragonare alla Chiesa cattolica di oggi la quale, nonostante le sue infinite difficoltà e ferite, esterne e interne, è comunque ancora la istituzione al mondo che incarna realmente i valori del Cristianesimo, in maniera molto più essenziale ancora dell’Impero di Francesco Giuseppe. Ma anche quest’ultimo mostrò, nei suoi ultimi anni, il suo servizio valoroso che contribuì alla vittoria del Cattolicesimo contro le forze del liberalismo quando, nel memorabile conclave del 1903, grazie al suo storico “veto”, riuscì a bloccare l’ascensione al soglio pontificio del cardinale Rampolla (1843-1913), sospetto di simpatie moderniste, e provocò in tal modo indirettamente l’elezione di san Pio X (1835-1914), vero confessore della Fede cattolica.

Si può pertanto immaginare la presenza dell’Impero austriaco nell’Europa del 1914 come l’ultimo grande testimone della millenaria civiltà cattolica e romana in campo temporale, fortemente segnato dalla crisi ideologica ma comunque imponente per tale sua eredità spirituale. Il suo ruolo era di contraddire il progresso della rivoluzione alla maniera di un vecchio colosso inerte e passivo, ma proprio per questo efficace, che induceva gli architetti della nuova Europa a controbattere in particolare la Casa d’Austria.

Un simbolo espressivo di tale posizione dell’Austria-Ungheria furono i funerali dell’imperatore Francesco Giuseppe nel 1916 a Vienna, l’ultima grande manifestazione di quella bellezza antica e morente, ormai fragile ma certamente gloriosa.

Meditando su quella cerimonia, che all’epoca vide al cinema, Plinio Corrêa de Oliveira espresse la concezione mistica di quell’Impero grandioso con le seguenti parole: “La maniera in cui questi militari sfilavano e, di tanto in tanto, si salutavano e facevano attenzione gli uni agli altri, mostrava un misto di dignità ieratica, di vivacità giovanile e di senso storico, come se provenissero da altri tempi… Ho avuto l’impressione che una tradizione secolare, una forza militare ed una eleganza da passo di danza si fossero unite, per ispirargli tutta la movimentazione e l’attitudine, in un alto rispetto di se stessi e nella coscienza di possedere una missione speciale al cospetto di Dio. […] Intanto, quello che ammirai in quel corteo fu, soprattutto, la maestà, tenendo in sé l’alleanza fra la nota aristocratica e monarchica, la nota sacrale e cattolica e la nota militare. Tre aspetti che coesistevano magnificamente e che mi lasciavano incantato “.

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IL GIUDIZIO DI PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA

SULLA PRIMA GUERRA MONDIALE E LE SUE CONSEGUENZE

di Juan Ponzalo Larraìn Campbell

Lo scopo di questo articolo è quello di illustrare il giudizio del prof. Plinio Corrêa de Oliveira sulla prima Guerra Mondiale e le sue conseguenze attraverso alcuni suoi scritti. Per il pensatore cattolico, la guerra ’14-18 non fu il frutto di circostanze fortuite, né soltanto la conseguenza di intrighi internazionali. Fu un episodio, violento e sanguinoso, del grande processo rivoluzionario che, ormai da cinque secoli, stava distruggendo la Cristianità

Nel suo libro «Rivoluzione e Contro Rivoluzione», descrivendo la crisi dell’Occidente cristiano, il dott. Plinio spiega «II processo critico di cui ci stiamo occupando è, come abbiamo detto, una rivoluzione. Usiamo questo vocabolo per indicare un movimento che mira alla distruzione di un potere o di un ordine legittimo e all’instaurazione al suo posto di uno stato di cose (intenzionalmente non vogliamo dire “ordine di cose”) o di un potere illegittimo. In questo senso, a rigore, una rivoluzione può essere incruenta. Quella di cui ci occupiamo, si è svolta e continua a svolgersi con ogni genere di mezzi, alcuni dei quali cruenti e altri no. Le due guerre mondiali di questo secolo, per esempio, considerate nelle loro conseguenze più profonde, sono suoi capitoli, e dei più sanguinosi; mentre la legislazione sempre più socialista di tutti o quasi tutti i popoli odierni costituisce un progresso importantissimo e incruento della Rivoluzione» (1)

La miopia degli statisti europei nell’Ottocento

Secondo il pensatore cattolico brasiliano, l’esplosione del 1914 fu l’esito inesorabile della miopia degli statisti europei nell’Ottocento, assorbiti da stretti problemi nazionali mentre bruciava il continente. In uno scritto del 1936, in occasione della Conferenza Panamericana convocata dal presidente statunitense Franklin D. Roosevelt, egli ammoniva:

«Non possiamo ripetere in America il grande errore politico che caratterizzò la diplomazia europea nel secolo trascorso fra la caduta di Napoleone e la Grande guerra. Tra il 1815 e il 1914 l’Europa era divorata dalle fiamme dell’incendio rivoluzionario iniziatosi nel 1789. Le forze anti-monarchiche e anti-sociali infierivano su tutti i paesi europei, scuotendo i troni, assalendo le istituzioni religiose, sconquassando ogni pezzo del vecchio edificio europeo di Filippo II e di Luigi XIV. Di fronte a tale assalto rivoluzionario, che misure prendevano le monarchie europee? Praticamente nessuna. Se si fossero unite, le cancellerie europee avrebbero potuto schiacciare l’idra rivoluzionaria in poche mosse. Disunite, sarebbero state divorate dalla stessa idra. Purtroppo, prevalse la seconda scelta».

«Perché? Perché l’unione di tutte le forze conservatrici avrebbe supposto una vasta intesa internazionale. La miopia degli statisti europei, però, li portava a non vedere, nel terreno della diplomazia, se non angusti problemi economici e microscopiche questioni nazionali. Mentre si versavano fiumi di sangue per il possesso di un paio di metri di terra nello Schleswig-Holstein, nell’Alsazia-Lorena, in Slesia o nei Balcani, nemmeno una goccia di sangue fu versata in difesa della struttura politica e sociale dell’Europa. L’unica, gloriosa, eccezione a questa regola generale fu il sangue eroicamente versato dai martiri di Castelfidardo e di Mentana. Il risultato di questa miopia non si fece aspettare. Mentre i monarchi europei si consumavano in lotte sterili per estendere i loro imperi, la Rivoluzione scavava la fossa nella quale sarebbero stati sepolti. Così, l’Europa cristiana e monarchica del 1815 diventò l’Europa laica e repubblicana del 1918» (2).

La distruzione della Cristianità

Nel 1945 Plinio Corréa de Oliveira scrisse un lungo saggio gettando uno sguardo panoramico sulla prima metà del secolo XX. Ecco come descriveva, metaforicamente, gli anni successivi alla prima Guerra mondiale: «Sarà molto difficile per gli storici del futuro comprendere, come la comprendiamo noi, l’epoca agitata, crepuscolare, indecisa nella quale irruppero nel mondo i partiti totalitari. Bisogna aver vissuto fra il 1920 e il 1925 per capire l’immane caos ideologico in cui versava l’umanità. Il cristianesimo sembrava un enorme edificio in fase finale di demolizione. Non si risparmiava nessuno sforzo per portare a termine questa distruzione. Ovunque, specialisti silenziosi strappavano le pietre dalle mura, tiravano giù gli architravi, scardinavano le porte e portavano via le finestre».

«Questo lavoro, fatto con la segretezza, l’astuzia e l’agilità di cospiratori, avanzava in modo freddo e implacabile, senza perdere un attimo. I demolitori si davano il cambio. Di giorno o di notte, mentre gli altri uomini si divertivano, dormivano, lavoravano o passeggiavano, i demolitori non si fermavano. Mostri con fattezze umane assalivano le vetuste mura della Cristianità, con un furore delirante e impetuoso, come se stessero attaccando non un edificio di pietra, ma uno di carne, un grande corpo vivente. Masse arrabbiate sfondavano le porte e si calavano dalle finestre, saccheggiavano le reliquie indifese e i tesori abbandonati, spaccavano le vetrate, profanavano gli altari, distruggevano le immagini, abbattevano torri millenarie, finora inespugnate. A una certa distanza, turbe di randagi cercavano i relitti della Casa di Dio per costruire con essi le strutture stravaganti e sensuali dell’orgogliosa Città del demonio»

«Questo è appena un’allegoria. Nessuna allegoria, però, nessuna immagine, nessuna descrizione potrà mai ritrattare la confusione di quei giorni del post-guerra» (3).

L’egemonia occidentale si sposta dall’Europa tradizionale agli Stati Uniti livellatori

Nello stesso saggio, dopo aver descritto il processo rivoluzionario tra il 1789 e il 1918, Plinio Corrêa de Oliveira afferma:

«Nel 1918 un soffio rivoluzionario spazzò l’Europa. Lo zarismo crollò strepitosamente, lasciando al potere il comunismo. Tutta la vita intellettuale e sociale si staccò ancor di più dal passato. In Occidente, l’egemonia si spostò dall’Europa tradizionale agli Stati Uniti livellatori» (4).

L’ “americanismo”: una conseguenza della guerr

José Gustavo de Souza Queiroz fu un amico della prima ora e compagno d’armi del dott. Plinio. Morì nel 1946 in giovane età, lasciando in eredità alcune proprietà che diventeranno le prime sedi della futura TFP. Descrivendone la personalità, nelle “Note biografiche” che accompagnano la sua traduzione dell’opera di Joseph de Maistre sull’Inquisizione, Plinio Corréa de Oliveira commenta l'”americanismo” degli anni ’20:

«II collegio è un microcosmo in cui si riflettono, spesso con esagerazione e a volte anche in modo tempestoso, le preoccupazioni, le idee, le tendenze dell’ambiente domestico e sociale di ogni studente. Nel tempo in cui José Gustavo era un ragazzo, soffiavano fortissime le raffiche del dopoguerra. La Prima guerra mondiale provocò una vera rivoluzione che rovesciò vari troni in Europa e democratizzò i costumi in tutto il mondo. Le maniere dette “americane” dominavano totalmente le nuove generazioni. E per “maniere americane” voglio dire i modi impudenti e bruti dei ragazzi, la sensualità precoce e sfrenata, lo spirito di rivolta contro ogni legge e ogni autorità, atteggiamenti in cui erano esimi i cow boys che vedevamo nel cinema. Lontano dagli sguardi supervisori degli insegnanti e dei genitori, anche nelle migliori scuole i modi, le opinioni, i temi di conversazione, tutto era improntato a questo “americanismo” dirompente» (5).

La scienza e il progresso non hanno risolto i problemi

Commentando le rivelazioni della Madonna a Fatima, il dott. Plinio denunciava lo stato d’animo ottimista che contraddistingueva la Belle Époque, e la cecità riguardo ai veri problemi dell’epoca. Ottimismo poi smentito, appunto, dalla Grande guerra: «I fatti contemporanei più significativi sono: (…) Una crisi universale. La società ostentava nei primi anni di questo secolo, cioè fino al 1914, un aspetto brillante. Il progresso regnava indiscusso in tutti i terreni. La vita economica aveva raggiunto una prosperità senza precedenti. La vita sociale era facile e attraente. L’umanità sembrava avviarsi verso un periodo d’oro. Alcuni pochi sintomi stonavano da questo sfarzo. C’era miseria materiale e morale. Ma erano in pochi a misurare l’importanza di queste lacune. La maggior parte pensava che la scienza e il progresso avrebbero risolto tutti i problemi. La prima Guerra mondiale pose una terribile smentita a tale ottimismo. Anzi, i problemi si aggravarono fino al 1939» (6).

Il tempo di Dio arriverà

Chiudiamo, riferendo il giudizio, durissimo, di Plinio Corrêa de Oliveira sui massimi responsabili della catastrofe del 1914-1918, con le sue sequele. Si tratta di un articolo scritto “col cuore indignato e l’anima sanguinante” nel 1937 in occasione dell’Anschluss, cioè l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista. Il pensatore cattolico vi denuncia il connubio fra i “Cesari totalitari” e i “sinedri liberali”:

«La drammatica scomparsa dalla mappa europea dell’Austria cattolica, calpestata con brutalità criminale dagli stivali nazisti, rende opportuna una visione politica retrospettiva, che facciamo col cuore indignato e l’anima sanguinante. Più di qualsiasi argomento teorico, questa retrospezione mostrerà il connubio dei Cesari totalitari e dei sinedri liberali, lavorando insieme per crocifiggere di nuovo il Divino Salvatore, rappresentato oggi dalla Santa Chiesa».

«I. Di fronte alla situazione disperata delle truppe tedesche durante il passato conflitto, l’imperatore Guglielmo II cedette alle promesse allettanti di certi poteri occulti. Fece trasportare segretamente Lenin dalla Svizzera in Russia. La spedizione si realizzò in un treno d’acciaio sigillato in partenza per impedire la diffusione del virus comunista in Germania. La rivoluzione ambita esplose quindi in Russia, portando al potere i bolscevichi. I comunisti ricompensarono Guglielmo II firmando la pace di Brest-Litovsk, molto vantaggiosa per la Germania. Il cristiano Guglielmo II tradì la causa di Cristo. L’Imperatore tradì la causa dell’Ordine. Ma Dio ha il suo tempo. Per Guglielmo II, il tempo di Dio non tarderà»

«II. Nell’ultima fase della Grande guerra, un cataclisma spaventoso coprì di sangue la Russia. Fatta la pace, ci si aspettava che le potenze occidentali vi intervenissero per riportare il paese all’ordine. La Gran Bretagna e la Francia, invece, contemplarono con indifferenza la vittoria comunista in Russia. Oltre a qualche protesta platonica, non mossero un dito per difendere le popolazioni cristiane perseguitate, né per portare sul trono la Famiglia imperiale che, anzi, fu viImente assassinata a Ekaterinburgo. Cristiana, la monarchia inglese tradì la causa di Cristo e il principio monarchico. Cristiana anch’essa, la borghesia che governava la Francia tradì la causa di Cristo e il principio della proprietà privata. Non avevano tempo per pensare a Cristo e alla civiltà cristiana, pensavano solo a come spartirsi le spoglie, ancora palptanti, degli imperi vinti. Bisognava raccogliere il frutto della vittoria. Riguardo a Cristo, che si arrangi! In questo modo, 155 milioni di anime furono lasciate senza difesa di fronte alla propaganda atea e alla persecuzione religiosa. Ma Dio ha il suo tempo. E per l’Inghilterra e la Francia, il tempo di Dio non tarderà».

«III. Il virus comunista si diffuse dalla Russia alla Germania, all’Austria e all’Ungheria. Guglielmo II de con rammarico che il fuoco che egli aveva appiccato nella casa del vicino, ora avvampava in casa sua e in quella degli alleati. Cadde l’orgogliosa monarchia creata da Bismark, e l’altero Kaiser finì a terra. Nel frattempo, Francia, Gran Bretagna e gli Stati Uniti vedevano con malcelato piacere come il socialismo si diffondeva nell’Europa centrale, indebolendo e demoralizzando ulteriormente le potenze perdenti. Quanto a Cristo, che si arrangi! »

«IV. Nel trattato di Versailles, la Germania fu diluita nel suo territorio e umiliata nel suo morale. La perdita delle colonie e il peso insopportabile delle riparazioni di guerra schiacciarono il popolo tedesco. conseguenza, crebbe il malcontento e il socialismo. La Santa Sede chiese clemenza per i vinti, ma i poteri culti sorridevano nell’ombra. Il principale perdente non era la Germania, ma Cristo, contro cui si scatenò, Russia e nell’Europa centrale, la furia dei comunista»

«V. Molto più perseguitata della Germania fu, però, l’Austria. Sebbene comprendesse un’importante minoranza protestante, agli occhi dei poteri occulti, l’Austria era colpevole di un reato imperdonabile: essere una potenza cattolica. La disparità di trattamento degli Alleati nei confronti della Germania e dell’Austria è scioccante. La Germania fu umiliata e mutilata, ma sopravvisse. L’Impero austro-ungarico fu squartato, ne rimase solo l’Austria germanica, che a stento riuscì a sopravvivere. Mentre Guglielmo II, ritenuto dagli stessi Alleati il massimo colpevole della Guerra, soggiornava tranquillamente a Doorn, in Olanda, l’imperatore Carlo d’Austria moriva di tubercolosi a Madeira, Portogallo, povero come Giobbe, ma come lui mirabilmente rassegnato. Nessun governante del mondo osò venire in suo aiuto. Abbandonato da tutti, l’ultimo imperatore della Casa d’Austria morì come un paria. Solo la Chiesa lo confortò nella sua agonia. Eppure, asceso al trono alla fine della guerra, su di lui non pesava la benché minima colpa per il conflitto. Anzi, aveva cercato in ogni modo la pace. La sua unica colpa era di essere cattolico. Ma verrà il tempo di Dio. (…)»

«XIII. Appoggiato dal cancelliere Franz von Papen, il traditore dei cattolici tedeschi, il signor Adolf Hitler prese il potere in Germania. E il tempo di Dio cominciò ad arrivare per la Francia e l’Inghilterra. (… ) Nel 1935, consolidatosi l’asse Roma-Berlino, Hitler cominciò a chiedere imperiosamente l’annessione dell’Austria alla Germania. Mentre le potenze alleate scuotevano la testa, ma restavano immutate, l’Italia esprimeva discretamente il suo gradimento. (…)»

«XIV. Di Mussolini, nelle cui mani sta la direzione di uno dei popoli più nobili e più cattolici del mondo, è meglio non parlare. Il Führer lo ringraziò con un telegramma benevolo e generoso: “Non dimenticherò il vostro gesto “.. Ma neanche Dio dimentica. E il Suo tempo sta per arrivare« (7).

Fin qui le parole profetiche scritte da Plinio Corrêa de Oliveira nel 1937. Due anni dopo, con lo scoppio della seconda Guerra mondiale, l’ora di Dio arrivò per quasi tutti i popoli europei.

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1) Plinio Corrèa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Luci sull’Est, Roma 1998, p. 57.

2) Id., Os mexicanos, nossos irmãos, in “Legionàrio”, n. 220, 29 novembre 1936.

3) Id., A grande experiência de 10 anos de luta, in “Legionàrio”, n. 666, 13 maggio 1945.

4) Ibid.

5) Id., Notas Biogràficas sobre o Sr. José Gustavo de Souza Queiroz pelo Prof. Plinio Corrèa de Oliveira, in “Cartas sobre a Inquisição Espanhola”, Revista Leituras Católicas, Anno LIX, settembre 1949, n. 712.

6) Id., Fàtima explicação e remédio da crise contemporânea, in “Catolicismo”, n. 29, maggio 1953.

7) Id., A conjuração dos Césares e do Sinèdrio, in “Legionàrio”, n. 288, 20 marzo 1938

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