Jus soli Una cattiva idea

jus_soliRadici Cristiane n.91 febbraio 2014

In merito sembrano essersi spenti i riflettori del dibattito, con un’agenda politica dettata da altre “urgenze” (gender com­preso. ..). Però la questione ius soli e lì che giace, in attesa di esser rispolverata. E, prima o poi accadrà, perché in linea col “politicamente corretto” e sostenuta dai media. In realtà, è una proposta da respingere. Eccone i motivi…

di Giuliano Guzzo

Presentato come iniziativa opportuna, se non addirittura doverosa, in realtà il cosiddetto ius soli, ossia l’assegnazione della cittadinanza a chiunque nasca in un dato Stato indipendentemente da quella dei genitori, presenta molteplici criticità. A dispetto infatti dei toni filantropici con cui, ultimamente, in Italia si discute di tale modello tipico delle Americhe, gli argomenti che lo accompagnano non convincono.

Sono principalmente due: quello dell’uguaglianza – che verrebbe violata con l’applicazione dello ius sanguinis ovvero l’acquisizione della cittadinanza genitoriale – e quello secondo cui troppi sarebbero gli immigrati in attesa del riconoscimento della cittadinanza.Argomenti entrambi fallaci. Il primo lo è per il semplice fatto che si discrimina, allorquando si trattano in modo diverso situazioni uguali, non già se si trattano in modo diverso situazioni diverse; e si da il caso che in Italia, per un bambino, nascere da due genitori italiani o stranieri non è evidentemente la stessa cosa.

Nel primo caso, salvo eccezioni, crescerà per forza di cose orientato verso l’acquisizione della cultura italiana — di qui il senso dello ius sanguinis -, nel secondo no; non solo: troppe sarebbero le casistiche, dalla situazione di irregolarità dei genitori – che potrebbero aver fatto clandestinamente ingresso in Italia – a quella della presenza degli stessi in Italia per turismo o per lavoro.

Il cosiddetto ius soli, più che un atto dovuto, pare dunque un azzardo. A maggior ragione, qualora si rammenti che la cittadinanza non è un mero dato giuridico e prevede anzi la condivisione di valori comuni, in assenza dei quali l’appartenenza e l’integrazione fondanti una comunità vengono meno. Facile, qui, l’obiezione: ma neppure tanti italiani onorano la loro cultura e la loro Patria, osservandone principi e regole. Certo, ma questo nulla toglie al valore della cittadinanza, che riguarda tutti, in partico­lare la stessa sopravvivenza della comunità.

Già oggi tutti i minori presenti sul territorio nazionale, quale che sia la loro cittadinanza, godono comunque dei medesimi diritti (vanno a scuola, vengono curati, vengono iscritti a società sportive o ad altre forme di aggregazione). C’è però dell’altro: lo ius soli – oggi impedito ex 1. n. 91/92 art. 4, comma 2 —, se fosse approvato, determinerebbe il rischio, ricordato dal Presidente del Senato Pietro Grasso, di una «gran quantità di donne», pronte «a venire in Italia a partorire solo per dare la cittadinanza ai proprifigli».

Anche la seconda tesi, quella che vorrebbe giusto lo ius soli sulla base del fatto che tanti ne beneficerebbero, non convince: giammai può essere il numero di aspiranti beneficiari di un provvedimento a decretarne la sua opportunità. Un esempio può aiutare a capire. Se domattina stabilissimo che l’eva-sione fiscale non è più un reato, faremmo di certo un favore a molti cittadini, ma non per questo faremmo una cosa buona. La stessa prudenza e la stessa attenzione debbono orientare il nostro giudizio sullo ius soli, giudizio che non può essere né buonista, né aprioristico.

Del resto, che lo ius soli non sia, almeno nella sua forma pura, un principio giusto, viene suffragato da altri due elementi. Il primo riguarda il fatto che oggi, nel mondo, oltre 160 Stati non lo applicano — tutti nemici della civiltà e dell’accoglienza? —; il secondo concerne la scelta, da parte di quei Paesi nei quali lo ius soli era previsto, di modificare le proprie leggi, forti dell’esperienza acquisita: pensiamo, per esempio, al Regno Unito, dove questo principio è stato abolito nel 1983 oppure al caso dell’Irlanda, dov’è accaduto lo stesso nel 2005, dopo che, tramite referendum, il 79% dei cittadini si è espresso in tal senso, chiedendo cioè una revisione della normativa allora vigente. Neppure la Costituzione del 1793, che pure rendeva automatica la naturalizzazione dopo un solo anno di residenza in Francia, venne mai applicata su questo punto.

La mancanza di opportunità e i non trascurabili rischi connessi all’introduzione dello ius soli, unitamente al fatto che, Americhe a parte, nel mondo è previsto raramente e sempre in forma temperata, toglie ogni dubbio: l’assegnazione della cittadinanza per nascita, ben lungi dall’essere il solo modo per riconoscere dei diritti, costituisce piuttosto una cattiva idea. Che viene puntualmente presentata e riproposta come urgente, neces­saria e filantropica, ma che, inevitabilmente, resta cattiva.

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