Alle origini dello Stato sociale

poveri Il Secolo del 28 giugno 1995

di Enrico Nistri

Quando, con lo scisma di Enrico VIII, la monarchia britannica s’impadroniva della Chiesa d’Inghilterra e del suo patrimonio, era fatale che se ne accollasse anche l’eredità passiva. E in questo passivo, sotto il profilo economico, rientrava anche il dovere della pubblica carità.

Quell’assistenza ai poveri di cui fino allora si era occupata la Chiesa diventava un compito dello Stato, che fatalmente abbinava al dovere assistenziale una preoccupazione di ordine pubblico: organizzare l’assistenza era anche un modo per prevenire e, ove necessario, reprimere fenomeni, come il vagabondaggio e l’accattonaggio, che all’indigenza sono strettamente legati.

Nascevano così, già sotto il regno di Enrico VIII, i primi provvedimenti per i poveri, che in piena età elisabettiana sarebbero stati sostituiti da una più organica poor law: legge che, amata e detestata, contestata e riformata, avrebbe costituito un banco di prova per le capacità organizzative di filantropi e pubblici funzionati ma anche per le facoltà critiche dei padri fondatori della moderna scienza economica.

La legge per i poveri i suoi bravi motivi per essere detestata li aveva tutti: poneva infatti a carico delle comunità locali organizzate nelle parrocchie l’onere dell’assistenza ai bisognosi. In mancanza di mezzi, gli intendenti erano tenuti ad imporre imposte sui redditi dei benestanti, principio che, in un’epoca nella quale l’assistenza ai poveri era vista come una forma di elemosina volontaria, non poteva non suscitare resistenze.

Resistenze superate a metà Seicento dalle agitazioni paleocomuniste dei levellers che, suscitando le preoccupazioni dei ceti possidenti, li indusse a destinare di buon grado parte del loro reddito a favore dei poveri: un po’ come, da Keynes in poi (ma, per certi aspetti, anche dai socialisti della cattedra dell’età bismarkiana), le ricette assistenziali sarebbero state accettate come il male minore rispetto alla rivoluzione sociale. Fin dal primo Settecento la spesa per i poveri superò l’uno per cento del reddito nazionale e intorno alla metà del secolo consentiva di assistere quasi un decimo della popolazione inglese.

I problemi sollevati dalla poor law erano tuttavia di natura non solo fiscale, ma anche economica e morale. In una nazione nella quale l’etica protestante del lavoro e del profitto si andava consolidando, un sistema assistenziale che abitua il povero a ricevere un sussidio senza lavorare fu ben presto accusato di «diseducare» gli indigenti, aumentando le file dei disoccupati volontari.

Per di più, siccome i suoi meccanismi facevano ricadere sulle singole parrocchie la spesa per l’assistenza, la poor law finiva per scoraggiare la mobilità interna. Timorosi di veder ricadere sulle proprie spalle l’assistenza ai poveri provenienti da altri territori del regno, i notabili locali ottennero il permesso di allontanare gli immigrati, con l’Act of Settlement, che tuttavia finì per scoraggiare anche gli spostamenti di manodopera verso le aree più progredite, necessari, come avrebbe sostenuto Smith, al progresso dell’economia.

Neppure il rimedio contro i rischi «morali» dell’assistenzialismo si rivelò dei più efficaci. Per impedire che i poveri prendessero gusto a percepire un sussidio senza lavorare, nella prima metà del XVIII secolo si affermò la tendenza a recludere gli indigenti nelle workhouses: case di lavoro dove i poveri erano impegnati in attività artigianali o agricole.

A far saltare i conti furono il movimento delle recinzioni, che modernizzò l’agricoltura riducendo però il numero di quanti potevano vivere del lavoro dei campi, e la rivoluzione industriale. L’uno e l’altra aumentarono il numero degli indigenti, rendendo al tempo stesso antieconomici i prodotti delle case di lavoro.

Nel volgere di qualche decennio ci si accorse che molte workhouses costavano più dei vecchi sussidi. In un’epoca di rinnovate tensioni sociali il ricorso ai sussidi di povertà tornava ad essere considerato il male minore e la legge recepiva queste esigenze. Ma nel frattempo, di pari passo con la vorticosa crescita dell’economia e con i problemi politici da questa sollevati, nasceva la moderna economia politica.

Mentre Malthus sviluppava le sue profezie sulla crescita geometrica della popolazione, il dibattito sul rapporto fra politica e leggi dell’economia raggiungeva una piena maturazione. E’ l’epoca di Smith e di Ricardo, ma anche del conservatore Burke e del radicale Godwin, dell’utopista Owen e dell’edonista Bentham. Poor law e workhouses, necessita di distinguere fra poveri «buoni» e poveri «cattivi», divengono temi su cui si confrontano studiosi delle più varie estrazioni. Il risultato è un grande dibattito, ora ricostruito con analisi attenta e puntuale da un saggio di Claudio De Boni (Politica e leggi dell’economia. Il dibattito sulla povertà nell’Inghilterra della rivoluzione industriale, pp.268 Cedam).

Ricercatore in storia delle dottrine politiche presso il fiorentino «Cesare Alfieri», reduce da studi sul pensiero utopico e l’illuminismo francese, De Boni non condivide il vizio, comune a molti dei suoi colleghi, di esaminare il dibattito ideologico al di fuori del contesto sociale ed economico.

Il suo studio è un ottimo esempio di come la storia di un istituto giuridico tricentenario possa costruire un’occasione per ripensare nella sua concretezza il pensiero di autori spesso ingessati dalla manualistica corrente in qualche formula. Prendiamo il caso del «progressivo», dell’«edonista», del liberale Jeremias Bentham, desideroso di assicurare il maggior godimento possibile al maggior numero di persone.

Di fronte al problema della libertà e della poor law, il suo atteggiamento si concretizza nella proposta di deportare mezzo milioni di indigenti in 250 case di lavoro ribattezzate, al passo con i tempi, industry houses. Quali dovessero essere le condizioni di vita in queste case, ci appare chiaro nell’esemplificazione – «involontariamente feroce», la definisce De Boni – del mondo in cui vi vorrebbe applicato il principio dell’obbligatorietà del lavoro, anche per gli invalidi: «Una persona costretta a letto, se è in grado di vedere e parlare, può essere utilizzata per la sorveglianza; o, se non vede bene, può sedere sul letto e lavorare a maglia, filare. L’inabilità reale è soltanto relativa (…). Nel caso in questione l’impiego può essere fornito da ogni frammento di abilità, per quanto minuto».

Marx definiva Bentham «un genio della stupidità borghese» e lo accusava di confondere «il meschino borghese moderno, e in particolare il meschino borghese inglese, con l’uomo normale». Ma, in realtà, nella sua critica all’assistenzialismo, nella sua «feroce» etica del lavoro, lo «stupido Jeremias» interpretava uno stato d’animo diffuso nei ceti «progressivi» del mondo anglosassone del tempo.

A partire dai primi dell’Ottocento, infatti, la politica dei sussidi cominciò a venire difesa dagli ambienti tory , preoccupati di prevenire le tensioni sociali, e a venire contestata dagli imprenditori whig che vi scorgevano uno strumento paternalistico di controlo sociale da parte dei conservatori e un freno al libero mercato.

Non a caso, quando, nel 1834, la old poor law veniva riformata, il parlamento recepiva molte critiche liberiste e benthamiane al vecchio istituto, abolendo ogni sussidio in denaro ai disoccupati, ad eccezione dell’assistenza medica, e ribadendo il ruolo della workhouses. Trovava così espressione giuridica un annoso dibattito che comunque, a distanza di due secoli e mezzo, conserva buona parte della sua vitalità.

L’impressione che si ricava dal saggio di De Boni, anche al di là delle intenzioni dell’autore, è infatti che mentre la profezia marxista è stata smentita dai fatti, molte voci intervenute nel dibattito politico britannico conservano una loro attualità. Attuale è Mandeville , quando con cinica ma realistica provocazione ci ricorda la necessità del povero: verità confermata dal graduale spostamento degli impianti produttivi dalle aree di vecchia industrializzazione, in cui la manodopera è troppo costosa, alle periferie del terzo mondo.

Attuale è persino Malthus, anche se in chiave diversa da come avrebbe creduto: perché il problema odierno non risiede nel moltiplicarsi degli abitanti del pianeta in rapporto alle potenzialità agricole, ma nel catastrofico saccheggio delle risorse ecologiche da parte di una popolazione di nuovi ricchi sempre più esigente e numerosa. E che dire della dialettica fra difensori dei sussidi e sostenitori delle workouses ?

Non vi si scorge, mutatis mutandis, un’anticipazione dell’odierno dibattito sull’opportunità di destinare a lavori socialmente utili i cassintegrati, sulle pensioni di invalidità «fasulle» (almeno secondo il metro di Bentham), sulle polemiche intorno a un’industria di Stato nata con l’intento di assorbire la disoccupazione, piuttosto che di produrre in condizioni di concorrenza?

La stessa politica del settlement – l’espulsione dal territorio delle parrocchie degli immigrati indigenti – è dai più invocata su scala continentale nei confronti degli extracomunitari in un’Europa divenuta ormai un’unica «grande parrocchia» che già stenta a pagare il conto sempre più salato dell’assistenza ai suoi cittadini.

Naturalmente un libro di storia delle dottrine economiche e politiche non deve essere un trattato di economia politica e De Boni non può né vuole andare oltre l’esposizione critica e puntale delle posizioni di una ventina di filosofi, scienziati, romanzieri. Ma il suo saggio suscita riflessioni che vanno ben più in là della stretta indagine scientifica. La tradizione pragmatica del pensiero inglese ha molto da dirci, in questi tempi di morte delle ideologie, sulla difficile ma necessaria convivenza tra mercato e solidarietà.

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