Rivoluzione e controrivoluzione – G. Reynold

rivoluzioneCristianità n. 364 del 2012

Gonzague de Reynold (1880-1970)

Révolution et contre-révolution, in Bibliothèque nationale suisse, Fonds Gonzague de Reynold, Ace (Articles, conférences, études) 67, 2, certamente databile fra il 1931 e il 1934, dal momento che nell’articolo è citata la pièce teatrale Marius, del 1929 — opera dello scrittore e regista francese, dal 1946 membro dell’Académie française, Marcel Pagnol (1895-1974), edita da de Fallois, Parigi 2004 — ed è comparso parzialmente, con il titolo Rivoluzione e controrivoluzione, sul quotidiano Regime Fascista, diretto da Roberto Farinacci (1892-1945), Cremona 2-8-1934, nella rubrica Diorama Filosofico, curata da Julius Evola (1898-1974); in questa stesura è stato raccolto in Marco Tarchi (a cura di), Diorama. Problemi dello spirito nell’etica fascista. Antologia della pagina speciale di “Regime Fascista” diretta da Julius Evola, vol. I, 1934-35, Edizioni Europa, Roma 1974, pp. 110-114. Traduzione, inserzioni nel testo fra parentesi quadre e note redazionali, nel tentativo — non sempre riuscito — di ricostruire adeguatamente i riferimenti.

Rivoluzione e Contro-Rivoluzione

Ecco un aneddoto che mi piace citare perché ricco di significato.

Un giorno dei discepoli domandarono a Confucio [551-479 a.C.] quale sarebbe stato il suo primo gesto, se fosse stato eletto imperatore della Cina. Confucio riflettè un momento — con gli occhi socchiusi, perché il saggio riflette sempre prima di parlare — e rispose: “Comincerei con il fissare il significato delle parole” (1).

Sia esso economico o politico, sociale o morale, sia nel singolo Stato o in tutta Europa, il disordine contemporaneo ha come causa prima l’anarchia intellettuale: se risalite all’origine dei fatti, scoprite sempre un’idea o un sistema d’idee; l’idea produce il fatto che racchiude in potenza; obbligatoriamente, in un determinato momento della storia. A sua volta, l’anarchia intellettuale ha come causa un errore nelle idee, quindi un errore relativo alla parola che esprime l’idea. Questo ha il rigore di una legge.

Ho detto spesso, facendo un poco di humour, che il nostro tempo avrebbe bisogno, prima di ogni altra riforma, di un vocabolario ben fatto. Paradosso apparente, ma verità di fondo. Pensate a tutto il male causato nel mondo da un cattivo vocabolario, qual è stata l’Encyclopédie. Questi grossi volumi hanno operato come esplosivo. Hanno preparato la Rivoluzione francese, portandola a compimento negli spiriti. Se mettessimo qualcuno a redigere una contro-Encyclopédie, un’enciclopedia che edifichi, renderemmo alla nostra epoca il maggior servizio che degli intellettuali possano rendere a essa. Il punto di partenza sta nel pensar bene.

Oggi incontro ovunque la parola “rivoluzione” e la parola “contro-rivoluzione”. Che cosa significano?

Anzitutto teniamo presente che non siamo mai completamente liberi di fissare arbitrariamente il significato delle parole. Le parole sono come piante: hanno radici. Le radici di una parola sono costituite dal suo significato primo, originario. A questo significato primo, originario, si deve tornare quando una parola, dopo un lungo uso, si è alterata, quando viene usata senza esser ben compresa, a proposito e a sproposito, dai semi-intellettuali, dagli uomini politici, da tutti, quando si è “democratizzata”, volgarizzata.

Pensate all’avventura occorsa alla parola “libertà”, alla parola “uguaglianza”, alla parola “pace” e a tante altre ancora: “Le parole somigliano a delle idee!”, diceva ai suoi assistenti il dottor Pichenat di Soeur Philomèn (2). Dal secolo XVIII, dai “filosofi”, dagli “ideologi”, appunto dall’Encyclopédie, non abbiamo smesso di scambiare per idee parole, parole e ancora parole, parole vuote e formule senza contenuto.

Abbiamo trasformato le parole in idoli verbali, ne abbiamo fatto “miti”: la parola diventa un mito non appena la si scrive con la maiuscola e, tremando d’un sacro rispetto davanti a essa, non si osa più guardarvi dentro. La parola diviene un Moloch dalla testa sonante e vuota, dinnanzi al quale si offrono sacrifici cruenti, vite umane. La parola esige l’adorazione, e adorarla significa prosternarsi innanzi a essa, pronunciarla con devozione, pensare come tutti, cioè non pensare affatto.

Torniamo alla parola “rivoluzione”. Qual è il suo senso primo? Il ritorno di un astro al punto da cui era partito, ritorno al punto di partenza. Se adesso facciamo la fatica di studiare, attraverso la storia moderna, quanto si è inteso praticamente quando si è voluto fare una rivoluzione, ne troviamo tre illustri esempi: la Riforma, la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa.

A questo punto sono costretto a semplificare molto. Perciò metto in guardia i miei lettori dall’immaginare che tutto sia così semplice. Quando un’idea attraversa la vita, la vita agisce su di essa e spesso la corregge; l’idea è sempre costretta a venire a compromessi con il reale, ad adattarsi al reale; assoluta al punto di partenza, è relativa al punto d’arrivo.

È un luogo comune ricordarlo in questa occasione, ma è il momento giusto; e poi, non bisogna dimenticare che anche gli errori peggiori contengono una parte di verità e che, generalmente, si tratta di verità pratiche, corrispondenti alle tendenze o ai bisogni di un’epoca, di un ambiente. Talvolta accade perfino che l’errore si perda per strada e che restino solo le verità pratiche, perché è proprio dell’errore perdersi, distruggersi, e proprio della verità è invece germogliare.

Non importa: nelle tre grandi rivoluzioni, nello stesso tempo provocate e subìte dal mondo moderno — rivoluzione religiosa, rivoluzione politica e rivoluzione economico-sociale — si ritrova proprio il ritorno al punto di partenza. Questo ritorno al punto di partenza non è una caratteristica intellettuale, ma una caratteristica affettiva.

Proprio perché corrisponde a un bisogno generale, a una reazione contro un ordinamento dato, un ordinamento la cui decadenza gravava sulle masse costrette a sopportarlo, come cariatidi che sostengono un monumento. Durante tutto il secolo XV, per non risalire ancor più indietro, la Cristianità sentiva che era diventata necessaria una riforma della Chiesa. Durante tutto il secolo XVIII, per non risalire più indietro, i francesi sentivano che era diventata necessaria una riforma dello Stato. Durante tutto il secolo XIX, le masse sentivano che era diventata necessaria una riforma della vita economica e sociale.

Si trattava di sensazioni giuste. Disgrazia ha voluto che s’incarnassero in idee false. Niente di più grave, di più rivoluzionario delle sensazioni giuste, quando si vanno a incarnare in idee false. Tutto il problema — è opportuno ripeterlo agl’intellettuali d’oggi — sta nel cogliere sensazioni giuste e nel canalizzarle in idee giuste.

Ma quando l’idea è maggiormente falsa? Quando è la più semplice. E la disgrazia sta nel fatto che, più un sentimento è forte e giusto, più tende verso un’idea semplice. È un fenomeno d’affettività. È un fenomeno di stanchezza. Quando una forma di civiltà, sia essa religiosa o politica oppure sociale, si è logorata, quando è diventata troppo complessa, quindi troppo pesante, il primo moto della cariatide è quello di buttarla a terra, di distruggerla, per liberarsene. Infatti, allora la cariatide sente la nostalgia di quanto è semplice, primitivo, di quanto è facile, di quanto le sembra naturale.

La cariatide — cioè l’uomo, o piuttosto la massa — è nello stesso tempo sentimentale e feroce; ubbidisce nello stesso tempo a sogni e a istinti; unisce il romanticismo al materialismo; ama nello stesso tempo il piccolo fiore azzurro e il sangue. Cerca imperiosamente lo stato migliore, pur avvertendo il bisogno di prendere, di uccidere e di godere. Non bisogna mai dimenticare che ogni uomo è simultaneamente — come dice Pascal [Blaise (1623-1662)] — angelo o bestia (3) e che, sempre come dice lo stesso Pascal, volendo fare l’angelo fa la bestia (4).

Non bisogna mai dimenticare che ogni uomo, ogni popolo, ogni epoca, possiede nello stesso tempo la sua Oberwelt [“mondo superiore”] e la sua Unterwelt [“mondo inferiore”], per usare queste espressioni abbondantemente correnti nella Germania contemporanea. Non bisogna mai dimenticare il “peccato originale”, perché solo questo dogma spiega sia l’uomo, sia la società.

L’idea semplice, l’idea falsa consiste dunque nell’immaginare che si possa ritornare al punto di partenza, a quanto è primitivo, senza tener conto dei secoli, delle loro esperienze e dei loro risultati. L’idea semplice, l’idea falsa consiste nel credere che si possa abbattere la quercia e ritrovare, sotto le sue radici, la piccola ghianda da cui è cresciuta.

La Riforma ha immaginato che in pieno secolo XVI si potesse ritornare alla Chiesa primitiva. Le anime sensibili e i filosofi del secolo XVIII hanno creduto che, risalendo a ritroso attraverso la civiltà corrotta, si potesse ritrovare lo stato di natura, l’uguaglianza primitiva, la libertà. Marx [Karl (1818-1883)], i marxisti hanno immaginato che bastasse lasciar ricadere l’uomo nella materia per spiegare tutto e per riformare tutto e che la divisione dei beni sarebbe bastata a rendere fraterna la società.

In tutto questo, ritroviamo solamente il minimo sforzo, voglio dire il minimo sforzo intellettuale, perché lo sforzo intellettuale è quello che costa di più all’uomo, che gli costa più fatica, il più difficile. L’uomo è capace dei più grandi sforzi fisici, è capace di sopportare il massimo di sofferenze, è capace di darsi a un’agitazione, a un moto, a un dinamismo senza limiti e soprattutto senza fine. Ma ciò di cui è meno capace è di sottoporsi all’ordine e alla disciplina, è di pensare in modo giusto e di trarre le conseguenze pratiche dal proprio pensiero.

Il senso della parola “rivoluzione” diventa così perfettamente chiaro. E vi è solamente un’unica e medesima rivoluzione. Questa rivoluzione si è compiuta dall’alto al basso: sul piano religioso, sul piano intellettuale, sul piano politico e infine sul piano economico e sociale. È la demolizione della torre, piano dopo piano, o, per mutare immagine, è il sasso che si è staccato dalla cima e che è diventato valanga. La rivoluzione è una disintegrazione nel senso geologico del termine: quando le rocce si decompongono sotto l’azione degli agenti atmosferici e restano solamente gli elementi insolubili della roccia primitiva.

Vi è una sola rivoluzione e tale è stata la rivoluzione moderna, il cui punto di caduta è il bolscevismo. La filiazione fra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa è innegabile. Sarebbe facile dimostrarlo sia con le idee che con i fatti. La rivoluzione moderna è cominciata con l’individualismo, con la rivolta della cariatide contro l’edificio di cui era parte e a cui era subordinata.

Poi la cariatide si è trovata sola, staccata dalla Chiesa, dalla nazione, dallo Stato, dalla società, dalla stessa produzione, dotata di tutte le libertà di cui non ha mai saputo far uso. Allora ha subìto l’attrazione del baratro, come direbbe Baudelaire [Charles (1759-1867)] (5). L’uomo, vedendo ormai in sé stesso solo l’individuo, cioè il suo essere fuggitivo e passeggero, non ricordandosi più di essere una persona, cioè un’anima immortale, si è suicidato, si è annegato nell’anonimo, nel collettivo, nella massa, insomma nella materia. Questo è il dramma dell’uomo moderno.

Ora, che cosa significa “contro-rivoluzione”? Tale parola significa la contro-rivoluzione moderna. Non si tratta affatto di reazione. La contro-rivoluzione, come già notava Joseph de Maistre [1753-1821] (6), è l’opera non dei reazionari attaccati a un passato morto, ma di elementi post-rivoluzionari, di spiriti coscienti del grande evento contemporaneo.

Il grande evento contemporaneo è che l’epoca moderna è chiusa e che entriamo in un mondo nuovo. Ma come entrare in un mondo nuovo? Dobbiamo essere progressisti. Si deve anche sapere ciò che significa la parola “progresso”. Il progresso non è necessariamente la novità: il vecchio Montaigne [Michel Eyquem de (1533-1592)], che diffidava delle novità, faceva già questa distinzione nei suoi Saggi (7); non è il “sempre a sinistra, ma non più avanti” di Marius, di Marsiglia (8).

L’errore del mondo moderno è stato precisamente il confondere il progresso scientifico, tecnico, materiale, con il progresso morale e quindi politico. Il progresso scientifico, tecnico, materiale procede per innovazioni: una scoperta porta un’altra scoperta, e così di seguito. Quindi bisogna sempre scoprire, inventare, innovare. Per contro, il progresso morale non consiste nell’innovare, ma nel tornare ad alcuni princìpi confermati dall’esperienza dei secoli, nel riscoprirli, se occorre, per dar loro nuove forme, per applicarli di nuovo e meglio: a questo proposito cito e commento Le Play [Pierre-Guillaume-Frédéric (1806-1882)] (9).

La ricostruzione, in tutti i campi, la verifica dei valori che oggi s’impone a tutti gli spiriti e che costituisce il dovere per eccellenza degl’intellettuali, postulano un doppio gesto: un gesto arditamente rivoluzionario rispetto ai propri errori, che paghiamo così duramente; un gesto conservatore e tradizionalista rispetto alle verità e ai princìpi che il mondo moderno ha misconosciuto.

Oltre il cadavere del secolo XIX, dev’essere conclusa un’alleanza fra tutto il passato — dal momento in cui abbiamo imboccato la cattiva strada, quella dell’abisso — e il mondo nuovo. Siamo davanti a un Antico e a un Nuovo Testamento e dobbiamo prendere come divisa questa parola del Cristo, perché definisce tutta la civiltà: “Non sono venuto per distruggere, ma per dare compimento” (10).

Note:

(1) Cfr. I Dialoghi (Lun Yü), attribuito ai discepoli di Yu Ju e di Tsêng-tzu, discepoli di Confucio, libro VII, capitolo XIII, Tsu-lu, 305, trad. it. in Confucio, Opere. La Pietà Filiale. Il Grande Studio. L’Invariabile Mezzo. I Dialoghi, a cura di Fausto Tomassini, TEA, Torino 1997, pp. 75-199 (pp. 148-149).

(2) Cfr. Edmond (1822-1896) e Jules (1830-1870) de Goncourt, Soeur Philomène, romanzo del 1861, trad. it. di Decio Cinti (1879-1954), Suor Filomena, Sonzogno, Milano 1936, p. 211.

(3) Cfr. Blaise Pascal, Pensieri, n. 328, introduzione, traduzione, note e apparati di Adriano Bausola (1930-2000), Rusconi, Milano 1993, pp. 177 e 179: “È pericoloso mostrare troppo all’uomo quanto sia simile alle bestie, senza dimostrargli la sua grandezza. È pure pericoloso fargli vedere troppo la sua grandezza senza la sua bassezza. È più pericoloso ancora lasciargli ignorare l’una e l’altra. Ma è molto utile mostrargli l’una e l’altra. Non bisogna che l’uomo creda di essere uguale alle bestie, e agli angeli, né che egli ignori l’una e l’altra cosa, ma che sappia l’una e l’altra”.

(4) Cfr. ibid., n. 329, p. 179: “L’uomo non è né angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vuole fare l’angelo faccia la bestia”.

(5) Charles Baudelaire, L’alba spirituale, v. 7, in Idem, I fiori del male, 1861, trad. it., in Idem, Opere, a cura di Giovanni Raboni (1932-2004) e Giuseppe Montesano, con introduzione di Giovanni Macchia, Mondadori, Milano 1998, pp. 16-273 (pp. 100-101), commentato da de Reynold in Charles Baudelaire, 1920, Slatkine Reprints, Ginevra 1993, pp. 183-186; per la trad. it. dell’espressione “l’attirance du gouffre”, “l’attrazione del baratro”, cfr. C. Baudelaire, I fiori del male, con introduzione di G. Macchia e trad. e antologia critica di Luciana Frezza (1926-1992), Rizzoli, Milano 1999, p. 87.

(6) Cfr., per esempio, […] la restaurazione […], che viene chiamata controrivoluzione, non sarà una rivoluzione contraria, ma il contrario della rivoluzione (Joseph de Maistre, Considerazioni sulla Francia, 1797, cap. X, Dei pretesi pericoli di una controrivoluzione, III, Delle vendette, trad. it., a cura di Massimo Boffa, Editori Riuniti, Roma 1985, p. 96; e “Questa Rivoluzione non può finire con un ritorno all’antico stato di cose, che sembra impossibile, ma con la rettificazione dello stato in cui siamo caduti” (Idem, Mémoire [per Vittorio Emanuele I di Savoia (1759-1824), re di Sardegna (1802-1821), s.d. ma raccolta fra due lettere di novembre del 1809], in Idem, Ouvres Complètes, nuova ed., vol. XI, Correspondance. III. 1808-1810, Vitte et Perrussel, Lione 1885, pp. 352-354 [p. 352]).

(7) Cfr., per esempio, Michel de Montaigne, Saggi, libro secondo, XIII, Apologia di Raimondo Sebond [Raimundo Sabunde, o Sibiuda, filosofo, medico e teologo catalano (fine sec. XIV-1436), professore all’università di Tolosa, autore d’una Theologia naturalis sive Liber creaturarum, seu de natura, seu de nomine (1434-1436)], trad. it., a cura di Virginio Enrico, vol. primo, Mondadori, Milano 1991, pp. 462-646 (pp. 608-609).

(8) Cfr. il protagonista dell’omonima pièce teatrale, cit.

(9) Cfr. Frédéric Le Play, Le condizioni della Riforma sociale, in Cristianità, anno XXIX, n. 303, gennaio-febbraio 2001, pp. 19-22; Idem, La religione negli Stati Uniti d’America: libertà e uguaglianza dei culti fondata sulla fede e sulla tolleranza, ibid., n. 307, settembre-ottobre 2001, pp. 19-24; e Idem, La religione in Francia: uguaglianza dei culti ufficiali fondata sullo scetticismo, tolleranza rifiutata agli altri culti, ibid., n. 308, novembre-dicembre 2001, pp. 23-25 e 32; cfr. pure Robert A. Nisbet (1913-1996), La tradizione sociologica, trad. it., con Presentazione di Filippo Barbano (1922-2011), La Nuova Italia, Scandicci (Firenze) 1987, pp. 93-99.

(10) “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento” (Mt. 5, 17); poiché “abolire” nel testo greco è katalusai, kataluô può benissimo essere tradotto con “distruggere”.