Keynes colpisce ancora

Keynes

John Maynard Keynes

L’Osservatore Romano edizione settimanale  martedì 18 gennaio 2011

I disastri di una presunta rivoluzione

di Ettore Gotti Tedeschi

In un saggio dell’economista americano Hunter Lewis (Tutti gli errori di Keynes, Torino, Ibl Libri, 2010) vengono descritti gli errori dottrinali e i disastri pratici della cosiddetta rivoluzione keynesiana. Di Keynes, come di Garibaldi, non si deve parlare male. Faremo uno sforzo. Ma siamo costretti a chiamare in causa l’economista inglese poiché le politiche economiche attualmente applicate negli Stati Uniti, e in parte in Europa, sembrano ispirate proprio alle sue dottrine.

In sintesi, e con la necessaria semplificazione, Keynes insegnava che per fronteggiare un periodo di crisi economica, prescindendo dalle sue origini, si dovesse sostenere la domanda a tutti i costi, penalizzando pertanto l’attitudine al risparmio. Di conseguenza, lo studioso proponeva di fare ciò che oggi viene fatto, soprattutto negli Stati Uniti: promuovere i consumi privati a debito, fare spesa pubblica, salvare le imprese in difficoltà per mantenere l’occupazione e perciò la domanda. E, naturalmente, emettere carta moneta e aumentare le tasse.

Stiamo scoprendo che la politica economica che abbiamo visto adottata negli ultimi anni ha un nome: è la famosa dottrina keynesiana. Una dottrina che continua a essere seguita negli Stati Uniti, dove oggi si sta nazionalizzando l’eccessivo debito privato al fine di riavviare i consumi. Questa cosiddetta nazionalizzazione avviene salvando soprattutto le banche che avevano concesso troppo credito, senza adeguate garanzie. Il finanziamento per il salvataggio avviene attraverso l’emissione di moneta.

Al contrario, in Europa, dove il privato non è molto indebitato, la politica keynesiana si accanisce contro il disprezzato risparmio. Questo viene trasformato in strumento per assorbire attraverso la privatizzazione l’enorme debito pubblico, quello delle banche e il debito delle imprese.

Sia negli Stati Uniti che in Europa, pur con problemi quasi opposti, la soluzione di un incremento del debito — al fine di sostenere una crescita del pii necessaria a compensare il crollo delle nascite — viene realizzata con la politica keynesiana dei tassi zero (che dopo l’inflazione vera diventano persine negativi).

I tassi zero equivalgono di fatto a un trasferimento di ricchezza da parte di chi “è stato'” risparmiatore virtuoso (anche se non per Keynes) a chi si è virtuosamente indebitato (per Keynes). In pratica, si tratta di una tassa occulta sui poveri risparmiatori, una tassa trasferita ai ricchi: Stati, imprenditori e banchieri troppo indebitati.

L’alternativa ai tassi zero è il collasso del sistema economico con quello che ne consegue: il default. Ma i tassi zero non sono sostenibili e sono pericolosi. Essi distruggono il risparmio, che è una risorsa essenziale per creare la base per il credito bancario; favoriscono la speculazione mobiliare e immobiliare, creando valori artificiali illusori anziché ridimensionarli; spingono i consumi a debito più rischiosi; alterano il mercato con valori artificiali e lasciano così credere che i mercati stessi non sappiano autocorreggersi.

Soprattutto, i tassi zero permettono, o impongono, ai Governi di gestire l’economia, senza correggere l’inefficienza e facilitando distorsioni nella concorrenza. Con la conseguenza di stimolare sempre più la fuga degli imprenditori privati nella delocalizzazione produttiva.

Ma tutto ciò lascia anche immaginare che la manovra scelta per assorbire in futuro il debito creato — sia negli Stati Uniti che in Europa circa tre volte il pil — sia l’inflazione. Quest’ultima non esplode perché i consumi restano prudenzialmente e necessariamente bassi. E qualcuno auspica nuove tasse per sostenere un nuovo statalismo che rafforzi una classe politica piuttosto debole in tutto il mondo occidentale.