Voltaire sconosciuto

VoltaireStudi Cattolici n.597 – Novembre 2010

di Andrea Vannicelli

In Francia (come anche in Italia), gran parte della pubblicistica, a cominciare dai manuali scolastici, presenta Francois-Marie Arouet (in arte Voltaire, Parigi 1694-1778) come apostolo della fraternità e della tolleranza tra gli uomini.

Precursore della Rivoluzione francese (tanto che nel 1791 il suo corpo fu trasportato in trionfo nel Pantheon parigino), Voltaire è l’idolo della borghesia liberale e anticlericale. I letterati ne apprezzano particolarmente i racconti, dal tono vivace e frizzante (Candido, Zadig, Micromega, L’ingenuo sono tra i più famosi), mentre di lui quasi più nessun professore di lettere in Francia mette in programma i poemi epici, le poesie, i libelli satirici o le epistole, ormai tutti assai invecchiati nella forma.

Si continua a far leggere nei licei brani delle sue opere storiche – in particolare del Secolo di Luigi XIV (1751) -, esemplari per la concisione e la chiarezza della prosa e illustranti il modo in cui gli illuministi interpretavano i progressi dello spirito umano e le vicende francesi.

A teatro non capita più di vedere rappresentate le sue tragedie. Immortali invece sono ritenuti il pensiero politico e le riflessioni filosofiche di Arouet, che vanno dalle celebri Lettere inglesi o Lettere filosofiche (1734) sino al Dizionario filosofico (1764-1769), che per molti è una sorta di Bibbia dell’umanità liberata dall’oscurantismo. Tanto più che Voltaire condusse a termine una serie di battaglie come quella per la riabilitazione di Jean Calas, il protetante di Tolosa condannato a morte in seguito alla persecuzione cattolica (la nota vicenda provocò anche la pubblicazione del volteriano Trattato sulla tolleranza del 1763).

Da anni però numerosi studiosi mettono in dubbio, a partire dalla critica testuale, la volgata corrente. In molti articoli del Dizionario fìlosofìco, per esempio, si percepisce un sordo risentimento nei confronti degli ebrei, definiti, tra l’altro, popolo ignorante, barbaro, superstizioso e dall’odio incrollabile per tutti i popoli che li tollerano e li fanno arricchire (si vedano tra l’altro le voci «Abramo» e «Tolleranza») (1).

Ancora sotto agli israeliti, nella scala del disprezzo, ci sono i neri. Emblematiche, tra i passi di certa attribuzione sul tema, alcune righe del Saggio sui costumi (1756) in cui Voltaire considera gli africani inferiori intellettualmente, motivo per cui sono ridotti «per natura» in schiavitù (2). Voltaire manifestò inoltre sempre avversione per la democrazia e per il popolo, l’infame canaille, che giudicò incapace di raziocinio e preda dell’ignoranza; nel quale stato conveniva tuttavia mantenerla, anche con l’ausilio della religione e dei tanto aborriti castighi eterni, acciocché si mantenesse docile (si vedano in proposito le voci «Uguaglianza» e «Inferno» del Dizionario filosofico).

Ad approfondire tale revisione storiografica e a fornire utili dati in materia è la ponderosa monografia di Xavier Martin, noto storico francese dei diritti dell’uomo, dal titolo Voltaire misconosciuto. Aspetti nascosti dell’umanesimo illuministico (1750-1800) (3). È dal volume di Martin che traggo gran parte delle informazioni che seguono.

Epicureismo illuminato

II piacere, il godimento, uniti al gusto per il lusso e per il denaro sono – almeno a giudicare dalle lettere che invia agli amici – gli ideali che Voltaire ha perseguito con successo per tutta la vita, e che hanno trovato durante il suo lungo soggiorno a Ferney, vicino al confine con la Svizzera, dal 1758 circa al 1778, il loro definitivo coronamento. «Sono nato piuttosto povero, ho fatto per tutta la vita un mestiere da pezzente, quello dell’imbrattacarte, […] e tuttavia eccomi adesso proprietario di due castelli, due case carine, con settantamila libbre di rendita [La libbra era l’unità monetaria in vigore in Francia fino alla Rivoluzione]» (XM, p. 15): è il brano di una lettera di Arouet all’amministratore dei suoi beni, Jean-Robert Tronchin. Di fatto si tratta di un reddito pari a quello di un principe, del quale più volte Voltaire torna a vantarsi nella sua corrispondenza.

In maniera più ragionata, leggiamo nel Dizionario filosofìco che «colui che gode ne sa di più rispetto a colui che riflette, o per lo meno lo sa meglio» (DF, p. 224). La morale, la virtù, la filosofia stessa sono ordinate al godimento, tema prediletto di Voltaire (cfr XM, pp. 17-22, da cui riportiamo le citazioni che seguono). Se la proclamazione della verità dovesse nuocere alla pace personale, converrebbe nasconderla. A un amico, Arouet confida: «Sarebbe una follia diventare il martire della verità»; a Helvétius consiglia: «Illumini gli uomini, ma sia felice»; a Condorcet scrive: «Conviene non raffreddarsi affatto, ma nemmeno esporsi troppo».

Nel suo Poema sulla legge naturale (1756), afferma: «La pace finalmente, la pace che è turbata e che viene amata / è di un valore tanto grande quanto la stessa verità». A proposito del rapporto tra pace e verità, Xavier Martin osserva che le opere storiche di Voltaire tradiscono spesso l’approssimazione e l’adulazione nei confronti di coloro alle quali sono dedicate. La Storia di Pietro il Grande (1763), per esempio, per ammissione stessa dell’autore, sopprime tutto ciò che potrebbe mettere in cattiva luce la famiglia degli zar.

Voltaire confida pochi mesi prima di morire a Federico II di Prussia: «Per quanto concerne la storia, dopo tutto si tratta soltanto di una gazzetta. Persine la più veritiera è piena di menzogne: l’unico suo merito può risiedere nello stile […]. Conviene quindi affidarsi alla letteratura». Le sue affermazioni del 1736 in una missiva a Thériot suonano assai più inquietanti: «Occorre mentire come un demonio, non in maniera timida e nemmeno per qualche tempo, ma arditamente e sempre». Se queste sono – per lo meno a giudizio di Martin — le premesse teoriche, non stupirà scoprire il modo in cui Voltaire tratta i suoi avversari.

Nemico del genere umano

Rousseau ebbe a definire l’Illuminismo «un secolo dal carattere pieno di odio e di malafede» (4), nel quale «l’odio ardente e nascosto è la grande passione di tutti» (5). Le numerose citazioni che Martin trae dalle lettere e da altre opere di Voltaire presentano il volto inquietante di un filosofo che pratica e teorizza lo spregio dei suoi simili, eccetto i suoi colleghi filosofi, definiti spesso «gli uomini pensanti», e considerati i soli meritevoli del nome di uomo.

In effetti Voltaire afferma a più riprese (per esempio in una lettera a Damilaville), che «i filosofi sono al di sopra degli altri uomini» e costituiscono «la parte più pura del genere umano» (XM, p. 23). Una sera del 1739, mentre recita a teatro la parte che gli spetta nella tragedia Zaira, deve essere continuamente aiutato dal suggeritore nascosto poco sotto il palcoscenico. Non ricorda quasi nulla. A un certo punto ha uno scatto di nervi, alza la voce contro il suggeritore (che ha il torto di essere un semplice domestico) e arriva a sputargli in faccia, mentre gli altri attori e gli spettatori scoppiano fragorosamente (e sordidamente) a ridere (cfr XM, pp. 28-30).

Coloro che lo hanno frequentato da vicino ricordano il vivo disprezzo che ha sempre manifestato nei confronti dei suoi valletti. A d’Alembert, Voltaire raccomanda «un grande sprezzo per il genere umano»; a una sua discepola «il nobile piacere di sentirsi di una natura diversa da quella degli stolti». Al cardinale de Bernis fa osservare che «la terra è coperta di gente che non merita che le si rivolga la parola». «Il popolo è tra l’uomo e la bestia», annota Arouet (cfr XM, pp. 26-27).

Il libro di Martin riferisce una quantità notevole di episodi e di citazioni che illustrano un disprezzo difficilmente immaginabile in Voltaire nei confronti degli altri uomini. Arouet, che considera i suoi lettori «cani che a volte mordono, a volte leccano», non ha affatto stima dei parigini e dei francesi in generale, né del secolo in cui vive — che fa seguito «al più grande dei secoli», quello di Luigi XIV (cfr XM, pp. 31-41).

L’astio però si estende ben al di là dei confini francesi e del secolo dei Lumi. Arouet si scaglia ripetuta-mente contro gli ebrei (cfr XM, pp. 34-38 e passim), i cristiani (cfr XM, pp. 157-197), gli arabi musulmani (cfr XM, pp. 198-219), gli africani, le donne, il popolo (cfr XM, pp. 32-48 e passim). L’obiettivo di Martin è quello di mostrare quanto la psicologià di Voltaire sia impregnata di odio a tal punto che lo si può considerare il motore nascosto della sua opera.

Gli amici di Arouet si spaventavano spesso non soltanto nel constatare la sua incapacità di accettare opinioni diverse dalla sua e il suo dogmatismo, ma anche nell’osservare i tratti del suo volto deformati dalla collera e la virulenza delle sue reazioni di fronte a chiunque osasse contraddirlo (cfr XM, pp. 55, 105-127).

Quando riceve lettere che non gli piacciono non è infrequente vederlo dare in escandescenze, gridare orrendamente, contorcersi dal dolore. In proposito, Martin riporta anche il giudizio del celebre medico ginevrino Théodore Tronchin che ebbe in cura Arouet negli ultimi ventitré anni di vita, il quale lo giudicava una persona puerile e immatura, collerica e squilibrata, incapace di relazionarsi validamente con gli altri (cfr XM, pp. 112-118).

Il caso La Beaumelle

La vicenda che meglio esemplifica il carattere vendicativo e rancoroso di Voltaire è quella che lo contrappone a un altro letterato, lo scrittore protestante francese La Beaumelle, di trent’anni più giovane di lui. Martin la descrive approfonditamente nel terzo capitolo della sua monografia, senz’alcun dubbio il più appassionante (XM, pp. 42-74). La Beaumelle fu imprigionato due volte alla Bastiglia per intervento diretto di Voltaire stesso, principalmente perché aveva osato criticare alcune affermazioni contenute nel Secolo di Luigi XIV e i privilegi dei quali Voltaire godeva presso Federico II di Prussia. I fatti sono tutti documentati da Martin sulla base degli studi di Lauriol (cfr C. Lauriol, La Beaumelle. Un protestant cévenol entre Montesquieu et Voltaire, 1978).

Voltaire stesso era stato imprigionato in gioventù due volte alla Bastiglia: undici mesi nel 1717-1718 perché aveva scritto dei versi contro il reggente, poi due settimane nel 1726 perché aveva insultato un aristocratico, de Rohan-Chabot. Che lui stesso però, già ricco e famoso, sia divenuto un persecutore proprio come chi lo aveva osteggiato da giovane, pochi osano ricordarlo.

Le incarcerazioni di La Beaumelle risalgono al 1753 (per sei mesi) e al 1756-1757 (per più di un anno). Tanto grandi erano l’influenza e il prestigio di Voltaire a corte, che ottenne per ben due volte una lettre de cachet piena di accuse pretestuose: si trattava di una lettera con il sigillo del re che permetteva di condannare una persona all’esilio o alla prigione senza che fosse necessario un processo.

Ancora nel 1761 Voltaire scrive a d’Argence, riferendosi a La Beaumelle: «Non mi piacciono per niente questi maledetti ugonotti» (XM, p. 48). Intanto lo scrittore protestante, minato nella salute e povero in canna (per via della prigionia) era stato mandato al confino nel Linguadoca, dove fu tenuto sotto sorveglianza per ben dodici anni. La sua carriera letteraria era ormai stroncata. Voltaire però si accanisce contro di lui. Continua, nella sua corrispondenza, a mettere in guardia amici e potenti contro La Beaumelle.

Con il pretesto che La Beaumelle gli avrebbe rivolto novantacinque lettere anonime – l’accusa si rivelerà in seguito falsa —, Voltaire allerta la polizia, che effettua una perquisizione brutale presso il domicilio dello scrittore nel 1767. La vera colpa di La Beaumelle è che sta lavorando a un commento critico delle opere di Voltaire. Inutile dire che, grazie alle amicizie di Arouet nelle alte sfere, i commenti di La Beaumelle non verranno mai pubblicati. Vari letterati che possono parlare con franchezza ad Arouet lo rimproverano per il suo accanimento del tutto gratuito contro un uomo ormai finito.

La signora La Beaumelle si permette di scrivere una lettera indignata a Voltaire, lei che è sorella di una delle vittime dell’affaire Calas. Arouet però detesta i Calas, che a più riprese definisce «imbecilli» (cfr XM, pp. 201-203 e 283).

Altre vittime illustri

L’episodio in sé è particolarmente sordido, ma non è un caso isolato. Voltaire userà procedimenti analoghi (anche se con risultati meno crudeli) qualche anno dopo contro uno scrittore ventinovenne, J.-M.-B. Clément, il quale aveva avuto l’ardire di pubblicare nel 1771 un libello di Osservazioni critiche in merito a vari poeti (tra i quali Arouet); e nel 1773 delle Lettere al Signor de Voltaire. Su intervento di Arouet presso le autorità, verrà negato in seguito a Clément il diritto di pubblicare nuove opere satiriche. E ben documentato il fatto che, da quando Voltaire entra all’Accademia di Francia nel 1746, la censura ha l’ordine di non lasciar pubblicare nulla che possa arrecare pregiudizio alla gloria del patriarca delle lettere francesi.

Spesso (ed è il fatto più sorprendente) sarà proprio lo stesso Arouet a informare accuratamente la polizia. Tra le vittime illustri del più illustre letterato di Parigi c’è il giornalista Elie Fréron (1719-1776), colpevole di numerose critiche contro le opere volteriane. Anch’egli sarà oggetto di una vera e propria persecuzione da parte di Arouet, che non ha pace finché non riesce nel suo principale intento: nel 1776 non viene rinnovato a Fréron il permesso di pubblicare la sua rivista L’Année littéraire, dalla quale trae tutto il suo reddito.

Rovinato, Fréron muore di crepacuore, lasciando la propria famiglia nella più nera povertà. Ecco il caritatevole omaggio funebre di Voltaire a Fréron, in una lettera a La Harpe (suo discepolo prediletto e suo valente collaboratore: «Avete sepolto Fréron, soffocherete gli altri insetti sul nascere» (XM, p. 73), dove per «insetti» si intendono tutti i nemici degli illuministi.

Già Gaxotte, nella sua ormai classica opera La Révolution francaise (1928), aveva messo in luce la prontezza della monarchia francese a ostacolare — nella seconda metà del Settecento — l’attività editoriale degli avversari dei philosophes (per quanto i rapporti tra Voltaire e Luigi XV non siano sempre stati sereni). Paul Vernière, autore di una monografia sullo statuto degli intellettuali illuministi, non esita ad accusarli di «terrorismo intellettuale» (6).

Xavier Martin preferisce definire gli anni nei quali gli illuministi controllano totalmente tutto ciò che si pubblica in Francia, anni del «pensiero unico» (XM, p. 127). Voltaire comunque non agiva da solo, ma si avvaleva della collaborazione di altri filosofi tra i quali d’Alembert (che nel 1772 diventa segretario dell’Accademia di Francia), Diderot e D’Holbach.

Sarebbe troppo lungo continuare con le citazioni di Frangois-Marie Arouet: il libro di Xavier Martin le riporta scientificamente e ne ripropone il contesto storico sforzandosi di rimanere imparziale, il che non è semplice di fronte alla virulenza della penna di Voltaire. Il sodalizio che lo unisce a Federico II di Prussia, per esempio, tra il 1750 e il 1753 (a Berlino, Federico ha fatto di lui il suo ciambellano, lo ha ricoperto di onori, gli ha offerto una pensione di settemila scudi), non impedisce al beneficato di scrivere violentissime invettive contro l’ex protettore, dopo il suo allontanamento da Berlino (cfr XM, pp. 75-104).

Contro Jean-Jacques Rousseau poi le astiose polemiche di Voltaire si rivelano per lo meno altrettanto antipatiche (cfr XM, pp. 220-232). Stupisce, in uno scrittore dallo stile peraltro raffinato, la volgarità degli insulti anelati contro i nemici e il facile ricorso all’arma della calunnia e dell’ingiuria.

Stupisce apprendere come sia stato spesso informatore della polizia e persecutore di chi aveva l’ardire di contraddirlo. Nel leggere poi le veementi e categoriche asserzioni di Arouet contro ebrei, cristiani e musulmani si comprendono meglio le affermazioni degli studiosi (Gusdorf, Beerling, de Viguerie tra gli altri) in merito al fanatismo intellettuale con il quale Voltaire combatteva il fanatismo religioso e più in generale chi non gli andava a genio (cfr XM, p. 121).

Poliakov, nel suo saggio sul mito ariano del 1971, giunge a una conclusione severa con la quale chiudo il mio resoconto: «Per lo storico, il paradosso o l’enigma rappresentati da Voltaire è che egli rimane nella memoria degli uomini il principe degli apostoli della tolleranza, nonostante un impietoso esclusivismo che si può qualificare soltanto come razzista. I suoi scritti ne testimoniano tanto quanto la sua vita» (in XM, p. 121).

Note

1) Ho consultato il Dizionario filosofico nella seguente edizione: Voltaire, Dictionnaire philosophique, chronologie et préface par Rene Pomeau, Garnier-Flammarion, 1964 (d’ora in poi lo cito come DF).

2) Cfr V. Messori, Pensare la storia, Sugarco 2006, pp. 233-234.

3) Xavier  Martin, Voltaire méconnu. Aspects cachés de l’humanisme des Lumières (1750-1800), Dominique Martin Morin 20062, pp. 352, euro 26. Tutte le pagine d’ora in poi citate tra parentesi e precedute dalla sigla XM rinviano a tale seconda edizione del libro di Martin. Tutte le citazioni (da questo e da altri libri francesi) sono da me tradotte.

4) J. J. Rousseau, Rousseau juge de Jean-Jacques. Dialogues (1772-1775), Troisième Dialogue, in CEuvres complèta, t.1, Paris 1959, p. 890.

5) Ivi, p. 965.

6) Cfr P. Vernière, Naissance et statuì del’intelligentsia en France, in Le siede de Voltaire. Hommage a Rene Pomeau, a cura di C. Mervaud e S. Menant, Oxford 1987, voi. 2, pp. 933-941.

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