L’antifascismo spazzatura (3)

Da Il Sabato n.43 –

28 Ottobre 1989

A quasi mezzo secolo dalla caduta del regime, il ventennio resta un tabù. Chi ha ancora paura che si faccia piena luce su quel capitolo di storia?

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Trombadori: quel ’43

Romano, critico d’arte, comunista da cinquant’anni ed ex deputato. Nel ’41 subì l’arresto del regime fascista. poi fu comandante della resistenza. Ma Antonello Trombadori non è un comunista dogmatico e intollerante.

Anche lei onorevole, è d’accordo con Tranfaglia?

Antonello Trombadori

La parte più avveduta della cultura del Pci, penso a dirigenti come Amendolae Bufalini, e storici come Spriano e Villari, non ha mai denunziato il lavoro di De Felice. E’ giusto e opportuno aprire il capitolo storiografico del fascismo senza paraocchi e pregiudizi.

E allora, se non c’è ostilità, dove stanno le riserve?

De Felice, a forza di tralasciare i caratteri tirannici del fascismo e valorizzarne taluni aspetti sociali, lascia quasi intendere che se quell’esperienza non fosse stata spazzata via dalla guerra antifascista avrebbe potuto rappresentare il trampolino di sviluppo di una Italia nuova. E’ assurdo. La tragedia della guerra non fu una disgrazia casuale che si abbatté su Mussolini, senza sua colpa, ma fu l’esito inevitabile di un regime e del suo personale contributo nel dirigerlo.

Come è possibile che De Felice oggi si sia – come dite voi – «infatuato» della figura di Mussolini?

Non lo so spiegare. Evidentemente in De Felice non hanno peso determinante i valori della democrazia politica. Mussolini impersona un aspetto non secondario della cultura dell’estrema sinistra, imbevuta di «sorelismo», di antidemocrazia, e infatti il fascismo si presenta come variante autoritaria «di sinistra», e sbandiera il miraggio di una «terza via». Tuttavia non si può fare la storia con i «se». De Felice sembra insinuare che «se» costui non entrava in guerra, allora del fascismo si sarebbe potuto parlare come di una esperienza positiva. Con l’introduzione di questo colossale «se» si rischia di fareopera di forte disorientamento.

Mussolini prese quella decisione innanzitutto per «contenere» Hitler…

E fece un errore enorme: solo un’analisi grossolana e al tempo stesso sopravvalutatrice della dinamica roosveltiana poté far perdere di vista  che prima o poi l’Urss si sarebbe alleata con Inghilterra e America contro Hitler costruendo un blocco imbattibile.

Le crede che la storiografia antifascista non abbia nessun errore da emendare?

Il giudizio sul 25 luglio (la data in cui il Gran Consiglio del fascismo vota, su mozioni di Grandi, la sfiducia a Mussolini, costringendolo alle dimissioni, ndr) è da rivisitare seriamente. Non fu una lavata di panni sporchi in famiglia. Fu il primo storico risultato dello sgretolamento di un regime e della presa di coscienza (nazionale anche se non democratica) di alcuni dei suoi stessi capi. Si ricordi che Grandi, Bottai e gli altri si recarono a Palazzo venezia con le bombe a mano in tasca. Rischiarono la vita raccogliendo in effetti la spinta del popolo all’uscita della guerra, e infatti, la vendetta fu l’atroce processo di Verona che decretò la condanna a morte quasi per tutti gli oppositori che non riuscirono a mettersi in salvo.

Poi viene Badoglio, che fu sempre disprezzato dagli antifascisti.

Non sono d’accordo. Io arrivo a dire che perfino la tanto vituperata «fuga di Pescara» fu in realtà un trasferimento dei poteri dello Stato in territorio protetto. Bisogna ammetterlo: è il trait d’union tra le potenze vincitrici, a cominciare dall’Urss, che salva l’Italia, Paese aggressore, da una fine tipo quella della Germania. Dopo, è attorno al governo Badoglio che si ricostruisce l’unità nazionale con l’obiettivo di liberare il paese dai nazifascisti, a fianco degli alleati. Qui c’è un’autocritica da fare: basta ricordare che la resistenza comincia nella quasi persuasione che anche Badoglio sia un nemico. E invece quello era il governo nazionale che il 13 ottobre aveva dichiarato guerra alla Germania nazista e ai suoi alleati della repubblica filonazista di Salò.

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