Islam e prostituzione

da Storia e Verità

2 Febbraio 2019  

Dall’ipocrisia delle società islamiche che fanno la morale all’Occidente, alla prostituzione sommersa.

di Alessandra Boga  

E’ inutile negarlo: pur vietata dall’Islam (ricordiamo il peccato di zina, fornicazione, adulterio – Corano IV, 15-16; XXIV, 1-20), la prostituzione è un fenomeno sempre esistito anche nel mondo islamico, per altro molto diffuso. Prendiamo ad esempio la questione del velo.

Coloro che ne sostengono l’obbligo per la donna musulmana, si rifanno a dei versetti coranici che raccomandano alle “credenti” di coprirsi per non essere molestate (Corano XXIV, v.31 e XXXIII, v.59). Il riferimento è alla tradizione secondo cui le uniche a dover avere il capo scoperto erano le schiave (da ricordare il fenomeno del concubinato) e le prostitute.

Per non essere considerata una di loro e per non subire “attenzioni sessuali”, una donna “deve” velarsi. Tuttavia uno studio del Centro Egiziano per i Diritti delle Donne (Ecrw) nel 2008, ha svelato che l’83% delle donne del Paese, anche con il capo coperto, ha subito molestie verbali o fisici di tipo sessuale.

E’ un’ulteriore dimostrazione di quanto sia ipocrita affermare che il velo protegga dalle molestie.Né è automatico che si velino solo le “musulmane devote”. In Marocco ad esempio non è raro che lo portino proprio le prostitute, spacciandosi per donne pie allo scopo di agganciare uomini da sposare o da circuire. Inoltre vi sono ragazze che vendono la propria verginità per 30 euro, per poi ricorrere alla ricostruzione dell’imene, prima del matrimonio.

I circuiti del sesso a pagamento.

In Marocco la tratta di donne si è diffusa su larga scala negli ultimi decenni. Secondo uno studio dell’Associazione Democratica Donne Marocchine (ADFM), volto a chiedere un sostegno giuridico contro la prostituzione, le ragazze vengono inviate in Arabia Saudita, Giordania, Siria ed Emirati Arabi Uniti.L’ADFM intende individuare le lacune esistenti nell’ordinamento giuridico nazionale, per adeguarlo agli standard internazionali.

Approfittando della revisione del codice penale, l’associazione sta cercando di integrare delle leggi ad hoc per sanzionare adeguatamente la prostituzione e tutelarne le vittime (da L’Observateur”, 5 novembre 2010). Mentre sono spesso inviate all’estero, le donne marocchine, magari divorziate (in società che considerano ancora il divorzio un disonore), in Marocco vengono fatte arrivare “ballerine” dell’Europa dell’Est (principalmente rumene, bielorusse, ungheresi e slovacche), considerate adatte al mercato del sesso in quanto straniere, occidentali, cristiane. Si esibiscono nei numerosi cabaret e grand hotel internazionali di Casablanca, Marrakesh e Agadir.

Tuttavia la danza è solo un pretestuoso inganno, come ha affermato un servizio del quotidiano marocchino “Le Soir”, dal titolo “Le notti calde di Casablanca. Le ballerine dell’Est”.

Arrivano con un visto turistico e, dopo aver accettato il posto di lavoro, si vedono confiscare il passaporto e costrette a prostituirsi.

Un responsabile della polizia turistica sotto anonimato ha ammesso: “Sono delle straniere che lavorano come artiste. Se non abbiamo prove sul lavoro che svolgono come prostitute, non possiamo arrestarle: bisogna coglierle in flagranza di reato. Finché non c’e uno scandalo non si può fare nulla, quindi bisogna supporre che facciano solo il loro numero artistico, senza andare oltre”.

Già, lo scandalo. Il meretricio è solo un fatto sommerso dalla ben nota, spessa e soffocante coltre di moralismo, che permea le società islamiche.

La comunità islamica dinanzi al disonore.

Come spiega l’antropologa Ivana Trevisani, autrice de “Il velo e lo specchio. Pratiche di bellezza come forma di resistenza agli integralismi” (BC Dalai Editore, 2006), intervistata da Radio Radicale nel 2008, delle stesse donne che effettivamente praticano la professione nei club e nelle case d’appuntamento, la vox populi sussurra: “Non si sa, non si può dire con certezza”.

Un fenomeno sfumato e dai contorni molto labili, tanto che quando si parla di discriminazione e violenza sulle donne musulmane, si tende a pensare ad altri contesti, come quello domestico, piuttosto che alla vendita del proprio corpo. Tuttavia i due aspetti sono strettamente collegati.

Il terrore che una donna commetta haram, (peccato) e venga considerata una sharmoota, una puttana, che porta disonore alla sua famiglia, al suo uomo e quindi sia foriera di fitna(sedizione, corruzione), cementa e rafforza la ummah, la comunità islamica. Nell’agosto del 2001 l’allora Ministro della Giustizia giordano ha dichiarato che le donne uccise per motivi d’onore erano prostitute e quindi meritavano la morte.

Tra loro anche ragazze semplicemente sospettate di aver compiuto un “atto illecito” o sorprese a parlare con un non consanguineo. Molte sono risultate vergini. Tale sessuofobia si traduce in squallida ipocrisia, anche nel nostro Paese. Il padre della 18enne marocchina Sanaa Dafani, da lui sgozzata l’anno scorso in provincia di Pordenone perché conviveva con il fidanzato italiano e “voleva vivere all’occidentale”, si ubriacava in barba ai divieti coranici (era stato arrestato per guida in stato di ebbrezza) ed era un noto frequentatore di prostitute.

Spostandoci nei Territori Palestinesi, un video del MEMRI (http://www.memri.org), mostra un tecnico televisivo di Hamas, intento a “rilassarsi” davanti al canale porno polacco Patio-Tv. Era il gennaio dell’anno scorso, periodo della guerra a Gaza. In Iran, uno dei Paesi islamici più fanatici e misogini, dove lo chador è obbligatorio, la prostituzione è molto diffusa, legata al traffico di stupefacenti o a un estremo rimedio per sopravvivere a condizioni di fame e povertà. Due anni fa è stata impiccata la 28enne curda Soheila Ghadiri.

La giovane aveva ammesso di aver sgozzato il figlioletto di 5 giorni, perché non voleva che finisse come lei, prostituta e mendicante. A volte i clienti non le pagavano neanche la prestazione.

Il matrimonio di convenienza

Dai tempi di Maometto esiste un’istituzione chiamata nikah al mutah (lett. “matrimonio di godimento”) altrimenti detto “matrimonio temporaneo”. Abolito dal secondo califfo Omar, è stato conservato in ambito sciita. Tale unione (scioglibile in una settimana) è un mezzo utilissimo, anche per le “lucciole”, per aggirare il divieto dei rapporti extramatrimoniali sia sul piano legale che religioso.

Si è molto sviluppato con guerra Iran-Iraq (1980-1988, anche a causa della grande quantità di donne diventate vedove (sappiamo che l’islam permette anche la poligamia). Non avendo più mezzi di sussistenza, le donne rimaste sole sono ricorse a questo “stratagemma” che, di fatto, è prostituzione. Spesso le autorità fingono di non vedere, per non affrontare la difficilissima situazione economica.

Nonostante il divieto, anche alcuni sunniti, uomini e donne, ricorrono al matrimonio temporaneo (orfi). In Pakistan le danzatrici ricevono sempre richieste di sesso dai clienti dei locali. Non sono prostitute, ma neanche libere di scegliere: le famiglie decidono il prezzo, ma rifiutano i giovani per timore che le ragazze si innamorino (“Il volto cancellato. Storia di Fakhra dal dramma alla rinascita”, di Fakhra Younas con Elena Doni, Mondadori 2005).

La maggior parte delle “lucciole” presenti in Libano, arriva dall’Est Europa, ma le più richieste sono libanesi e siriane, almeno fra i clienti di altri Paesi arabi. A dirlo è Kamal, un “protettore” che ha accettato di farsi intervistare per un reportage di Afp l’anno scorso, fornendo anche dettagli economici sulla sua attività: richiesto un minimo di 120 dollari (84 euro) all’ora, ma si può arrivare anche a 400 dollari (280 euro).

I clienti del Golfo pagano senza chiedere il prezzo, mentre i libanesi contrattano al centesimo”. Facile guadagno e soprusi sono il denominatore comune delle storie delle ragazze, giovani, ma già rassegnate alla necessità di soldi: “Ora è troppo tardi per recriminare” (Hanin)…“I miei clienti sono disgustosi, ma guadagno 100 dollari (70 euro) all’ora”(Nadia). Nada obbedisce al “boss” perché lui la picchia. Soha rivela che il suo “protettore” è il marito.

Il “survival sex” e la tratta delle donne

In Siria, secondo Amnesty International, l’anno scorso erano più di 700mila le irachene nel Paese, la maggior parte delle quali vedove o separate, con figli a carico. Molte hanno “perduto l’onore” per aver subito violenze sessuali, mentre i parenti maschi sono stati uccisi in guerra. Disperate, sole, impossibilitate a lavorare legalmente, finiscono per rassegnarsi al survival sex, “sesso per sopravvivenza”.

Nei bordelli siriani l’80% delle prostitute sono irachene e molte cristiane. “Sorelle arabe” profughe, prive di mezzi e quindi più facilmente ricattabili. Non sempre si tratta di una scelta consapevole. Esiste una vera e propria tratta di donne irachene, che vengono narcotizzate e rapite dai trafficanti del sesso; altre convinte facendo leva sulla loro miseria; altre volte il padre le vende per racimolare qualche soldo.

Secondo l’attivista irachena Hana Ibrahim, in Siria ci sarebbero circa 50mila prostitute provenienti dall’Iraq, molte minorenni. Come una 12enne di Falluja che, in un nightclub di Damasco, ha incontrato un volontario ONG. “Voglio solo un tetto sulla testa e ho bisogno di un lavoro. Non importa se buono o cattivo, devo aiutare la mia famiglia”, ha dichiarato. La sua testimonianza è contenuta in un rapporto di Unicef Siria.

I night sono tra i luoghi privilegiati per il meretricio. A volte è addirittura la madre ad accompagnare la figlia al lavoro, ad aspettare che finisca, per poi riaccompagnarla a casa. In altri casi, il padre affitta gli appartamenti e invita uomini ad avere rapporti con la moglie e le figlie. I clienti? Soprattutto siriani e iracheni d’inverno, sceicchi del Golfo d’estate.

Questi ultimi ricorrono alla niqah al mutah, dato che la prostituzione è illegale e pagano migliaia dollari pur di assicurarsi una vergine. Un vero e proprio business. Difficile recuperare le vittime di tratta, da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Per due motivi: il primo è la loro invisibilità, dato che spesso vivono ostaggio dei trafficanti, che le maltrattano e danno loro poco cibo; il secondo è quello economico, poiché prostituendosi possono guadagnare in una sola notte, i 60/80 dollari che guadagnerebbero in un mese di lavoro nero.

Se le autorità le identificano, le rispediscono in patria, anche se poi tornano con documenti falsi. Spesso vengono “rivendute” dalla loro stessa famiglia. Quelle che hanno denunciato le violenze, sono state abusate pure dai poliziotti. Come ha detto a Radio Radicale Giacomo Goldkorn, direttore di “http://www.eqilibri.net”, in diversi Paesi islamici le caserme coprono la prostituzione o sono esse stesse luoghi di rapporti a pagamento! Pochissime sono le associazioni siriane per i diritti delle donne.

Quello che facciamo dà fastidio al governo. Temi come prostituzione, crimini d’onore e violenza domestica sono tabù nelle società musulmane” (Sabah Hallaq, attivista).

Alya’a, giovanissima irachena, cameriera in un ristorante: “Un giorno la proprietaria mi ha chiesto se potevo lavorare fino a tarda notte. Fin da quel momento ho capito cosa voleva da me. Ha minacciato di licenziarmi se mi fossi rifiutata … . Non so usare il computer e non parlo neanche l’inglese. Cosa potrei fare? … Se qualcuno in Iraq venisse a sapere quello che faccio qui, mi ucciderebbe di sicuro”.

Per Nuha, che è laureata, stesso destino in un nightclub. “Credevo di dover solo servire da bere. … Il proprietario ha cominciato a molestarmi … continuamente. Dopo un paio di mesi di relazione, l’uomo le ha chiesto di avere rapporti con i clienti, minacciando di denunciarla, se si fosse ribellata”. La ragazza temeva il rimpatrio “Mi hanno persino rotto il naso a bastonate, e più di una volta ho pensato al suicidio. Non so quanto riuscirò a sopravvivere in queste condizioni”.

Il regime ha finalmente avviato un progetto che prevede pene più severe per i clienti. Tuttavia non per tutela delle prostitute, bensì perché, spiega Ivana Trevisani, la prostituzione è legata soprattutto ai grandi alberghi internazionali. Una sorta di pseudo-difesa dell’appartenenza nazionale.

In Iraq invece hanno contribuito alla nascita di molti nightclub le forze di occupazione straniere. Ricconi in vacanza in Giordania, con mogli velate e figli, per andare a prostitute affittano interi piani di lussuosi alberghi o case, le cui stanze vengono trasformate in veri e propri bordelli.

In Arabia Saudita, che la femminista Wajeha Huwaidar ha definito “una prigione a cielo aperto per le donne”, le domestiche filippine, cristiane, vengono sottoposte a vere e proprie forme di schiavitù, inclusa quella sessuale.

In Turchia molte prostitute sono armene (il genocidio del cui popolo è ancora negato dal regime) o provengono da altri Stati dell’ex Unione Sovietica. Perciò i musulmani che fanno la morale all’Occidente e quanti gridano all’islamofobia, al razzismo, all’intolleranza religiosa verso i musulmani, dovrebbero farsi un esame di coscienza.

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