#ScappodaAllah, quando il perché sta nel tabernacolo – 4

da La Nuova Bussola quotidiana 4 Marzo 2019

 Spesso gli ex musulmani che hanno abbandonato l’islam per il cattolicesimo sono stati attratti dalle chiese. In tanti casi anche il solo entrarvi è stato l’inizio della conversione. I convertiti hanno trovato nelle chiese luoghi capaci di raccontar loro radicalmente un’altra storia. Oltre allo stupore per la bellezza delle vetrate, gli affreschi o le statue, c’è una cosa che ha risposto alla loro esigenza interiore: la presenza viva e reale di Cristo nel tabernacolo.

Lorenza Formicola

Spesso gli ex musulmani che hanno abbandonato l’islam per abbracciare il cattolicesimo sono stati attratti dalle chiese. In tanti casi anche il solo entrarvi ha determinato l’inizio della conversione. Sebbene si tratti di luoghi che visitano anche al di là del discorso di conversione. Perché una chiesa cattolica non assomiglia in nessun modo a una moschea, e ha in sé qualcosa che è capace di attrarre.

Gli edifici simbolo delle due religioni non possono mai essere paragonati. La moschea è caratterizzata dal mihrab, una nicchia che, dentro o fuori il muro della moschea, sta a indicare dove sarebbe la Mecca. Si guarda là per tenere gli occhi rivolti alla Ka‘ba, il cubo al centro della moschea della Mecca. Si tratta della parte ritenuta più sacra della moschea, alla sua destra c’è il minbar, un podio dal quale l’imam ‘guida’ la preghiera. Durante la ṣalāt – la preghiera del venerdì – la comunità si raduna per la preghiera pubblica. L’imam legge e commenta qualcosa dal Corano per passare poi alla khutba, un discorso, non una predica, in cui si discute di attualità o si danno indicazioni di valore etico.

Una chiesa cattolica, dall’altro lato, è il luogo sacro per eccellenza in quanto non è solo l’edificio in cui ci si riunisce in preghiera, bensì è il tempio di Dio. Custodisce infatti la presenza viva e vera di Cristo. Sarà questo, saranno gli affreschi, le croci, le statue, il ritmo delle campane, le vetrate colorate, gli stili architettonici che fregiano ogni chiesa in maniera unica ad attirare gli islamici e, per tanti, a cambiare una vita intera?

I convertiti che abbiamo incontrato hanno trovato nelle chiese luoghi capaci di raccontar loro radicalmente un’altra storia. Luoghi in cui spesso si sono nascosti, luoghi in cui una volta ultimata la conversione non sono più capaci di stare al sicuro. Eppure a dar loro il coraggio di restare sono forse le differenze che hanno riscontrato.

Sempre più spesso la notizia della costruzione di una nuova moschea è accompagnata da una buona dose di superficialità e approssimazione. La moschea non è una “chiesa” musulmana, e la preghiera e le funzioni che in essa vengono svolte non possono essere paragonate alla Liturgia eucaristica. Una moschea è il luogo dove la comunità musulmana si riunisce per pregare e discutere di questioni sociali, politiche, culturali dell’ora presente. E se la moschea è molto spesso circondata dalla polizia speciale è perché le decisioni politiche iniziano là.

Il jihād viene proclamato sempre nella moschea. In alcuni Paesi islamici, il testo della khutba dev’essere presentato prima alle autorità civili dal momento che gli imam sono funzionari statali. La costruzione di una moschea non risponde al principio della libertà religiosa perché in essa coesistono l’anima religiosa, culturale, sociale, politica. Fermo restando, inoltre, che per i musulmani si tratta di uno spazio sacro per sempre: il terreno non potrà più essere reso.

Data la natura polivalente della moschea, quindi, la costruzione può essere un atto politico di contrasto tra la popolazione musulmana e quella non musulmana. Motivo per cui l’apertura o la chiusura di una moschea può cambiare il destino del luogo. In tutti i sensi.

I convertiti che abbiamo conosciuto ci hanno raccontato di aver trovato nelle chiese qualcosa capace di rispondere a un’esigenza interiore. Raccontano, per esempio, di un desiderio di preghiera che ha trovato spazio proprio tra le panche di una chiesa. I musulmani che scappano da Allah ritrovano in chiesa un certo imbarazzo, come di chi stia in un posto che li ha stanati. Si stupiscono delle vetrate, perché sono belle. Impazziscono per l’acqua santa. Di una pace irreale, ma anche come, tra quelle mura, oggi non si sentano ‘protetti’. Anzi, sono costretti a muoversi, a saltare da una chiesa all’altra per non farsi riconoscere: quasi non esistono sacerdoti, in questi tempi, che intendano correre il rischio insieme a loro. Eppure non scambierebbero mai un tabernacolo per la Ka‘ba.

 

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