Finisce il mito della droga «buona». La cannabis fa male e può uccidere

da La Verità 10 febbraio 2019

In un nuovo libro, l’americano Alex Berenson demolisce la credenza liberal sui benefici della marijuana. In Occidente, gli episodi di violenza e psicosi legati alle canne non si contano più. Altro che pace e amore

di Claudio Risé

Finalmente c’è un vero manifesto anti cannabis. Si tratta di: Dillo ai tuoi figli. La verità su Marijuana, Malattia mentale e violenza (per ora purtroppo solo in inglese: Tell your children), di Alex Berenson, diplomato all’Università di Yale, già reporter alle pagine economiche del New York Times. Racconta la verità sulla cannabis, la droga negli ultimi cinquant’anni più venduta del mondo, la porta di ingresso “leggera” (e benedetta dai media) per tutte le altre droghe “pesanti”, a cominciare da cocaina e eroina. La cannabis e i suoi effetti erano già del resto noti più di un secolo e mezzo fa sia in Europa e in Asia, che in America, soprattutto in Messico, e in India.

L’Inghilterra, cui l’India (grande produttrice e consumatrice di cannabis) apparteneva come colonia, e i governanti messicani, studiarono attentamente questa droga, già allora fonte di malesseri psichici, morti precoci e episodi di aggressione e violenza. I messicani erano attenti agli effetti della cannabis, anche perché già conoscevano i rischi delle piante psicotrope, come peyote e salvia.

Alla fine dell’800, quando negli Stati Uniti la marijuana era ancora quasi sconosciuta, i giornali messicani raccontavano che chi fumava canapa aveva poi spesso comportamenti antisociali, autolesionisti o aggressivi, che sommavano gli aspetti allucinatori del peyote e l’euforia della cocaina agli attacchi di violenza e paranoia propri della cannabis. Per questo nel 1920 il Messico ne proibì la vendita e il commercio.

In India la cannabis era invece nota da secoli, e presente nella qualità della ganja, con effetti leggeri e usata solo nelle feste rituali Indù, della  più  forte marijuana e dell’ancora più potente resina, che avevano invece effetti psichici gravi. L’amministrazione inglese aprì un’accurata inchiesta, concluse che la cannabis produceva alterazioni gravi della coscienza, aumentò le tasse sulla sostanza ma non la proibì: era troppo diffusa – dissero – per riuscire a toglierla del mercato. Gli studiosi indiani invece dichiararono la decisione inglese influenzata dall’incasso delle tasse, e contraria agli interessi della popolazione: hashish e marijuana andavano proibiti.

Insomma la cannabis era una vecchia conoscenza dell’uomo, caratterizzata da alterazioni psichiche anche gravi,  sviluppo di pulsioni antisociali e aggressività. La sua vera natura venne però rimossa verso i ricchi anni 70 del 1900, quando, fu confezionato il lancio di uno degli ultimi consumi popolari del secolo: la cannabis come droga “tranquilla” di pace e fraternità. “Fate l’amore, e non la guerra”, era lo slogan. E soprattutto fumate, fumate, fumate, fino a stordirvi il più possibile. Il fatto è che i trafficanti di droghe erano nel frattempo diventati uno degli attori più importanti della finanza e quindi della politica internazionale. I proventi delle vendite erano fra i motori del boom economico.

Tra tutte, la cannabis fu fin da allora la droga più importante, non solo perché di gran lunga la più venduta (era la meno cara), ma anche la più strategica: procura infatti uno sballo apparentemente soft, ma difficile da abbandonare. Perché tocca, in realtà, centri profondi del sistema nervoso e della personalità, creando dipendenze tenaci.

In quegli anni decine di migliaia di giovani, depressi per la guerra del Vietnam e lo “sviluppo senz’anima” verso cui andava l’Occidente, guardavano (e spesso andavano) in Asia e India alla ricerca di improbabili soluzioni, diverse dal materialismo e razionalismo occidentale. Diventarono spesso autentica carne da macello per trafficanti spregiudicati

La leggenda dalla cannabis come droga della pace e dell’amore era tuttavia una delle più difficili da sostenere, anche se la propaganda dei trafficanti ci riuscì benissimo. Me ne accorsi persino io, che nel 1970 avevo trent’anni e vedevo bene come se non si teneva lontana l’erba le amicizie si avvelenavano, gli amori diventavano odio, si sviluppavano paranoie e non bastava chiamarle “para” per renderle meno drammatiche.

Tanto che un po’ di anni dopo scrissi (con Antonello Vanni) un libro: Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita per raccontare (anticipando l’invito di Berenson) al mio figlio minore, 14 anni, ciò che la ricerca già sapeva sulla questione. Lo dedicai a 4 amici, che in quegli anni erano morti di cannabis.

L’editore (San Paolo) fu coraggioso. Presentammo accuratamente le ricerche internazionali, che raccontavano già tutto: lo sviluppo di psicosi e schizofrenia se la cannabis veniva assunta troppo giovani, la caduta cognitiva, l’apatia, i danni nella guida, quelli alla riproduzione e agli altri organi. Speravo che altri seguissero e i libri si moltiplicassero, così come i gravi risultati delle ricerche e purtroppo anche i consumatori di cannabis. Ma non fu così: parlare di cannabis era da kamikaze.

Oggi, non sono neppure sicuro che i nostri grandi e illuminati editori traducano “Ditelo ai vostri figli“, anche se ha vinto il primo posto nell’importante classifica del New York Times, di cui Berenson è stato vivace collaboratore, e negli US l’ha pubblicato l’autorevolissimo Simon and Schuster. C’è in giro una gran paura: molti potenti, anche tra i soliti ricchissimi, sono pro cannabis (e Berenson racconta come e perché). Molti fatti però, tra cui questo libro, indicano che anche la grande balla della droga dolce si sgonfierà, come tutte le altre che hanno accompagnato i nostri ultimi cinquant’anni.

Berenson, 46 anni, spiega bene il perché, con lo sguardo lucido di chi è nato “dopo”, e ne descrive le conseguenze, senza intrappolarsi in nessuna ideologia. Ormai del resto circolano, anche se da noi non se ne è parlato granché (ma lo “sguardo selvatico” lo ha fatto), i dati su come stanno (anche con la testa) i figli dei fiori superstiti e di come la “droga buona” abbia contribuito alle loro poco brillanti condizioni.

Un’immagine molto diversa da quella tonica, giovane, brillante e fit che la propaganda per la liberalizzazione continua a vendere. È del resto uno degli ultimi colpi rimasti in canna a un capitalismo senza idee che non siano funeree e nocive alla salute individuale e collettiva: aborto, eutanasia, commercio di organi, droga etc.

Per la legalizzazione della  cannabis, ormai ottenuta anche in diversi stati Usa, e bloccata a livello federale soprattutto dall’opposizione del Presidente Trump, hanno tra l’altro fornito milioni di dollari esponenti del capitalismo di intrattenimento come Hugh Hefner ( Playboy), e Georges Soros, alfiere e progettatore delle più proficue battaglie per lo sfascio. I loro profili connotano bene lo sfondo in cui si colloca questa droga.

È anche interessante che si siano opposti alla liberalizzazione proprio i leader neri, preoccupati che aumentasse ancora di più la dipendenza da cannabis dei gruppi più poveri (come è poi avvenuto). Dopo cinquant’anni di intossicazioni, ricoveri, episodi psichiatrici, suicidi, omicidi, e schizofrenie diffuse, la grande leggenda rosa delle droga della bontà e della pace non sta più in piedi, e Berenson ci racconta con precisione perché. È tornata a galla la vera natura della cannabis, quella per la quale i messicani l’avevano già proibita cent’anni fa.

I ricoveri d’urgenza per episodi psicotici e/o violenti legati alla cannabis sono in continuo aumento, sia in America che in Europa. A Denver, capitale del Colorado, uno degli Stati dove la cannabis è stata liberalizzata, si è passati dai 400 mila casi del 2006 a più un milione di casi. Ovunque le chiamate di emergenza per cannabis aumentano più rapidamente che quelle delle droghe ritenute “pesanti”: cocaina e oppiacei.

La tendenza più evidente è il collegamento tra abuso o dipendenza da cannabis e crisi psicotiche, aumentate tra i suoi consumatori del 70% dal 2006 al 2014. Ormai insomma il problema non è più quello del consumo di cannabis, ma il fatto chechi ne fa uso diventa un malato mentale.

Nelle ultime rilevazioni americane del 2017, il 10% dei consumatori di cannabis con più di 18 anni presentava seri disturbi mentali, e un altro 25% disturbi meno gravi. Tra gli adulti non consumatori di cannabis, quelli con disturbi psichici seri erano meno del 4%, e gli altri il 13%. Benissimo non sta quasi nessuno, ma chi ama la “meravigliosa pianta” (come la chiama MJPassion. For Cannabis Lovers, edizione italiana di un magazine in vendita per gli appassionati), sta peggio.

Questi sono i fatti. Poi ci sono i discorsi, che conosciamo tutti. Quelli dei professori brillanti, che una canna non la rifiutano mai, anche per non offendere l’offerente. Quelli dell’ex segretario dell’ex presidente del Consiglio comunista, che ti ricorda via TV che di spinello non è mai morto nessuno. E via delirando, o semplicemente ignorando, o fingendo di non sapere. Tuttavia il mito sta malamente finendo, tra chiamate d’emergenza e le sirene delle ambulanze. Ora, come ricorda Berenson alla fine del libro, occorre Aprire gli occhi. Vedere la verità. Dirla ai figli.

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