«Perché così poche donne si dicono femministe?»

da Tempi 11 Febbraio 2019

La Bbc non riesce a comprendere perché ai tempi del #MeToo le donne non si riconoscono nella causa femminista. Lo spieghiamo noi con un piccolo bestiario

Leone Grotti

Ma come? «Milioni di donne» hanno marciato contro Donald Trump nel 2017; più di 80 attrici hanno avuto il coraggio di denunciare gli abusi sessuali di Harvey Weinstein; mezzo milione di utenti hanno condiviso l’hashtag #MeToo il giorno in cui è stato lanciato su Twitter; attrici e star internazionali hanno abbracciato pubblicamente la battaglia sull’uguaglianza tra i generi; movimenti come #everydaysexism hanno guadagnato le luci della ribalta; tutto questo e molto di più è successo nel giro di pochi anni e ancora così poche donne «si definiscono femministe»?

LO STUPORE DELLA BBC

La Bbc non riesce proprio a capacitarsene e così ha affidato alla docente del King’s College di Londra, Christina Scharff, uno studio. Secondo diversi sondaggi realizzati da YouGov e altri istituti che conducono ricerche di opinione, solo il 34% delle donne nel Regno Unito si definisce femminista. In altri paesi non va meglio: in Svezia, patria dei diritti delle donne, il femminismo attrae il 40% delle donne, il 33 in Francia, il 29 in Norvegia, il 22 in Danimarca, il 17 in Finlandia e solo l’8 in Germania.

Il fatto è tanto più sconcertante, continua Scharff, se si considera che oltre l’80% delle donne sostiene che «uomini e donne sono uguali», altrettante concordano nel condannare il sessismo, eppure più si abbassa il livello di istruzione delle persone censite, più è grande la tendenza a rifiutare l’etichetta femminista, che però «difende» tutte queste cause.

La colpa sarebbe di vecchi stereotipi che «associano il termine “femminismo” con l’odio nei confronti degli uomini, l’essere lesbiche e la mancanza di femminilità». Ma Scharff non riesce proprio a comprendere come possano sopravvivere nel XXI secolo simili pregiudizi. Poiché i giornalisti della Bbc, al pari di tante ricercatrici e docenti universitarie, sembrano vivere più su twitter che nel mondo reale, proviamo a ricordare alcuni appetibili modelli che la causa femminista ha offerto alle donne occidentali negli ultimi anni e alcune soluzioni che ha avanzato per correggere la società patriarcale maschilista.

GIOCARE A BRUCIARE LE CHIESE

Un gruppo famosissimo di femministe, osannato dai media, le Femen, si fregia di manifestare tette al vento in ogni angolo del mondo per denunciare il «patriarcato» e ha come leader una donna che accetterebbe «donazioni anche da Satana pur di diffondere il femminismo».

Altri esempi di collettivi femministi pacati e pacifici si possono ritrovare in Argentina, dove ogni anno l’8 marzo si cerca di bruciare le chiese del paese e si gioca a far abortire la Madonna; oppure in Spagna, dove le femministe diffondono scatole di fiammiferi con sopra scritto: «L’unica Chiesa che illumina è quella che brucia. Contribusici!».

«GUARIRE» GLI UOMINI

In Svezia è stata introdotta una legge «per cambiare la mentalità di ogni uomo e ogni ragazzo» che impone di chiedere alla controparte, meglio se in forma scritta, l’esplicito consenso al rapporto sessuale. Senza, chiunque può essere accusato formalmente di stupro. Sempre in Svezia un docente di neurofisiologia è stato messo sotto indagine, accusato di «antifemminismo», per aver detto a lezione che dal punto di vista biologico «uomini e donne sono diversi».

Tanto per restare in questo paradiso del femminismo, ecco altre battaglie appoggiate dalle nostre eroine: leggi per modificare la dizione “donna incinta” con “persona incinta” per non discriminare i transessuali; asili dove per eliminare il «sessismo» ci si rivolge ai bambini con pronomi neutri; corsi per guarire gli uomini dalla «mascolinità tossica». E ci fermiamo qui per non discriminare gli altri paesi.

LA SCRITTURA INCLUSIVA

In Francia è stata inventata la “scrittura inclusiva” per cambiare le regole della grammatica e del linguaggio al fine di garantire finalmente «l’uguaglianza tra uomini e donne». Una norma di questa novalingua prevede di scomporre il plurale, che utilizza il maschile anche per designare quei gruppi all’interno dei quali ci sono sia uomini che donne, e inserire dopo la radice della parola il suffisso maschile e quello femminile separati da un punto a mezza altezza. È più facile scriverlo che descriverlo: per indicare “i candidati alla presidenza della Repubblica” bisognerà scrivere “i candidat·e·i”. La stessa cosa è stata proposta anche in Spagna.

Sempre Oltralpe, una paladina del femminismo, Titiou Lecoq, si è vantata di non aver portato suo figlio per giorni dall’otorino perché «doveva occuparsene il mio compagno». Il bambino si è ritrovato così con un timpano perforato ma in compenso «lui ora ha capito».

#METOO, REGGISENI E SEX TOY

In Italia Repubblica sponsorizza la causa femminista parlando di reggiseni senza ferretto, che magari piaceranno meno agli uomini, ma anche «la prospettiva con cui si guarda a un prodotto come l’intimo femminile è figlio di una consapevolezza diversa da parte delle donne del proprio modo di occupare uno spazio nella società». Culturalmente rilevante anche la campagna femminista a favore dei sex toy.

Non parliamo poi del #MeToo, che ha eretto a sistema in tutto l’Occidente la legge: primum sputtanare, deinde verificare. Quanti uomini sono stati accusati di molestie, hanno perso lavoro e famiglia, e poi sono stati scagionati da ogni accusa, quando da twitter le carte sono state passate a un vero tribunale? Come ha suggerito Alain Finkielkraut l’obiettivo dell’iperbolica campagna social sulle molestie è «la scomparsa dell’uomo».

UOMINI NO, MUSULMANI SÌ

Il femminismo è anche famoso per usare due pesi e due misure: l’uomo è sempre colpevole, salvo quando è di fede islamica. Le Femen non hanno mai protestato in una moschea; quando le donne francesi del quartiere Chapelle-Pajol di Parigi hanno denunciato che «gli uomini ci insultano se portiamo la gonna, non possiamo più uscire di casa», l’ultra-femminista Marlène Schiappa, ministro dell’uguaglianza di genere, la stessa che ha patrocinato la scrittura inclusiva, è rimasta zitta perché gli uomini in questione erano immigrati e musulmani. L’emblema di queste sviste è il silenzio sui fatti turpi della notte di Capodanno a Colonia.

IL FEMMINISMO SERIO

Si potrebbero citare mille altri esempi (vi dice qualcosa Laura Boldrini?) ma è meglio fermarsi qui. Siamo felici che la Bbc abbia fatto un tuffo nel mondo reale attraverso i sondaggi. Quello che sfugge all’analisi della Scharff e di tante altre docenti è che il femminismo ha avuto, e ha ancora, un ruolo importante e grandi pensatrici, che hanno saputo riflettere a fondo il tema della differenza sessuale: Luisa Muraro, Marina Terragni, Sylviane Agacinski, solo per citare alcuni nomi. Purtroppo troppo spesso le loro riflessioni vengono oscurate da chi ha ridotto il femminismo al circo ipocrita e alla superficialità denunciati in un magistrale articolo per Tempi dalla filosofa francese Bérénice Levet:

«Il femminismo è un’ideologia che vede il rapporto tra uomo e donna come una relazione di forza e di potere, dove l’uomo rappresenta il predatore e la donna la sua preda. Ma non è affatto così, ed è la nostra esperienza a dirlo. (…) Il movimento #MeToo mi sconvolge ma il discorso vittimista, a maggior ragione se veicolato da grandi attrici americane in vista, donne che occupano posti di spicco, non inganna nessuno (…) perché l’essenza della donna non è affatto quella di essere una vittima e la storia delle donne non si può ridurre a questo. (…) Il femminismo è proprio una scuola di istupidimento, riduce le opere del nostro patrimonio letterario, figurativo, musicale al suo orizzonte ristretto».

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