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Gen 31

Non dar la colpa alla Francia per gli errori dell’Africa

da La Nuova Bussola quotidiana

24 gennaio 2019

Mezza Italia si è convinta che le ex colonie francesi in Africa non sono affatto indipendenti. Un grave errore concettuale. Il problema è che la contestazione anti-francese è arrivata al governo e ha provocato un incidente internazionale. Meglio spiegare cosa è realmente il franco CFA e come sono organizzate le ex colonie francesi in Africa.

 di Anna Bono

Mezza Italia si è convinta che le ex colonie francesi in Africa non sono affatto indipendenti, bensì del tutto assoggettate all’ex madre patria, in altre parole sono ancora delle vere e proprie colonie. Parigi decide se e quando possono avere rapporti commerciali ed economici con altri paesi, si dice, esige tuttora delle tasse coloniali, le taglieggia tramite il franco Cfa, costringendole a depositare in banche francesi il 65% dei loro incassi.

Sistematicamente derubata delle proprie risorse da un paese che con cinismo si arricchisce alle sue spalle, perciò l’Africa continua a essere povera e questo spiega l’emigrazione illegale verso l’Europa (per inciso sempre più spesso invece che di immigrazione illegale ormai si parla di schiavitù: “prima l’Africa è stata depredata delle sue risorse naturali, oggi viene depredata delle sue risorse umane”).

In realtà. Il franco CFA comporta un cambio fissato all’euro (in origine al franco francese), la piena convertibilità con l’euro garantita dal Tesoro francese, un fondo comune di riserva di moneta estera a cui i paesi contribuiscono depositando il 65% delle posizioni di riserva presso il Tesoro francese a garanzia del cambio monetario. Non tutte le ex colonie africane hanno adottato il franco CFA, solo 12 – non l’Algeria, ad esempio, né la Tunisia, il Madagascar, la Mauritania… – a cui si sono aggiunte la Guinea Equatoriale, ex colonia spagnola, e, nel 1997, la Guinea Bissau, ex colonia portoghese. Il Mali era uscito dal sistema monetario nel 1962, ma vi è rientrato nel 1984. L’adesione al franco CFA infatti è volontaria e non vincolante.

Le ex colonie francesi, incluse quelle che usano il franco CFA, non soggiacciono a un ferreo controllo francese. Il Camerun, ad esempio, fa persino parte del Commonwealth britannico. Tutte, ma proprio tutte hanno rapporti economici, sociali, culturali con altri paesi, africani e del resto del mondo. Senegal, Gabon e Togo, ad esempio, hanno partecipato lo scorso luglio in Sudafrica al 10° vertice dei Brics, le cinque maggiori economie emergenti, avendo così occasione di consolidare i loro rapporti con importanti partner quali la Cina, la Russia e l’India.

A settembre, a Pechino, al 7° Forum sulla cooperazione Cina-Africa, evento che si tiene ogni tre anni dal 2000, erano presenti tutte le ex colonie. In effetti la partnership economica tra Cina ed ex colonie francesi basta da sola a smentirne la dipendenza totale da Parigi. Pechino dal 2017 è il primo partner economico del Senegal: gli investimenti diretti cinesi nel paese sono passati da 100 milioni di dollari nel 2015 a 1,6 miliardi di dollari nel 2017. Il presidente cinese Xi Jinping in visita in Senegal a luglio ha firmato con il suo omologo senegalese Macky Sall nuovi progetti di cooperazione in diversi settori tra cui quello delle infrastrutture, della giustizia e della aviazione civile.

Il “giogo” della Francia sugli Stati CFA, oltre tutto – altra realtà provata dai fatti – non impedisce loro di essere tra i paesi con le migliori e più stabili performance economiche del continente: per citarne alcuni, il Senegal, con un Pil sempre in crescita (6,4% nel 2015, 6,2% nel 2016, 7,2% nel 2017), la Costa d’Avorio (8,8% nel 2015, 8,3% nel 2016, 7,8% nel 2017), la Guinea Bissau (6,1 nel 2015, 6,3, nel 2016, 5,9, nel 2017), il Mali (6,2 nel 2015, 5,8 nel 2016, 5,4 nel 2017)…

Quanto detto sopra, a correzione delle affermazioni che tutti ripetono e condividono in questi giorni, andrebbe approfondito e dettagliato, ma sarebbe inutile. L’attuale campagna antifrancese ha raggiunto picchi estremi. Nel clima attuale, chi vi aderisce non ammette di essere smentito o contraddetto. Tuttavia qualche altra considerazione è va fatta.

Giustamente ne è nato un incidente diplomatico quando una carica politica italiana ha dichiarato che l’Unione Europea dovrebbe applicare delle sanzioni alla Francia per la sua condotta “vergognosa”. Che i social network si scatenino contro la Francia è un conto, che lo facciano cariche politiche e personaggi accreditati è ben altra cosa. Dalle loro convinzioni derivano scelte e decisioni politiche.

La prima riflessione, dunque, è che i rappresentanti politici, prima di parlare e prendere delle iniziative, hanno il dovere (e i mezzi) di informarsi, consultare esperti, studiosi, incaricare i propri assistenti di far redigere dei rapporti, delle documentazioni, delle analisi fondate. Niente di tutto questo finora è successo. Senza fondamento oggi si incolpa la Francia dell’emigrazione illegale dall’Africa, da tutta l’Africa, senza neanche domandarsi come si possa imputare a Parigi la responsabilità di chi parte clandestinamente da Nigeria, Egitto, Somalia, Eritrea, Ghana, Etiopia ….

Con la stessa irresponsabile indifferenza ai fatti, prima della Francia la “colpa” dell’emigrazione illegale è stata attribuita alla Cina, a un progetto di meticciato ordito da forze finanziarie mondiali al servizio del “turbocapitalismo”, dai complici segreti di un piano chiamato Kalergi, dall’islam che conquisterà l’occidente con il ventre delle proprie donne …

Una delle “fonti” della frenesia anti francese è tal Mohamed Konare Dit Sata, un africano che vive in Italia e si presenta come leader di un Movimento Panafricanista. L’Africa non è libera ed è povera – sostiene – perché delle società segrete europee fanno scoppiare di continuo delle guerre tribali, ma soprattutto perché da 600 anni è dominata dalla Francia. Bastava una simile affermazione a screditarlo e invece tutti lo citano.

600 anni fa semmai erano Spagna e Portogallo, seguiti poi dalla Gran Bretagna a dominare l’Africa, in realtà neanche loro, che per secoli si sono limitati a creare centri commerciali sulle coste del continente e per qualche decennio vi hanno dominato.

 

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