Siria: la guerra che non han voluto dirci

Dal sito Ora pro Siria 14 Gennaio 2019

di Alberto Rodrìguez

(Alberto Rodríguez è un giornalista indipendente, attivista e amante della fotografia.

Scrive sulla Siria)

traduzione di Gb.P. per OraproSiria

In Siria nel 2011 non ci sono state rivoluzioni. La guerra in Siria è il risultato di un conflitto tra due sistemi; la laicità socialista del partito Baath contro l’islamismo – liberale nell’aspetto economico – dei Fratelli Musulmani. Si tratta di un confronto che dissangua la Siria a partire dagli anni Sessanta, quando i baathisti presero il potere per la prima volta, e che si è intensificato quando gli islamisti in tutto il mondo nel 2012 hanno risposto alla chiamata alla jihad fino a provocare un conflitto che, tra lotte di potere e fuoco incrociato, ha trasformato la Siria in un puzzle di centinaia di milizie, organizzazioni e interessi che si reggono sulla morte.

Fin dall’inizio, la guerra si è basata sulle bugie. L’America cerca di mantenere l’egemonia dei suoi alleati nella regione in modo che le sue società continuino a operare nel mercato delle risorse. Insieme agli Stati Uniti, Francia, Qatar e Arabia Saudita avevano bisogno di manipolare l’opinione pubblica a loro favore in modo che questa supportasse l’intervento diretto in Siria fornendo supporto logistico, militare e finanziario ai ribelli. In nessun momento ci si domandò quale fosse la percentuale della popolazione locale favorevole al proprio governo e quale percentuale fosse favorevole a rovesciarlo, perché semplicemente non aveva importanza.

La Russia, per parte sua, con la giustificazione di difendere la Siria ha deciso di impegnarsi nel conflitto per proteggere sia il suo accesso strategico nel Mediterraneo del porto di Tartús, sia i suoi interessi commerciali e politici. Con la Siria di Bashar al-Assad al potere, Putin sa che i suoi nemici regionali non saranno in grado di costruire un oleodotto dal Qatar verso l’Europa attraverso la Siria, quindi i Russi si assicurano di essere gli unici a fornire gas naturale alla Germania e ai paesi limitrofi attraverso il Mar Baltico. Al vantaggio economico si aggiunge il vantaggio politico di poter ricattare con risorse di base.

Iran, Israele, Turchia e Arabia Saudita sono coinvolti in una disputa per il dominio regionale, cosa in cui gli Stati Uniti svolgono un ruolo vitale a favore del loro principale alleato Israele.

Tra le legittime dimostrazioni per le riforme del 2011 e coloro che volevano rovesciare il governo, c’è una gamma di grigi che, sia i Fratelli Musulmani in esilio sia gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, la Francia e i loro alleati hanno saputo sfruttare, e di cui le organizzazioni jihadiste hanno approfittato per intrufolarsi in Siria. Nel 2011, questi paesi avevano già un chiaro obiettivo: chiedere un intervento per salvare il popolo siriano, ma senza il consenso del popolo siriano.

“Questa rivoluzione è per la dignità”, “la ‘primavera araba’ abbatte tre dittatori, mentre altri tre rimangono al potere” o “la primavera araba avanza”, erano alcuni titoli dei media, la stragrande maggioranza riferendosi alla primavera araba come movimento democratizzatore omogeneo; come una ricetta che avrebbe potuto essere applicata in qualsiasi Paese.

Le rivolte del Bahrein furono guidate dall’opposizione sciita, mentre in Tunisia il movimento islamista sunnita Ennahda cercò di approfittare delle proteste contro la dittatura per prendere il potere. Allo stesso modo, la Siria seguì un diverso percorso che portò alla guerra che i Fratelli Musulmani, un partito fuorilegge responsabile di numerosi tentativi di colpo di stato e attentati, stava cercando di iniziare da tre decenni.

A differenza da ciò che dicevano i titoli della stampa, la Siria presieduta da Bashar al-Assad non era un paese a partito unico. Sebbene fino alla riforma costituzionale del 2012 il partito socialista Baath godesse di una posizione privilegiata come partito di stato, sono legali anche il Movimento Socialista Arabo, l’Unione Socialista Araba Siriana, il Partito Comunista Siriano, il Partito Comunista Siriano Unificato, i Sindacalisti Socialdemocratici, Unione Socialista, Partito Democratico dell’Unione Araba, Partito Socialista Unionista Democratico, Movimento del Patto Nazionale, Partito Socialista Nazionale Siriano e Nasseristi.

Per capire il conflitto inconciliabile tra lo Stato siriano e la Fratellanza Musulmana, dobbiamo conoscere le basi ideologiche di entrambi.

Il partito Baath emerge dopo la decolonizzazione e ha come base ideologica il secolarismo e il socialismo non marxista. La sua ideologia nazionalista araba cerca di unire una popolazione sradicata e senza identità dopo l’impero ottomano e la colonizzazione francese, mentre fa fronte al panislamismo. Per questo, è impegnato nella costruzione di uno Stato laico e antimperialista che riconosca tutti i gruppi etnici e le confessioni che costituiscono il paese più pluralista del Medio Oriente.

I Fratelli Musulmani, dal canto loro, cercano di recuperare l’identità islamica dei paesi arabi e, mentre sono liberali economicamente, sono socialmente conservatori. Sebbene si presentino come un’organizzazione islamista moderata, i Fratelli Musulmani hanno una lunga storia di violenze in Medio Oriente e Nord Africa. Negli anni ’40 hanno assassinato il primo ministro egiziano Mahmud Pasha, negli anni ’50 hanno cercato di assassinare il presidente egiziano Gamal Abdul Nasser e nel 1988 si sono uniti al Fronte Islamico di Salvezza in Algeria, in una rivolta islamista che scatenò una guerra civile nella quale morirono più di 200.000 persone.

La Fratellanza si abbevera al Deobandismo, movimento salafita di ritorno alla purezza dell’Islam che cerca di ritornare alle origini dello stesso per vivere come ai tempi del profeta Maometto e che anche i talebani condividono. Questa scuola mira a eliminare qualsiasi traccia culturale, sociale e politica che non abbia radici islamiche.

In Siria divennero presto la principale forza di opposizione settaria al secolarismo del Baath e fin da quando questo raggiunse il potere negli anni ’60, cercarono di rovesciarne il governo in diverse occasioni.

Oltre al rifiuto dei Fratelli Musulmani verso ideologie chiaramente laiche e “occidentalizzate” come quella del Baath (Rinascita), bisogna aggiungere che Bashar al-Assad è alawita, una minoranza all’interno dello sciismo. Secondo le scuole giuridiche che comprendono il fondamentalismo sunnita, gli sciiti sono eretici che devono essere eliminati, il che porta la lotta politica anche nella sfera religiosa settaria.

Va notato che i Fratelli Musulmani non rappresentano tutte le correnti fondamentaliste che stanno attualmente combattendo in Siria, dal momento che, nonostante condividano radici ideologiche, ognuno cerca di applicare la legge islamica (Shari’a) della propria scuola giuridica. Ad esempio, i principali religiosi salafiti hanno dichiarato una fatwa (condanna) contro la Fratellanza perché considerano l’attività politica un pericolo per il da’wa (proselitismo islamico) e il suo obiettivo finale di istituire la Shari’a distruggendo le istituzioni precedenti.

Il problema di ideologie pan-islamiste come quella dei Fratelli Musulmani risiede nel fatto che la Siria non è un Paese musulmano ma multi-confessionale e multietnico. Uno stato governato dalla Shari’a porterebbe inevitabilmente alla pulizia etnica e allo sterminio di metà della popolazione.

Quando Bashar al-Assad salì al potere nel 2000, fece riforme  che limitavano il controllo statale sulla popolazione. In conseguenza di ciò, l’opposizione islamista si ritrovò con sempre meno base sociale, il che si tradusse nel fallimento di tutti i tentativi di colpo di stato, motivo per cui fu costretta a cercare sostegni all’estero; principalmente inglesi, francesi e statunitensi. Poco prima che scoppiasse il conflitto, l’opposizione legata alla Fratellanza Musulmana con base a Londra creò Barada TV, il media di riferimento usato per chiedere il rovesciamento di Bashar al-Assad e per informare in Europa in modo parziale e propagandistico sulle proteste siriane.

Secondo Barada TV, centinaia e persino migliaia di persone erano assassinate dalle “forze di Assad” mentre protestavano contro lo stato di emergenza, situazione presente in Siria da oltre cinquant’anni a causa dei continui colpi di stato e della guerra con Israele, che, lungi dall’essere finita, è mantenuta dall’occupazione israeliana delle alture del Golan.

Secondo le rivelazioni rilasciate da Wikileaks, dal 2006 e dopo aver congelato le sue relazioni con la Siria nel 2005, gli Stati Uniti hanno concesso a Barada TV più di 6 milioni di dollari per gestire il canale e finanziare “attività di opposizione” in Siria. Il finanziamento non si è concluso dopo il mandato di Obama, ma è continuato con l’amministrazione Trump.

Si stima che tra il 2005 e il 2010, gli Stati Uniti abbiano introdotto in Siria circa 12 milioni di dollari per finanziare gruppi di insorti oppositori del governo di Al-Assad prima dello scoppio della guerra, una cifra che sarebbe aumentata in modo esponenziale durante la guerra per raggiungere i 12 mila milioni!

Le varie ingerenze mostrano che il conflitto è stato promosso dall’esterno, soprattutto dalle mani di potenze straniere e dall’ambiente dei Fratelli Musulmani in Europa, dove questi hanno 500 associazioni legate alla Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa (FIOE) tra le quali si mette in evidenza il Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo, che è entrato in Siria (dove era fuori legge) durante la guerra.

La demonizzazione della Siria ha permesso di giustificare politiche come l’imposizione delle sanzioni statunitensi, che avevano lo scopo di indebolire l’economia e peggiorare una crisi accentuata dalla corruzione e dall’apertura economica che aveva portato, ad esempio, alla rimozione di alcuni sussidi alle zone rurali colpite da una siccità che nel 2011 era al suo quinto anno. Queste politiche hanno spinto l’economia al limite, accentuando le disuguaglianze in un Paese fino a quel momento più equo della Russia, degli USA o della Spagna secondo l’indice GINI, cercando di provocare una debolezza con cui forzare e favorire un conflitto sociale.

Sfruttando il contesto delle proteste del 2011, gli islamisti sono stati in grado di infiltrarsi nelle masse e introdurre combattenti stranieri per rovesciare il Governo o, non riuscendovi, iniziare la guerra. Il piano aveva funzionato.

Verso un nuovo ordine mondiale: la guerra ha reinventato le Relazioni Internazionali.

Dal 2011, la Siria è diventata una sorta di scacchiera in cui ogni paese ha il suo pezzo. L’asse Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Giordania e Emirati Arabi Uniti sta affrontando Russia, Iran e Cina. Il Qatar e la Turchia si spostano tra due sponde, e paesi come la Corea del Nord raggiungono accordi con la Siria senza fare troppo rumore. Nel mezzo, c’è la popolazione siriana, che desidera solo la pace e che tutto torni alla normalità.

Ma perché i Paesi terzi vogliono investire milioni di dollari in una guerra che non è la loro? In alcuni casi essi perseguono niente di più che accordi commerciali e il controllo di una regione che collega l’Asia con l’Europa. In altri casi, si tratta di sopravvivere.

La sopravvivenza è ciò che muove Israele e Arabia Saudita, che si sentono sotto assedio. Dopo la guerra del 2006 in cui Hezbollah si impose su Israele nel sud del Libano, l’Asse della Resistenza formato da Hezbollah, Siria, Iran e Palestina divenne enormemente popolare nel mondo arabo. Questo comportava un rischio per la monarchia Saud con una instabilità interna – accentuata dalla minoranza sciita fortemente repressa – che lo stato non è mai riuscito a controllare e un rischio per Israele, che non vuole vedere rafforzati i nemici con i quali condivide i confini. Inoltre, Israele è una potenza emergente con problemi demografici causati dall’accoglienza generalizzata di gran numero di immigrati ebrei da tutto il mondo, per cui mantenere la sua politica di insediamenti e le alture occupate del Golan è diventata una necessità.

Tutto suggerisce che dopo la guerra in Siria, ci saranno ancora nuove tensioni nel sud del Libano, dove esiste una grande riserva di gas naturale

Le proteste del 2011 sono state quindi una grande opportunità per sconfiggere l’Asse della Resistenza nel tentativo di isolare il Libano, la Siria e la Palestina dall’Iran. Per questo, Israele e Arabia Saudita hanno usato i fondamentalisti sunniti  con l’obiettivo condiviso di eliminare questo Asse, per paura degli sciiti e di una dominazione filo-iraniana in tutto il Medio Oriente.

L’Iran, come l’Arabia Saudita, sa che è in gioco la sua sopravvivenza. La dissoluzione della mezzaluna sciita (Iran, Iraq, Siria e Libano) renderebbe il paese persiano completamente isolato e in balia dei suoi nemici regionali e internazionali. L’Iran si è coinvolto nella guerra in modo tale che ogni anno investe miliardi di dollari in sostegno alla Siria sia a livello militare che logistico, fornendo petrolio e aiuti umanitari. Le cifre variano a seconda delle fonti tra sei miliardi e venti miliardi di dollari. Oltre alla spesa monetaria, gli iraniani hanno perso più di mille soldati sul suolo siriano.

Questo confronto tra Arabia Saudita e Iran ha influenzato anche i rapporti dei Sauditi con il Qatar, che è un alleato importante degli iraniani, portando a una crisi politica nel 2017 con blocchi del Qatar dall’Arabia Saudita e la cessazione delle relazioni diplomatiche degli Emirati Arabi Uniti, dell’Egitto, del Bahrain e dell’Arabia Saudita con il Qatar. Per alcune settimane si è parlato di un’invasione saudita, ma ciò non è mai accaduto poiché nella capitale del Qatar, Doha, gli Stati Uniti hanno una delle più grandi basi nella regione, al-Udeid, con 11.000 soldati e 100 aerei operativi.

La Russia non è entrata in Siria per motivi di solidarietà internazionalista. La Siria sta attualmente fornendo alla Russia il vantaggio strategico dell’accesso al mar Mediterraneo, per questo motivo è intervenuta militarmente per salvare il governo siriano dal collasso quando i ribelli erano più forti – prima delle lotte di potere che li hanno condannati-. I Russi non entrarono in Siria fino al 2015.

Durante i primi anni di guerra, il Cremlino mostrò una certa volontà di cooperare con gli Stati Uniti, con proposte come la distruzione dell’arsenale chimico siriano nel 2013, ma costantemente poneva il veto alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite contro il governo di Bashar al-Assad. Fino al 2015 le sue basi di Tartous, Latakia e Hmeymim erano in aree relativamente stabili controllate dal governo siriano. Nel 2015, tuttavia, il governo era in una posizione molto fragile e la Russia sentiva minacciato il suo sbocco nel Mediterraneo. È allora che il Cremlino decide di rispondere alla richiesta del parlamento siriano e di entrare con forza in Siria.

Un altro interesse centrale della Russia è il traffico di gas naturale, che svolge un ruolo fondamentale nelle sue relazioni internazionali. I russi vendono il loro gas alla Germania e ai paesi limitrofi dal Mar Baltico, attraverso Gazprom, a prezzi contro i quali gli Stati Uniti non possono competere. Pertanto, quando c’è una crisi diplomatica, la Russia può sempre minacciare, come ha fatto durante la crisi Ucraina, di tagliare le forniture di gas. Impedendo agli Stati Uniti di vendere il gas naturale del Qatar attraverso un gasdotto che dovrebbe passare attraverso la Siria, la Russia riesce a mantenere la sua presa diplomatica sul centro dell’Europa e mitiga l’effetto delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti.

L’America, che cerca di mantenere l’egemonia dei suoi alleati nella regione in modo che le sue società continuino a operare nel mercato delle risorse, ha investito almeno 500 milioni di dollari, in base ai dati ufficiali, solo per addestrare i ribelli. Senza contare il costo dei suoi due attacchi missilistici Tomahawk nel 2017 e 2018 contro alcune posizioni siriane. Solo tra il 2014 e il 2018 riconoscono di aver investito 12 miliardi di dollari in Siria per creare nuove forze di sicurezza nei territori di opposizione, consegnare armi, stabilizzare località, organizzare operazioni militari e civili … secondo l’ex ambasciatore degli Stati Uniti a Damasco.

Uno dei motivi con cui gli Stati Uniti giustificano il loro investimento e il sostegno ai ribelli sono i crimini che attribuiscono al Governo siriano, tra cui gli attacchi chimici, che svolgono un ruolo determinante nell’opinione pubblica. Tuttavia, la loro attribuzione al governo di Al Assad è molto controversa, dal momento che l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW), appoggiata dalle Nazioni Unite, non ha trovato prove per incriminare il governo siriano; mentre organizzazioni come i “Dottori svedesi per i diritti umani”, o Theodore Postol dell’Istituto tecnologico di Massachusetts lo mettono in dubbio.

I presunti attacchi chimici sono fondamentali per poter demonizzare la Siria e corrodere l’immagine della Russia, davanti alla opinione pubblica e nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Erdogan, dalla Turchia, cerca di diventare il riferimento massimo per la comunità sunnita in tutto il mondo. Nonostante abbia guidato un governo apertamente ostile a quello di Damasco, il tentativo di colpo di stato contro Erdogan nel 2016 è stato un punto di svolta nelle sue relazioni internazionali, motivo per cui si è sempre più avvicinato a Iran e Russia. Ciò ha avuto ripercussioni nei negoziati trilaterali di Ankara sul processo di pace in Siria, rendendo Erdogan più disposto a negoziare la fine della guerra in modo favorevole ad Assad.

L’attuale crisi economica che minaccia la Turchia dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti ha indotto un indisciplinato Erdogan ad allontanarsi ulteriormente dalla NATO, per cercare di trovare posto sotto la protezione dell’economia russa e dei BRICS, un mercato comune composto dal Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica

______________________

Dal sito Ora pro Siria 17 Gennaio 2019

Siria: la guerra che non han voluto dirci (2)

Dire che la guerra in Siria è iniziata perché il governo ha deciso di ignorare e rispondere con pallottole alle richieste di riforme e maggior democrazia da parte di un settore della popolazione, semplicemente, è ripetere una bugia che non regge.

Le proteste della “primavera siriana” acquisirono immediatamente un carattere violento. Per fare un esempio, il terzo giorno di proteste i manifestanti hanno dato fuoco a Daraa al Palazzo di Giustizia, alla sede di due compagnie telefoniche, al quartier generale del partito Baath e a diversi altri edifici. Già dall’inizio delle proteste lo Stato aveva perso il monopolio della violenza. Il 6 giugno 2011, solo tre mesi dopo le prime proteste e prima che scoppiasse la guerra, gli oppositori giustiziarono 120 soldati siriani. A quella data, c’erano già 400 membri delle forze di sicurezza uccisi e altri 1.300 feriti

Non fu neppure un’insurrezione popolare. Poco prima delle rivolte di marzo conosciute come “la rivoluzione”, nel febbraio 2011 fu fatto un tentativo di indire un “Giorno dell’ira”. Fu un fallimento. Anche allora, media come il New York Times  affermarono che l’opposizione non aveva una base sociale e che era legata ad organizzazioni fondamentaliste.

Nel 2014 c’erano almeno 81 diverse nazionalità che combattevano nel Paese dalla parte dei “ribelli”. Avevano dichiarato una jihad in cui l’unica democrazia valida per i “ribelli” era la legge islamica instaurata attraverso la spada contro un governo che definivano eretico.

Il governo di Assad sapeva fin dall’inizio delle proteste del 2011 che tra i manifestanti con richieste legittime c’erano oppositori islamisti il cui obiettivo era porre fine al Baath. Per questo motivo fece una serie di concessioni, tra cui porre fine allo stato di emergenza e garantire una maggiore apertura politica, che miravano a placare i moderati, soddisfare i conservatori sunniti e alleviare la pressione internazionale. Dal settore più radicale dell’opposizione queste riforme non furono ritenute sufficienti poiché lo Stato restava laico e con un’economia fortemente regolamentata, con i settori strategici nazionalizzati.

All’esterno, le potenze ostili non vedevano favorevolmente che la Siria restasse con Iran e Hezbollah all’interno dell’Asse della Resistenza e che gli investimenti e le importazioni straniere fossero ancora limitate per rafforzare il proprio mercato interno, che, come quello bancario, era controllato dallo Stato. Queste misure, nonostante democratizzassero il quadro politico con l’emergere di nuove associazioni e partiti come il Forum Culturale per i Diritti Umani, furono viste dagli islamisti come una debolezza che ruppe la fragile stabilità della Siria, un Paese che prima dei 30 anni del governo di Hafez al-Assad aveva vissuto più di venti colpi di stato in vent’anni.

Abrogare lo stato di emergenza, che vigeva da 48 anni, a tutti gli effetti fu un punto di svolta che permise ai Fratelli Musulmani in esilio e a intellettuali vicini al trotskismo di avvalersi dei meccanismi di propaganda necessari per promuovere le proteste dall’estero e chiedere l’intervento della Comunità internazionale che manteneva forti sanzioni sul Paese. Diversi intellettuali legati all’opposizione seppero utilizzare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione alle quali proprio Bashar al-Assad aveva voluto dare impulso nel 2000, ma il loro discorso non fece breccia all’interno della Siria, perché non corrispondeva alla realtà vissuta dalla popolazione e perché nel 2012 Internet aveva ancora una esigua penetrazione nel Paese.

Il conflitto siriano non è mai stata una guerra puramente civile. È, sin dal suo inizio, uno scontro internazionalizzato in cui si affrontano combattenti di tutto il mondo sponsorizzati dalle principali potenze economiche e militari. In effetti, avendo il grosso dei ribelli un carattere fondamentalista, possiamo parlare, piuttosto che di guerra civile, di jihad globale.

Se fossero esistiti i 70.000 combattenti moderati che il primo ministro britannico David Cameron ha detto di aver sostenuto nel 2015 – e che giornalisti come Robert Fisk hanno messo in dubbio ribattendo che ce ne fossero forse appena 700 o anche solo 70 – di sicuro questi non rappresentavano una popolazione abbastanza grande per giustificare una guerra; sono meno combattenti di quelli che hanno perso sia l’esercito siriano che i ribelli separatamente tra il 2011 e la data di annuncio del sostegno. Cameron dovette riconoscere poco dopo che tra i 70.000 combattenti apparentemente moderati che il Regno Unito avrebbe sostenuto, c’erano anche “fondamentalisti” che si rivelarono essere la maggioranza.

Anche il Military Operations Center (MOC) di Amman, composto da Stati Uniti, Giordania, Regno Unito, Francia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, svolge un ruolo vitale nel conflitto siriano fornendo supporto economico, militare e logistico ai ribelli e coordinando operazioni congiunte dalla base militare di al-Tanf, situata al valico di frontiera tra Siria e Giordania.

Il sostegno economico e militare fornito dal Centro operativo militare di Amman a quelli considerati ‘ribelli moderati dell’Esercito Siriano Libero (ESL)’ ha fatto sì che gruppi estremisti come la Brigata Osama Bin Laden decidessero di unirsi a esso. Grazie al sostegno indiscriminato degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita, del Qatar e della Giordania a questi gruppi, poterono essere create forti milizie come il Fronte Rivoluzionario Siriano, che fino alla loro sconfitta a Daraa rimasero alleate dell’allora braccio di al-Qaeda in Siria, Jabhat al-Nusra, il più forte gruppo di opposizione fino alla scissione dallo Stato islamico.

Nel 2012 il New York Times ha spiegato come la maggior parte delle armi inviate ai ribelli finiva nelle mani di gruppi estremisti. Forti strutture, maggiore organizzazione ed esperienza militare acquisite su diversi fronti, hanno reso dominante Jabhat al-Nusra. Anche il leader dell’Esercito Siriano Libero, Riyad al-Asaad, ha riconosciuto che Al Nusra era diventata un’organizzazione di riferimento intorno alla quale ruotava la maggioranza dei gruppi ribelli.

Figure di spicco dei ribelli, che apparivano come volto visibile della rivoluzione sui mezzi di comunicazione, finirono col mostrare simpatia per al-Qaeda e lo Stato islamico. Con Riyad al-Asaad, altre figure di spicco dei ribelli mostrarono la loro simpatia per al-Qaeda e lo Stato islamico. È il caso dell’ex calciatore siriano Abdul Baset al-Sarout, che nel 2014 ha affermato che queste organizzazioni islamiste condividevano gli stessi interessi e obiettivi dei ribelli.

Il Fronte dei Rivoluzionari Siriani non è un’eccezione, poiché tra i ribelli appoggiati dall’esterno, specialmente dalla Turchia, c’è Ahrar al-Sham, una coalizione di islamisti che durante i primi anni di guerra riuscì a imporsi su gruppi più piccoli. Grazie al supporto turco e del Qatar, nei loro migliori anni hanno avuto 20.000 combattenti e hanno guidato il Fronte Islamico, una coalizione di 45.000 miliziani

Fin dal primo momento l’opposizione siriana si è organizzata all’estero. Principalmente in Turchia, dove l’embrione dell’Esercito Siriano Libero è stato creato nel 2011, dal momento che il governo di Erdogan e il suo partito, l’AKP, sono legati ai Fratelli Musulmani, che sono quelli che hanno alimentato la violenza nelle proteste sin dall’inizio. Le autorità turche hanno facilitato i ribelli ad attaccare la Siria dal loro territorio, potenziando notevolmente la loro capacità di destabilizzare il Paese quando è arrivato a un punto di non ritorno dopo che le proteste sono degenerate in conflitti tribali con notevole spargimento di sangue.

I ribelli non hanno beneficiato solo del sostegno del MOC e della Turchia. L’organizzazione “Amici della Siria”, un gruppo estraneo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, patrocinato da Nicolas Sarkozy, Stati Uniti, Turchia, Paesi europei (tra cui l’Italia N.D.T.) e petromonarchie del Golfo, ha finanziato organizzazioni islamiste affiliate all’ESL come Faylaq al-Sham , Tajamo Fastaqim, Jaysh al-Mujahideen e Jaysh al-Idlib, le quali sono vicine al raggruppamento dei diversi gruppi jihadisti Ahrar al-Sham.

I leader e fondatori di Ahrar al-Sham erano stati rilasciati dalla prigione di Sednaya nel 2011 a causa delle pressioni internazionali in risposta alle richieste dei manifestanti di considerarli prigionieri politici moderati, anche se già in quel momento parlavano nei loro discorsi dell’uccisione dei “nusayríes” e dei “rafida” (termini spregiativi con cui si riferiscono a alawiti e sciiti).

I Fratelli Musulmani, attraverso Mohammed Surur Zein al-Abidin, scelsero di dare sostegno e finanziamento a gruppi meno conosciuti ma anche importanti come Jabhat Tahrir Sūriyya al-Islamiyya, Battaglione Farouq, Suqour al-Sham e la Brigata Tawhid tra molti altri. Tuttavia, la principale scommessa dei Fratelli era Jaysh al-Islam, un gruppo salafita che si impose come il più importante insieme a Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra, fino a quando il loro leader, Zahrar Alloush, morì in un bombardamento russo, provocando una lotta interna per il potere da cui non si ripresero più.

Nel 2014, gli Stati Uniti entrarono a sostegno dei Curdi dell’YPG (che cercano di creare l’autonomia nei territori sotto il loro controllo in Siria settentrionale e orientale) e di parte dell’Esercito Libero (ESL) nella battaglia di Kobane contro lo Stato islamico. Quando l’Esercito Siriano dovette ritirarsi dal nord della Siria per mancanza di truppe, essendo distribuito su troppi fronti, i Curdi che non vollero essere integrati nelle Forze di Difesa Nazionali presero il controllo della città di frontiera con la Turchia sostenuti dai ribelli dell’ESL che avevano affrontato l’esercito siriano (SAA). L’anno seguente gli Stati Uniti crearono le Forze Democratiche Siriane (FDS) al fine di riunire in un unico gruppo i ribelli più distanti da al-Qaeda e dall’YPG

Nonostante l’immagine di moderazione che le Forze Democratiche Siriane hanno voluto mostrare in Occidente, ne fanno parte organizzazioni islamiste come la Brigata dei Rivoluzionari di Raqqa che prima del FDS erano alleati di al-Qaeda in Siria, e Liwa Owais al-Qorani, che aveva combattuto a fianco dello Stato Islamico a Tabqa. Nel gennaio 2018, le Forze Democratiche Siriane (FDS) hanno liberato 400 membri dello Stato Islamico che avevano catturato, di cui 120 sono stati integrati nell’SDF di Deir Ezzor e Hasaka.

Oltre alla sponsorizzazione degli Stati Uniti, le FDS hanno ricevuto 100 milioni di dollari sauditi per finanziare la guerra, ma anche per assumere mercenari dalla società di sicurezza privata Castle International.

Nel 2012 il Governo siriano non cadde e le parti in conflitto erano già definite. In tale contesto, il 2013 sarebbe diventato l’anno in cui i poteri regionali e internazionali iniziarono la loro lotta per dominare sia la Siria che la regione e reinventare l’ordine mondiale diversamente da come lo conoscevamo fino ad allora.

In Siria c’è stata sempre un’opposizione moderata

L’opposizione è stata e continua ad essere una delle questioni più controverse quando si tratta di parlare del conflitto siriano e del suo futuro politico. Cercando di dare voce alle forze di opposizione al governo siriano, l’Europa è riuscita solo a zittirle. Secondo l’Indice Democratico del settimanale The Economist, la Siria è uno stato autoritario, sebbene il suo sistema sia ispirato al modello semipresidenziale francese con un parlamento multipartitico basato sul principio del pluralismo dal 2012, dopo la riforma costituzionale approvata insieme ad altre concessioni per cercare di evitare la guerra – come le elezioni parlamentari dello stesso anno.

Attualmente si possono distinguere due tipi di opposizione: quella ufficiale e quella armata.

All’interno dell’opposizione armata ci sono i ben noti ribelli siriani, che hanno il sostegno dei paesi europei e degli Stati Uniti, e il cui massimo organo di rappresentanza politica è il Consiglio Nazionale Siriano (CNS). All’interno di questo blocco possiamo anche comprendere l’opposizione dei Fratelli Musulmani in esilio, poiché sono la forza di opposizione di questo blocco più organizzata e con una vasta rete di contatti. Il Consiglio Nazionale Siriano, i Fratelli Musulmani e le milizie armate in Siria puntano a rovesciare il Governo siriano attraverso le armi e l’imposizione di una legge islamica, che è il punto comune che unisce tutti questi gruppi.

Dall’altra parte, e messa a tacere all’estero, c’è l’opposizione ufficiale. In essa spicca il Comitato di Coordinamento Nazionale delle Forze del Cambiamento, formato da diversi partiti che puntano sulla soluzione pacifica e guidato dai nasseristi e dal Partito Nazionalsocialista Siriano, in lizza fino all’agosto 2014.

Sebbene i membri dell’opposizione ufficiale, come il leader del Partito Socialista Nazionale Siriano (PSNS) Ali Haidar, si considerino avversari e affermino che non si fermeranno fino a rovesciare il Baath, durante la guerra hanno deciso di formare un governo di unità. Ciò che li distingue dall’opposizione armata è che puntano sul modo pacifico per ottenere i cambiamenti, sulla laicità dello Stato e sul rifiuto di qualsiasi tipo di interferenza esterna per destabilizzare il Paese. I partiti dell’opposizione ufficiale hanno il loro quartier generale a Damasco e sono autorizzati a usare le proprie milizie per combattere in guerra, come “Le aquile del turbine” del PSNS, o la Resistenza Siriana, fondata dal comunista Mihrac Ural e associata a gruppi delle forze armate turche come il Fronte di Liberazione Popolare DHPC-C.

Il business delle armi dei Balcani in Siria

L’industria delle armi non conosce la crisi. Secondo il Progetto di Denuncia della Corruzione e della Criminalità Organizzata (OCCRP), gli Stati Uniti hanno investito più di due miliardi di dollari in armi prodotte nei Balcani per i ribelli siriani  (parte dei 12 miliardi che gli Stati Uniti hanno investito nella guerra). Si tratta di armamenti simili alle armi sovietiche e prodotte nei paesi balcanici e nell’Europa orientale con munizioni prodotte in Kazakistan, Georgia e Ucraina. Solo nel 2017, il Pentagono ha avuto un budget di 250 milioni di dollari  per addestrare ed equipaggiare i ribelli, di cui 210 sono stati per le munizioni, l’equipaggiamento e le armi.

La via principale seguita da queste armi inizia in Bulgaria e Romania. Attraverso il Mar Nero raggiungono le basi americane in Giordania e Turchia; dal 2017 anche via aereo fino al Kuwait. E’ allora quando il Pentagono, attraverso il Comando delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti, e senza entrare nei dettagli, la CIA introduce armamenti in Siria.

Mentre il Comando delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti (SOCOM) provvede a consegnare ai ribelli principalmente armi leggere, il principale fornitore di missili anti-carro BGM TOW ai ribelli è stata la CIA. La sua azione indipendente ha generato molte controversie con il Pentagono, il che ha portato Trump nel 2017 a forzare la cessazione del programma segreto della CIA di supporto per i ribelli.

Benché non si sappia che cosa ne sia stato dello stesso, è probabile che gli Stati Uniti abbiano centralizzato la loro campagna di supporto per i ribelli siriani e le FDS solamente attraverso il SOCOM. Questa teoria è supportata dal fatto che il bilancio del Pentagono per sostenere i ribelli è aumentato nel 2018 rispetto al 2017. Il problema di fornire armi ai ribelli senza il successivo monitoraggio sulla effettiva destinazione è che gran parte delle forniture finiscono nelle mani dello Stato Islamico o alle milizie affiliate all’attuale braccio di al-Qaeda in Siria, Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) come già accade con altri tipi di aiuti che forniscono.

Le battaglie che hanno cambiato la guerra

La guerra in Siria ha vissuto violente battaglie che aldilà dell’epica bellica hanno rappresentato punti di svolta o, almeno, hanno determinato i movimenti e le strategie dei diversi attori coinvolti in essa:

L’offensiva di al-Qusayr nel 2013. E’ in questa battaglia che Hezbollah entrò in guerra. I ribelli persero la possibilità di dominare Homs dopo la sconfitta in al-Qusayr. Dopo questa battaglia, i pochi gruppi che potevano essere considerati islamisti moderati videro che non avevano la capacità di vincere la guerra, così finirono per unirsi ai più radicali che erano la forza principale dell’opposizione armata, grazie al sostegno economico e militare ricevuto dall’esterno oltre che i combattenti importati dall’Afghanistan e dall’Iraq che avevano già esperienza di combattimento. La vittoria di Qusayr è arrivata dopo un anno di continue sconfitte da parte dell’Esercito siriano

Battaglia di Homs 2011-2014. I ribelli perdono “la capitale della rivoluzione”. La battaglia costò la vita a 50.000 persone da entrambe le parti, ecatombe che non sarebbe finita se non fosse stato attraverso la via diplomatica oltre che militare. I ribelli che non presero parte ai Processi di Riconciliazione Nazionale furono evacuati nella sacca di Rastan. In questo modo il governo puntò più intensamente alla soluzione diplomatica volta a ridurre il numero dei morti. Due anni dopo, Idlib sarebbe diventata la destinazione preferita per i ribelli evacuati da diversi fronti, anche se attualmente con l’ingresso della Turchia nel nord della Siria si recano anche ad Afrin e Jarabulus per evitare scontri tra le diverse fazioni di Idlib

Battaglia di Aleppo, 2012-2016. Aleppo, il motore economico della Siria, fu diviso per quattro anni e divenne il grande mattatoio della guerra. Ha mostrato che nessuna delle due parti era preparata per il combattimento urbano strada per strada. La vittoria dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) con il sostegno dei suoi alleati nel 2016 ha segnato una svolta e l’inizio delle vittorie di Damasco. Non sarebbe sbagliato descriverla come la Stalingrado del governo siriano.

La seconda battaglia di Idlib nel 2015. Ahrar al-Sham, al-Nusra e alleati come il Partito Islamico del Turkmenistan (cinesi Uiguri) (*) dominarono tutto il governatorato e lì instaurarono tutte le loro istituzioni. L’Esercito Arabo Siriano crollò nel nord della Siria e resistette a malapena ad Aleppo. È la vittoria più importante dei ribelli.

Battaglia di Kobanê nel 2015. Stante l’insufficienza militare dei Curdi, rimasti soli dopo aver respinto le offerte ripetute di Damasco a integrare le loro milizie YPG nelle Forze di Difesa Nazionale, gli Stati Uniti vennero in loro aiuto entrando direttamente in guerra. Nella battaglia di Kobane finì il mito che lo Stato Islamico era invincibile

Lo Stato Islamico prende Palmyra nel 2015. Conquistare Tudmur, nei pressi di Palmyra, affermò l’egemonia dello Stato Islamico nel deserto tra Deir Ezzor e Homs. Inoltre, giustiziarono tra 200 e 450 persone, il che divenne un dramma nazionale. Moralmente e militarmente, ISIS si stava imponendo. In breve tempo stavano facendo enormi progressi nella loro campagna orientale. Questa sconfitta del Governo siriano insieme a quella di Idlib, fu la ragione per cui la Russia decise di entrare in guerra a fianco di Assad.

Offensiva di Daraa tra giugno e luglio 2015, conosciuta come l’operazione “South Storm”. Fu un’offensiva su vasta scala condotta congiuntamente dal Fronte Sud e da Jaysh al-Fatah contro l’Esercito siriano e le Forze di Difesa Nazionali. L’offensiva fu un fallimento, con 200 perdite contro meno di 40 dalla parte governativa, che segnò l’inizio della fine del Fronte Sud e costrinse la Giordania a ripensare le sue relazioni con Damasco e i ribelli dell’Esercito Libero Siriano.

Battaglia di Deir Ezzor 2014-2017. La rottura dell’assedio di Deir Ezzor è stata una delle più grandi spinte morali per il Governo. La resistenza della 137ª brigata della Guardia Repubblicana, una forza d’élite, prima contro i ribelli e poi contro lo Stato Islamico, era ritenuta impossibile, considerata la sua situazione di totale isolamento. La rottura dell’assedio segnò un punto di svolta e la fine dell’egemonia dello Stato Islamico nel deserto. La città era rimasta circondata per più di tre anni a quasi 200 chilometri dalla più vicina posizione dei governativi. L’unico aiuto che arrivava era attraverso l’aviazione dell’esercito siriano e anche così era molto scarso a causa del fuoco di contraerea dei ribelli e successivamente dello Stato Islamico. Il 25 agosto 2017, il corpo d’élite dell’intelligence siriana, le Tiger Forces, lanciò un’offensiva attraverso il deserto per rompere l’assedio di Deir Ezzor. Ci riuscì in meno di due settimane, il 5 settembre 2017

Battaglia di Ghouta 2013-2018. Quando furono neutralizzati, i ribelli finirono di avere capacità di fuoco di mortaio sulla città di Damasco e sulle autostrade che collegano la città con il nord. L’unica resistenza rimasta all’interno della capitale siriana era nel campo profughi palestinese di Yarmouk, dove erano insediati numerosi gruppi ribelli, militanti di Hamas e dello Stato islamico. Anche la vittoria governativa di Ghouta pose fine alla resistenza degli insorti di Yarmouk, che si arresero nel giro di poche settimane.

La battaglia della base aerea di Menagh. Durante il luglio 2012 e l’agosto 2013, l’Esercito Arabo Siriano ha resistito alle offensive ribelli nonostante fosse isolato e senza supporto. Il governo siriano ha usato questa resistenza in modo propagandistico perché lo ha presentato come qualcosa di eroico. Tuttavia, a metà del 2013, l’Esercito Libero Siriano, Jaysh al-Muhajireen e lo Stato Islamico hanno lanciato un’offensiva congiunta su larga scala in cui hanno usato armi anticarro e soprattutto SVBIED (gli automezzi SVBIED sono caricati con esplosivi utilizzati per effettuare attacchi suicidi), prevalendo rapidamente sulle difese dell’Esercito Siriano. Quella che era stata una battaglia esemplare dalla parte del Governo, finì per essere una catastrofe e un incoraggiamento morale per i ribelli. La battaglia fu seguita da una serie di esecuzioni dei soldati che difendevano Menagh e dalla prima grande produzione audiovisiva dello Stato Islamico in inglese, Flames of War. Questa vittoria congiunta con lo Stato Islamico, fu anche festeggiata e applaudita dalla Coalizione Nazionale Siriana, l’organismo creato dall’esterno, coacervo dell’opposizione apparentemente moderata

(*) A quel tempo tutti i gruppi erano integrati a Jaysh al-Fatah o Esercito della conquista, che finì per dissolversi in scontri all’interno della propria coalizione che ancora oggi persistono

Articoli originali

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: