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Gen 17

Cristianesimo e libero mercato. La vocazione imprenditoriale**

da StoriaLibera anno V (2019), n. 9

Robert A. SIRICO*

Vorrei innanzitutto ringraziare padre Beniamino Di Martino e le Facoltà di Economia e di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Parthenope di Napoli che mi hanno permesso di essere qui oggi a parlare di Cristianesimo e libero mercato. Vorrei trattare la questione del libero mercato in generale, ma è mio interesse concentrarmi in particolar modo sulla vocazione imprenditoriale.

L’imprenditorialità è alla base della crescita economica e dell’innovazione, ma troppo spesso è ignorata nelle discussioni economiche. Oggi l’economia di mercato è messa in discussione non solo per le sue inefficienze, ma anche per la sua immoralità e noi siamo testimoni di una profonda crisi di fiducia nella libertà economica che è alla base degli appelli per una maggiore regolamentazione ed un maggior intervento statale nel mercato. Invece di accettare passivamente questi appelli, io credo che dobbiamo riscoprire la base morale dell’imprenditoria e della libertà economica. Vedremo che questa non è la prima volta che l’imprenditoria è stata trascurata o criticata e troppo spesso questi attacchi vengono proprio dai leader religiosi.

Sono convinto che è giunto il tempo, per le istituzioni ed i leader religiosi, di cominciare a considerare l’imprenditorialità come una vocazione degna e, più ancora, come una vocazione sacra. Tutti gli uomini hanno un ruolo speciale da ricoprire nell’economia della salvezza, condividendo il compito di coltivare la propria fede e facendo uso dei propri talenti in modi complementari. Ogni persona creata ad immagine di Dio è stata fatta oggetto di certe abilità naturali che Egli desidera siano coltivate come doni. Se accade che il dono sia un’inclinazione agli affari, al commercio dei titoli, agli investimenti bancari, la comunità religiosa non dovrebbe condannare la persona per il semplice fatto che esercita la sua professione.

In generale, i leader religiosi mostrano una scarsa comprensione della vocazione imprenditoriale, dei suoi bisogni e del suo contributo alla società. Sfortunatamente, l’ignoranza dei fatti non li ha trattenuti dall’esprimere giudizi morali sulle materie economiche e dal causare grande danno allo sviluppo spirituale degli uomini d’affari. In particolare, mi ricordo di una persona (si definiva un cristiano conservatore) che diceva di aver smesso di partecipare alle celebrazioni in quanto si rifiutava di sedersi nel banco con la sua famiglia e, di fatto, essere messo sotto accusa per la sua abilità negli affari. Quante omelie piene di critiche possono ascoltare un piccolo imprenditore o un banchiere prima di scoraggiarsi e decidere di restare a letto la domenica?

Perché esiste questo stato di cose? Perché è così comune che gli uomini d’affari non sentano nulla di meglio da parte dei leader religiosi di qualcosa che suona più o meno così: “Bene, il modo migliore per redimervi è dare a noi il vostro denaro”? Come mai tanti di coloro che formano la coscienza morale del nostro mondo semplicemente non afferrano i fondamenti morali o i principi di base del mercato?

Una ragione ovvia di questa ignoranza è la stupefacente mancanza di una qualsiasi formazione economica praticamente in tutti i seminari. È assai raro trovare un solo corso di seminario che tratti i principi economici fondamentali, il complesso mondo del “trading” dei titoli o delle dinamiche micro-economiche. Storicamente, nella maggior parte dei corsi di etica sociale, i seminaristi sono stati abituati ad ascoltare gli slogan vuoti dei fautori della teologia della liberazione che credevano che le nazioni ricche opprimessero quelle povere mantenendole, in tal modo, in uno stato di povertà perpetua.

In aggiunta al divario intellettuale ed accademico, si incontra spesso nella comprensione dell’attività di mercato una sorta di divisione pratica tra leader religiosi ed imprenditori. Ciò in quanto i due gruppi tendono ad operare a partire da diverse visioni del mondo e applicano modelli diversi nelle loro attività quotidiane.

Vediamo come si manifestano tipicamente queste differenze. Alla domenica mattina un cestino per la colletta passa di mano in mano in quasi tutte le chiese. Al lunedì si liquidano le fatture, si partecipa alle attività di beneficenza e si pagano le tasse negli uffici preposti. Tuttavia, nei casi in cui, in poco tempo, si esaurisce il ricavato della colletta, rendendo per la parrocchia difficile pagare i debiti, la maggior parte dei ministri dedica l’omelia alla responsabilità del servizio. Nella mente di gran parte del clero le decisioni economiche somigliano al dividere una torta in parti uguali. In quest’ottica la ricchezza è vista come un’entità statica, cioè, per qualcuno che manifesta un qualche diritto ad un pezzo più grande di torta, qualcun altro dovrà accontentarsi di una porzione più piccola. La “soluzione etica” generata da questo modello economico è la re-distribuzione della ricchezza, che potrebbe essere definita un’etica da “Robin Hood”.

Gli imprenditori operano a partire da una visione molto diversa del denaro e della ricchezza. Essi parlano di “fare” denaro non di “raccogliere” denaro, di produrre ricchezza non di ridistribuirla. Gli imprenditori devono considerare i bisogni, i desideri e le necessità dei consumatori in quanto la sola strada per soddisfare in pace i propri bisogni — senza dover contare sulla carità altrui — consiste nell’offrire in cambio qualcosa che abbia valore. Queste persone, dunque, guardano il mondo del denaro come dinamico.

Definendo dinamico il mercato è facile ricavare l’impressione che stiamo descrivendo un posto o un oggetto. In realtà oggi il mercato è un processo — una serie di scelte fatte da persone che operano in modo indipendente e che danno un valore monetario a beni e servizi. Questo processo di assegnazione soggettiva di determinati valori è alla base della creazione della “ricchezza delle nazioni”, definizione normalmente associata al titolo del classico di Adam Smith risalente al diciottesimo secolo, ma che fu impiegata per la prima volta nel libro di Isaia (Is 60,5). La visione creativa propria degli uomini d’affari trova illustrazione nella Scrittura.

Sfortunatamente il precedente argomento può essere confuso con l’invito ad adottare, da parte delle chiese, un atteggiamento da profitti-perdite in riferimento alla propria missione, che darebbe origine ad una grave distorsione. Convengo che ci sia uno spazio importante per la ripartizione della ricchezza nella pratica cristiana — in realtà uno spazio fondante. Con la loro visione del trascendente, le comunità di fede riconoscono che alcune istanze non possono essere ricondotte al calcolo limitativo dello scambio economico o valutate esclusivamente in termini di denaro. Ma è altrettanto vero che, al fine di mantenere una credibilità nel mondo degli affari e della finanza, il clero deve prima comprendere i meccanismi interni dell’economia di mercato per poter, in seguito, rendere efficace tale azione di guida morale.

Ma vi è un altro fattore, talvolta fuorviante, che contribuisce all’ostilità verso il capitalismo che si incontra spesso nei circoli religiosi. Molti leader religiosi impiegano una parte importante delle loro vite confrontandosi personalmente con le ristrettezze della povertà. La povertà ci intristisce e ci irrita e desideriamo che essa abbia fine. Questo sentimento è totalmente connaturato, quando non si tratti di una vera e propria incombenza morale, ai cristiani. Tuttavia c’è un problema che si manifesta quando questo sentimento si combina con l’ignoranza economica sopra descritta. Quando ciò si verifica, il giusto grido contro la povertà si converte in un’illegittima invettiva contro la ricchezza come se quest’ultima creasse la prima. Questa reazione è comprensibile ma tuttavia è scorretta e può condurre a reazioni sconsiderate. Le persone che reagiscono in questa maniera non riescono a riconoscere che l’emancipazione dalla povertà non potrà aver luogo che tramite la produzione di ricchezza e la protezione del libero mercato.

Per alcune ragioni, i critici morali spesso si focalizzano sui guadagni personali degli imprenditori — come se la ricchezza stessa fosse in qualche modo ingiusta — ma perdono di vista i molti rischi di cui si fanno carico queste persone. Molto tempo prima di vedere un guadagno dalla loro idea o dal loro investimento, essi devono dedicare il loro tempo e le loro proprietà ad un destino incerto. Essi pagano costi ben prima di sapere se la loro previsione è stata esatta. Essi non hanno alcuna certezza del profitto.

Quando gli investimenti danno luogo ad un guadagno, gran parte di esso è di solito reinvestito (e parte di esso va pure a donazioni o ad istituzioni religiose). Talvolta gli imprenditori compiono errori di giudizio o calcoli sbagliati e l’azienda soffre perdite finanziarie.

La natura della vocazione è tale che gli imprenditori devono accettare la responsabilità per le loro perdite senza scaricarne l’onere sul pubblico. Le persone che hanno una reale StoriaLibera anno V (2019), n. 9 79 vocazione ad agire nel campo economico devono rimanere vigili in quanto le condizioni dell’economia cambiano sempre.

Quando un’impresa fallisce, i religiosi devono considerare se non è meglio incoraggiare che condannare. Eppure le sconfitte economiche, subite dagli uomini d’impresa, non dovrebbero essere viste come il loro deserto? Perché non vedere, dunque, queste occasioni come opportunità per estendere loro la comprensione e la cura pastorale? Ritengo che sia che abbiano successo o meno, mettendo in gioco loro stessi e le loro proprietà, gli imprenditori rendono il futuro un po’ più sicuro per ciascuno di noi.

In realtà, i doni che gli imprenditori fanno alla compagine sociale, vanno al là di quanto essi stessi o gli altri possano comprendere a fondo. Gli imprenditori sono all’origine di beni sociali e spirituali maggiori di quanto generalmente riconosciuto. Questo fatto, tuttavia, non fa venir meno il ruolo, proprio del pastore, di direzione spirituale, rivolta non solo agli errori morali ma anche alle priorità sbagliate, come il trascurare la famiglia e la mancata attenzione allo sviluppo spirituale, dovute all’eccesso di lavoro.

I sacerdoti devono ricordare a tutti la serietà del peccato e richiamare tutti alla virtù, il che significa che devono riprendere gli imprenditori quando perdono la retta via. Per essere autentica questa direzione spirituale deve essere fondata su quello che il Giudaismo e la Cristianità hanno tradizionalmente compreso come peccato, non su di una ideologia economica “politicamente corretta” mascherata da teologia morale.

La teoria economica ha sempre avuto difficoltà ad inquadrare la natura dell’imprenditore, probabilmente perché non si attaglia bene alle equazioni econometriche ed ai grafici che descrivono l’economia come una grande macchina. L’imprenditorialità è una peculiarità troppo umana per essere compresa dalla sola scienza. Questo è il terreno in cui la religione può esser di aiuto nel riconciliare tali persone con la vita di fede.

I leader religiosi devono cercare di comprendere gli imprenditori ed incoraggiarli ad usare i loro doni in un contesto di fede. Naturalmente con la ricchezza viene la responsabilità e papa Giovanni Paolo II ci ha insegnato come anche la decisione di investire ha una dimensione morale che non può essere elusa. Tuttavia gli imprenditori, in virtù dei rischi di cui si fanno carico, del servizio dato al bene comune e dell’incremento del benessere economico in favore di tutti, possono essere considerati tra i maggiori uomini e donne di fede nella Chiesa.

Analizzando il dono dell’acume negli affari da un altro punto di vista è possibile cogliere il suo potenziale spirituale e morale. Un imprenditore è qualcuno che mette in collegamento capitale, forza lavoro e fattori materiali per produrre un bene o un servizio. Il teologo americano Michael Novak ha sostenuto che la creatività dell’imprenditore è qualcosa di simile all’attività creativa di Dio del primo libro della Genesi. In questo senso l’imprenditore partecipa al mandato originale, dato da Dio ad Adamo ed Eva, di soggiogare la terra. La vocazione imprenditoriale è una chiamata sacra simile a quella del genitore, anche se non altrettanto sublime.

Quanti considerano la vocazione all’impresa come un male necessario, che vedono il profitto con dichiarata ostilità, dovrebbero capire che la Scrittura concede ampio supporto all’attività dell’imprenditore. La Bibbia certo ci insegna delle verità eterne ma ci fornisce anche delle lezioni sorprendentemente pratiche in merito agli affari terreni. In Matteo 25, troviamo la parabola dei talenti di Gesù. Come tutte le parabole si presta a molteplici letture. Il suo significato eterno si riferisce a come noi usiamo il dono di Dio della grazia.

Con riferimento al mondo materiale, è una storia sul capitale, gli investimenti, l’impresa e l’uso proprio delle risorse materiali. È una risposta diretta a quanti sostengono che il successo negli affari ed il vivere cristiano sono in contraddizione. In questa parabola, la parola talento ha un doppio significato. Anzitutto è una unità monetaria, forse la più diffusa ai tempi di Gesù. In secondo luogo e in una interpretazione più ampia, la parola talento si riferisce a tutti i vari doni che Dio ci ha dato da coltivare e moltiplicare.

Non ho la pretesa di costruire un’intera etica del capitalismo da questa parabola. Fare ciò significherebbe commettere un’importante errore esegetico, simile a quello commesso dai teologi della liberazione o del dominio. Tuttavia, una delle lezioni più immediate, che si traggono da questa parabola, è sul come usare le capacità e le risorse che Dio ci ha dato.

Si tratta di una vicenda che spesso i leader religiosi non applicano alla vita reale. Quando si pensa alla parabole di Gesù, la parabola dei talenti non è certo la prima che viene in mente. Forse il motivo principale è che la maggioranza dei leader religiosi conduce ad una visione etica dove il profitto è sospetto e la capacità di impresa viene disapprovata. Tuttavia, la parabola dei talenti conduce immediatamente ad evidenti significati etici per non parlare delle, ancora più profonde, lezioni sulla gestione economica e sul corretto servizio.

Riassumendo brevemente, in questa parabola il padrone prima di partire per un lungo viaggio lascia del denaro a tre dei suoi servi. Due di questi investono con profitto il denaro, il terzo invece andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro. Al suo ritorno il padrone premiò i primi due servi, ma cacciò il terzo.

Nel partire per il suo viaggio, il padrone lascia che siano i servi a decidere quale sia il modo migliore per investire il denaro. In realtà il padrone non ordina neppure di investire il denaro con profitto, ma si limita a dare per scontati sia la buona volontà sia l’interesse per le sua proprietà. A partire da questo presupposto è più semplice comprendere il disgusto del padrone col servo che non ha prodotto profitti. Non è tanto la mancanza di produttività che offende il padrone quanto la sensibilità che egli mette in mostra verso il padrone e le sua proprietà.

Egli giudica l’atto di seppellire il talento — e perciò il tentativo di non perderlo — come qualcosa di scriteriato, perché crede che il capitale debba dar luogo ad un guadagno ragionevole. In quest’ottica il tempo è denaro (un altro modo per parlare di interessi). Questo, ribadisco, deve esser parte di un’etica che guida l’attività economica e la gestione dell’attività di mercato. A questo livello, così come il padrone si aspetta che i suoi servi realizzino qualcosa di produttivo, Dio vuole che usiamo i nostri talenti verso fini costruttivi.

Una seconda lezione critica da questa parabola è la seguente: non è immorale trarre profitto dalle nostre risorse, dalle nostre abilità e dal lavoro. Nonostante ciò, dobbiamo distinguere in modo chiaro tra l’obbligo morale ad essere economicamente creativi e produttivi, da una parte, e l’impiego prudente e generoso dei propri talenti e delle proprie risorse, dall’altra.

Risulta dunque chiaro, dalla nostra lettura della parabola dei talenti e dal mandato di Genesi 1 a sottomettere la terra, che gli uomini devono dedicarsi alle opportunità di cambiamento, di sviluppo e di investimento. Inoltre, in quanto creati ad immagine di Dio e dotati di ragione e libera volontà, gli uomini devono includere una dimensione creativa nelle loro azioni. Pertanto, nel caso del terzo servo che ha nascosto il suo solo talento nel terreno, si è trattato del non-uso della sua capacità di restare aperto alle opportunità che si sarebbero presentate — il che precludeva ogni possibile guadagno sul denaro del padrone — ad essere severamente punito.

Gli economisti dimostrano che il tasso di profitto sul capitale investito, nel lungo termine, è abbastanza simile al tasso di interesse. Il tasso di interesse, a sua volta, rappresenta il costo della rinuncia al consumo immediato in vista di quello futuro (talvolta viene definito tasso di preferenza temporale). Per il padrone della parabola di Gesù non era sufficiente il semplice recupero del valore originale del talento: in realtà egli si attendeva che il servo incrementasse il suo valore attraverso la partecipazione all’economia. Anche un livello minimo di partecipazione, come il tenere il denaro in un semplice conto ad interessi, avrebbe prodotto un piccolo guadagno sul denaro del padrone. Seppellire il denaro sotto terra elimina anche questa piccola parte di guadagno, e questo è all’origine dell’ira del padrone contro l’indolenza del servo.

Tramite questa parabola, Dio ci ordina di usare i talenti in modo produttivo. Attraverso questa parabola siamo esortati a lavorare, ad essere creativi e a rifuggire la pigrizia.

Attraverso la storia, gli uomini si sono cimentati nel tentativo di costruire istituzioni che aumentassero la sicurezza e minimizzassero i rischi — così come il servo infedele aveva cercato di fare con il denaro del padrone. Questi sforzi vanno dallo stato sociale greco-romano, alle comuni degli anni ’60 al totalitarismo in larga scala di stampo sovietico. Di tanto in tanto questi tentativi sono stati accolti come soluzioni “cristiane” rispetto all’insicurezza del futuro.

Eppure l’incertezza non rappresenta un rischio da evitare; può al contrario essere considerata come un’opportunità per glorificare Dio attraverso il saggio uso dei propri doni. Nella parabola dei talenti, il coraggio mostrato dal primo servo verso un futuro sconosciuto fu generosamente compensato, in quanto gli fu data la parte maggiore. Egli usò i cinque talenti per guadagnarne cinque in più. Sarebbe stato più sicuro per lui depositare il denaro in banca e ricevere un interesse nominale. Per essersi assunto rischi ragionevoli e per aver mostrato acume imprenditoriale, gli fu consentito di trattenere quanto gli era stato dato ed anche il guadagno. Inoltre fu invitato a far festa con il padrone. Il servo pigro avrebbe potuto evitare il suo destino infelice dimostrando maggiore iniziativa imprenditoriale. Se avesse fatto uno sforzo per incrementare i beni del padrone ed avesse fallito forse non sarebbe stato trattato così duramente.

La parabola dei talenti implica un obbligo morale a far fronte all’incertezza con uno spirito imprenditoriale. Non c’è immagine più chiara di tale individuo di quella fornita dall’imprenditore. Gli imprenditori guardano al futuro con coraggio e senso dell’opportunità. Nel creare nuove imprese, danno origine a nuove opportunità per quanto vogliano guadagnare denaro o sviluppare le proprie capacità. Ma nulla di quanto detto fino ad ora può essere usato per sostenere che l’imprenditore, per l’importanza di quanto fa per la società, possa essere esentato dai suoi obblighi spirituali. Tra gli imprenditori si possono riscontrare comportamenti immorali non meno che presso gli altri gruppi di uomini peccatori. Tuttavia, è importante non canonizzare la povertà, ma anche non demonizzare il successo. Bisogna resistere a questa tentazione, oggi più forte che mai a causa della crisi finanziari globale.

In questo contesto, quindi, che cosa può insegnarci il Cristianesimo?

Esso ci insegna che quando si separa la libertà dalla fede, ne soffrono entrambe. La libertà perde la bussola (perché è la verità che indica alla libertà la direzione). Viceversa, senza libertà e senza la capacità di fare scelte economiche e sociali morali, le persone di fede hanno un impatto, a livello pratico, molto ridotto. La teocrazia è la distruzione della libertà dell’uomo in nome di Dio. Il libertinismo è la distruzione delle norme morali nel nome della libertà.

Troppe persone negli ultimi tempi sono diventate vittime di una mentalità consumistica, che non è semplicemente il desiderio di vivere meglio, ma l’idea confusa che solo avendo di più possiamo essere di più. La formula cartesiana “cogito ergo sum” è stata sostituita da “consumo ergo sum.”

Quanto è diventato comune vivere oltre alle proprie possibilità? Avere un enorme televisore a schermo piatto, l’ultimo modello di automobile, una casa più grande di quanto possiamo permetterci? Il vecchio grido “Vivere liberi o morire” è diventato “Morirò se non posso averlo”. Il consumismo è sbagliato non perché le cose sono sbagliate. No il Creatore ha detto che la sua creazione era “buona”. Il consumismo è sbagliato perché adora ciò che è al di sotto di noi.

Per fare da contraltare all’eresia del consumismo, la nostra cultura ha inventato il suo opposto: l’ambientalismo come nuovo credo religioso. Qui la virtù della parsimonia — tradizionalmente una virtù dei conservatori — è stata riconfigurata come “progressista” o “liberale”. Che oscenità che il principio della parsimonia sia utilizzato proprio da coloro i quali si oppongono a questo sistema naturale di razionamento e allocazione, preferendo invece un sistema di distribuzione dall’alto verso il basso che porterebbe povertà e miseria a qualsiasi nazione che lo adottasse totalmente.

E che dire del promotore che accende un mutuo sapendo che il cliente non può permetterselo? Che è interessato esclusivamente al bonus che avrà su quel mutuo e sa che il prestito sarà venduto a una banca ignara nel giro di pochi giorni?

E poi c’è Wall Street, che sempre più spesso viene criticata per i motivi sbagliati: per ricercare e creare profitto. Come se “essere in rosso” sia una virtù morale e cercare di essere produttivi sia da ingordi. No. Se dobbiamo criticare Wall Street non facciamolo perché i liberi mercati creano ed assegnano capitali (senza i quali la gente non potrebbe costruirsi la propria casa o avere dei risparmi). Critichiamolo piuttosto perché tutti questi business privati stanno adesso supplicando di essere nazionalizzati e chiedendo la loro parte di sussidio di disoccupazione. Ma non vi sembra ovvio che se cediamo al concetto di salvataggio per le società “troppo grandi per fallire”, creiamo una fila che farebbe il giro del mondo?

La tentazione di rivolgersi allo Stato c’è. Ma Tocqueville ci ha insegnato tanto tempo fa la lezione che stiamo per imparare di nuovo oggi, ovvero che una società in cui i legami morali sono deboli e in cui nessuno accetta le proprie responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni, è una società che diventerà velocemente autoritaria, Stato-centrica.

L’unica società degna della persona umana è una società che considera la libertà e la responsabilità i suoi pilastri fondanti, che capisce che il bene individuale dipende dal bene comune e viceversa. Vorrei dunque riflettere su di alcuni fatti cruciali che troppo spesso sono sorvolati.

È proprio l’istituzione statale che ha scatenato ed incoraggiato quei vizi di ingordigia ed avarizia e quell’uso incosciente del denaro che hanno portato al grande imbroglio finanziario attuale. Lo ha fatto dando la priorità ad una linea politica piuttosto che ad un fine nobile, incrementando la proprietà statale con un fanatismo che ha ignorato principi quali la prudenza, la responsabilità personale e la razionale valutazione dei rischi.

Inoltre, le banche hanno usufruito di sussidi che hanno distorto il più sensibile dei segnali dei prezzi — il prezzo del denaro — illudendo così investitori e consumatori che il capitale per un consumismo sfrenato esisteva, quando di fatto questo capitale e questi risparmi non c’erano.

Il punto è ovvio anche se i principali media sembrano ignorarlo: questa crisi finanziaria non si è sviluppata in un libero mercato, un mercato che lavora con i propri meccanismi basati sul rischio e sulla ricompensa, sorvegliato da una cornice giuridica chiara, coerente e di buonsenso. Tutto il contrario. La crisi è nata in un mercato inondato ed illuso dall’interventismo.

Una dopo l’altra, tutte le istituzioni sembrano d’accordo con questo interventismo statale. E noi come rispondiamo a questa situazione sconfortante?

Ancora una volta, dobbiamo rendere la costruzione di una società libera un’avventura morale — dal momento che sin dall’inizio l’ispirazione è stata di tipo morale. Essa è emersa dalla visione dell’uomo come una creatura con un destino inerente e trascendente. Questa visione, questa antropologia, ha ispirato le istituzioni, i pilastri della civiltà occidentale: l’universalità dei diritti umani; il diritto a stipulare un contratto e alla proprietà privata; le istituzioni caritatevoli internazionali; l’università. Tutte queste istituzioni si sono formate grazie alla nobile visione della dignità umana ereditata dalla tradizione giudeo-cristiana.

Come prete, parte della mia vocazione è di difendere quella Tradizione. Come figlio dell’America e dell’Occidente ho un secondo diritto di nascita da difendere: una società libera e virtuosa.

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* Robert A. Sirico (1951) received his Master of Divinity degree from the Catholic University of America, following undergraduate study at the University of Southern California and the University of London. During his studies and early ministry, he experienced a growing concern over the lack of training religious studies students receive in fundamental economic principles, leaving them poorly equipped to understand and address today’s social problems. As a result of these concerns, Fr. Sirico co-founded the Acton Institute with Kris Alan Mauren in 1990. As president of the Acton Institute, Fr. Sirico lectures at colleges, universities, and business organizations throughout the U.S. and abroad. His writings on religious, political, economic, and social matters are published in a variety of journals, including: the «New York Times», the «Wall Street Journal», «Forbes», the «London Financial Times», the «Washington Times», the «Detroit News», and «National Review». Fr. Sirico is often called upon by members of the broadcast media for statements regarding economics, civil rights, and issues of religious concern, and has provided commentary for CNN, ABC, the BBC, NPR, and CBS’ 60 Minutes, among others. Father Sirico holds dual American and Italian citizenship and has published various monographs and books. He is the author of Defending the Free Market. A Moral Case for the Free Economy (Regnery, 2012 – it.: A difesa del mercato. Le ragioni morali della libertà economica, Cantagalli, 2017).

** Conferenza tenuta all’Università degli Studi Parthenope. Napoli, 17 febbraio 2009.

 

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