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Gen 03

“Vi dico la verità sul biologico”

Luigi Mariani

da In Terris martedì 11 dicembre 2018

Il vicepresidente della Società agraria di Lombardia: “Miti da sfatare anche su pesticidi e ogm”

Federico Cenci

L’Italia è al vertice in Europa nell’agricoltura biologica. Sugli scaffali dei supermercati è sempre più diffuso trovare prodotti che sull’etichetta arrecano la fogliolina verde, simbolo che certifica il bio. Il quale, del resto, è premiato dal mercato: la quota bio dell’export agroalimentare italiano è in continua ascesa. I consumatori scelgono il biologico perché lo ritengono più sano, più buono e rispettoso dell’ambiente. Ma siamo sicuri che sia così? Nei giorni scorsi su alcuni quotidiani nazionali si è acceso il dibattito, in particolare sull’uso di pesticidi. In Terris ne ha parlato con il prof. Luigi Mariani, docente di Storia dell’Agricoltura all’Università di Milano e vicepresidente della Società agraria di Lombardia.

Prof. Mariani, nell’agricoltura biologica si usano pesticidi?

“Premetto che il termine agronomico corretto non è ‘pesticida’ ma ‘fitofarmaco’ e cioè ‘medicina delle piante’. Come i medici usano i farmaci per difendere gli esseri umani dalle malattie, così gli agricoltori usano i fitofarmaci per difendere le piante da parassiti, patogeni e malerbe che se non opportunamente contrastati ridurrebbero in modo considerevole i raccolti. Tali concetti sono fatti propri anche dal biologico che non solo usa anch’esso fitofarmaci (rame, zolfo, azaridactina, piretro, etc.), ma rifiuta quelli più moderni in base all’idea che si debbano utilizzare solo prodotti tradizionali e/o naturali”.

È vero che il rame è più dannoso per la salute umana di molti pesticidi, persino del tanto bistrattato glifosato?

“È vero. Il rame è un fitofarmaco vecchio e come tale agisce solo in copertura senza avere alcun effetto curativo. Da ciò deriva che per avere un’azione efficace si è costretti ad usarne dosi molto più elevate rispetto a fitofarmaci moderni che invece penetrano nei tessuti esercitando un effetto curativo. Insomma, usare il rame sarebbe un po’ come in medicina umana usare il Vicks vaporub per curare la polmonite.

I fitofarmaci moderni tendono a colpire tratti della catena metabolica non presenti negli esseri umani. Ad esempio il glifosato uccide le malerbe impedendo la sintesi della glicina, un aminoacido prodotto dalle piante e non dall’uomo. Invece il rame a dosi elevate è dannoso per tutti gli organismi viventi essendo tossico per le cellule animali e vegetali. Inoltre il rame, essendo un metallo pesante, persiste nel terreno per tempi indefiniti distruggendo la microflora e la microfauna.

Ciò al contrario del glifosato che viene degradato dai microrganismi del suolo. Sono convinto che il rame non vada demonizzato ma che occorra usarlo alternandolo ad altri fitofarmaci, cosa che chi fa biologico non può fare in quanto non ha alternative”.

È possibile un’agricoltura senza uso di pesticidi chimici né di rame?

“Anzitutto il concetto di ‘pesticida chimico’ è forviante in quanto al mondo tutto è chimica, rame e organismo umano inclusi. Per certe colture (penso alla vite) rinunciare all’uso dei fitofarmaci significa perdere completamente il raccolto in certe annate. Per altre colture significa avere un raccolto contenente sostanze tossiche dannose per il consumatore (penso al mais e alle fumonisine che si sviluppano a seguito di attacchi di funghi). Salubrità a parte, le perdite stimate in assenza di fitofarmaci sono dell’ordine del 30% per le grandi colture che nutrono il mondo (riso, frumento, orzo, mais), per cui oggi non possiamo proprio farne a meno”.

C’è da dire, però, che i prodotti biologici non usano conservanti e aromi chimici. Anche queste sostanze incidono sulla salubrità del prodotto?

“Conservanti e aromi chimici non competono all’agricoltura. In ogni caso per i fitofarmaci e per gli additivi alimentari vale la vecchia regola fissata dal grande medico Paracelso secondo cui ‘è la dose che fa il veleno’. Noi abbiamo come riferimento la dose innocua e cioè la dose giornaliera che assunta per tutta la vita non produce danni e che viene stabilita dividendo per cento la dose innocua ricavata tramite sperimentazioni su animali da laboratorio.

Quando un fitofarmaco o un additivo vengono assunti a dosi che sono inferiori alla dose innocua non ci sono danni. Tuttavia negli anni scorsi ho visto moltissime volte sui media (il vostro incluso) paventare danni da glifosato in dosi che erano centinaia di volte inferiori a quelle ritenute innocue. Il problema è che tale convinzione è radicata anche in ministri come la Lorenzin (ex titolare della Salute, ndr) e Martina (ex titolare dell’Agricoltura, ndr), il che porta a interrogarsi sui consiglieri scientifici a cui attingono i politici responsabili della sanità pubblica e dell’agricoltura”.

Come valuta la sentenza negli Stati Uniti che ha condannato la Monsanto a un maxi-risarcimento a un giardiniere affetto da un linfoma che secondo la giuria sarebbe stato causato da un erbicida a base di glifosato?

“Da quel che ho capito, quel giardiniere è stato vittima di un incidente: si è rotta la pompa con la quale stava spruzzando la sostanza e si è praticamente ‘fatto il bagno’ nel glifosato. È una cosa che non dovrebbe accadere, perché ogni lavoratore dovrebbe agire con degli strumenti idonei, dovrebbe essere protetto da simili eventualità”.

Eppure ci sono studi che sostengono che l’esposizione al glifosato altera alcuni importanti parametri biologici…

“Ma gli enti normativi, l’europeo Efsa e l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti, escludono la cancerogenicità. Per altro il glifosato è un diserbante che è diventato fuori brevetto, dunque non è più di proprietà delle multinazionali e si trova a prezzi stracciati: con pochi euro oggi si può diserbare un ettaro di terreno ottenendo una vasta gamma di vantaggi in termini ecologici che vanno sotto il nome di ‘agricoltura conservativa’”.

Quante sono ad oggi le superfici coltivate a biologico in Italia?

“Le superfici complessive sono di 1,2 milioni di ettari cui si aggiungono 0,5 milioni di ettari di superfici in conversione. E più gli ettari a bio aumenteranno e più crescerà la dipendenza dall’estero del settore agricolo-alimentare, che già ad oggi dipende per il 50% del frumento e per il 35% per i mangimi zootenici. Ciò in quanto l’agricoltura bio produce mediamente il 50% in meno rispetto a quella convenzionale.

Peraltro questo significa che il bio è del tutto insostenibile sul piano ecologico (a livello globale per avere produzioni uguali a quelle dell’agricoltura convenzionale occorrerebbe il doppio della terra, con distruzione di interi ecosistemi) ed economico (per i consumatori abbiamo prezzi doppi senza che vi siano sensibili differenze di qualità). Insomma, finché il biologico rimane un fenomeno di nicchia destinato a un consuma di elite può avere senso, ma pensare di erigerlo a tecnologia di riferimento per l’agricoltura a livello mondiale è a mio avviso pura follia”.

Lei è a favore degli ogm?

“Per me gli ogm sono una tecnologia entusiasmante e decidere di farne a meno è stato sciagurato perché ci ha esclusi dal mainstream dell’innovazione genetica in agricoltura”.

Possibile ottenere tecnologie avanzate no-ogm per garantire, ad esempio, la resilienza delle specie vegetali?

“Se per resilienza intendiamo resistenza alle avversità, è possibile introdurla con tecniche non ogm ma con tempi e costi di gran lunga superiori e in molti casi senza poter conseguire il risultato, in particolare quando nella specie considerata non è presente il gene di una particolare resistenza”.

Ma l’uso di ogm non rischia di omologare i sistemi produttivi nell’agroalimentare sfavorendo così la biodiversità del made in Italy?

“Il dna tende a trasferirsi da una specie all’altra in modo del tutto naturale e con molta più facilità di quanto si immagini. Senza questo trasferimento oggi non avremmo il frumento tenero, il frumento duro e molte specie di fruttiferi che sono alla base del nostro made in Italy agricolo. Usare le tecnologie di trasferimento di geni fra specie diverse o nell’ambito della stessa specie o ancora usare il genome editing può essere una grande opportunità anche per salvaguardare le varietà nazionali accrescendone la resa e la qualità o salvaguardandole da parassiti, patogeni e malerbe”.

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