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Nov 29

Cristianesimo e Islam

Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna – 27 novembre 2000

Un argomento pastorale ineludibile

La crescente presenza di musulmani nelle nostre terre ci induce ad annoverare tra i temi non trascurabili della nostra vita ecclesiale anche l’attenzione consapevole alla realtà islamica: un’attenzione serena e il più possibile oggettiva, che non può ridursi alla sollecitudine operativa di assistenza e di aiuto.

I discepoli di Gesù avvertiranno sempre come un impegno doveroso l’azione concreta di carità – ovviamente a misura delle proprie effettive disponibilità – verso ogni essere umano che si trovi nel bisogno e nella pena. Ma, particolarmente quando si tratta di musulmani, pastoralmente questo non basta. Occorre che ci si preoccupi anche e preliminarmente di acquisire una conoscenza non epidermica dell’Islam, sia nei suoi contenuti dottrinali sia nelle sue intenzionalità e nelle sue regole comportamentali.

Un piccolo strumento per una conoscenza iniziale

A questo fine presentiamo questo piccolo strumento di informazione: è una sintetica e lucida esposizione dell’argomento, che offriamo prima di tutto ai sacerdoti, ai diaconi e a tutti coloro che svolgono una funzione attiva nella vita ecclesiale; la offriamo poi a tutti i credenti, che tra l’altro ne potranno trarre motivo di confermarsi gioiosamente nella fede del Signore Gesù, Figlio unigenito del Padre e unico necessario Salvatore dell’universo; la offriamo infine a quanti hanno a cuore i problemi emergenti del, nostro tempo e vogliono muovere a occhi aperti incontro al nostro futuro, e segnatamente ai responsabili della vita pubblica italiana, che sono chiamati dalla storia ad affrontare con saggezza e lungimiranza, con realismo e senza comprensioni ideologiche, una serie di inedite difficoltà nella conduzione del nostro Stato.

Il dovere dei nuovi arrivati di conoscere la realtà italiana

Veramente, prima della nostra opportunità di conoscere le convinzioni, gli usi, la mentalità dei nuovi arrivati, c’è il dovere morale dei nuovi arrivati di conoscere le convinzioni, gli usi, la mentalità della popolazione nella quale essi chiedono di inserirsi. A essi va chiesto che si accostino con rispetto e con animo aperto al nostro mondo, come si conviene a chi arriva non in una landa deserta e selvaggia ma in una cultura millenaria e in una civiltà di prestigio grande e universalmente riconosciuto.  In caso contrario, potrebbero a giusto titolo essere accusati di quell’insensibilità e di quell’arroganza verso il paese ospitante, che da più parti sono state rimproverate a un certo tipo di colonialismo del passato.

Ma non ci dispiace dare il buon esempio. Del resto, il testo che qui proponiamo – che presenta in confronto dialettico l’Islam e il Cristianesimo – potrebbe riuscire utile anche agli immigrati che vogliano cominciare a conoscerci sul serio.

Origine e meriti dell’islamismo

Maometto compare sulla scena ben sei secoli dopo che – con la venuta dell’Unigenito del Padre, Gesù Cristo – il lungo discorso di Dio agli uomini, cominciato con Abramo, arriva al suo definitivo compimento e l’iniziativa salvifica del Creatore raggiunge il suo culmine.

Egli, riconosciuto dai suoi discepoli come «messaggero di Dio» e destinatario dell’elargizione del Corano, si avvale nella sua predicazione di quanto della Rivelazione ebraico-cristiana aveva potuto conoscere e capire. La sua voce ha il merito, in un contesto dominato dal politeismo, di proclamare con grande energia l’unicità e l’assoluto incontrastabile dominio dell’onnipotente Signore e Autore di tutte le cose.

Il fascino dell’Islamismo per larga parte stava appunto nell’evidente superiorità di questa proposta religiosa, estremamente semplificata, su ogni culto idolatrico.

I casi di passaggio all’ Islamismo

Questo spiega i casi di «conversione» all’Islam che avvengono oggi tra i cristiani. Nei nostri contemporanei ci sono molti «adoratori di idoli». Il vuoto di verità e di senso, insito in molta parte della mentalità scettica così diffusa in Europa, è vantaggiosamente riempito da una religione che chiede solo un atto di fede in Dio, e sembra non possedere dogmi, misteri, strutture gerarchiche, riti sacramentali. Si intuisce come quest’ultima connotazione possa incontrarsi con le pregiudiziali laicistiche presenti nell’animo di molti nostri connazionali.

Proprio questa povertà spirituale di molti uomini del nostro tempo costituisce la premessa perché si guardi all’Islam come a una plausibile alternativa all’assurdo e alla mancanza di speranza che insidiano una società che ha smarrito ogni riferimento certo e trascendente.

Il cristiano non è affatto tentato dall’Islam

Ma per chi è veramente cristiano, per chi si è donato al Signore Gesù con tutto il suo essere, per chi ha assaporato la gioia di appartenere alla santa Chiesa cattolica, per chi sa di essere destinato a partecipare al destino di gloria del Crocifisso Risorto e a entrare nell’intimità della Trinità augustissima, per chi ha accolto come norma totalizzante del suo agire la legge evangelica dell’amore, quella di farsi musulmano è l’ultima e la più improbabile delle tentazioni che gli possono capitare.

E non già perché il Cristianesimo sia una religione migliore dell’Islamismo: è semplicemente imparagonabile. È imparagonabile perché non è soltanto una religione, ma è un fatto coinvolgente e deificante; non è soltanto una comunicazione di idee, un insieme di precetti, una pratica rituale: è una totale trasfigurazione della realtà umana che progressivamente si assimila a Cristo, colui nel quale «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9) ed è il compendio di ogni verità, di ogni giustizia, di ogni bellezza.

Si capisce, allora, come non possa nascere in noi nessuna paura dell’Islam e non si dia nessuna ansietà per una sua «concorrenza religiosa». Le nostre preoccupazioni sono invece per quelli tra noi che sventuratamente non conoscono più il «dono di Dio» e così sono esposti a tutte le disavventure esistenziali.

Insufficienza dell’approccio culturale

I nostri fratelli di fede e di ministero, che vivono in paesi a maggioranza musulmana, ci mettono in guardia da un errore di prospettiva, che potrebbe falsare totalmente il nostro giudizio: non ci si deve limitare a un approccio puramente culturale dell’Islam.

Noi dobbiamo ascoltare con interesse quanto ci dicono gli studiosi del movimento islamico nella sua origine, nella sua storia, nella sua dottrina, nella ricchezza culturale che è fiorita tra le genti musulmane. Ma dobbiamo ascoltare anche chi conosce e testimonia, per esperienza diretta, il comportamento dei musulmani (dove la loro volontà è determinante) nei confronti degli altri, la loro durezza nell’esigere che ci si adegui alle loro norme di vita, la loro sostanziale intolleranza religiosa quale è ampiamente documentabile per molti paesi, le loro intenzioni di conquista (delle quali del resto non fanno nessun mistero).

Le più evidenti incompatibilità

Ai nostri politici vorremmo ricordare il problema della «diversità» islamica nei confronti del nostro irrinunciabile modo di convivenza civile. Essi non possono lasciare senza risposta pertinente gli interrogativi che tutti gli italiani di buon senso, si fanno come si pensa di far coesistere il diritto familiare islamico, la concezione della donna, la poligamia, l’identificazione della religione con la politica – tutte cose dalle quali i musulmani non recedono, se non dove non hanno ancora la forza di affermarle e di imporle – con i principi e le regole che ispirano e governano la nostra civiltà? Ed è solo un parziale e piccolo elenco delle incompatibilità con le quali bisognerà fare i conti. Ci rendiamo ben conto della difficoltà dell’impresa: chi ha il compito statutario di sciogliere questi nodi ha tutta la nostra comprensione e l’aiuto della nostra preghiera.

Ringraziamento

Le pagine che qui presentiamo, già preparate in data 6 agosto, si devono alla competenza del dottor don Davide Righi, al quale esprimiamo di cuore la nostra riconoscenza. Gli sono grate in special modo le nostre comunità cristiane, che certamente non lasceranno negletto e inoperoso questo prezioso sussidio. È la nostra raccomandazione e la nostra viva fiducia.

Bologna, 27 novembre 2000

GLI ARCIVESCOVI E VESCOVI

DELL’EMILIA ROMAGNA

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INTRODUZIONE

Voi siete la luce del mondo (Mt 5,17), dice Gesù ai suoi discepoli. Negli ultimi anni la vita del nostro Paese e delle nostre città e conseguentemente delle nostre parrocchie ha visto un sensibile incremento della presenza di musulmani e musulmane. Si sono poste così in atto nuove situazioni che portano i credenti a dovere rendere ragione della propria fede di fronte a credenti appartenenti a un’altra fede e ad annunciare Gesù Cristo nostro salvatore. Chi si vergognerà di me e delle mie parole anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui (Mc 8,38). Presento queste pagine, frutto della riflessione di questi anni, per aiutare i sacerdoti e quanti devono illuminare le coscienze a una educazione cristiana più attenta alla nuova situazione pastorale che si sta creando.

Un passato da non dimenticare

Non siamo i primi nella storia a doverci confrontare con questa «nuova» identità religiosa. Infatti l’incontro-scontro tra Islam e Cristianesimo, tra cristiani e musulmani è già avvenuto nel corso della storia fin dal sorgere della comunità islamica. Sono in particolare le Chiese orientali quelle che per prime hanno intessuto un approfondito confronto culturale e teologico coli il mondo islamico.

Da questo punto di vista dobbiamo riconoscere la necessità di recuperare tutta la tradizione culturale dell’incontro tra Islam e Cristianesimo maturatasi in oriente, tutta la letteratura arabo-cristiana – in gran parte misconosciuta in occidente – nella quale dalla fine dell’VIII secolo i cristiani orientali si sono confrontati con i musulmani a partire dal medesimo strumento linguistico, l’arabo, e con una conoscenza diretta del Corano e della tradizione e legislazione islamica [1].

Proprio perché i problemi che noi oggi ci poniamo sono già stati posti in oriente molti secoli fa, penso in particolare che oggi, nei passi che la Chiesa cattolica è chiamata a fare in occidente, debba essere fatto tesoro dell’esperienza delle Chiese orientali. Ritengo inoltre che quell’esperienza più che millenaria debba essere sottoposta a un vaglio critico. Mons. Fouad Twal, vescovo di Tunisi dal 1995, sosteneva di recente: Ritengo che i vescovi dei paesi arabi siano le persone più indicate da una parte per suscitare degli atteggiamenti di realismo e dall’altra per evitare gli eccessi di giudizio «pro o contro» [2].

Non dobbiamo dimenticare neppure che l’incontro con l’Islam è stato e viene tuttora vissuto anche a livello politico-militare: la battaglia di Poitiers del 732 con la fermata dell’avanzata andalusa, gli scontri avvenuti nel periodo crociato del XII-XIII sec., la battaglia di Lepanto nel 1571 e l’arresto dell’avanzata nei Balcani dell’impero ottomano con l’assedio di Vienna nel 1683, le conquiste e i protettorati occidentali istituiti nel XIX-XX sec. sullo sfaldamento dell’impero ottomano, gli attuali scontri a Timor Est e in Indonesia e la preoccupante insorgenza di stati dichiaratamente islamici in Africa con la conseguente persecuzione di varie comunità tra le quali anche quelle cristiane cattoliche, sono solo alcuni dei momenti che hanno segnato la storia dei rapporti fra regni o imperi e Chiese della cristianità da una parte e califfati e imperi islamici dall’altra. La storia e le lezioni della storia non possono e non devono essere dimenticate ma studiate e valorizzate nella loro crudezza per evitare revisionismi o trionfalismi.

ISLAM E CRISTIANESIMO: CHIARIFICAZIONE DEI TERMINI

E TENTATIVO DI UN CONFRONTO

Il titolo di queste pagine potrebbe trarre in inganno. Infatti i due termini «Islam» e «Cristianesimo» devono essere spiegati, altrimenti si rischia di confrontare due entità non omogenee. Afferma Bernard Lewis in un suo saggio: È ormai luogo comune che il termine “islam” sia il corrispettivo non soltanto di “cristianità” ma anche di “cristianesimo”, cioè non soltanto di una religione, nel senso circoscritto che il termine ha per gli occidentali, ma di un’intera civiltà fiorita sotto l’egida di quella religione. Ma esso è anche qualcosa di più che non ha equivalente nel cristianesimo occidentale e ne ha uno soltanto approssimativo e limitato a Bisanzio [3].

Si tende a parlare molto di Islam e a scrivere molto, ma che cosa si intende quando si parla di islām? Da una parte si può intendere, nell’accezione minimale, la sottomissione a Dio che un musulmano compie pronunciando la gahdda nella preghiera quotidiana (possiamo parlare di islām con la «i» minuscola). Si può intendere anche con Islām quell’identità ideale nella quale tutti i musulmani si riconoscono e che vede nel Qur’an (il Corano), nella sunnah (tradizione) di Maometto riconosciuto come profeta, e nell’igma’a (consenso) raggiunto dalla comunità dei musulmani, i punti fondamentali sui quali la šarī’ah (la legge islamica) con il suo fiqh (diritto islamico) si sono fondati. Inteso in questa maniera dai gruppi più fondamentalisti, l’Islam viene oggi sbandierato come il modello ideale di ogni musulmano e al quale sovente i musulmani si richiamano per giustificare le proprie richieste o per appellarsi a una identità indiscussa [4].

Al di là di questa identità indiscussa si possono e si devono definire diversi tipi di Islām. La distinzione tra sunniti e sci’iti è d’obbligo, ma all’interno degli stessi sunniti ci sono diversi modi di vivere questo islām ideale. Ci sono poi attualmente quattro scuole giuridiche, per non parlare delle diverse tradizioni locali che fanno dell’Islam propagandato e vissuto in Pakistán un Islam ben diverso da quello del Marocco e ben diverso da quello dell’Egitto o dell’Arabia Saudita [5].

Per non parlare delle confraternita e dei movimenti sufi che sono stati e vengono avvertiti in modo quasi eterodosso all’interno della comunità islamica. Oggi (…) si tende a ripetere che non c’è un solo Islam, ma molti Islam. L’Islam arabo, l’islam iraniano, l’Islam egiziano, quello marocchino, senegalese, asiatico, indonesiano, con varietà e diversità. Di recente si è cominciato a parlare anche di Islam europeo [6]. Ma al di là di tutte le differenze di cui pastoralmente si deve tenere conto, da sempre, e anche oggi, c’è un solo Islam, «fondato sulla sua legge e il suo profeta» [7]. Anzi, è necessario chiarire che con «Islam» si indica un’identità culturale, perciò certi musulmani, spesso intellettuali, (…) non negheranno mai la loro identità musulmana, pur dicendo di essere agnostici [8].

Dunque, precisato che non si può usare il termine «Islam» come trascendentale che tutto assorbe dell’identità di ogni musulmano in ogni momento della storia, quali sono i tratti caratteristici che si possono ricavare come «tipici» dei musulmani? Possiamo indicarli in sei punti: 1) Il Corano afferma l’unicità di Dio. 2) L’uomo non può comprendere Dio che rimane trascendente e incomprensibile. 3) La verità garantita dalla legge coranica deve essere applicata nella vita. 4) La rivelazione del Corano è l’ultimo atto della rivelazione. 5) La comunità dei credenti e la legge divina (šarī’ah)sono quelle che danno garanzie e diritti al singolo. 6) L’adesione alla comunità dei credenti non è solo religiosa come noi oggi lo intendiamo, ma anche politica, economica e culturale.

Anche quando parliamo di «Cristianesimo» non possiamo parlarne in generale quasi che ci si possa appellare a un’identità chiara e definita. Il Cristianesimo richiama il Cristo, ma richiama necessariamente anche la «Chiesa»: la Chiesa cattolica ha una sua visione di quale sia la Chiesa di Cristo; vede nelle Chiese orientali delle vere e proprie Chiese; non riconosce, a motivo della perdita della successione apostolica e della maggior parte dei sacramenti, nelle Chiese della Riforma delle vere e proprie «Chiese» ma, come fa il concilio Vaticano II nell’Unitatis redintegratio, preferisce chiamarle «Comunità ecclesiali» (UR 19ss).

Per non parlare delle cosiddette «Chiese libere» che non si riconoscono neppure in un organismo come il Consiglio ecumenico delle Chiese e nella professione di fede niceno-costantinopolitana quale professione di fede espressione di una Chiesa unita nella fede. E se volessimo fermarci al Consiglio ecumenico delle Chiese, cioè di tutte quelle comunità che riconoscono Gesù Cristo come salvatore e professano l’unità e la trinità di Dio, le differenze tra esse e le espressioni storiche della loro fede sono state tali e tanto diverse, che riuscirebbe difficile «armonizzarle» in un quadro unico.

Perciò «cristianesimo» può indicare la varietà e la molteplicità delle espressioni storiche delle Chiese e delle comunità ecclesiali di diversa appartenenza così come si sono sviluppate nella storia, comprendendo anche quelle Chiese considerate eretiche o scismatiche dalla grande Chiesa.

Nonostante tutto ci si può chiedere: esistono dei tratti che possiamo definire «cristiani» e tipici del cristianesimo o della maggior parte dei cristiani? A mio avviso sì e in particolare per noi cattolici: 1) L’incarnazione del Verbo di Dio ha mostrato l’unità e la trinità di Dio. 2) Dio è inconoscibile ma in Gesù Cristo Verbo incarnato si è voluto far conoscere. 3) L’uomo è per sua natura capax Dei, chiamato a conoscere e ad amare il proprio Creatore e Redentore nell’esperienza viva dello Spirito. 4) L’economia salvifica espressasi nella storia ha come culmine della rivelazione L’incarnazione del Verbo di Dio nel quale sono racchiusi tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3). 5) L’incarnazione del Verbo di Dio in Gesù di Nazaret ha mostrato l’alta dignità della natura umana e, con il fatto che egli ha assunto ogni persona umana come fratello (Eb 2,1 1), ha mostrato la straordinarietà e la irripetibilità della vocazione alla quale ciascuno è chiamato; questa straordinarietà risplende in Maria, Madre di Dio. 6) La Chiesa non intende essere un sistema politico né sostituirsi a un sistema politico, anche se storicamente ciò è avvenuto, ma intende essere come l’anima nel corpo in quanto ha come fine non i regni terreni bensì il raggiungimento del regno di Dio che è già iniziato nella storia e va al di là della storia.

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Note al capitolo 1.

[1] Per uno sguardo e una presentazione complessiva di tutta la letteratura arabo-cristiana si rimanda ai quattro volumi introdotti e curati da Graf e in particolare, per la parte teologica, al volume di G. GRAF, Geschiclite der Christlicheri-Arabischeii Litetatur,Città del Vaticano 1947. Ricordo a questo proposito che il Gruppo di ricerca arabo-cristiana diretto da p. Samir Khalil sj ha cominciato un’opera di traduzione dall’arabo e di diffusione del patrimonio culturale arabo cristiano nel panorama editoriale italiano: T. ABU QURRAH, La difesa delle icone, a cura di P. Pizzo, Milano 1995; YAHYA IBN SA’ID AL-ANTAKI, Cronaca dell’Egitto fatimide, a cura di B. PIRONÈ, Milano 1998; ’ABD AL MASIH AL-KINDI, Apologia del cristianesimo, a cura di L. BOTTINI, Milano 1998.

[2] F. TWAL, «Il fenomeno Islam. Che cos’è? Che cosa chiede?», in Il nuovo Areopago 18 (1999) 3, 5-6.

[3] B. LEWIS, L’Europa e l’Islam, Laterza, Bari 1999, 8.

[4] Per un’informazione storica esauriente sulle origini del fondamentalismo rimando al libro di YOUSSEF M. CHOUEIRI, Il fondamentalismo islamico, Mulino, Bologna 1993.

[5] Cfr, anche TWAL, «Il fenomeno Islam», 5-15.

[6] E. FARHAT, «Diritti umani e libertà religiosa nell’Islam in espansione», in Il nuovo Areopago, 18 (1999) 3, 1-0. Edmond Farhat è stato nunzio apostolico in Algeria e Tunisia e delegato apostolico in Libia e dal 1993 è nunzio in Slovenia e Macedonia.

[7] FARHAT, «Diritti umani», 20.

[8] SAMIR KHALIL SAMIR, «Islam-Europa: scontro di culture?» in Il nuovo Areopago 18 (1999) 3. 38.

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LE DIFFERENZE SOSTANZIALI

1.1     Islam: unità-unicità di Dio

         Cattolicesimo: unità e trinità di Dio

Dobbiamo richiamare alla memoria che l’affermazione dell’unicità di Dio e della sua unità è uno dei cardini della fede islamica e che la negazione della trinità, anche se probabilmente è stata fraintesa da Maometto, è chiara e chiaramente espressa nel Corano (Cor 4,17). Da questo punto di vista dunque il Corano intende essere proprio la correzione di ciò che i nasara (così sono chiamati i cristiani nel Corano) andavano dicendo e credendo di Dio e di Gesù Cristo.

Come credenti in un Dio uno ma anche trino i cristiani vengono considerati mušrikun (cioè «associatori» o «politeisti») e, nella mentalità popolare attuale, sebbene il Corano li associ agli Ebrei chiamandoli ahl al-kitab («gente del libro») prevedendo uno statuto particolare protetto all’interno della comunità islamica in quanto non del tutto politeisti, talvolta i cristiani vengono considerati come kafiruna cioè come «reprobi» e «infedeli».

Non possiamo dimenticare da questo punto di vista la fatica con la quale la Chiesa primitiva è andata custodendo le verità essenziali non solo sull’unità di Dio, ma sulla piena divinità e umanità di Cristo e sulla divinità dello Spirito. Essendo Dio in se stesso una comunione di persone che chiama alla comunione con sé, appare già la totale divergenza da una visione islamica di Dio che è anche già visione dell’uomo: non chiamato alla comunione con Dio nella figliolanza adottiva nella quale gridiamo «Abba», Padre (Rm 8,15), ma pensato per essergli ‘abd («servo») o al massimo halífah («servitore califfale») che invoca Dio chiamandolo rabb «Signore»), rah-man («clemente») e rahím («misericordioso») ma sempre rabb «Signore») [1].

Tra i novantanove nomi di Dio che la tradizione islamica ha assunto o desunto dal Corano, è rigorosamente escluso il nome «Padre» (attributo incompatibile con il Dio coranico e negato dal Corano stesso) [2] che invece è la caratteristica precipua della preghiera insegnata da Gesù stesso ai suoi discepoli. Dobbiamo notare inoltre come le Chiese arabofone abbiano in parte mantenuto i vocaboli coranici per esprimere la propria fede e per pregare Dio nella liturgia e (Allah «Dio», Masìh «Cristo» o «Messia», Ruh «spirito») ma abbiano cercato anche di distanziarsi dai musulmani con un vocabolario proprio (Ab «Padre», talut «Trinità», rahum «misericordioso», ecc.).

Perciò tutta l’economia sacramentale dei misteri «santi e vivificanti» mostrano come la tradizione cristiana, e in particolare quella ortodossa e quella cattolica, abbia vissuto attraverso la pratica sacramentale e in particolare nella celebrazione dell’eucaristia il mistero di un Dio comunione-di-persone che invita l’uomo alla comunione con la vita divina.

1.2.    Islam: inconoscibilità di Dio e verità del Corano

          Cattolicesimo: inconoscibilità e rivelazione di Dio

Ribadendo che Dio è ‘alim (sciente) e che tutto conosce in contrapposizione all’uomo, che la verità viene dal Signore (Cor. 2,148), il Corano suggerisce che Dio non può essere conosciuto e che e che ha voluto rivelare di sé ciò che ha voluto e ribadisce la gratuità della rivelazione che Dio ha fatto della propria volontà nel Corano. Di fronte alla rivelazione di Dio che si è attuata in modo particolare nella rivelazione dei suoi «libri», termine tremendamente ambiguo nel Corano, tra i quali la legge di Mosè e il Vangelo – che però nella forma attuale sono ritenuti falsificati -, l’unico messaggio sicuro di Dio rimane il Corano, le uniche parole e sicure sono quelle ispirate da Dio a Maometto e da lui dettate e fatte trascrivere, mentre come parte secondaria ma vincolante e autorevole rimane poi la tradizione, la sunna del profeta.

Di fronte a queste posizioni penso che il dato della inconoscibilità di Dio debba essere accolto e recuperato dalla nostra stessa tradizione che, in parte influenzata dalla mentalità illuministica, ha recentemente sopravvalutato la capacità della ragione umana e ha messo in secondo piano alcuni dati propri della stessa tradizione cristiana [3].

Che l’uomo sia in una condizione di distanza da Dio e che non sia per lui agevole conoscerlo in conseguenza del peccato originale viene affermato fin dalle prime pagine dell’Antico Testamento. Egli si nasconde al sopraggiungere di Dio e viene da lui esiliato dal giardino dell’Eden (Gen 3). Si ricorda inoltre che nessuno può vedere Dio e rimanere in vita (Es 33,20). Poiché l’uomo si trova in questa condizione nella quale rischia di esporre senza discernimento cose troppo superiori a se. stesso (cf. Gb 42), Dio ha fatto conoscere la sua legge e i suoi decreti a Israele (Sal 147) chiedendo i sacrifici ma soprattutto l’ascolto e l’obbedienza alla sua parola quale sacrificio a lui maggiormente gradito (Gen 22), la conoscenza e l’amore di Dio dal valore più grande degli olocausti (Os 6,6).

Oltre alla manifestazione della propria volontà Dio stesso, per mezzo dei profeti, ha promesso che l’umanità intera sarebbe stata ricolmata della conoscenza di Dio e che la legge esterna all’uomo sarebbe stata trascritta nel suo cuore: tu conoscerei il Signore (Os 2,22); la conoscenza di Dio riempirà il paese come le acque ricoprono il mare (Is 11,9). Non dovranno più istituirsi gli uni gli altri dicendo: «Riconoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore (Ger 31,34).

Nel Nuovo Testamento si riprende il dato della inconoscibilità di Dio e la promessa della sua rivelazione per mostrare che ora è lui che, in Gesù Cristo, da lontano si è fatto vicino, da inconoscibile si è reso conoscibile: Chi intatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo (1 Cor 2,16). Nessuno mai ha visto Dio. Il figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato (Gv 1, 18). Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? (Gv 14,9). Anzi di fronte all’uomo incapace di un’osservanza piena e totale della sua volontà manifestata nella Legge, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli (Gal 4,4).

Solo se recuperiamo questi dati, quali l’inconoscibilità di Dio nella sua essenza, e se ci spogliamo di un’interpretazione illuministica ed esclusivamente razionale del «conoscere» biblico, possiamo vedere appieno la grandezza della rivelazione, cioè che Dio in Gesù Cristo si è voluto far conoscere. Ciò che gli uomini non potevano vedere rimanendo in vita ora invece lo possono contemplare e adorare: la Vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza (1 Gv 1,2).

La tradizione cristiana perciò ha sempre dovuto mantenere vivi questi due poli opposti, intersecantisi in Gesù Cristo: Dio inconoscibile in Gesù Cristo si è fatto conoscibile, l’Invisibile si è fatto visibile, Colui che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere si è fatto uomo in Gesù, Dio è entrato nel tempo (un momento della storia) e nello spazio (in un luogo, in un popolo, in una cultura … ) diventando così il centro del cosmo e della storia: Dio abbassò i cieli e discese (Sal 18, 1 0).

1.3     Islam: l’uomo deve mettere in pratica il Corano

          Cattolicesimo: conoscenza e amore di Dio nello Spirito

Nella concezione islamica l’uomo «naturalmente» può riconoscere l’esistenza di Dio – e dal Corano stesso è invitato a questo -, ma in quanto creatura permane in una incapacità di conoscerlo: Sappi che la natura dell’uomo nella sua condizione originaria è stata creata vacua, ingenua, ignara dei mondi di Dio eccelso [4]. L’uomo non è incorso in un peccato originale che abbia «offuscato» questa capacità. In ogni modo la verità viene partecipata tramite la profezia, di cui quella di Maometto e del Corano è la prima e indubitabile.

Gli sciiti poi credono nella prosecuzione del carisma profetico di Maometto nei suoi successori. L’uso della razionalità umana nella tradizione islamica non è stata rifiutata ma, quando si tentò di indagare Dio, è stata ritenuta sospetta e pretenziosa. Il tentativo del movimento mu’tazilita di recuperare anche tramite l’eredità greca il valore della razionalità e delle verità enunciabili razionalmente da comporre con le verità della fede è stato dichiarato eterodosso. L’esegesi allegorica del Corano viene considerata sospetta e già condannata nel Corano stesso (Cor 3, 1 ss).

Se dunque i musulmani accolgono il Corano come legge di Dio rivelata, l’intelligenza e la razionalità dell’uomo entrano in gioco nel momento in cui si deve applicare questa legge alla vita, non nella comprensione del dato rivelato e tanto meno nella conoscenza di chi lo ha rivelato e della sua intenzione.

Accanto alla verità e alla novità della rivelazione di Dio in Gesù Cristo la Chiesa ha difeso contemporaneamente la concezione dell’uomo che ne consegue: volendo far conoscere se stesso all’uomo, D.io ha creato l’uomo «capace» di conoscerlo e di amarlo. Scriveva Gregorio di Nissa: Colui che vede Dio, per il fatto stesso che lo vede, ha ottenuto tutti i beni, una vita senza fine, l’incorruttibilità eterna, la beatitudine immortale, un regno senza fine, una gioia perenne, la vera luce (…) ciò che il Verbo propone alla beatitudine sembra cosa né mai effettuata né effettuabile (… ) Ma le cose non stanno così, perché egli non comanda di diventare uccelli a coloro ai quali non ha fornito le ali, né di vivere sott’acqua a coloro per i quali ha stabilito una vita terrestre [5].

Il magistero della Chiesa definisce: Piacque a Dio nella stia bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (Dei Verbum 2). L’uomo pertanto è stato creato da Dio e per Dio, è stato creato a immagine di Dio (Gen 1,27), a immagine del Verbo incarnato, perché conoscendo e amando il proprio Creatore e Redentore raggiungesse la felicità in questa vita e lo godesse eternamente nell’altra. Anche se la Chiesa riconosce nel peccato originale un offuscamento e un’attenuazione della capacità dell’uomo di conoscere e corrispondere alla verità, tuttavia questa capacità non è mai tolta all’uomo.

Nel fare la volontà di Dio, il cristiano, poi, non è chiamato a mettere al centro la norma in quanto tale e ad applicarla, ma a penetrare lo spirito della legge per conoscere e amare sempre più colui che ha dato il comandamento e ha manifestato la sua volontà. Nella visione cristiana questa progressiva conoscenza non solo del comandamento ma anche di chi l’ha dato e del perché l’ha dato è necessaria per una vita autenticamente cristiana. Per fare ciò sia la capacità conoscitiva dell’uomo sia la sua volontà devono sempre essere sostenute e rese operanti dallo Spirito di Dio.

Le discussioni che si sono agitate nella Chiesa antica e moderna circa la natura dell’uomo e l’opera della grazia e le dispute circa l’esicasmo nella Chiesa orientale hanno mostrato che è per l’opera dello Spirito di Dio operante soprattutto nella liturgia e nella celebrazione dei sacramenti che l’uomo da Dio stesso può essere progressivamente reso capace di conoscere Dio e corrispondere alla sua opera di santificazione.

1.4.    Islam: rivelazione di Dio nel Corano

          Cattolicesimo: rivelazione nel Verbo incarnato

La visione islamica di rivelazione è totalmente differente da quella cristiana. Se la rivelazione per eccellenza per i musulmani è avvenuta per opera di Maometto e si è concretizzata nel libro sacro, il Qur’an, per i cristiani la rivelazione si è andata dispiegando fin dai primordi della storia avendo in Cristo il suo culmine: tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui (Col 1,16).

Perciò non si possono accettare quei comuni modi di associare musulmani, ebrei e cristiani come «religioni monoteiste» o «religioni dei libro» in quanto, oltre al fatto che si servono di un termine ambiguo e tutto da chiarire come quello di «religione», tradiscono già una mentalità coranica e islamica. Noi cristiani invece crediamo che prima che in un libro, recentemente Dio ci ha parlato per mezzo del Figlio (Eb 1,2).

Non è a caso che le comunità cristiane orientali abbiano venerato le icone della Vergine con il suo Figlio perché in esse veniva rappresentato quello che Ignazio di Antiochia chiamava «il mio archivio»: Il mio archivio è Gesù Cristo, i miei archivi inamovibili la sua croce, la sua morte e risurrezione e la fede che viene da lui (Lettera ai Filadelfesi 8,2). Se perciò i musulmani credono che il Corano sia venuto per mezzo di Maometto che viene dichiarato «profeta», i cristiani riconoscono in Maria lo stilo, lo strumento materiale libero e consapevole di cui Dio si è servito perché il Verbo di Dio della forma di Dio prendesse la forma del servo (Fil 2,6.7) e si facesse uomo.

La Parola di Dio, il Verbo di Dio, innanzitutto è Gesù Cristo. Perciò la Chiesa, che è il suo corpo, continua il suo cammino nella storia consapevole di essere il prolungamento storico di quella manifestazione. Il confronto con la fede islamica che vede la rivelazione avvenuta in un libro non deve portare i cristiani a ridurre la rivelazione di Dio alle sacre Scritture. Inoltre Cristo, Parola di Dio e Verbo di Dio, è sempre presente nella sua Chiesa in modo speciale nelle azioni liturgiche.

È presente nel sacrificio della messa sia nella persona del ministro… sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che, quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro» (SC 7).

A questo proposito si deve ricordare che la verità rivelata nella fede cattolica è storica, cioè si è maturata nella storia con la rivelazione di più libri – nel giro di un migliaio di anni e tramite più autori – che di volta in volta sono stati raccolti e che la Chiesa, dopo l’apparire del Verbo di Dio, non ha eliminato ma ha conservato e ha letto come preparazione alla rivelazione di Gesù nella consapevolezza di ciò che Gesù stesso dice: sono proprio esse che rendono testimonianza a me (Gv 5,39).

Anche la dottrina dell’ispirazione è diversamente interpretata. Mentre nella tradizione islamica la partecipazione dell’uomo e della sua razionalità può solo offuscare e ottenebrare la parola rivelata di Dio, nella tradizione cristiana si è mostrato che Dio si serve della capacità veritativa dell’uomo posta da Dio stesso nell’uomo, per parlare agli uomini. Perciò i musulmani non parlano di ispirazione ma di tanzìl – «discesa» del libro -, e la dottrina tradizionale ha insistito nell’affermare l’incapacità di Maometto nel leggere e scrivere per sostenere la tesi dell’assoluta estraneità di una qualche facoltà di Maometto nella composizione del testo coranico. Invece, seppure con difficoltà, progressi e regressi, anche nel Vaticano Il si è ribadito ciò che già Pio XII, nella Divino afflante Spiritu, aveva affermato, che cioè Dio scelse degli uomini, di cui vi servì nel possesso delle loro facoltà e capacità (DV 11).

Se dunque nella rivelazione islamica si è cercato di arrivare a unificare i testi coranici e a chiarire come doveva essere letta ogni singola parola, nella rivelazione cristiana è nata la preoccupazione di fissare il testo ispirato due secoli dopo l’incarnazione – e ancora non si è smesso – e si è arrivati alla definizione del canone delle scritture ispirate solo con il concilio di Trento sotto la spinta della Riforma. La preoccupazione preminente della Chiesa pertanto fu non solo di chiarire quale fosse il testo ispirato (cf. le esapla di Origene), ma quali libri fossero da leggere nella comunità, cioè quali libri riflettevano la vivente tradizione apostolica.

È per questa visione globale della rivelazione e della antropologia che non è pensabile nella tradizione islamica la formulazione di un «dogma», cioè di una verità espressa in parole umane in forma diversa dalla verità data da Dio agli uomini nel Corano. È per questa visione cristiana della rivelazione che nella Chiesa subapostolica si cominciarono a fissare le verità fondamentali della fede nelle quali condensare la vivente tradizione apostolica in un simbolo «compendio», in una regula fidei che fosse il criterio di interpretazione delle scritture.

1.5.    Islam: la comunità difende il singolo

         Cattolicesimo: la dignità della persona umana

Altra prospettiva che vede una netta opposizione tra Islam e Cristianesimo riguarda il diritto e la persona umana. Il diritto va inteso come diritto della comunità (ummah), non della persona. L’Islam non conosce la parola «persona», il suo sinonimo è «fard» (individuo). Il fard è parte integrante e dipendente della grande società islamica (ummah). Dentro l’ummah egli ha diritti e doveri. Se abbandona la religione per ateismo o conversione a un’altra religione, perde tutti i suoi diritti, anzi, è passibile di morte per tradimento [6].

Perciò la fonte dei diritti nei paesi a maggioranza islamica è la comunità islamica e, in ultima analisi, essa è garante dei diritti e dei doveri che il Corano e la legge islamica, la šari’ah, riconoscono, concedono e negano. Nei paesi che adottato la legge islamica i cristiani sono spesso considerati, alla stregua degli altri non musulmani, dei cittadini di seconda categoria impossibilitati o limitati a una partecipazione attiva nella società e nelle istituzioni.

Così anche le discriminazioni delle donne rispetto agli uomini nel diritto processuale, nel diritto ereditario e in quello matrimoniale hanno il loro fondamento nel Corano stesso e sono più o meno codificate dalle legislazioni di ispirazione islamica.

Non si deve dimenticare invece come nell’esperienza del cristianesimo occidentale si sia fatto strada il diritto legato all’essere umano, alla persona umana. L’approfondimento che è stato fatto a livello delle dispute cristologiche del termine «persona» e l’applicazione nella formulazione della fede un solo Dio in tre persone ci richiama quanto il termine persona si sia arricchito di spessore nella cristianità, e come la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sia frutto di una cultura cresciuta su radici cristiane ed evangeliche.

Pur con titubanze legate per lungo tempo al modernismo, anche la Chiesa cattolica è arrivata a riconoscere la validità della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Questo è il motivo fondamentale per cui la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo non è riconosciuta in molti paesi che intendono applicare la legge islamica. Per questo motivo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nell’Islam emanata dal Consiglio islamico d’Europa presso l’UNESCO nel 1981 rimane una dichiarazione che riguarda l’uomo nell’Islam.

Similmente anche la Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’Islam promulgata al Cairo nel 1990 nella XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri, prevede, ad. es. all’art. 2, che: è vietato sottrarre la vita salvo che la šari’ah lo consenta, e pertanto subordina, in questo come in altri casi, i diritti dell’uomo alla šari’ah.

Non ci si deve nascondere inoltre che nei paesi a maggioranza islamica non è consentito abbandonare la propria fede islamica per aderire a un’altra, con il rischio anche della sentenza di morte, talvolta commutata in carcere. Il Corano, in materia di libertà religiosa e di apostasia, è diversamente interpretato e permane tutto il peso della tradizione nell’interpretazione del testo.

Il principio che deve valere per il cattolicesimo – principio recepito nei codici giuridici contemporanei – è la libertà di coscienza della singola persona. Ciò che viene sottolineato nei paesi islamici è la dimensione collettiva della comunità islamica che non può essere «intaccata» dall’apostasia dei suoi membri senza che la scelta personale vada a detrimento della comunità [7].

1.6.    Islam: l’Islam è religione e Stato

          Cattolicesimo: la Chiesa non si identifica con lo Stato: la laicità

All’ inizio del XX secolo, sullo sfaldamento dell’impero ottomano si andarono costituendo i vari stati nazionali, adottando ora forme di governo monarchiche, ora socialiste e, in ogni modo, ispirate alla forma parlamentare europea che sembrava la più vicina all’esperienza di Maometto e dei suoi compagni a Medina.

Proprio nel momento in cui sorgevano gli stati nazionali, ciò che è stato recuperato, in particolare dalle correnti radicali, è stato il principio della non scindibilità di religione e Stato. Una delle poche eccezioni fu la Turchia dove, dopo una prima fase in cui si proponeva di liberare le «terre islamiche» e i «popoli islamici» e di respingere e scacciare l’invasore infedele [8], furono aboliti il sultanato e molte prescrizioni islamiche, adottando la domenica come giorno di festa, il calendario occidentale, vietando l’uso del velo, adottando l’alfabeto occidentale ecc. e ciò fu sentito come una de-islamizzazione.

Ma a partire dalla prima metà del XX secolo gli ideologi del fondamentalismo hanno ribadito la non scindibilità di religione e Stato e hanno ribadito che l’Islam è dín wa-dawla cioè religione e Stato. La grave crisi che stanno correndo gli stati che hanno tentato strade di compromesso con le forme di governo occidentali è la fessura nella quale le idee fondamentaliste cercano di incunearsi, soprattutto nei ceti più poveri, per propagandare il ritorno all’Islam e l’abbandono di ogni compromesso con le forme di governo occidentale quale panacea di ogni malcontento e difficoltà.

In maniera opposta il Vaticano Il afferma che la missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è di ordine politico, economico e sociale: il fine, infatti che le ha prefisso è di ordine religioso (GS 42). È la convinzione che era propria dell’A Diogneto, quando si dice che i cristiani partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri (A Diogneto 5,5).

Certo la parabola della storia ha presentato varie e numerose eccezioni, ma penso che la prospettiva sia quella che la Chiesa cattolica oggi persegue. Il concetto della laicità ò della autonomia delle realtà terrene è stato riconosciuto dal concilio (GS 36) ed è stato pure chiarito come questa autonomia debba mantenere un riferimento a Dio: La ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio (GS 36 citando CONC. VAT. 1, Dei Filius).

Da questo punto di vista perciò si può constatare come l’ingresso di numerosi musulmani in Europa abbia costretto o possa costringere a rivedere un concetto di laicità nel senso laicistico del termine, dove ogni riferimento a Dio o a una norma morale fondata su una visione cristiana dell’uomo viene sentito come aggressione alla legittima autonomia delle istituzioni.

Non ci si deve nascondere tuttavia che, nei paesi islamici, nell’XI secolo della nostra era la separazione del potere religioso e politico non solo esisteva concretamente ma era elaborata e giustificata dottrinalmente [9]. La domanda che si pone tuttavia è la seguente: il «fondamentalismo» o il «radicalismo» islamico al quale abbiamo assistito nel corso del XX secolo è espressione di una deviazione dal vero Islam oppure è l’espressione di una corrente che intende essere «musulmana» nel senso più genuino del termine?

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[1] Per un confronto del rapporto uomo-Dio nella rivelazione islamica e in quella cristiana rimando a M. BORRMANS, Islam e cristianesimo. Le vie del dialogo, Paoline, Roma 1993, 85-101.

[2] ” Cf. Cor. sura 11 2,3 e i commentari alla sura

[3] Cf. BORRRIANS, Islam e Cristianesimo, 85- 101.

[4] AL-GHAZALI, La salvezza dalla perdizione, a cura di L. VECCIA VAGLIERI e R. RUBINACCI, UTET. Torino 1970, V, 12 I

[5] GREGORIO Di NISSA, Folii. 6, PG 44,1265-1266; in particolare D.

[6] FARHAT, Diritti umani, 20-2 I.

[7] Rimando per l’argomento a SAMIR KHALIL SAMIR, «Le débát autour du délit d’apostasie dans l’Islam contemporain», in Faith, Power, and Violence, Muslims and Christians in a Plurality Society, past and present. a cura di J.J. DONOHUE – CH.W. TROLL. Orientalia christiana analecta 258, Roma 1998, 115140.

[8] LEWIS, L’Europa e l’Islam, 70.

[9] CARRT, L’Islam laico, Il Mulino, Bologna 1997, 22.

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LA SITUAZIONE ATTUALE

Per ciò che riguarda la situazione attuale, penso sia opportuno considerare la Chiesa cattolica e i musulmani immigrati. Infatti io sono cattolico e intendo rivolgermi a dei cattolici. Inoltre sto affrontando il problema dell’Islam perché le comunità cristiane cattoliche sono state interessate da ormai dieci anni, più che dai musulmani italiani, che erano presenti in Italia anche precedentemente, dal crescente fenomeno migratorio che ha fatto spostare il luogo dell’incontro dai paesi di missione, quali Africa e Asia, alle città e alle parrocchie di casa nostra.

Mutamento dell’immigrazione da paesi islamici in Europa

In Europa si è passati dalla presenza dei musulmani alla presenza dell’Islam. Il problema si è posto soprattutto in Francia a partire dal 1976, con lo stabilirsi in territorio francese – in qualità di cittadini francesi – di numerosi musulmani, figli di musulmani immigrati. In Italia, l’immigrazione da paesi stranieri e la conseguente presenza di immigrati di fede islamica nelle nostre diocesi e nelle nostre parrocchie da più di 15 anni, è una realtà in costante crescita.

Questa presenza non si prospetta come transitoria visto che i ricongiungimenti familiari stanno avvenendo sul nostro territorio. Anche se non si può attribuire questo processo a una strategia congiunta messa in atto da governi o paesi o organizzazioni di ispirazione islamica chiaramente identificabili, tuttavia molti si chiedono se l’Islam, soprattutto attraverso l’immigrazione e una natalità superiore alla media, non stia invadendo a poco a poco l’Europa per trasformarla in «terra d’Islam» [18].

Non dobbiamo dimenticare che questa presenza in Italia, come nel resto dell’Europa, in parte è stata necessitata dal mondo del lavoro: infatti questo ha «attirato» l’immigrazione straniera per impieghi del mondo del lavoro non più ricoperti dalle giovani generazioni. Da altri punti di vista, però, questa immigrazione straniera in parte è stata ed è sfruttata dallo stesso mondo del lavoro che vede un’opportunità più vantaggiosa rispetto alla manodopera autoctona. Talvolta la presenza di musulmani è stata conseguenza di un’immigrazione clandestina a seguito di conflitti armati nei paesi di provenienza, oppure di un’emigrazione alla ricerca di nuove possibilità di lavoro e di vita.

Immigrazione e comunità ecclesiali

Già da parecchi anni le comunità ecclesiali italiane sono state interpellate per aiutare questi immigrati ad affrontare problemi riguardanti l’italianizzazione, gli alloggi, il reperimento del necessario per vivere, e altre svariate richieste. Si è giunti persino alla richiesta di luoghi per la preghiera musulmana.

Di fronte all’ottemperamento di pratiche, assistenziali che con altre comunità di immigrati portano a una progressiva integrazione sociale, con le comunità di musulmani ci stiamo trovando di fronte a gruppi sociali che non hanno nessuna intenzione di «integrarsi» nel sistema sociale italiano in quanto non ne condividono la «cultura» intesa in senso proprio, essendo portatori di un’altra cultura-religione: l’Islam. Anche dal punto di vista dei matrimoni misti si deve registrare una grande percentuale di fallimento di queste unioni e dei conseguenti problemi legati al ricongiungimento dei figli con le madri per la maggior parte italiane.

È emersa sempre più la «debolezza» delle comunità ecclesiali, formate in gran parte da battezzati che non condividono più il triplice vincolo di comunione: la comunione sacramentale è disertata a favore di altre «esperienze religiose» o «pseudo-religiose» e, quand’anche è praticata, talvolta non è rettamente compresa; la comunione nel vincolo dell’unica fede è andata ad appannaggio dell’opinione personale o delle ideologie correnti: di fronte a un livello di istruzione che si è innalzato si deve rilevare che l’istruzione in Italia è stata gestita in gran parte da forze anticlericali che hanno potuto pianificare la loro istruzione anti-cattolica; la comunione con i vescovi e con il successore di Pietro è messa in discussione a causa del soggettivismo e del relativismo etico. Da questo punto di vista non si può non assentire con il giudizio di mons. F. Twal quando dichiara che l’Europa è sedicente cristiana, ma in realtà secolarizzata [19].

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Note al capitolo 3.

[18] TWAL, Il fenomeno Islam, 5.

[19] TWAL, Il fenomeno Islam, 5.

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PROSPETTIVE FUTURE

La catechesi

La catechesi e la predicazione ordinaria devono tenere presente la situazione nella quale si trovano gli ascoltatori e perciò ritengo opportuno che si debbano mettere in luce i tratti caratteristici di un’identità cattolica, anche in contrapposizione esplicita alla fede islamica, qualora se ne ravvisasse la necessità.

 

Nella fede cattolica

Nell’Islam

C’è una progressività della storia della salvezza, dell’economia salvifica Ciclicità di rivelazioni a migliaia di profeti e di “libri” rivelati precedentemente al Corano contenenti tutti il medesimo messaggio sull’unicità di Dio
Il valore delle alleanze nelle quali Dio ha fatto delle promesse e si è vincolato all’umanità con un popolo in particolare Nella concezione islamica di Dio è impensabile il concetto di alleanza con la quale Dio si “lega” all’uomo: egli rimane sempre totalmente libero
Il culmine dell’economia della salvezza è stato raggiunto nell’incarnazione di Gesù Cristo, Figlio di Dio Nella concezione coranica Gesù è solo figlio di Maria, non è Figlio di Dio, né Dio, ma solo un profeta
tramite la Vergine Maria, Madre di Dio Nel Corano si parla di concepimento e di parto verginale ma Maria è solo Madre di ’Isa (Gesù) ed è solo una brava musulmana
Gesù ha veramente sofferto la sua passione, è veramente morto I musulmani non credono che Gesù sia morto in croce
ed è veramente risorto Spiegano i passi del Corano dove Gesù stesso parla della propria morte e della propria risurrezione in termini escatologici (morirà e risorgerà alla fine dei tempi)
La Chiesa è il “Corpo di Cristo” raccolta nel triplice vincolo di comunione: comunione di fede, sacramentale, gerarchica La umma è una comunità di credenti accomunati dalla professione di fede nell’unico Dio e che riconoscono Maometto come “sigillo” dei profeti.
Tramite i santi misteri Non c’è alcuna concezione sacramentale
La Chiesa fa memoria del Signore Risorto mettendo in una comunione viva e reale i suoi figli con Dio uno e trino Nella preghiera si entra in un “intimo colloquio” con Dio
È grazie alla Chiesa pellegrina in questo mondo che il cristiano sa di essere in comunione con la Chiesa celeste unita al sacerdote eterno che si offre al Padre: Ognuno ha un rapporto personale, immediato con Dio.
in Lui e con Lui la beata Vergine Maria, gli angeli e i santi già ora intercedono per noi Si esclude ogni tipo di intercessione, e quella di Maometto sarà solo escatologica nel giorno del giudizio

Comunità cristiane cattoliche e comunità islamiche

I rapporti tra cattolici e musulmani spesso non esistono a livello ufficiale e istituzionale nelle realtà locali. Esistono i rapporti con le persone. È proprio in un confronto vero e sincero tra persone credenti che c’è lo spazio perché maturi la fede dei nostri fedeli cattolici.

Conseguentemente alla pratica del digiuno e della preghiera praticati da questi gruppi di immigrati si auspica che i cristiani riscoprano le loro tradizioni cristiane: la domenica quale giorno del Signore e giorno di incontro nella comunità; la quaresima come periodo dedicato al digiuno, alla penitenza e alla preghiera, in cui si vive un momento diverso dal resto dell’anno; la penitenza e l’astinenza dalla carne il venerdì nel ricordo settimanale della morte del Signore Gesù.

Recentemente c’è stato un aumento di interesse delle comunità cristiane per i musulmani e l’Islam. Vengono richiesti sempre più di frequente incontri a livello culturale perché qualcuno presenti l’Islam. È totalmente insufficiente la conferenza al circolo culturale o nella sala parrocchiale tenuta, quando va bene, da un esperto di Islam.

Queste iniziative, oltre che essere estemporanee e dare l’impressione agli uditori di avere acquisito una conoscenza sufficiente di chi siano i musulmani che si trovano accanto a casa, rimangono incomplete, se mirano solo a informare, mentre invece dovrebbero essere incontri nei quali e dai quali, a fronte dell’identità islamica, si fa risaltare tutta la bellezza dell’identità cristiana cattolica.

I pastori d’anime devono sapere illuminare i propri fedeli perché di fronte a episodi di «integralismo» e di contrapposizione, non nasca nelle comunità cristiane, generalmente ad opera dei meno avveduti, un «integralismo» cristiano che non sa vedere con serenità i termini del problema e cede a facili generalizzazioni.

Caritas parrocchiali e famiglie islamiche

Mi diceva un amico, dopo i primi mesi di esperienza qui in Italia: La vostra carità è veramente evangelica perché voi aiutate chi è nel bisogno e non guardate se uno è cristiano o musulmano. Però non predicate il Vangelo. Questa frase fotografa bene l’esperienza di tante comunità e Caritas, parrocchiali e non, che pensano che il Vangelo si trasmetta tramite la carità concreta, non rendendosi conto della distanza culturale degli interlocutori.

L’impressione è che si sia usata con i musulmani lo stesso atteggiamento usato con gli ex-cattolici divenuti atei perché non vedevano nella comunità cristiana la concretizzazione materiale di ciò che veniva predicato. La differenza è che molti musulmani che arrivano nel nostro territorio pensano di sapere cosa sia il cristianesimo perché sanno cosa c’è scritto nel Corano e perché sanno cosa viene insegnato nei catechismi musulmani, mentre in realtà sono nella più, oscura ignoranza della nostra fede.

Mi scriveva un’incaricata di una Caritas parrocchiale: Personalmente non cerco proseliti, non voglio conversioni in cambio di un litro di latte, ma se qualcuno mi chiede, allora a quello devo dare tutta la gioia della buona notizia. Ritengo dunque che una doverosa solidarietà con le famiglie meno abbienti vada coniugata con una carità che non diventi assistenzialismo ma testimonianza viva di carità cristiana che sa farsi anche testimonianza e annuncio della propria fede. I parroci stimolino gli operatori delle Caritas perché di fronte ai musulmani siano non solo capaci di solidarietà, ma anche di una testimonianza verbale della propria fede, di una serena evangelizzazione e talvolta anche di nette prese di posizione di fronte a inopportune pretese.

Problematiche giuridiche

Circa le più diverse problematiche giuridiche legate alla presenza islamica in Italia – e dunque al rapporto delle comunità islamiche con le istituzioni – rimando al volume curato da Silvio Ferrari che raccoglie diversi contributi sulle più diverse problematiche giuridiche.

I matrimoni misti

Nei paesi islamici la condizione della donna nel matrimonio è del tutto particolare: non ha i medesimi diritti riguardo al ripudio/divorzio (in certi casi solo l’uomo può iniziare il divorzio, la donna no), i figli e le figlie appartengono al padre – anche per quanto riguarda la religione –, la loro tutela giuridica è affidata al padre o a un parente maschio, non ha i medesimi diritti di un uomo nel diritto successorio, solo all’uomo è concesso di sposare una non musulmana mentre invece è vietato alla donna musulmana di sposare un non musulmano.

Scriveva di recente G. La Torre: I problemi di una coppia mista possono diventare molto pesanti, in alcuni casi, per la moglie europea quando la coppia si stabilisce in un paese musulmano di cui non conosce il contesto culturale e in cui si deve inserire o per amore o per forza.

Circa il problema dei matrimoni misti c’è stato un comunicato del Consiglio permanente della CEI del 24-27 gennaio 2000 e la pubblicazione da parte della Segreteria generale della CEI di un quaderno dedicato all’argomento. Nel quaderno, al quale rimando per i dati statistici e per una maggiore informazione circa la concezione islamica del matrimonio, nelle prospettive pastorali che venivano delineate da don Augusto Casolo, si faceva presente che è urgente che la Chiesa italiana si orienti a una prassi omogenea relativamente alla concessione delle dispense, alla preparazione dei nubendi, alla celebrazione del matrimonio e all’accompagnamento successivo della famiglia islamo-cristiana (…) la disomogeneità attuale, inoltre, potrebbe ingenerare un senso di confusione e smarrimento dei fedeli.

Vengono fatte presenti alcune prospettive: 1) l’individuazione degli operatori: si dovrebbe individuare nella diocesi qualche coppia e qualche sacerdote o qualche consultorio o qualcuno nel consultorio cristiano che si specializzi nell’accompagnamento di queste coppie; 2) la preparazione degli operatori: essi abbiano un’informazione completa e aggiornata sulle leggi e gli statuti familiari dei Paesi di provenienza dell’immigrazione islamica per potere mettere la parte cattolica di fronte a tutti gli eventuali problemi riguardanti il proprio rapporto con il coniuge, il riconoscimento del proprio diritto matrimoniale, ereditario e sulla prole, vigente nel paese di provenienza, la diversa mentalità e concezione del matrimonio in una cultura differente, ecc.

L’esperienza dice che la maggior parte dei fallimenti di questi matrimoni sono causati da un’affrettata preparazione, nella quale la parte cattolica non è stata informata di tutti i problemi che questo tipo di vincolo comporta.

Il confronto culturale

Di fronte alle incipienti iniziative culturali islamiche a livello accademico penso sia necessario che si formino, in ogni regione pastorale, alcune persone competenti che, studiando la tradizione islamica in maniera non superficiale, possano già oggi, ma soprattutto domani, essere valide controparti in ambito accademico. Il rischio è che la comunità cristiana si trovi completamente sguarnita dal punto di vista culturale e concettuale, per potere rispondere adeguatamente in un confronto con esponenti musulmani su questioni storiche, filosofiche, giuridiche e teologiche.

CONCLUSIONE

Desidero terminare citando il brano di Vangelo in cui Gesù si trova di fronte la samaritana. Mi piace leggerlo quale dialogo intercorso tra il Signore Gesù e una donna appartenente a un’altra tradizione religiosa: «“Viene l’ora in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quello che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora, ed è adesso, nella quale i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: infatti il Padre cerca tali adoratori Dio è spirito e coloro che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. Gli dice la donna: “So che viene il Messia detto Cristo: quando verrà ci annunzierà ogni cosa”. Le dice Gesù: “Sono io che parlo con te”» (Gv 4,21-26).

Bologna, 6 agosto 2000

Trasfigurazione del Signore

DAVIDE RIGHI

Studio teologico accademico bolognese

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