Moschea sì, moschea no: l’Italia dell’Islam?

moschee_ItaliaIl Timone, n.96 settembre—ottobre 2010

A Milano qualcuno invoca la costruzione di un luogo di culto per gli Islamici. Chi deve costruirlo, dove e con i soldi di chi? Che cosa deve fare lo Stato? E i cattolici che cosa devono pensare? Ecco le risposte del Timone

di Mario Palmaro

I musulmani che vivono in Italia hanno diritto ad avere una moschea in ogni città? Lo Stato – magari attraverso le regioni, le provincie e i comuni – deve autorizzarne la costruzione o addirittura finanziarla? E la Chiesa cattolica – con le sue diocesi e le sue parrocchie – deve offrire spazi o danaro agli islamici affinchè possano edificare un luogo per riunirsi e pregare?

Sono domande che molti si sono fatti in questi anni, e che sono tornate di stringente attualità nelle scorse settimane, quando a Milano uomini politici e di Chiesa sono intervenuti per dire la loro sulla costruzione di una moschea all’ombra della Madonnina.La questione è troppo seria per essere affrontata con atteggiamenti ideologici – magari attingendo ai soliti slogan sull’accoglienza e sulla diversità – oppure con argomentazioni emotive ed epidermiche, ad esempio basandosi su sentimenti (anche comprensibili) di paura. Occorre ragionare, attingendo ai principi della legge naturale e alla retta dottrina cattolica. Occorre trovare dei criteri di azione oggettivi, che vadano al di là della questione contingente moschea sì – moschea no.

Il tema presenta almeno due sfaccettature essenziali: una di natura politica, l’altra di natura teologica. Cominciamo dalla prima.

Che cosa deve fare lo Stato?

Sul piano politico, si tratta di rispondere alla domanda: lo Stato che cosa deve fare se vuole agire nel rispetto del bene comune? Proviamo a saggiare la solidità delle diverse risposte a tale domanda.

a. Lo Stato deve costruire a proprie spese una moschea. Questa tesi è sorprendente: non si vede per quale ragione uno Stato, che fra l’altro si professa laico, dovrebbe agevolare l’edificazione di un luogo di culto, investendovi le risorse della comunità. Un ponte o una scuola servono a tutti, non lo stesso si può affermare di una moschea o di una sinagoga. Inoltre, sarebbe difficile, una volta creato il precedente, rifiutare lo stesso trattamento a qualunque altra confessione religiosa che chiedesse al sindaco un posto per pregare.

b. Lo Stato deve permettere a ogni religione di edificare luoghi di culto, senza costi per la collettività. Anche questa affermazione, accettata ormai un po’ da tutta l’opinione pubblica, presenta aspetti problematici. Ogni Stato infatti è obbligato a un’implicita valutazione nel merito di ogni fenomeno religioso. E non stiamo parlando solo dell’Islam. La presunta neutralità dello Stato laico di fronte alle diverse “fedi” degli uomini è un mito delle società democratiche e liberali, un mito che è smentito dai fatti e dal buon senso.

Ogni Stato, infatti, valuta – almeno entro certi limiti – quali sono i contenuti di una religione che impattano con la società: se essa esorti all’amore e al compimento di opere di carità, oppure se inciti alla violenza; se essa riconosca il valore dell’autorità costituita, oppure inciti alla rivolta e all’anarchia; se essa sia innocua per l’ordine pubblico oppure se ne costituisca un pericolo. Potremmo continuare con molti altri esempi. La religione non è un fenomeno neutro. E lo Stato, che neutrale non può mai esserlo, è costretto a prendere una posizione.

c. Tuffe te religioni sono uguali. Esiste la dimensione storica e culturale, esistono delle tradizioni, innanzitutto religiose: e un sindaco o un presidente di regione non possono fingere di ignorare tali elementi. Del resto, la coerente applicazione della tesi “tutte le religioni sono uguali per lo Stato” porterebbe a conseguenze paradossali: ad esempio, una setta satanica e una parrocchia avrebbero gli stessi diritti. Andando più alla radice della questione: può esistere un “diritto all’errore”, giuridicamente tutelato?

d. Tutti i luoghi di culto sono uguali. Anche questa affermazione è superficiale. La natura della moschea è controversa e complessa, non essendo di per sé soltanto un luogo destinato alla preghiera; inoltre, una volta che un territorio è consegnato a questo scopo, esso diventa un luogo sacro che il musulmano ha il dovere di difendere in modo irreversibile. Dunque, sul piano politico il problema non riguarda soltanto l’edificazione della moschea, ma apre inquietanti interrogativi sul rapporto fra Stato e religione, e mette a nudo una serie di nervi scoperti della società liberale: essa infatti rischia di essere seppellita dagli stessi principi di tolleranza e di neutralità che ha posto alle sue basi.

Per dire no alla moschea bisogna esprimere un giudizio di valore sul bene e sul male, sul vero e sul falso. Ma se la democrazia afferma di essere muta di fronte a questi temi, ecco che non trova argomenti razionali da opporre alle richieste dei musulmani. Ed ecco perché all’ombra della Statua della Libertà diventa difficile dire di no all’edificazione di una moschea proprio a Ground Zero. A meno che non si provveda a edificare quanto prima anche una bella “Statua della Verità”.

Che cosa deve fare la Chiesa cattolica?

Se lo Stato laico si dibatte nelle spire delle sue premesse relativiste, molto meno confusa dovrebbe essere la situazione nell’ “accampamento” cattolico. A patto che se ne rispetti la dottrina e che non si ceda alla facile demagogia di una solidarietà pelosa. La domanda è: che cosa deve fare la Chiesa cattolica? Anche qui proviamo a riflettere sulle risposte più frequenti.

a. Si deve amare ogni uomo e compiere gesti di carità verso tutti i bisognosi. Questa risposta è inappuntabile. Offrire aiuti materiali e ospitalità a una famiglia in difficoltà, qualunque sia la sua appartenenza religiosa, significa esercitare il comandamento evangelico dell’amore. Dunque, qui non è in discussione il bene che si può e si deve fare verso il prossimo.

b. Si deve tollerare l’esistenza di altri culti nella società. Anche questa affermazione è coerente con l’ininterrotta tradizione della Chiesa, e con il principio sempre affermato che a nessuno si deve imporre con la forza l’adesione all’unica vera fede.

e. Si deve incoraggiare, promuovere, favorire, finanziare l’edificazione di luoghi di culto delle altre religioni. Qui siamo invece completamente fuori strada. Con l’intenzione di fare del bene si commette un peccato grave. Infatti, una religione o è oggettivamente vera, o è falsa. E se è falsa, potrà essere tollerata ma non certo incoraggiata. Dunque, non ha alcuna giustificazione il comportamento di quei parroci che decidono di mettere a disposizione dei musulmani l’oratorio o altri spazi per svolgere il loro culto. A rigore e per coerenza logica, è incomprensibile anche la scelta di cedere chiese o spazi parrocchiali a cristiani di altre confessioni per i loro riti.

d. Si deve spronare lo Stato a costruire moschee. Anche questa tesi è in contrasto con la preoccupazione fondamentale di ogni cattolico: la salvezza delle anime. Che, notoriamente, non passa attraverso la promozione e la diffusione di religioni diverse da quella cattolica. Augurarsi che lo Stato si faccia promotore dell’errore è un clamoroso autogol.

Sul piano teologico si gioca dunque una partita importantissima: non si può ignorare, infatti, che i gesti più stravaganti ed equivoci, gli oratori trasformati in “moschee provvisorie”, o un’antica chiesa dedicata a San Pietro Martire ceduta ai Luterani, alimentano lo stato confusionale tra i fedeli. Lasciando intendere che una religione vale l’altra e che un culto vale l’altro. Esempi preclari di quel sincretismo religioso che Benedetto XVI va combattendo fin dai tempi in cui reggeva la Congregazione per la Dottrina della Fede.

Ricorda

«II diritto alla libertà religiosa non è né la licenza morale di aderire all’errore, né un implicito diritto all’errore, bensì un diritto naturale della persona umana alla libertà civile, cioè all’immunità da coercizione esteriore, entro certi limiti, in materia religiosa, da parte del potere politico. Questo diritto naturale deve essere riconosciuto nell’ordinamento giuridico della società così che divenga diritto civile». (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2108).

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