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Ott 04

Birra carità e preghiera

L’Osservatore Romano 21 Settembre 2018

I monaci e la bevanda più amata in Belgio

di Silvia Guidi

«Contemplativi, quindi totalmente impegnati nel “fare”, dal lavoro manuale al sostegno delle attività caritative delle comunità più vicine al monastero»: parlando dei trappisti, fratel Lode Van Hecke, abate dell’abbazia Notre-Dame d’Orval, ci tiene a épater le bourgeois, a stupire i suoi interlocutori smentendo uno dei luoghi comuni più diffusi e meno vicini al vero che circolano sulla vita quotidiana dei monaci. Simbolo di questa concreta partecipazione alla vita e all’economia delle società in mezzo a cui vivono è la produzione della birra, una tradizione antica quasi quanto l’origine dei loro monasteri (almeno di quelli del nord Europa).

Il 18 settembre scorso nell’ambasciata belga presso la Santa Sede si è tenuto un incontro dedicato al fiore all’occhiello della tradizione del paese, legato a doppio filo alla storia dell’ordine cistercense e del monachesimo benedettino. Dopo un’introduzione dell’ambasciatore, Jean Cornet d’Elzius, sono intervenuti l’abate di Maredsous, dom Bernard Lorent, Jos Wouters, abate generale dei canonici regolari premonstratensi, e Philippe Henroz, direttore della brasserie d’Orval, che ha letto il messaggio di fratel Lode Van Hecke.

«L’aggettivo “contemplativo” — ha continuato nel suo intervento l’abate di Notre-Dame d’Orval — non induce forse a pensare subito a ciò che è “fuori dal mondo”, non produttivo, libero dall’esigenza del lavoro? Mi ricordo di un professore di matematica il quale (forse non amava molto gli studenti della sezione greco-latina dell’epoca) reagendo nei confronti dello studente che sorprendeva distratto in classe e incapace di rispondere alla domanda, diceva “Il signore è un contemplativo? O è forse un poeta?».

Contemplativo non è sinonimo di inattivo; basti pensare all’impeto missionario che ha mosso tutti i grandi mistici. Anche l’abate di Maredsous, tra i relatori del convegno, ha invitato i presenti a pensare in modo non superficiale al posto che ha occupato (e continua a occupare) la bevanda nelle comunità cistercensi lungo i secoli, confermando che «più o meno tutte le abbazie maschili in Belgio hanno una birra che porta il loro nome».

Non solo: anche il marketing fa capire molte cose della storia del paese e delle conseguenze concrete del benedettino ora et labora. «Nell’immaginario belga — ha detto dom Lorent — tutto ciò che fa riferimento a un’abbazia fa riferimento a un prodotto di qualità. L’immagine dell’abbazia è positiva. Porta con sé la tradizione, l’esempio positivo di un lavoro fatto bene».

Oltre che rispondere a un bisogno primario dell’essere umano, quello di bere, produrre birra per secoli ha significato offrire un prodotto più sicuro rispetto all’acqua. «Non bisogna dimenticare — ha aggiunto fratel Lode Van Hecke — che la birra, nel nostro paese, è legata a un fatto: in certe epoche, dove l’acqua era spesso contaminata, garantiva un’alimentazione più sana. Per questo veniva prodotta in tutti i villaggi, anche in alcune famiglie. Nelle comunità monastiche il birrificio faceva parte degli edifici interni alla clausura, come il forno per il pane o la fucina per la lavorazione del ferro».

Una delle caratteristiche dell’ordine di Cîteaux è il ritorno al lavoro manuale, come san Benedetto prevede nella sua regola. Non si tratta del lavoro nel suo senso più largo (opus), ma di labor. Oggi facciamo fatica a immaginare quello che poteva significare questo ritorno al lavoro in una cultura medioevale che rifiutava l’idea di un’attività manuale per i cavalieri, il clero, le persone colte dell’epoca; è significativo il fatto che Bernardo di Chiaravalle mettesse il lavoro manuale sullo stesso piano della solitudine e della povertà volontaria a fondamento della «nobiltà della vita monastica» (lettera 42, 37). Non si tratta solo di una questione di ascesi, ma di realismo; «Come può l’uomo — ripete Bernardo ai suoi monaci — prendere coscienza di se stesso se fugge la fatica (labor) e la sofferenza (dolor)?» (De diversis 2, 1).

Tra gli ingredienti indispensabili della birra monastica, c’è anche la carità: «Per possedere il marchio Authentic Trappist Product — spiega l’abate di Notre-Dame d’Orval — i ricavi non devono essere unicamente destinati alle necessità della comunità monastica (materiali o culturali, come ad esempio il finanziamento della «Revue Bénédictine») ma anche a progetti di sviluppo e opere caritative. Mi è capitato di pensare: se si chiudessero i birrifici trappisti nel nostro paese, quante associazioni a carattere sociale farebbero fatica a continuare ad esistere!».

L’esperienza nella produzione viene spesso condivisa con confratelli di altri paesi; dieci anni fa, dato che il reddito agricolo era diventato insufficiente al mantenimento della comunità, due frati del monastero della Cascinazza di Milano sono andati a visitare le abbazie di Westvleteren, Achel e Chimay per apprendere i segreti di queste realtà produttive. Nel 2008 è nato il primo micro-birrificio italiano gestito interamente da monaci, che ha prodotto la prima birra artigianale monastica del paese, continuando anche nel Bel Paese la tradizione secolare delle birre trappiste belghe “di abbazia”.

 

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