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Set 12

Georges Boudarel, il boia della porta accanto

Georges Boudarel,

Edificati sulla Roccia 10 Luglio 2018

di Franco Maestrelli

Sessantaquattro anni fa, il 9 maggio 1954 la bandiera rossa del Viet-Minh sventolò su Dien Bien Phu e da quella disfatta, in cui mancò il comando ma non il valore militare, si concluse l’avventura del Corpo di Spedizione militare francese nel Sud Est asiatico e finì la storia dell’Indocina francese.

Prima di quella data, a partire dal 1946, migliaia di soldati furono inviati a contrastare l’avanzata comunista di Ho Chi Min e Giap. Molti di loro finirono prigionieri nella zona sotto controllo viet-minh e ad alcuni toccò in sorte di incrociare il loro destino con quello del loro compatriota Georges Boudarel.

Nato nel 1926, studi in seminario, nel 1945 perse la fede e alla ricerca di un’altra Chiesa trovò accoglienza nel Partito Comunista francese. Su ordine del PCF arrivò in Indocina nel 1948 e insegnò al liceo di Saigon ma nello stesso tempo animava la locale propaganda comunista alternata a fumate d’oppio. Renitente al servizio militare e dichiarato disertore, raggiunse sempre su ordine del PCF, la zona occupata dal Viet-Minh nel Tonchino. Dapprima addetto alle trasmissioni radio in lingua francese divenne in seguito commissario politico e gli fu affidata la “cura” degli ufficiali e sottufficiali francesi prigionieri nel campo 113, a 70 chilometri dal confine cinese. E’ interessante notare che è il PCF e non il Viet-Minh a dettare le linee del processo di rieducazione politica dei prigionieri francesi.

Il campo 113 era costruito in mezzo alla giungla, in ambiente malsano per gli occidentali che vi giungevano già stremati da lunghi trasferimenti a piedi. Le razioni di cibo, le fatiche, gli insetti e le malattie rendevano i prigionieri degli scheletri viventi. L’infermeria gestita dall’unico infermiere era l’anticamera della morte: vi si entrava solo per uscirne con destinazione alla fossa comune e nuovi prigionieri prendevano il posto dei morti con una mortalità del 70 per cento.

In questo tetro scenario, il compagno Boudarel con fervida fantasia aggravava la condizione dei prigionieri dedicandosi con zelo stalinista alla loro rieducazione. Per comprendere l’opera di Boudarel basta la lettura del libro di memorie scritto dal Sergente Wladislaw Sobanski, uno dei pochi sopravvissuti alla prigionia in cui sono elencati i metodi di Boudarel per “uccidere senza toccare il prigioniero”:

-sottoporre a corsi di rieducazione politica gli uomini feriti, malati, affamati, stremati;

-obbligare i moribondi ad alzarsi per assistere a queste sedute, il che contribuiva a finirli;

-sfruttare la pratica della critica e autocritica per creare un insopportabile clima di diffidenza, di discordia e delazione;

-consegnare ai Viet-Minh i medicinali paracadutati dalla Croce Rossa francese togliendoli ai malati abbandonati senza cure;

-riservare agli evasi ripresi un destino che conduceva a una fine pressoché certa;

-stabilire la lista di coloro che dovevano essere liberati, attribuendosi così il diritto di vita e di morte;

-spingere la crudeltà al punto di rimandare al Campo 113 prigionieri già sulla strada della liberazione: alcuni ne morirono di disperazione;

-detenere il record di mortalità con da 1 a 8 decessi giornalieri…In un anno di attività, nel 1953, nel campo di rieducazione 113, su 320 prigionieri francesi, 278 morirono per torture fisiche o psicologiche.

Boudarel quando era kapò al campo 113

Un prigioniero Jean Chaminas in uno dei tre tentativi di fuga uccise una sentinella e fu condannato a morte ma la malvagità di Boudarel giunse a ordinare al fratello Max Chaminas, anch’egli prigioniero, di comandare il plotone d’esecuzione.

I sopravvissuti, rientrati dopo le trattative di pace a Marsiglia come morti viventi, veri scheletri ambulanti trasportati in barella, furono tempestati di bulloni, sputi e insulti dai lavoratori portuali comunisti della CGT.

Poiché Boudarel era diventato consigliere tecnico per la guerra psicologica, i capi dei 130 campi di prigionia applicavano con zelo le sue indicazioni.

Terminata la guerra d’Indocina il professore francese, condannato a morte in contumacia nel giugno 1953 per diserzione e tradimento, si trattenne per altri dieci anni lavorando alle trasmissioni di Radio Hanoi perfettamente integrato nella nomenclatura del regime vietnamita. Nel 1963 il Viet Nam si avvicina alla Cina maoista e Boudarel che, ricordiamolo è legato al Partito Comunista francese di obbedienza sovietica, preferisce cambiare aria e trasferirsi prima a Mosca e poi a Praga a lavorare come traduttore alla Federazione Sindacale Mondiale.

Nel 1966 il generale De Gaulle concede un’amnistia ai disertori della guerra d’Indocina (concessione al PCF in cambio di quella per i crimini commessi in Algeria) e Boudarel nel 1967 può rientrare a Parigi, entrare nell’Università a svolgere il suo lavoro di storico sotto l’ala protettrice degli intellettuali del PCF. La contemporanea frequentazione degli ambienti trotzkisti di Alain Krivine ne fanno un affermato specialista universitario dell’Indocina negli anni ’70 e nel 1982 gli vengono riconosciuti i diritti alla pensione calcolando anche gli anni trascorsi a servizio dei Viet-Minh!

Nel 1991 durante un convegno sul Viet Nam che si tiene al Senato francese, Jean-Jacques Beucler, un ex Segretario di Stato all Difesa ma anche veterano della guerra d’Indocina e già prigioniero del Campo 113, riconosce Boudarel e gli grida davanti al pubblico attonito “Le sue mani grondano sangue. La sua presenza in questa tribuna è una vergogna!”. Jean-Jacques Beucler è figura nota tra gli ex combattenti, pluridecorato e la sua figura ha ispirato il tenente Marindelle nel romanzo Les Centurions di Jean Larteguy  e lo scandalo pubblico è notevole. L’Unione Sovietica non c’è più e la stampa è quindi libera di scavare in quelle lontane vicende. Boudarel risponde alle accuse con protervia e con atteggiamento provocatore affermando di non aver nulla di cui vergognarsi.

Seguono anni di cause e controcause in tribunale in cui le testimonianze di ex prigionieri del Campo 113 cercano di farlo condannare per crimini contro l’umanità. L’intero campo progressista francese scende in campo a suo favore, perfino il ministro socialista Lionel Jospin lo difenderà in Parlamento e la giustizia rigetterà ogni accusa di crimini contro l’umanità in quanto coperta dall’amnistia gollista del 1966. Malgrado undici anni di cause nei tribunali francesi e alla Corte di Strasburgo, il boia del Campo 113 continuerà a godersi la pensione per morire nel suo letto nel dicembre 2003.

 

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