Centri commerciali: una catastrofe annunciata. Ma in Italia si insiste

L’Opinione Pubblica 18 Maggio 2018

Un disastro che rischia di lasciare senza lavoro decine di famiglie a cui è stato sottratto progressivamente il tempo per vivere con leggi scellerate varate da celebrati “professori” allo scopo (presunto) di aumentare le occasioni d’acquisto per i consumatori e dare impulso a consumi ed occupazione

di Ernesto Ferrante

Quella dei centri commerciali è un’agonia inesorabile. Negli Stati Uniti si parla da anni di apocalisse degli shopping mall ma in Italia evidentemente la lezione non è servita, se è vero come è vero che, soprattutto al Sud, continuano ad essere rilasciati permessi per nuove aperture e si moltiplicano le cessioni a gruppi di dubbia solidità economica di queste cattedrali di cemento in malora che hanno privato decine di uomini e donne dell’equilibrio vitale tra la sfera lavorativa e quella affettiva-relazionale.

I numeri sono scioccanti: 166 vertenze giacciono sul tavolo del MISE. Federcontribuenti ha fornito una prima, angosciante stima: 200mila nuovi disoccupati all’orizzonte.

Un disastro che rischia di lasciare senza lavoro decine di famiglie a cui è stato sottratto progressivamente il tempo per vivere, con leggi scellerate varate da celebrati “professori” allo scopo (presunto) di aumentare le occasioni d’acquisto per i consumatori e dare impulso a consumi ed occupazione.

Dall’attuazione del decreto “Salva-Italia” del governo Monti, nel 2012, nel nostro Paese chi lavora nella galassia dei centri commerciali ha più il diritto alla vita privata e al riposo.

I lavoratori sono gli unici a pagare tra turni massacranti, domeniche e festivi a lavoro senza la giusta retribuzione, straordinari non pagati, flessibilità oraria senza limiti, ricatti, esuberi, “missioni” e licenziamenti.

Lo spostamento dello shopping dai giorni feriali a quelli festivi non ha, però, prodotto l’annunciato aumento degli acquisti, se si considera che nel 2017 le vendite del commercio al dettaglio sono ancora inferiori di oltre 5 miliardi di euro rispetto ai livelli del 2011, ultimo anno prima della liberalizzazione.

Risibile è stato l’effetto sull’occupazione: nella grande distribuzione sono state assunte circa 30mila persone, il provvedimento è stata una catastrofe per i negozi indipendenti che non hanno potuto competere con le aperture 24 ore su 24, sette giorni su sette, praticate dalla grande distribuzione. E sono stati costretti a chiudere.

La cessazione di attività ha riguardato oltre 90mila piccoli negozi che dal 2011 hanno dovuto subire lo “scippo” di circa 7 miliardi di euro di vendite a beneficio della grande distribuzione, in un contesto reso ancor più difficile dalla concorrenza del commercio online: tra il 2011 ed il 2017 il fatturato dell’ecommerce è infatti cresciuto di 3,7 miliardi. In media, i consumatori acquistano 5 volte l’anno via web.

Confesercenti ci dice che sono oltre 73 mila le piccole medie imprese chiuse in Italia e si sono persi 60 miliardi in spese da parte delle famiglie da quando è in vigore la legge “montiana”. Ad oggi, mediamente, un consumatore approfitta delle liberalizzazioni 10 giorni l’anno, sui circa 60 “in più” dati dalla deregulation tra domeniche e feste comandate.

Ridicola e stonata, anche in questo caso, è la litania del “ce lo chiede l’Europa”, perché nel resto del Vecchio Continente una regolamentazione esiste. In Germania si resta aperti massimo dieci domeniche a orario ridotto. In Francia sono appena cinque le domeniche di apertura. In Spagna e Austria le aperture sono previste esclusivamente per le zone turistiche e in Inghilterra sono disciplinate ed autorizzate in base alla dimensione degli esercizi commerciali.

Accennavamo al caso di scuola statunitense che, stranamente, continua a sfuggire agli “illusionisti” di casa nostra. Nel 1987 sparsi per gli Stati Uniti c’erano circa 30mila shopping mall, dove andava a finire il 50% dei dollari spesi nella vendita al dettaglio. Nel 2007, circa 11 anni fa, per la prima volta in cinquant’anni, non è stato costruito nessun nuovo centro commerciale negli USA. Secondo alcuni analisti, circa 400 dei circa 1.100 centri commerciali attualmente operanti chiuderanno nei prossimi anni.

La crisi dei centri commerciali negli Usa è collegata anche alla scomparsa della classe media. Mentre i ricconi statunitensi preferiscono fare la spesa in grandi magazzini glamour e la working class affolla i discount, la sempre più esigua middle class non è più in grado di assicurare i numeri necessari alla sopravvivenza degli shopping mall.

Secondo Bloomberg, nei distretti commerciali, a spendere sono ormai solo i ricchi, ma per farlo devono avere flagship stores con marchi come Etro ed Hermes, non Bershka, Zara, Pull and Bear o Primark. Un fenomeno, quello dell’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, a cui l’Italia non è assolutamente estranea. Eppure a Milano, ha aperto in autunno il più grande “distretto commerciale” d’Europa: 32mila metri quadrati e capienza di 700mila persone, metà degli abitanti del comune.

Le cause principali dell’agonia dei centri commerciali sono: saturazione del territorio e sovrapposizione del bacino di utenza; offerta identica ed esattamente sovrapponibile; struttura dei costi di gestione alta e non comprimibile e fine del cosidetto shoptainment, la somma di shop più entertainement, acquisto e divertimento.

Il capitolo delle vertenze e delle crisi aziendali con annessi colpi di scena (cessioni di attività da parte dei colossi multinazionali a gruppi molto più piccoli e dalla dubbia solidità finanziaria), si arricchisce ogni giorno che passa di nuove pagine. Soprattutto in territori già in sofferenza, come quello campano. Citiamo alcuni casi recentissimi per rendere meglio l’idea.

Tensione e sconforto serpeggiano tra i lavoratori dell’Ipercoop di Avellino alla vigilia della chiusura prima del passaggio al gruppo Az Market che ha annunciato di voler  chiudere i reparti pasticceria, macelleria, ristoro e gelateria, con inevitabili tagli al personale. Dei circa 140 dipendenti, soltanto la metà sarebbero riconfermati dal gruppo calabrese già titolare di 32 punti vendita nel sud Italia.

Il Carrefour del centro Campania chiuderà i battenti il prossimo 30 giugno. 129 lavoratori più 15 addetti alle pulizie e altrettanti addetti alla vigilanza che lavorano nella struttura, rischiano il posto di lavoro. Ad annunciarlo alle rappresentanze dei lavoratori è stata la responsabile delle risorse umane del gruppo francese in Italia, Paola Accornero, che in una riunione con le Rsa (Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Snalv), ha spiegato che la società ha già comunicato la cessione dei locali alla Klepierre, proprietaria della galleria commerciale del Centro Campania (acquistata dagli olandesi della Coiro nel 2015). Alla riunione era presente anche Fabio Gili, Hr Manager Carrefour Area Centro Sud Italia. Secondo le comunicazioni dell’azienda, non ci saranno licenziamenti ma una proposta di ricollocazione in altri punti vendita del Nord Italia (che equivale a dire licenziamento) oppure un incentivo per coloro che chiederanno volontariamente di essere dimessi.

Sofferenza anche in casa Auchan. Oltre alla situazione spinosa della cessione dell’ipermercato di via Argine (138 lavoratori) che la multinazionale francese vuole cedere in parte ad un imprenditore dell’area stabiese, l’azienda ha un progetto di ridimensionamento dell’ipermercato di Mugnano. Auchan intende ridurre la struttura ubicata nella periferia a nord-ovest di Napoli. A settembre scadranno inoltre i contratti di solidarietà negli ipermercati di Nola e di Giugliano.

Le cose non vanno meglio sul fronte dei diritti dei lavoratori, con un accordo, recentemente sottoscritto, che potrebbe fungere da apripista. E riguarderà anche Terra di Lavoro. Preoccupa circa 13mila addetti e la Cgil il rinnovo del contratto integrativo nazionale, scaduto nel 2012, per i dipendenti di Lidl Italia, il gruppo tedesco della grande distribuzione organizzata presente con 600 punti vendita nel nostro paese.

Siglato a inizio marzo da Fisascat Cisl e Uiltucs, è stato osteggiato da Filcams Cgil. La nuova organizzazione del lavoro contempla l’introduzione della programmazione plurisettimanale degli orari di lavoro e la volontarietà della prestazione domenicale, in base al principio dell’equa ripartizione, retribuita con una maggiorazione del 135%. La vera novità riguarda il monitoraggio sperimentale per sei mesi del lavoro supplementare per i lavoratori con contratto di lavoro part-time che, su base volontaria, potranno incrementare la prestazione settimanale di 5 ore.

La Cgil ha fatto notare come per il lavoro domenicale “in assenza di adesioni volontarie, è prevista la programmazione, gestita unilateralmente dall’azienda, in considerazione del criterio dell’obbligatorietà” e che il pagamento del lavoro domenicale maggiorato del 135% era già riconosciuto dal 2012.

Nell’accordo non vengono poi limitate le motivazioni per cui l’azienda possa fare ricorso alle cosidette “missioni”, istituto sempre più abusato. Non è specificato, inoltre, quanto tempo prima il lavoratore debba essere avvisato della variazione temporanea del luogo di lavoro e non c’è alcun miglioramento per il rimborso chilometrico. La flessibilità è tutta a vantaggio della Lidl che ha la possibilità di variare il numero delle ore lavorate settimanale.

A fronte di tutte queste criticità, non manca chi, a nostro avviso saggiamente, ha operato un cambio di rotta.

La giunta provinciale di Trento, a settembre dello scorso anno, ha approvato lo stop alle nuove superfici di vendita sopra i 10.000 metri quadrati. In sostanza un argine all’insediamento di nuovi centri commerciali di grandi dimensioni, in particolare le grandi piattaforme monofunzionali, per mantenere e rafforzare la presenza dei piccoli esercizi commerciali insediati in zone e località montane ma anche per contenere il traffico stradale e le sue ricadute in termini di inquinamento atmosferico e acustico.

In Trentino dal 1960 al 2004 le aree urbanizzate sono cresciute del 190% a fronte di una crescita della popolazione del 20% senza contare che il 24% del territorio destinato a grandi superfici commerciali non è ancora stato utilizzato. Un rischio ritenuto troppo grande che si è cercato di scongiurare. Un esempio, quello proveniente dal Trentino, di cui purtroppo nel resto d’Italia si continua a non tener conto, nonostante il moltiplicarsi dei segni “meno” e delle emergenze sociali, occupazionali ed ambientali.

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