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Lug 05

Papa Francesco e il suo personale modo di comunicare

Corriere del Ticino, 20 giugno 2018

di Robi Ronza

 Non sappiamo che cosa Papa Francesco dirà domani nel corso dell’intensa giornata che trascorrerà a Ginevra. Sappiamo già tuttavia che le sue parole saranno seguite dalla consueta girandola di interpretazioni. “Progressista” per buona parte dell’ordine costituito del grande circo mediatico planetario, ma ciononostante non abbastanza per molti (specialmente dopo la sua recente appassionata difesa della famiglia che, ha detto, “è una sola”),

Papa Francesco viene spesso spiegato citando la sua origine latinoamericana, che ne farebbe un pontefice per così dire a ritmo di samba. In effetti per meglio capire questo grande protagonista della cronaca mondiale, perciò interessante per chiunque, cristiano o no, diventa importante comprendere il suo modo di comunicare.

«Roma locuta, causa soluta» (Roma ha parlato, la questione è risolta): da generazioni si era abituati e fermi nell’idea – sintetizzata in tale motto latino — che il Papa parlasse in pubblico solo in modo ufficiale; e che mai aprisse dibattiti, ma nei dibattiti entrasse soltanto per concluderli. Con Papa Francesco le cose sono cambiate. Egli si riserva anche la libertà di parlare a ruota libera, di entrare in dibattiti e spesso anche di aprirli.

Con lui è giunta alla ribalta del mondo, e prima ancora della Chiesa universale, la tradizione tipicamente ispanica della “tertulia”, della conversazione in cui si lanciano delle idee anche non verificate, attendendosi che poi escano chiarite dal confronto tra i vari interlocutori. Beninteso, Francesco non fa di certo solo della “tertulia”.

La maggior parte dei suoi discorsi pubblici sono papali nel senso più consolidato della parola. Certe sue conversazioni, e certe sue conferenze stampa sugli aerei che lo riportano a Roma dalle sue visite apostoliche nel mondo, sono invece chiaramente ispirate allo stile della “tertulia”. E lo stesso si può dire di alcuni passaggi delle sue Esortazioni, che appunto non sono delle Encicliche. Non sono cioè documenti scritti per fissare punti fermi validi sine die.

Questo è un Papa capace da un lato di dare giudizi personali pure perentori, ma poi anche di riconoscere apertamente che si è sbagliato, come di recente accadde nel caso di uno scandalo che aveva segnato la Chiesa in Cile. Giovanni XXIII diffidava molto di Padre Pio da Petralcina, oggi Santo, e nel mondo dei proverbiali “addetti ai lavori” tutti lo sapevano, ma non disse mai nulla pubblicamente al riguardo.

Papa Francesco ha delle riserve sulle visioni dei veggenti di Medjugorje, e l’ha detto chiaro e tondo. Magari in futuro avrà motivo di cambiare idea, ma per adesso è così. Ha scelto insomma di condividere con il mondo la sua vita quotidiana di papa come mai prima era accaduto. E’ una scelta che in tantissimi suscita simpatia se non entusiasmo, in molti sorpresa e in qualcuno anche scandalo. E’ però innanzitutto un gesto di libertà che merita comunque di venire rispettato.

Come tutti i gesuiti Papa Francesco ha alle spalle un lungo periodo di formazione. Studiando sia in America Latina che in Europa ha poi percorso il meglio del pensiero filosofico-teologico cattolico del secolo XX, marcato dal cruciale contributo di Henri de Lubac, soffermandosi in particolare sull’opera di Romano Guardini, maestro di origine italiana della maggiore teologia tedesca del ‘900. E così pure su quella del grande lucernese Hans Urs von Balthasar che — affermando la dinamica “unità dei contrari” e spostando dalla dogmatica all’estetica, ossia dalla formulazione dei principi alla percezione della bellezza, il punto d’inizio della riflessione teologica — ha chiuso definitivamente l’epoca un po’ plumbea, anche se inevitabile, della Riforma cattolica.

A chi voglia saperne di più suggerisco la lettura dell’ottimo saggio di Massimo Borghesi Jorge Mario Bergoglio, una biografia intellettuale, Jaca Book, Milano 2017. Può essere di grande aiuto per comprendere quali siano le radici di un modo cordiale e immediato di comunicare che non ha nulla di banalmente “semplice”. D’altra parte, diversamente da quanto molti sciocchi credono, la semplicità autentica non è l’ovvio punto di partenza dei più sprovveduti bensì il punto d’arrivo di un itinerario umano assai complesso.

 

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