La Chiesa minaccia «Solidarnosc»?

solidarnoscCSEO documentazione

(mensile del Centro Studi Europa Orientale)
n. 164/165 settembre – ottobre 1981

di Maciej Zieba

Alla domanda se la Chiesa sia un pericolo per «Solidarnosc» rispondo subito no, fin dall’introduzione, anche se questo va contro i principi giornalistici. Ritengo infatti che la mia opinione sia condivisa da milioni di polacchi (in un’inchiesta condotta in Polonia da Paris Match, il 22% degli interpellati ha risposto che la Chiesa ha svolto un ruolo abbastanza favo­revole agli scioperanti; il 6% che è stata troppo favorevole; il 65% che ha fatto proprio quello che era necessario; il 7% non ha dato alcuna risposta).

Vale la pena soffermarsi su un problema abbastanza teorico come questo? Sì. In primo luogo perché questo tipo di riflessioni è necessario sia alla Chiesa sia a «Solidarnosc», poi perché capita spesso di sentire che la Chiesa nutrirebbe l’ambizione di dirigere il sindacato indipendente o che alle autorità fa comodo l’influenza che essa esercita su «Solidarnosc».

Questi sospetti vengono spesso sollevati dalla stampa straniera, non solo quella cecoslovacca, sovietica o tedesco orientale: si può dire che, seppur in forma meno schematica, buona parte dei giornali occidentali condivide questo punto di vista. Sulla stampa polacca, anche se il tema non è molto trattato, questi sospetti si possono ritrovare sia sulla stampa dell’emigrazione sia su «Niezaleznosc» organo del sindacato della Mazovia che su «Trybuna Ludu». Capisco da dove vengono. Nell’anno trascorso dall’agosto 80 ad oggi si sono susseguiti avvenimenti che si potrebbero interpretare come aspirazione della Chiesa a controllare «Solidarnosc», ma ve ne sono stati anche altri da cui si potrebbe dedurre che in Polonia si va verso un’alleanza tra trono e altare.

Cito come esempio una serie di fatti. La presenza come delegato del Primate di Polonia del suo consigliere nella commissione nazionale d’intesa (il dr. Kukolowicz), la partecipazione dei rappresentanti dell’Episcopato alla soluzione dei conflitti governo — «Solidarnosc» (lo sciopero nella regione dei Beskidi, i fatti di Bydgoszcz), il tono di certi discorsi pubblici per calmare la popolazione che riecheggia in alcuni momenti quello della propaganda ufficiale, i contatti frequenti fra rappresentanti dell’Episcopato e autorità politiche (gli incontri del Primate con Kania, Jaruzelski, Kowalczyk, i lavori della commissione mista governo-Episcopato), il conseguimento di concessioni che consentono un allargamento dell’attività della Chiesa (la trasmissione della Messa alla radio, la regolamentazione dello statuto di istituti cattolici di vario genere, un maggior numero di licenze per la costruzione di nuove chiese, l’aumento di tiratura della stampa religiosa, la registrazione di nuovi club degli intellettuali cattolici, l’assistenza pastorale ai carcerati, e così via), i numerosi incontri ufficiali di militanti di «Solidarnosc» con i rappresentanti della Chiesa istituzionale (dalle commissioni aziendali alla commissione nazionale, dai parroci al Santo Padre) e infine le migliaia di celebrazioni religiose di massa che si sono svolte e continuano a svolgersi in tutto il paese (le messe fatte celebrare dal sindacato, la benedizione di bandiere, croci, sedi sindacali) .

Da questi fatti si può dedurre che la Chiesa interviene nell’attività di «Solidarnosc» e conviene temere questa ingerenza per i motivi seguenti.

1) La gerarchia cattolica cerca di servirsi di «Solidarnosc» per rafforzare la posizione della Chiesa. Cerca quindi di sfruttare il sindacato nella lotta i cui obiettivi coincidono con quelli dell’Episcopato, distogliendolo invece dalle azioni che non rientrano nei suoi interessi.

2) Le autorità, allargando le possibilità di azione della Chiesa, ne ottengono l’appoggio e di conseguenza la possibilità di manipolare, indirettamente, il sindacato.

3) I membri del sindacato che raccoglie la stragrande maggioranza dei lavoratori della Polonia, un paese in cui il 90% dei cittadini si dichiara cattolico, col sostegno della Chiesa vogliono dare al sindacato un carattere confessionale. Carattere che non sta tanto nell’ispirazione evangelica delle azioni, ma si tradurrebbe piuttosto in manifestazioni di ostentata ritualità trionfalistica, cui si collegherebbe una mancanza di tolleranza per le minoranze religiose o i non credenti.

Capisco che si possano nutrire i timori che ho ora elencato, semplificando per necessità di spazio, sottolineo, però, che non ne condivido alcuno. Le considerazioni che riporterò spero diano fondamento a questa posizione.

I. La Chiesa non è solo un luogo di culto

È un dato di fatto da cui non si può prescindere che da alcuni secoli la Chiesa in Polonia non ha potuto limitarsi esclusivamente ai propri doveri religiosi. Oggi, nonostante gli errori, nonostante gli avvenimenti a cui ancora pensiamo con imbarazzo, possiamo affermare che la Chiesa ha svolto questi compiti supple­mentari in un modo che le fa onore. E così è stato nella Polonia Popolare, dalla sua nascita ad oggi.

D’altra parte l’assunzione di compiti supplementari non va imputata all’aggressività della Chiesa, ma alla complessa realtà politica e sociale. Da anni nei discorsi dei membri dell’Episcopato è presente il concetto che la Chiesa non aspira a controllare sfere sempre più ampie della vita sociale, però essa non esita mai ad intervenire laddove vede che la vita sociale sta degenerando. Già dopo l’agosto ‘80 il Primate di Polonia ha parlato più volte su questo tema.

Tra l’altro, nel discorso del 23 dicembre 1980 affermava: «Molto spesso mi assale il dubbio se non ci stiamo allontanando troppo da quello che è il nostro dovere, dalla preghiera e dalla predicazione della parola di Dio. Ma ci sono state anche situazioni in cui la Chiesa ha svolto dei compiti supplementari. Così è stato nel periodo della schiavitù, quando la Chiesa fu maestra ed educatrice.

A volte si è partecipato persine alla lotta armata, come fecero, durante le insurrezioni di novembre o di gennaio, le suore molte delle quali furono mandate al patibolo o deportate in Siberia. Oggi nessuno osa affermare che esse oltrepassarono i confini dei loro compiti. Allora infatti cominciò a ridestarsi lo spirito della coscienza nazionale. Su questo tema le interpretazioni degli storici sono varie, ma nel grande mosaico della storia le tessere rosse del sangue dei figli della Chiesa erano necessarie.

Così è anche oggi. Anche a noi capita spesso di coinvolgerci in questioni che ci sembrano lontane dal compito di predicare il Vangelo. Ma appare evidente che gli errori di oggi sono la conseguenza della mancanza di spirito del Vangelo nella vita sociale, economica, nazionale, politica e nell’esercizio del potere».

II. Risposta ad un appello

L’incontro della Chiesa con il sindacato indipendente in lotta per il riconoscimento della propria legalità è avvenuto all’epoca degli scioperi (se poi si può parlare di incontro, dal momento che la stragrande maggioranza degli scioperanti apparteneva alla Chiesa cattolica). Le messe all’aperto, le foto che hanno fatto il giro del mondo di folle di operai in ginocchio, i distintivi portati durante gli scioperi: «Siamo saldi in Dio», «Signore vieni in aiuto ai lavoratori dei cantieri», gli incontri tra vescovi e delegazioni dei comitati interaziendali di sciopero, i telegrammi di Giovanni Paolo II, le richieste degli scioperanti di una maggior libertà di azione della Chiesa, sono solo alcuni esempi di questo incontro.

Gli iniziatori furono gli operai (e lo sono tuttora, basti pensare al telegramma che il comitato di Jelenia Gòra inviò al papa pregandolo di fare da mediatore nel conflitto scoppiato dopo i fatti di Bydgoszcz) e la Chiesa ha solo risposto ad un appello. «Noi non vogliamo rendere confessionali i movimenti dei lavoratori dell’industria o degli agricoltori privati, non vogliamo creare sodalizi o confraternite. Semplicemente, consapevoli del legame tradizionale che unisce la campagna polacca alla Chiesa di Cristo, al Vangelo e alla moralità cristiana, noi vi esprimiamo fiducia, amicizia e sostegno nelle dimensioni in cui questo è possibile» (II Primate di Polonia a «Solidarnosc Rurale», 2 aprile 1981).

III.  Atteggiamento coerente dell’Episcopato

Ritengo che la politica dell’Episcopato resista efficacemente all’accusa che la Chiesa, approfittando della maggior libertà, aspirerebbe a controllare sempre nuovi settori della vita sociale. È infatti la politica dell’incoraggiamento e del sostegno alle attività sociali autentiche che l’Episcopato polacco conduce già da decenni. Questo era il senso, in agosto e dopo, degli incontri del Primate e del vescovo Dabrowski con le autorità dello stato, delle udienze dei vescovi ai comitati interaziendali che in qualche modo ne venivano legalizzati, dell’udienza concessa dal Primate alla commissione nazionale d’intesa un’ora dopo che il tribunale aveva emesso il verdetto sulla registrazione di «Solidarnosc», delle dichiarazioni dell’Episcopato in merito alla situazione sociale e politica del paese, della visita di «Solidarnosc» dal papa.

La costanza e la coerenza della politica di sostegno e appoggio ai vari gruppi sociali sono chiaramente espresse dall’atteggiamento tenuto dalla Chiesa nella questione contadina. L’Episcopato ne è sempre stato il fedele portavoce all’epoca di Gomulka e poi di Gierek come pure oggi.

Da anni i vescovi polacchi chiedevano la soluzione dei problemi che sono stati sollevati oggi da «Solidarnosc»: tutela delle lavoratrici e in particolare delle madri, difesa dei diritti del fanciullo, eliminazione della manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa, miglioramento del servizio sanitario, revisione dei programmi scolastici, salari più giusti e il diritto — troppo spesso violato nell’industria mineraria — al riposo per i lavoratori.

Un altro fatto che merita di essere sottolineato. Nei suoi interventi tesi a una rigenerazione della vita sociale, la gerarchia cattolica non si preoccupa soltanto dei propri settori. Ovviamente questi le sono più vicini e con essi la Chiesa collabora maggiormente, ma essa sostiene anche coloro che operano completamente al di fuori. La Chiesa in Polonia lo ha dimostrato più volte nel corso degli ultimi anni.

Allora in questo quadro della realtà non c’è alcun difetto e la Chiesa è stata infallibile nella sua politica di aiuto e sostegno? Non dico questo. Dico soltanto che l’atteggiamento dell’Episcopato nei confronti delle iniziative a sostegno della soggettività della società rimane immutato da decenni.

IV. E pur sempre un compromesso?

Si potrebbe polemizzare con l’atteggiamento dei vescovi polacchi dicendo che essi appoggiano esclusivamente le iniziative moderate, tendono agli accordi, ai compromessi e che i loro interventi sono troppo lenti rispetto alle aspettative della società. In queste affermazioni c’è qualcosa di vero, ma non c’è niente di strano che le azioni della Chiesa siano improntate ad uno spirito di intesa, dato che in questo sta l’essenza della sua missione. Il Primate di Polonia cercava un’intesa perfino nell’epoca staliniana. Ma quando questa venne meno, ebbe il coraggio, nel 1953, di dire «non possumus» e pagò con la prigionia.

Negli anni precedenti e in quelli che seguirono fu sempre possibile udire la voce dei vescovi quando erano minacciati i valori fondamentali, essenziali per il futuro della nazione. Già nel 1946 l’Episcopato polacco si oppose all’idea di edificare una società consumistica, facendo notare che «il perfezionamento della civiltà deve procedere parallelamente all’incremento dei valori morali e la tecnica non deve soggiogare, ma aiutare a liberare lo spirito» (Lettera dell’Episcopato polacco del 10 settembre 1946).

Un anno più tardi, scorgendo il pericolo che minacciava i singoli e la società intera, i vescovi scrivevano: «La garanzia delle libertà civili entro i limiti ragionevoli delle esigenze del bene comune, è una delle condizioni per una sana pace e per l’ordine sociale. Anche per questo auspichiamo che siano eliminate dalla nostra vita le limitazioni infondate e inutili alla libertà civile». E aggiungevano: «Tra le limitazioni più ingiuste e umilianti annoveriamo il controllo e la censura sulla stampa che nella loro arbitrarietà oltrepassano spesso i limiti delle esigenze di stato» (Appello dei vescovi polacchi dell’8 settembre 1947).

Nel 1963, quando il potere si era già molto  allontanato  dal programma delineato nell’ottobre 1956, i vescovi  proclamarono: «L’uomo è soggetto di diritti e doveri inalienabili», uscendo dalla sfera religiosa ricordarono: «fra i diritti della persona umana rientrano: il diritto alla vita e ad un tenore di vita dignitoso, il diritto alla dignità,  alla libertà nella ricerca e nella diffusione della verità, alla creatività artistica la cui verifica devono essere il bene, il vero e il bello. L’uomo ha diritto ad usufruire dei beni culturali attraverso un’adeguata formazione del proprio intelletto e a conseguire le conoscenze che rispondono alle sue capacità».

Senza mezzi termini i vescovi scrissero: «Quanti documenti sono stati sottoscritti o almeno pubblicamente riconosciuti! Nella “Carta dei diritti dell’uomo” in quella dei “Diritti del fanciullo”, dei “Diritti del lavoro” e in altri documenti umanitari internazionali si è riconosciuto che occorre evitare casi palesi di discriminazione, fosse anche solo religiosa. Perciò di norma la si camuffa come lotta contro elementi antistatali, sotto lo slogan della tolleranza e dell’umanesimo».

Un anno prima della famosa «Lettera 34» sulla censura, i vescovi ricordarono che «particolare attenzione merita la nostra censura sulla stampa e le pubblicazioni». Una qualsiasi stampigliatura su un’immaginetta ne richiede l’intervento, neppure una frase può essere stampata senza l’intervento della censura.

E quasi rispondendo alla domanda con cui è iniziato questo articolo, i vescovi scrivevano 18 anni fa: «Non abbiamo aspirato e non intendiamo aspirare ad una Chiesa trionfante sulla terra. Non vogliamo essere signori e padroni nel senso del potere temporale. Al contrario dobbiamo servire agli uomini e alle nazioni, servire con il nostro lavoro, le nostre forze, la nostra preghiera, il nostro buon esempio e quel poco che ancora non ci è stato tolto. Dobbiamo servire i piccoli e quelli che hanno più bisogno, non solo i bambini, ma anche i malati, i vecchi, i poveri, quelli che guadagnano poco di cui è grande il numero nella nazione. Il Figlio dell’Uomo è venuto innanzitutto per i poveri e i bisognosi. Lui stesso lo ha detto e la sua Chiesa deve fare lo stesso. Basta con il prestare ascolto alle obiezioni secondo cui nelle passate generazioni la Chiesa appoggiava i troni temporali e si immergeva nel loro splendore. Talora è stato forse davvero così, ma proprio in conseguenza di queste esperienze del passato dobbiamo tenerci il più possibile lontano dai troni e dai potenti di questo mondo. Il più possibile lontano dai troni e il più possibile vicino al popolo dal quale proveniamo e a fianco del quale vogliamo andare verso un futuro materiale migliore e insieme al quale vogliamo camminare verso la salvezza eterna» (I vescovi polacchi ai fratelli sacerdoti, 28 agosto 1963).

E in particolare la voce dei vescovi si è levata in difesa degli ingiustamente perseguitati. Così è stato nel marzo 68, nel dicembre 70 e nel giugno 76. Si può quindi affermare che nella Polonia del dopoguerra la Chiesa non è mai arrivata a compromessi al prezzo di quei valori a cui deve essere fedele. Persine se il prezzo di questa fedeltà doveva essere la disapprovazione della società, come avvenne nel periodo 1965/66, quando sopportò con dignità la campagna diffamatoria suscitata dal messaggio — oggi sappiamo quanto saggio e lungimirante — ai vescovi tedeschi.

Difficile essere d’accordo anche con l’opinione secondo cui la Chiesa sarebbe lenta e prudente nelle proprie iniziative sociali. Innanzitutto lo sguardo della Chiesa che osserva le proprie iniziative nell’ottica di tutta la nazione e delle generazioni future è forse peggiore dell’ottica delle iniziative estemporanee e degli interventi incidentali? In secondo luogo, il criterio politico fondamentale è l’efficacia, ma se si valutasse l’attività della Chiesa proprio con questo criterio…

V. Le celebrazioni religiose di massa

Ma si può temere il rinascere in Polonia di una religiosità esteriore che, non approfondita in un’esperienza interiore, potrebbe realizzarsi in manifestazioni trionfalistiche che rischierebbero di far esplodere pericolose emozioni. Anche in questo campo, però, le esperienze degli ultimi anni consentono un notevole ottimismo.

Le celebrazioni che si tengono annualmente in Polonia e a cui partecipano centinaia di migliaia di persone (a Jasna Gòra, a Piekary Slaskie, a Trzebnica, il pellegrinaggio di Varsavia) non hanno nulla di questo tipo di manifestazione. Ma la rivelazione più sorprendente che la nazione ha dato di se stessa è stata in occasione della visita di Giovanni Paolo II.

Su Miesy (Mesi) Kazimierz Brandys scrisse: «II fatto più interessante è che nell’umore generale manca qualunque bigottismo. Delle processioni di una volta, in particolare per il Corpus Domini, ricordo il tipo della bigotta fanatica, dalle guance infuocate, che stringeva la banda del reliquiario con un’isteria da metter paura. Questa volta non ho visto personaggi del genere. Di notte sotto le mie finestre passano gruppi di studenti, ragazze e ragazzi spesso accompagnati da sacerdoti. Camminano cantando o parlando ad alta voce, ma le loro voci non irritano, c’è in esse un’allegria spontanea che si comunica».

Una prova della profonda fede e della maturità religiosa della società si è avuta alla notizia dell’attentato al Santo Padre. Il brutale atto terroristico non ha minimamente suscitato tra il popolo aggressività e intolleranza. La notte e i giorni successivi all’attentato li abbiamo trascorsi in raccoglimento, in una preghiera generale, piena di fede, di speranza e di carità.

Non ci minacciano dunque né il fanatismo religioso né la confessionalizzazione del sindacato che viene costantemente respinta dai suoi capi. Il grande numero di celebrazioni religiose deriva dal bisogno autentico di vivere la propria fede in comunione (e non nel trionfalismo), dal bisogno, tante volte represso in passato, di esprimere in pubblico la propria fede.

Ciò che conta è che nell’anno trascorso non si sono verificati casi di intolleranza nella società, il che permette di prevedere con ottimismo che per gli uomini le bandiere, le fanfare e i vessilli non sostituiranno il Vangelo.

VI. Il bisogno di valori

Concludendo, non posso evitare ancora un’osservazione. Negli ultimi decenni la Chiesa ha operato rivalutazioni nella propria attività nel mondo (la manifestazione più nota, ma non la sola, è stato il concilio Vaticano II).

Trasformazioni ancora più grandi ha subito l’attività della Chiesa in Polonia, essendo stata inserita dopo la seconda guerra mondiale in una realtà politica nuova. In questa realtà la Chiesa venne privata della propria influenza sulla vita politica, delle proprietà e di molte istituzioni pubbliche.

Le toccò operare in un paese in cui la proprietà era socializzata o statalizzata e in una situazione di confronto ideologico e politico. Un cambiamento così drastico lasciò un’impronta profonda nell’attività della Chiesa. Questi cambiamenti furono avvertiti da uomini estranei o addirittura nemici della Chiesa. Fra loro, però, non si registrò un’analoga revisione radicale delle proprie posizioni.

Al massimo l’inimicizia e l’ostilità cedettero il posto a qualcosa che potrebbe essere definito «tolleranza illuminata» secondo cui, essendo un fatto privato dell’uomo, la religione può esprimersi solo all’interno degli edifici sacri e nelle abitazioni private. Ma il comandamento evangelico riguarda tutte le dimensioni della vita del cristiano e nel cattolicesimo contemporaneo è sempre più valido il principio di Mounier di agire «essendo cattolico e non come cattolico», proprio di chi si impegna in tutte le dimensioni della temporalità.

L’incomprensione di questo fatto da parte dei nemici della Chiesa o anche di chi le sta a fianco genera i timori di un ritorno al dominio della Chiesa e richiama gli stereotipi della Chiesa tra le due guerre. Ma la ruota della storia non gira all’indietro, per non dire poi che le opinioni secondo cui la Chiesa polacca del ventennio fu caratterizzata solo da sciovinismo e intolleranza non sono meno rozze e semplicistiche di quella che vuole la Polonia fra le due guerre come un paese di cui si può dire solo che ebbe un governo fascista e che opprimeva le minoranze nazionali.

Quest’ultimo anno ha portato grandi cambiamenti. È iniziata nella società la costruzione di forme democratiche pluralistiche. La nuova situazione, in particolare dopo l’ipocrisia che ha finora caratterizzato la vita pubblica, favorisce la tensione e la sfiducia tra i gruppi sociali. Cambiano i metodi di azione, le valutazioni del passato e la composizione del personale di associazioni e istituzioni. Dopo l’agosto 80 sono nate e continuano a nascere molte nuove organizzazioni che cercano continuamente il loro posto sulla mappa della vita sociale polacca.

Tra queste il ruolo principale spetta a «Solidarnosc» la cui esistenza ha influito in modo radicale sulla realtà in cui oggi viviamo. La meglio preparata ad agire in essa era la Chiesa. Non c’è stato bisogno di revisioni nelle sue valutazioni della situazione e nei suoi metodi di azione. Ritengo che nell’anno trascorso dall’agosto ad oggi ci si possa essere convinti che la Chiesa non aspira a monopolizzare la vita sociale, che la politica dell’Episcopato non è cambiata, che è la stessa da decenni, che lo scopo supremo della Chiesa è di procla­mare le verità della religione e che rientra nella sua missione lo stare accanto agli uomini e in mezzo agli uomini che la compongono.

da Tygodnik Solidarnosc n. 15,10 luglio 1981

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