Una spada per la vita – Alla riscoperta della virilità cristiana

Dal blog di Costanza Miriano 16 gennaio 2018

Pubblichiamo un estratto di Una spada per la vita – Alla riscoperta della virilità cristiana (Chorabooks, 2017), l’ultimo libro di Emiliano Fumaneri alias Andreas Hofer, uno dei collaboratori “storici” del blog.

L’Antibuonista: maledizione del misericordismo

Così scrive Nicolás Gómez Dávila in uno dei suoi lapidari aforismi: «I cristiani di Nietzsche non sono quelli di ieri, ma quelli di oggi. Storico impreciso, ma forse profeta».

Nietzsche accusava i cristiani di essere una conventicola di risentiti, vedendo in essi dei deboli pronti a rivestire di idealità la propria incapacità di affrontare la vita. Come faceva il «partito devoto» tanto riprovato da Péguy, eterno emblema di tutti coloro che credono di essersi elevati dopo aver abbassato i sani e i forti, la mollezza cristiana cerca di sopravvivere denigrando tutto ciò che è nobiltà, prosperità, vigore, slancio.

Il risentimento prova che sotto la maschera della «virtù» sovente non covano altro che i falsi dèi dell’odio, dell’invidia e del disprezzo per la vita. Nietzsche, ne sono certo, oggi rivolgerebbe le sue invettive contro quei cristiani lesti a riempirsi la bocca con parole altisonanti come «inclusività», «unità», «accoglienza», «dialogo», «misericordia», senza mai ricordare che provare misericordia è giusto l’opposto dell’ebete indifferenza alle disgrazie altrui.

È da tempo in corso una polemica, sovente intessuta più di forma mediatica che di sostanza dottrinale, tra i sostenitori della «giustizia» (che sarebbe legata alla «dottrina») e i partigiani della «misericordia» come «prassi pastorale». Come spesso accade, si tratta di una falsa alternativa. Già la lettera del Vangelo presenta come i «punti più gravi della legge» il giudizio (cioè la giustizia) e la misericordia, oltre alla fede.

È per questo che Gesù polemizza aspramente con la vacuità dei farisei: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che versate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trascurate i punti più importanti della legge – il giudizio, la misericordia e la fede –: queste cose invece bisognava fare, senza trascurare quelle» (Mt 23,23,).

La vera alternativa non è allora fra giudicare o essere misericordiosi. La vera sfida è un’altra: o tenere in equilibrio, col «collante» della fede, tanto il polo del giudizio quanto il polo della misericordia, oppure non tenerli affatto assieme e cadere così in un vuoto formalismo (andando verso la morte del cristianesimo vissuto).

È stato san Tommaso d’Aquino a dire che «iustitia sine misericordia crudelitas est, misericordia sine iustitia mater est dissolutionis». La giustizia senza misericordia si tramuta in crudeltà, ferocia, violenza. Ma la giustizia senza misericordia porta con sé dissoluzione, fiacchezza d’animo, mancanza d’energia. La falsa alternativa tra giustizia e misericordia porta all’alternanza tra rigidità e putrefazione. Una finta lotta tra due virtù da cadaveri.

La misericordia esige la giustizia. Nessuno più dell’uomo misericordioso è alieno a ogni spirito di indulgenza col peccato. Solo i santi sanno essere così misericordiosi da provare afflizione per il male che incatena un’altra creatura come se li avesse fustigati nella loro stessa carne. E solo i santi sono così liberi da avere forza e volontà per liberare i prigionieri da quelle catene di cui altre volte hanno saggiato il ferro.

Misericordioso non è solo chi prova afflizione per il male altrui e cerca alleviare il peso delle ferite provocate da quel male. Provare empatia è il sostrato psicologico della misericordia. Ma da sola l’empatia non basta. La vera misericordia non è estranea alla risolutezza. Essa è propria di colui che vuole anche guarire quelle ferite, opponendosi fattivamente al male che le ha provocate. Lo sguardo misericordioso è uno sguardo emancipatore: l’uomo della misericordia è un liberatore, non un semplice.

Per questo la passione della misericordia è inconcepibile senza la passione per la giustizia. Senza la giustizia la misericordia si riduce a un sentimentalismo alienante e antievangelico che rinunciando a denunciare l’ingiustizia fa incancrenire la ferita.

È sempre Gómez Dávila a ricordare la genuina indole della misericordia: «Impariamo ad accompagnare nei loro errori coloro che amiamo, senza trasformarci in loro complici». La vera misericordia è una fedeltà liberante.

Pas de miséricorde pour les ennemis de la miséricorde!

Il risentimento, ha scritto Max Scheler quando ancora era chiamato il «Nietzsche cattolico», non è altro che odio frustrato e impotente, impossibilitato a realizzarsi per vigliaccheria, debolezza e incapacità. Che il risentimento sia la vera anima dei «professionisti della misericordia» è testimoniato dal livore fazioso, per non dire feroce, e dalla rapidità con cui depongono la maschera dell’affabilità per trasformarsi in giudici implacabili degli «immisericordiosi» (cioè di tutti quelli che hanno commesso l’imperdonabile «colpa» di non condividere la loro falsa nozione di misericordia, facendoli sentire così meno «buoni»).

«Pas de miséricorde pour les ennemis de la miséricorde!». È il nuovo giacobinismo di oggi: il giacobinismo della misericordia, nel quale la bonomia non è che affettazione e posa manieristica (una sorta di bontà obbligatoria per tutti).

Il giacobino della misericordia si riconosce dal suo implacabile moralismo. Oggi si manifesta in quei cattolici pii e timorati di Dio pronti a puntare un dito accusatorio contro i «fondamentalisti» che hanno ardito protestare contro la somma ingiustizia di negare un padre e una madre a un bambino. È questa ferma opposizione, sibila velenosamente il «misericordioso», la vera causa del male.

Secondo questa visione rovesciata della realtà il male si sprigiona dalla parresia degli «immisericordiosi», discende dall’arroganza dei «non accoglienti». I fanciulli stavano a meraviglia con due papà o con due mamme. È colpa degli strepiti «integralisti» del Family Day se ora soffriranno. Se costoro avessero taciuto i figli della GPA non si sarebbero accorti della propria condizione e tutto sarebbe filato liscio (d’altro canto che c’è di male o di strano? basta che ci sia l’«ammóre»!).

La giustificazione di una falsa pace è sintomo della viltà di fondo del «professionista della misericordia», il quale in definitiva non fa altro che «battezzare» l’ignavia e il peccato di omissione fornendo loro una legittimazione «devota». Accusando chi denuncia il male con franchezza di esserne la causa non si accorge oltretutto di essere, così facendo, l’esatta riproduzione degli accusatori di Giobbe, che gli rinfacciavano di essere responsabile del male che lo aveva colpito.

Cosa è il giacobino della misericordia se non uno spacciatore di «moralina» – il distillato di frodo della morale – che riduce il Vangelo a una gnosi? Non considera che il male è un attentato all’ordine della creazione (privatio debiti boni, diceva San Tommaso: privazione di un bene dovuto, mancanza di un qualche cosa che dovrebbe essere lì, in quel posto), disprezza la baldanza giovanile e la difesa decisa della verità in un nome di un sentimentalismo tanto schifiltoso quanto evanescente.

Come il Principe tolstojano del racconto di Solov’ëv, il misericordioso di professione depreca la forza giusta a presidio del diritto. Si lagna di ogni opposizione energica al male, accusandola di averlo in realtà alimentato. L’unica soluzione «evangelica» per lui sarebbe quella di dare corso al male, «misericordioso» sarebbe disattendere la giustizia in nome di un laissez-faire morale.

Fenomenologia del catto-crooner

Un tale miscuglio di santità apparente (in realtà una «bontà» solo umana) e di codardia caratterizza quella deformazione del cristianesimo che passa sotto il nome di «bigotteria», ci ricorda il padre Jesus Urteaga Loidi nel suo vigoroso scritto Il valore divino dell’umano (Ares, Milano 1979). Il bigotto, così come idealizza una pseudo santità anodina, priva di gioia e di energia, ignora una delle più essenziali virtù umane: il coraggio.

È un cristianesimo bolso, afferma il sacerdote basco, incapace di amare le cose umane, che difetta di virilità, di audacia, di forza. Intessuto di sentimentalismo dall’intelligenza corta, il bigotto si trova a suo agio nella propria cerchia ecclesiale (su questo terreno attecchisce la malapianta del clericalismo) ma è incapace di destreggiarsi nella vita: «Bigotto – scrive padre Urteaga Loidi – è chi passa le ore in chiesa, quando in quel momento sarebbe suo dovere lavorare o attendere alla sua famiglia».

Il bigotto della misericordia, quello che «la piazza è divisiva, meglio starsene al bar a conversare amabilmente», potrebbe chiamarsi «catto-crooner» o «bigotto confidenziale». (1)

A differenza del bigotto «classico», il catto-crooner, o cattolico da piano bar, non occupa tanto (o non solo) lo spazio della chiesa quanto piuttosto quello dei salotti o dei locali da intrattenimento. È svirilizzato perché ripiegato su una mondanità tutta orizzontale, chiusa alla trascendenza.

Il bigotto confidenziale inneggia alla «moderazione» perché ama nascondersi dietro alle forme. Invoca la prudenza per mascherare la più stolta viltà. Nulla più lo irrita della radicalità, un termine che il lessico giornalistico ci ha abituati a considerare con orrore (pensiamo alla «radicalizzazione» collegata all’islamismo «radicale» appunto). Ma con buona pace della vulgata giornalistica il vero «radicale» è colui che vuole semplicemente andare alla radice delle cose, né più né meno. Radicale è chi attinge all’essenziale, è l’assetato di autenticità.

Il catto-crooner vive invece di formalismi. Per lui emulare i santi significa riprodurne gli atti esteriori, non lasciarsi compenetrare dal loro spirito – la qual cosa può anche portare, a seconda delle circostanze, a compiere atti differenti e talora opposti ai loro. Così un soldato di guardia alle porte della città tradirebbe lo spirito della propria missione (difendere la città) se rifiutasse, in nome di un rispetto idolatrico della forma, di andare a combattere all’interno della città, una volta che questa fosse stata espugnata.

La fedeltà allo spirito impone talvolta il sacrificio delle forme esteriori. Un sacrificio imposto dalla virtù detta dell’epicheia, la virtù che impedisce al giusto di sacrificare lo spirito sull’altare della forma. L’autentica virtù non coincide infatti con una semplice affermazione di principio. È una virtù incarnata, si riconosce dal suo sapersi adattare alle circostanze in nome di una fedeltà creatrice. La vera fedeltà, diceva Gabriel Marcel, è una fedeltà di adattamento che, come il vero artista, è capace di infondere il medesimo spirito in stili differenti. La virtù così sa adattarsi, non per tradire la causa che serve (come fanno gli opportunisti e i fautori del compromesso al ribasso) quanto per difenderla al meglio.

Ma dare un corpo di carne al principio è un’operazione che richiede fortezza, vigore e passione. Aspetti sconosciuti al bigotto confidenziale che crede, al contrario, di imitare la mitezza evangelica soltanto perché adotta una foggia esteriore improntata a un vago irenismo, cercando di accordarsi con tutto e tutti. Si illuderà così di essere uomo di pace per la sua ricerca della concordia universale. Ma non basta concordare per essere in pace. Come indica la parola (cum cordis), concordia significa accordare i cuori, ossia le volontà. Volere la stessa cosa tuttavia non significa affatto essere in pace. Vi può essere infatti una concordia nel male, come quella che regna in una banda di malfattori uniti dal medesimo disegno criminale, pronti magari a tradirsi vicendevolmente qualora ne avessero la possibilità.

Peggio ancora quando la mitezza è copertura di una volontà di potenza e dominio, come nel caso della tattica di guerra che il letterato cinese Liang Shiqiu definisce, nella sua Nobile arte dell’insulto, «arte dell’indiretto». È la strategia diplomatica per eccellenza. Per imporsi su un avversario, dice Liang Shiqiu, lo scontro aperto è controproducente se non si è in posizione vantaggiosa. Per spiegarsi Liang ricorre a una duplice immagine: il leone e la seppia.

Il leone può fare ricorso alla forza per cacciare le prede e sopraffarle col proprio vigore fisico. Caccia prevalentemente di giorno, dove riesce a conquistare più prede. È il simbolo dell’attacco diretto e aperto, dello scontro frontale.

Ma il leone è in difficoltà con le prede meno deboli ma più veloci. Meglio in questo caso, proseguendo con la similitudine animale, agire come una seppia, il mollusco scaltro e guardingo che per difendersi sbuffa velocemente una nuvola d’inchiostro. Intorbidire l’acqua disorienta il predatore con un falso bersaglio mentre la seppia schizza in un’altra direzione, dileguandosi.

La seppia trascorre molto del suo tempo nascosta nel sabbioso fondale marino, completamente mimetizzata. Così insabbiata può scrutare con attenzione e pazienza quanto la circonda per scovare un potenziale nemico o per sorprendere qualche preda, che provvedere a catturare coi suoi tentacoli muniti di ventose.

Il procedere della seppia, immagine dell’attacco indiretto, indica la maestria dell’espressione allusiva, silenziosa, camuffata. L’apparenza è vitale per l’attacco indiretto, trasversale, obliquo, che schiva ad ogni costo lo scontro frontale con l’avversario in quanto potenzialmente distruttivo, dunque troppo pericoloso. Così ad esempio l’Unione Sovietica impiegava la forza militare solo dopo un attento calcolo della «correlazione di forza», attaccando solo laddove i rapporti di forza erano particolarmente favorevoli.

Ciò spiega perché chi segue la via della seppia curi con estrema attenzione la forma. Il rispetto delle forme aiuta a celare i propri movimenti, è l’equivalente della nuvola d’inchiostro della seppia.

Questa è la legge della seppia: colpire di fianco, attaccare obliquamente; servirsi di espressioni paludate, ricercate, eleganti; mantenere un contegno pacato; allearsi ai lontani per attaccare i vicini; ritirarsi per avanzare, sapersi fermare al momento giusto.

Un tale approccio, discreto e vellutato, mira ad aggirare l’avversario privandolo di ogni riferimento fisso, rendendogli così difficoltosa la difesa. Nessun profilo netto, nessuna identità chiara, nessun obiettivo preciso da colpire. Evidente il guadagno in imprevedibilità. Lo scopo è di portare ad esaurimento l’energia dell’avversario con una apparente non resistenza. Ma il Vangelo, qui, non c’entra nulla.

Cosa c’entra l’arte della seppia col leone di Giuda? La virtù dell’astuto mollusco non è che la contraffazione, la maschera della virtù cristiana, una falsa emulazione della nonviolenza evangelica, la quale non è una strategia subdola e sleale per conquistare la vittoria terrena. La tattica della seppia consiste infatti nel far sfiancare l’avversario, esaurendone l’energia mantenendo al contempo la propria per lo scontro finale.

Per questo il catto-mollusco adotta movenze felpate, trincerandosi dietro i formalismi. E se proprio deve difendersi, a seconda delle convenienze si trasformerà nel lupo della favola di Fedro, che opprime l’agnello con falsi pretesti, oppure nel lupo immortalato da Esopo, che si fascia con le vesti della pecora per razziarla. Da qui la consuetudine di rispondere alla spada col veleno del discredito, negandosi allo scontro aperto ma cercando di degradare moralmente l’avversario attraverso la suggestione velenosa, l’illazione, l’insinuazione maligna. È sempre la debolezza che, come aveva ben visto Nietzsche, si traveste da virtù per sopraffare surrettiziamente la forza.

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(1) Lo stile musicale noto come crooning nasce negli Stati Uniti con l’avvento del microfono, una nuova tecnologia che permette al cantante di svincolarsi dall’impostazione vocale stentorea e squillante. Questa era imposta in precedenza dalla necessità di raggiungere con chiarezza le ultime file dei teatri. La potenza vocale, grazie all’uso del microfono, si rivela adesso un requisito meno indispensabile permettendo al cantante (crooner) l’utilizzo di una tecnica sussurrata, più confidenziale.

* * *

Di seguito l’indice del libro.

Prefazione

Il romanticismo biopolitico di Michela Marzano

Un argomentare sofistico

Separazione o distinzione tra sesso e genere?

Un programma di sovversione degli orientamenti sessuali

L’autorità contro la violenza e l’autoritarismo

La schiavitù del biopotere

La diversità contro la differenza

Antiscientificità: innatismo senza ragioni

L’intolleranza dei «tolleranti»

Il Dio‐Logos contro il Dio‐Agape
L’occasionalismo di Michela Marzano

Decisionismo marzaniano

Tra nichilismo ed emotivismo: caritas contro cosmos

 

Nichi Vendola tra gnosi, doppiezza e spermofobia

Doppiezza e utopia

Un Caronte cattocomunista per la democrazia licenziosa

Emofobi e catari

Creazione contro Redenzione

 

Fratel Enzo Bianchi, la famiglia è una sola

Sed contra: la famiglia è una, sola, universale

La critica di Enzo Bianchi al vangelo della famiglia

Metter su famiglia: più che biologia

Famiglia sotto attacco

La grazia non abolisce la natura

 

Un cataro dei nostri giorni: Guido Ceronetti

Un pessimismo funereo

L’imperativo gnostico: denigrare la famiglia

Del buono e del cattivo uso dell’antidolatria ceronettiana

Le ambiguità del sacro secondo Ceronetti

 

Beatriz Preciado. E dopo Money venne il postgenere…

Dissenso di genere

La «lotta di genere» tra sovversione della natura e dislocazione dell’io

Don’t follow the Money: il superamento della patristica del «gender»

La rivolta contro l’ordine biologico

Un confronto anche spirituale

 

Kim Davis e il giacobinismo 2.0

Quel curioso doppiopesismo…

Il nuovo spirito (arcobaleno) del giacobinismo

 

Riscoprire la virilità cristiana con Fabrice Hadjadj

L’era dell’irenismo trionfante Riscoprire una spiritualità combattiva Unire ordine e libertà

Come opporsi al dilagare dell’iniquità?

Ritornare al padre per ritrovare il centro

Dall’identità liquida all’identità armata

Politeismo o fondamentalismo. Tertium non datur? 

Tecnicismo, io liquido e corpo armato

Il nòmos della frontiera

 

L’avvenimento cristiano comporta valori

La vita è fatta (anche) di priorità

«Salviamo l’uomo!»

Avvenimento e valori

Quelle discutibili analogie con l’antichità…

Qualche cosa da accogliere, qualche cosa da lasciar cadere

 

Quei cristiani “più buoni di Gesù”

Cattolicesimo impolitico?

Supercristianesimo: una nuova tavola di valori Solov’ëv contro Tolstoj

La guerra dei ponti (e dei muri)

 

L’Antibuonista: maledizione del misericordismo

Pas de miséricorde pour les ennemis de la miséricorde!

Fenomenologia del catto‐crooner

La femminilizzazione del cristianesimo

Un nuovo integralismo: il «misericordismo»

Il falso dualismo tra Madre Chiesa e la legge del Padre Ritorno al virile

Le liaisons dangereuses tra misericordismo e umanismo Serve la riscossa del padre

 

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