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Mar 29

Europa, la fine delle illusioni

Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa

Newsletter n.869 del 28 Febbraio 2018

 Sintesi introduttiva del IX Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân

 di Stefano Fontana

Il progetto di unificazione non solo economica ma anche politica del continente europeo è in fase terminale, almeno per come esso è stato finora concepito e realizzato. A parte coloro che, per dovere o interesse istituzionale o politico, puntano ancora su “questa” Unione Euopea, il senso di disagio e la scontentezza su come vanno le cose sono alquanto diffuse a tutti i livelli.

Spesso si dice che l’Unione europea deve tornare allo spirito delle origini, ma proprio lo spirito delle origini era alquanto incerto e, per alcuni versi, pericoloso. Non si è trattato solo di incidenti di percorso e di anomalie rispetto al progetto originario. In questo Rapporto, Alfredo Mantovano ricorda come all’origine dell’idea di Europa unita ci siano sì alcuni principi dell’umanesimo cristiano e l’impegno di alcuni uomini politici cattolici, ma anche il Manifesto di Ventotene, che su ben altri principi si basava.

Questo documento è infatti figlio della visione illuminista, elitaria, che parte dall’alto e che vuole ri-educare i popoli “costringendoli” a partecipare – meglio se passivamente – al nuovo progetto. Era anche un documento assolutamente laico e totalmente orizzontale, il che spiega perché, in seguito, dall’orizzonte dell’Unione Europea è sparita la religione, specialmente la religione cattolica, e perché non sia stato accettato il pressante invito di Giovanni Paolo II di menzionare Dio nella nuova Costituzione europea.

Anche lo sforzo di tornare allo spirito delle origini, quindi, è inutile, dato che proprio in quello spirito c’erano in embrione le cause dell’attuale profonda crisi, nonché la conflittualità tra le diverse anime dell’Europa.

Tra queste anime, per molto tempo è prevalsa quella irreligiosa come se l’unica base dell’Unione Europea fossero i principi della Rivoluzione Francese, dello Stato napoleonico e della legge, sempre francese, sulla laicité del 1905. Chi portava avanti l’ideale dell’Unione lo faceva con uno spirito ancora giacobino, depurato però dai contenuti ideologici più urticanti, e reso dolce dalla retorica accattivante della collaborazione, della solidarietà e della concordia europee.

Il progetto “Erasmus” che ha permesso a tanti studenti di frequentare per certi periodi le università degli altri Paesi dell’Unione, ne è un esempio: di fatto si è trattato di una forma di rieducazione e di allineamento delle culture giovanili ad una artificiosa e astratta cultura europea di tipo tendenzialmente libertario che si è sovrapposta alle culture nazionali di provenienza, producendo appiattimento e uniformismo di valori e di comportamenti. Fatta l’Europa bisognava fare gli Europei, che però sarebbero diventati altra cosa dagli italiani e dagli spagnoli, dai tedeschi e dai polacchi.

Questo tipo di costruzione, che potremmo chiamare ideologico, si è insinuato negli apparati della burocrazia europea, favorito dalla complessità del macchinario funzionale dell’Unione e dalla farraginosità del sistema, come ben mette in evidenza Alfredo Mantovano nel suo saggio in questo Rapporto.

E’ nato così un sistema di cooptazioni e di lobbies che di fatto sfugge ad ogni controllo politico, che i Paesi sentono spesso come un peso da sopportare e che ha dato vita ad una rigida e corporativa nomenklatura europea di funzionari che parlano un proprio linguaggio in codice e che non maturano una vera sensibilità di vicinanza reale ai problemi dei cittadini europei.

In qualche caso si è avuta l’impressione di un cambiamento di passo. E’ capitato per esempio quando il Trattato di Maastricht (1992) ha introdotto nell’ordinamento europeo il principio di sussidiarietà. Il principio che le decisioni devono essere prese da chi è più vicino ai cittadini, che appunto si rifà alla sussidiarietà, avrebbe potuto smuovere il sistema, depotenziare le strutture centrali e centralistiche di Bruxelles e tornare ad una Unione più leggera, ove le “periferie” nazionali contassero di più, affinché queste stesse permettessero di contare di più ad altre “periferie” dentro le rispettive nazioni.

La gestione di questo punto del Trattato di Maastricht però non è stata esaltante e la decisionalità è rimasta appannaggio dei vertici di Bruxelles oppure, a livello più direttamente politico, di alcuni Stati particolarmente forti. L’applicazione del principio di sussidiarietà in tutte le sue esigenze avrebbe condotto ad una revisione del processo moderno di costruzione dello Stato assoluto e accentrato con le sue esigenze di artificiose semplificazioni condotte a tavolino di quanto la storia aveva costruito lentamente lungo il tempo.

Ma nei fatti è stata quella logica a prevalere, con i caratteri della politica come tecnica, della potestas come realtà non moralmente ordinata, della legge positiva priva di riferimenti ad un ordine giuridico obiettivo e l’impossibilità di valutare le pretese del potere alla luce di criteri diversi da quello della volontà del potere stesso. Se non è nato un vero e proprio Stato europeo, bisogna comunque constatare che nella attuale Unione Europea le premesse culturali, politiche e giuridiche per una simile realtà ci sono tutte.

Un altro momento in cui si è avuta l’impressione di un cambiamento di passo è stato – come ricorda l’arcivescovo Crepaldi nella Presentazione di questo Rapporto – quando è crollato il sistema sovietico. Dopo quegli eventi, i Paesi dell’Est europeo che sono gradualmente entrati nell’Unione hanno subito forti pressioni perché si uniformassero agli standard neo-illuministici delle élites occidentali e del pensiero prevalente nell’establishment dell’Unione.

Su di essi sono state fatte forzature ideologiche, sia nelle condizioni poste per il loro ingresso sia in seguito, man mano che quei popoli andavano esprimendo valori di riferimento diversi da quelli dell’ideologia europeistica. Ancora oggi alcuni di questi Paesi sono colpevolizzati perché conducono politiche della vita e della famiglia, oppure politiche religiose, oppure politiche dell’immigrazione diverse da quelle considerate canoniche da chi comanda attualmente negli apparati dell’Unione Europea.

Per questo motivo si va accentuando dentro l’Unione Europea una nuova divisione tra i Paesi che ormai hanno pressoché accettato il secolarismo e l’ideologia neoilluminista dei nuovi diritti e i Paesi che invece hanno conservato su questi temi la loro posizione culturale tradizionale. Naturalmente questo contrato avviene anche all’interno di ogni singolo Paese.

Anche il fattore religioso sta ridiventando elemento di divisione. La camicia di forza imposta dall’Unione Europea alle religioni nei Paesi occidentali è sempre più spesso rifiutata, insieme con il rifiuto delle pressioni delle Istituzioni europee per legislazioni “aperte” sul fronte della vita e della famiglia. Nel contempo, nei Paesi dell’Est la religione è in forte ripresa e pretende il proprio riconoscimento sociale e politico.

In Europa c’è un neo-rinascimento religioso che non accetta l’ideologia europeistica di relegare la religione nell’ambito del privato e del devozionale e tantomeno di indurre irreligiosità. Questo persistente atteggiamento irreligioso della società opulenta – per dirla con Augusto Del Noce – contrasta vieppiù con l’impassibilità rispetto alla penetrazione islamica nel continente, oppure ne è la conseguenza dato che il suo corollario è che tutte le religioni sono uguali. La presenza islamica in Europa è già ora un serio problema politico e lo diventerà ancora di più in futuro, ma le istituzioni dell’Europa non pensano ad affrontarlo, illudendosi – ma anche queste illusioni stanno finendo – che una vuota tolleranza possa vincere e convincere tutte le forme di integralismo.

Sulle grandi questioni umane come la vita, la famiglia, l’educazione, la religione, in Europa è in atto un serio e diffuso confronto. L’Unione Europea non è neutra rispetto a questo confronto ma ha sposato in passato e sposa tuttora una delle parti in conflitto, quella del progressismo della neo-borghesia disincantata che col popolo non vuole mischiarsi perché ritiene di avere la missione di condurlo per emanciparlo.

Il problema è proprio qui: condurlo ed emanciparlo verso dove? I valori dell’Unione Europea sono sempre più deboli e formali e, in fondo, si riducono alla libertà intesa come autodeterminazione. Troppo poco per costruire una unità continentale. In questi anni l’Unione Europea è stata la formalizzazione istituzionale di un vuoto, cui si tenta di allineare tutti i Paesi aderenti.

Lungo la parabola dell’Unione Europea, il riferimento all’Europa è diventato addirittura un dogma acriticamente assunto. La cosa farebbe pensare ad una buona salute ed invece è segno di incertezza. Lo vuole l’Europa”, “Ce lo chiede l’Europa”, “Siamo gli ultimi in Europa a non aver ancora approvato la tale legge…”: quante volte abbiamo sentito queste espressioni da parte dei politici. Sembrava che l’Unione Europea possedesse i criteri del bene e del male. Alla realtà veniva sovrapposta l’ideologia europea, ritenuta vera a prescindere dalla realtà.

Oggi, per fortuna, questa concezione è in crisi e la sua crisi è un frutto positivo della crisi dell’Unione Europea. In molti casi oggi si assiste alla tendenza contraria: allontanarsi dall’Unione, rivendicare margini di manovra nazionali o regionali, sia nel campo dei parametri finanziari sia in quello delle politiche migratorie o della famiglia. Può essere che in questi fenomeni ci sia anche del “pupulismo” un po’ scomposto, ma anche nella composta prassi istituzionale dell’Unione Europea c’è molto populismo demagogico, evidenziatosi anche nell’incontro nell’isola di Ventotene dei leader politici di Italia, Francia e Germania dopo la Brexit.

Nel frattempo l’Europa diventa sempre meno importante sul piano della geopolitica internazionale. Come documenta a fondo Gianfranco Battisti nel suo saggio di questo Rapporto, l’Europa ha molti nemici che lavorano per la sua distruzione, e tante vicende anche attuali sono spiegabili da questo punto di vista, compresa l’invasione migratoria a cui abbiamo dedicato il Rapporto dell’anno scorso.

Stretta tra questi nemici e indebolita nella sua anima, l’Europa ha smesso di esportare Europa nel mondo. O, più precisamente, ha preso ad esportare più il vuoto delle proprie illusioni che la sostanza dei propri valori. Il fatto che l’Unione Europea si sia impegnata a sostituire gli Stati Uniti nel finanziamento globale all’aborto, quando il Presidente Trump iniziò a ritirare proprio Paese da questo fronte, esprime in modo molto chiaro cosa l’Europa oggi intenda esportare dal punto di vista della civiltà.

L’Unione Europea esporta individualismo e vuoto esistenziale, quello stesso cui intende educare i suoi giovani, viste le pressioni delle istituzioni europee sugli Stati membri perché cambino le leggi e l’insegnamento scolastico a favore di una nuova educazione secondo le neo-ideologie che negano le evidenze naturali.

La Chiesa cattolica ha da sempre creduto nel progetto europeo e lo ha sostenuto. Lo ha sempre anche criticato quando prendeva strade improprie o quando deragliava dai principi che lo avrebbero dovuto guidare. Sull’Europa Giovanni Paolo II ci ha lasciato un immenso patrimonio magisteriale e nel libro “Memoria e identità” ha collocato il tema dell’Europa in uno scenario di teologia della storia fatto di peccato e di redenzione, come se in Europa – ed è proprio così! – si svolgesse una commedia molto più grande dell’Europa stessa.

Benedetto XVI ha spesso affondato il coltello nella piaga, segnalando che l’Europa ha cominciato ad odiare se stessa quando ha dissociato tra loro la fede cristiana e la ragione, quando ha cominciato a congedarsi, illudendosi così di emanciparsi, dalla verità. Ma spesso nella prassi ecclesiastica si assiste ad una eccessiva compiacenza nei confronti delle istituzioni europee e un supino dare per scontato che serva “più Europa”, senza meglio precisare il contenuto di questo auspicio.

Ogni istituzione politica, anche quella europea, è strumento e non fine. Va quindi riempita di contenuti veri e buoni che sostanzino il suo valore.

Per questa Europa le illusioni sono finite. Andando avanti su questa strada, al massimo sopravviverà perché a qualcuno farà comodo che sopravviva, ma senza anima o con un’anima tenuta in ostaggio. Paradossalmente a salvarla potranno essere quanti oggi ne sono scontenti e che la considerano un peso dell’anima oltre che del corpo. Parlo di coloro che ne sono scontenti nel profondo e non solo per un generico populismo protestatario.

Parlo dei “nuovi monaci” che, come nell’Europa invasa dai barbari, si mettono a dissodare prima il terreno delle anime e poi quello dei cambi, come disse profeticamente Benedetto XVI ai Bernardins. Penso ai nuovi intellettuali che stanno riscoprendo il realismo metodico e quindi sono in grado di smascherare tutte le costruzioni ideologiche comprese quelle europee. Penso ai giovani che non accettano di essere manipolati, nemmeno dall’Erasmus. Penso ai politici che del principio di sussidiarietà danno una interpretazione piena e vera. Parlo dei gruppi sociali che, radicati nella loro storia e nella loro tradizione, combattono per i doveri e i diritti naturali, contro gli artifici narcisistici dei centri di potere anche europei.

E’ molto probabile che l’Europa sarà salvata – se effettivamente lo sarà – da chi oggi la critica a fondo e non dai compiacenti o dai paurosi.

L’Unione Europea non dovrà aumentare l’accentramento del potere né aumentare la forza del potere accentrato. Nessun super-Stato europeo, nemmeno federale, salverà l’Europa. L’Europa si salverà se riscoprirà formule di aggregazione simili agli imperi che su questo suolo sono stati distrutti, ma che ancora esistono qua e là in Europa, soprattutto dove Rivoluzione Francese e Stato napoleonico non sono passati.

Si salverà se diventerà più leggera nelle istituzioni, più profonda nelle convinzioni circa la propria identità e più articolata nel rispetto di quanto la storia ha prodotto sul suo territorio e nelle sue società. L’Europa finirà certamente male se continuerà a negare e appiattire le identità nazionali e popolari che la compongono e se, con fare sussiegoso, impertinente e impenitente, continuerà a disprezzare la religione cristiana che ne è stata e ne sarà l’anima.

L’Europa avrà a disposizione molte scelte per suicidarsi, alcune delle quali le ha già tentate, ma la principale è eliminare il Dio cristiano dal proprio orizzonte [1]. A quel punto essa sarà invasa da tutto e da tutti – come in parte sta già accadendo – perché il vuoto chiede naturalmente di essere riempito.

[1] Cf. Il posto di Dio in Europa, “Bollettino della Dottrina sociale della Chiesa”, VIII (2012) 1, pp. 3-4, con scritti di Giampaolo Crepaldi, Stefano Fontana, Gianfranco Battisti, Edward Hadas, Fabio Trevisan, Assuntina Morresi, Donata Fontana, ArturMrówczynski-Van Allen, Miranda Mulgeci Kola.

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