Come l’Opus Dei racconta la propria “salvezza”

La Croce quotidiano 14 marzo 2018

 Anniversario di quel rocambolesco 14 marzo 1937 nel quale il fondatore san Josemaría Escrivá ed i primi dell’Opera trovarono scampo dai rossi nascondendosi nelle anguste stanze della legazione dell’Honduras… Lo storico e sacerdote dell’Opus Dei José González Gullón racconta quel delicato passaggio storico in un libro

di Giuseppe Brienza

La salvezza dalla cattura e, probabilmente, dalla fucilazione, per san Josemaría Escrivá (1902-1975) e i primi membri dell’Opus Dei durante la “guerra civile spagnola” (1936-1939) fu dovuta al rifugio che il fondatore trovò miracolosamente in un’angusta stanzetta della Legazione dell’Honduras. Nel territorio controllato dal Governo del “Fronte Popolare”, infatti, la violenza anti-cattolica delle formazioni anarchiche e social-comuniste si era concretizzata fin dall’inizio nella distruzione sistematica di edifici religiosi e chiese e, soprattutto, nella persecuzione di migliaia e migliaia di cattolici, laici e sacerdoti.

Andreu Nin, capo del partito trotskista, aveva al proposito scritto sul bollettino “Avanguardia”, del 2 agosto 1936: «la classe operaia ha risolto il problema della Chiesa semplicemente non lasciandone in piedi neanche una».

Dopo essere passati da un nascondiglio all’altro, Escrivá e i suoi compagni poterono sottrarsi alla morte o alla violenza anti-religiosa solo perché poterono rifugiarsi in uno dei pochi luoghi della diplomazia internazionale rimasti in piedi durante quella mattanza rivoluzionaria.

“Escondidos”. El Opus Dei en la zona republicana durante la Guerra Civil española (ed. Rialp, Madrid 2018, pp. 468, € 25), è un libro che racconta nel modo più documentato e ricorrendo a testimonianze dirette le vicissitudini dei primi membri laici dell’Opera fondata a Madrid il 2 ottobre 1928 da quello che Giovanni Paolo II ha definito il “santo dell’ordinario”.

Sul sito www.opusdei.org è stato appena pubblicato un video dell’autore, Don José Luis González Gullón, nel quale sono descritti con dovizia di immagini e di particolari le varie fasi della storia del rocambolesco rifugio trovato dal fondatore e dai suoi primi compagni nella legazione dell’Honduras in Spagna.

Un solo dato può dare l’idea di quella che succedeva nella Madrid del tempo: in tre anni di “guerra civile” fu assassinato circa il 35% del clero! E l’inizio del conflitto, nell’estate del 1936, aveva sorpreso San Josemaría e la maggior parte dei suoi collaboratori nella zona rossa repubblicana. Dopo aver scampato un attentato nel quale fu uccisa una persona al suo posto, Escrivá decise di correre ai ripari, cercando di difendere la sua incolumità ma anche la sopravvivenza di quel progetto di rinnovamento cristiano che gli era stato ordinato di promuovere, durante una locuzione interiore, nella capitale spagnola nel corso di un ritiro spirituale.

Davanti alla casa di sua madre, in effetti, i miliziani rossi avevano impiccato un uomo che assomigliava al fondatore, pensando che fosse lui. L’allora giovanissimo sacerdote – aveva solo 25 anni – si decise allora a nascondersi dapprima in casa di amici ma, fin da subito, si mise alla ricerca di un rifugio più “sicuro”, per quanto nessun posto in Spagna poteva allora essere considerato sicuro.

Con lo scoppio della “guerra civile” i pochi membri dell’Opus Dei si erano dovuti sparpagliare in diverse località. Anche il “Padre” – come Escrivá veniva chiamato affettuosamente dai suoi figli spirituali – aveva vagato da un riparo all’altro, in situazioni sempre molto pericolose.

A volte il luogo più sicuro era la strada, per questo, San Josemaría era uso camminare dalla mattina alla sera in piazze e vicoli cercando di confondersi tra la folla. Per qualche settimana aveva trovato una precaria protezione in una clinica psichiatrica, fingendosi pazzo con la complicità del direttore sanitario, il dottor Suils. Rimase nella clinica per circa cinque mesi e mezzo, dal 7 ottobre 1936 fino al 14 marzo 1937, quando poté trasferirsi in un nuovo rifugio, la Legazione appunto dell’Honduras, al numero 53 del Paseo de la Castellana vicino alla Plaza del Castelar.

Nonostante tutti i rischi, e anche prima quest’ultima soluzione, Escrivá aveva continuato a celebrare la Santa Messa cercando il più possibile di portare assistenza sacerdotale alle persone che erano in pericolo, seguendo direttamente i membri dell’Opera che poteva contattare. Riusciva persino a predicare ritiri spirituali, dando appuntamento alle persone nei luoghi più impensati. Il tutto mentre gli giungevano continuamente notizie di sacerdoti amici torturati o martirizzati nei modi più brutali.

Ottenuta finalmente ospitalità, per lui e per alcuni dei suoi, in una sede diplomatica che poteva garantire una certa sicurezza, dovette fare i conti con un luogo che era affollato di rifugiati, disponeva di cibo scarsissimo e presentava un’atmosfera parecchio tesa e depressa. Il Padre organizzò quindi un orario preciso per lui e per i giovani che erano rifugiati nel “loculo”.

In diversi periodi della giornata erano previste sessioni di studio, in altre meditazioni ma, conservando anche il Santissimo Sacramento in un mobiletto ben nascosto, erano organizzati anche momenti di adorazione eucaristica con le modalità di fortuna che possono essere facilmente immaginate…

I contatti con l’esterno li gestiva il venerabile Isidoro Zorzano (1902-1943), un giovane ingegnere che, fra i primi, aveva aderito all’Opera. Zorzano era infatti l’unico in grado di circolare al di fuori della Legazione poiché in possesso della cittadinanza argentina.

Ma quanto poteva durare quella situazione, nella quale era precluso a San Josemaría di espandere l’Opera in Spagna e nel resto del mondo? A questo pensava continuamente, consultandosi con i giovani che lo seguivano e, alla fine, decise che bisognava passare dall’altra parte della Spagna, quella “nazionale”, cioè era nel controllo delle forze franchiste. Qui era possibile lavorare apostolicamente e la normale vita cristiana era assicurata a tutti.

L’unica via, per quanto rischiosa e dall’esito incerto, per giungere nella Spagna libera era quella di passare attraverso i Pirenei. Per il fondatore la partenza dalla legazione non era certo una decisione facile. L’idea di abbandonare parte della sua gente, la madre e i fratelli in una Madrid infuocata, lo tormentava. D’altra parte, però, Escrivá aveva fretta di continuare quell’apostolato che sapeva essere la volontà di Dio. E bene o male nell’altra zona della Spagna lo si poteva fare.

Con documenti di fortuna lui ed i suoi pochi amici arrivarono a Barcellona il 10 ottobre del 1937. Da lì partivano carovane di fuggiaschi guidati da montanari e contrabbandieri. Ma tutto in gran segreto, dato il grande pericolo che si correva. Dovettero attendere parecchi giorni, senza soldi da spendere e con la fame in aumento, prima di trovare qualcuno disposto ad organizzare il loro viaggio.

Solo dopo la metà di novembre fu organizzato il convoglio. Il 2 dicembre passarono in maniera fortunosa il confine di Andorra, inutilmente inseguiti da qualche colpo di fucile. Erano esausti ma salvi. Una copiosa tempesta di neve li bloccò nel Principato per diversi giorni. Alla fine poterono riprendere la strada attraverso la Francia, con una sosta a Lourdes per ringraziare la Madonna. Quando attraversarono il confine con la Spagna a Hendaya, il Padre recitò la Salve Regina.

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Ritratto dell’Autore

a cura di G.B.

José Luis González Gullón è docente di storia alla Pontificia Università della Santa Croce e ricercatore dell’Istituto Storico “San Josemaría Escrivá”. Ha finora pubblicato importanti saggi storici sulle origini dell’Opera come ad esempio “DYA. L’Accademia e Residenza nella storia dell’Opus Dei (1933-1939)”, “Il clero durante la Seconda Repubblica. Madrid, 1931-1936” ed è co-autore del “Dizionario di San Josemaría Escrivá de Balaguer”. Collabora con diverse riviste scientifiche come “The Catholic Historical Review”, “Historia Contemporánea”, “Hispania Sacra” e “Studia et Documenta”.

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